
Advertise on podcast: Riccardo Cascioli - BastaBugie.it
This podcast has
65 episodes
Language
ItalianPublisher
BastaBugieExplicit
No
Date created
2020/02/03
Latest episode
2026/11/03
Average duration
11 min.
Release period
33 days
Description
Il giornalista Riccardo Cascioli, direttore de "La nuova Bussola Quotidiana", apre uno squarcio sull'Italia di oggi dando una chiave di lettura originale dell'attualità
Unlock Riccardo Cascioli - BastaBugie.it podcast Email contact info,
Listeners & Audience details
Email contact information
Direct podcast contact details

Listeners
Audience numbers & engagement insights

Audience details
Podcast Insights

Podcast episodes
Check latest episodes from Riccardo Cascioli - BastaBugie.it podcast
Schede sull'islam e ora di religione, la Cei attacca mentendo
2026/11/03
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8711
SCHEDE SULL'ISLAM E ORA DI RELIGIONE, LA CEI ATTACCA MENTENDO
di Riccardo Cascioli
La linea di difesa della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) riguardo le schede sull'islam destinate all'ora di religione è chiara: distorcere la posizione di chi ha avanzato delle critiche, per poi poter dire che si tratta di "fake news"; e inoltre raccontare che in realtà si tratta di un semplice progetto «indirizzato agli editori dei libri di testo per l'insegnamento della religione cattolica».
Ha cominciato il 29 ottobre su AgenSir (l'agenzia stampa della CEI) Vincenzo Corrado, direttore delle comunicazioni sociali della Conferenza Episcopale denunciando come falsità la notizia che «la CEI promuova l'insegnamento dell'islam nelle scuole». «Una bufala», «fake news», ha proseguito per poi affermare che quelle schede sono frutto di un progetto da usare come base per i libri di testo di religione cattolica «affinché abbiano delle fonti affidabili quando affrontano il pluralismo e il dialogo religioso ed evitare possibili imprecisioni e semplificazioni».
E il giorno dopo gli ha fatto eco su Avvenire (quotidiano della CEI) Milena Santerini, docente di pedagogia all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, esperta di dialogo interculturale, ex parlamentare di Scelta Civica (la lista nata intorno a Mario Monti) ed esponente - neanche a dirlo - della Comunità di Sant'Egidio, grande sponsor di questo progetto, non a caso promosso con tutta l'autorità possibile dal presidente della CEI, cardinale Matteo Zuppi. La Santerini si mostra stupita della polemica per la pubblicazione di «un supporto agli editori per creare libri di testo verificati e corretti». Ovviamente tutta colpa di coloro a cui fa «comodo alimentare a prescindere la contrapposizione».
LA MENZOGNA CONSENTITA AI MUSULMANI PER FAVORIRE L'ISLAM
Bisogna riconoscere che, se non altro, dalla frequentazione assidua delle comunità islamiche, alla CEI hanno imparato bene la takiyya, la dissimulazione consentita ai musulmani per favorire l'islam. In questo caso si dissimula il vero obiettivo dell'iniziativa delle schede islamiche, probabilmente fidando sul fatto che nessuno avrà voglia di andare a controllare cosa è stato veramente detto il 21 ottobre alla presentazione del progetto.
Basterebbe riflettere sul fatto che appare un po' bizzarro che per presentare un semplice supporto agli editori si organizza un evento in pompa magna con i rappresentanti delle maggiori organizzazioni islamiche in Italia, il presidente della CEI e altri prelati, per di più nella prestigiosa e significativa sede dell'Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede.
Considerando che la stragrande maggioranza dei libri di testo adottati per l'ora di religione (e approvati dalla CEI) sono pubblicati da una dozzina di case editrici in tutto, se questo era davvero l'obiettivo non si faceva prima a convocare i rappresentanti di queste case editrici in una saletta della sede della CEI?
Senza dire della stranezza di pubblicare un libro di 95 pagine che dovrebbe confluire in un libro più ampio di religione cattolica. Considerando che la CEI ha già pubblicato analoghe schede sull'ebraismo e le sta preparando anche per buddismo e induismo, quanto dovrebbe essere grande un libro di testo di religione? E poi, a questo punto, ci sarebbe anche un po' di spazio per parlare della religione cattolica?
La verità è che in quell'incontro del 21 ottobre non si è mai parlato di sussidio ai libri di testo, ma ha giustamente fatto notizia l'intervento del cardinale Zuppi che ha lanciato accuse di islamofobia ai soliti giornalisti per poi dire che manderebbe «tutti a scuola», ovviamente per studiare l'islam. E monsignor Gaetano Castello, vescovo ausiliare di Napoli e presidente della Commissione episcopale CEI per l'ecumenismo e il dialogo, nel suo intervento ha chiaramente detto (lo riporta AgenSir) che «centinaia di insegnanti di religione hanno accolto con piacere queste schede e le utilizzano nel dialogo con i loro studenti».
Sì, dunque queste schede sono pensate proprio allo scopo di usare l'ora di religione cattolica «per la corretta conoscenza e trasmissione dell'Islam», come si legge nella presentazione delle schede, firmata dal segretario generale della CEI, mons. Giuseppe Baturi, e da Wassim Salman, presidente del Pontificio Istituto di Studi Arabi e d'Islamistica (PISAI).
UN IRENISMO FUORI DALLA REALTÀ
Ma l'altra menzogna su cui la CEI costruisce il suo discorso è che i critici di questa iniziativa vogliano alimentare lo scontro di civiltà e pensino che «parlare delle altre religioni (...) significa minacciare l'identità cattolica o indebolire la dimensione dogmatica della fede», come ci spiega la Santerini.
Il problema non è parlare delle altre religioni, come abbiamo già scritto, ma quanto spazio si dà all'interno di un insegnamento che rimane di religione cattolica e soprattutto come se ne parla. Queste schede sono tutt'altro che «conoscenza corretta» dell'islam. Dicono certamente una parte di verità, ma in nome del dialogo e della reciproca empatia si tace molto e di cose importanti, come abbiamo già accennato nel precedente articolo.
Un bel po' di anni fa, una preparata islamologa come Valentina Colombo, scrisse un libro sotto forma di brevi schede a mo' di dizionario, dalla A di Abramo alla W di Wahabiti (Islam - Istruzioni per l'uso, Mondadori 2009). Leggendolo si può capire bene cos'è che non va nelle schede della CEI, ispirate a un irenismo, anche teologico, fuori dalla realtà. Ad esempio Valentina Colombo ci spiega bene perché «l'Abramo biblico non ha nulla a che fare con l'Abramo coranico», e pone delle questioni che sono certamente scomode per chi vede solo la fraternità universale ma anche molto realistiche: lo sapete che «in Italia ci sono migliaia di italiani che si convertono all'islam mentre i musulmani residenti in Italia che si convertono al cristianesimo sono spesso costretti a negare la propria fede per la paura di essere uccisi in quanto apostati?».
Ed è anche di pessimo gusto accusare - come fa Milena Santerini - di ridurre «l'islam alle sue frange estremiste e radicali», proprio due giorni dopo la pubblicazione del Rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), che mostra che l'integralismo islamico è sempre una delle maggiori cause della persecuzione anti-cristiana, soprattutto in Africa. Altro che frange.
LA TRASFORMAZIONE DELL'IRC
Ma c'è un'altra questione su cui la CEI sta mentendo, ovvero le intenzioni sull'Insegnamento della religione cattolica (IRC) nelle scuole. Appare evidente che anche l'iniziativa delle schede per conoscere l'islam vada nella direzione di una trasformazione dell'IRC in una sorta di storia o conoscenza delle religioni, come da più parti s'invoca. Ci sono ostacoli giuridici e politici ma la CEI di Zuppi ha avviato il processo, anche finanziando gruppi che stanno facendo sperimentazioni in tal senso, come quello che ha organizzato lo scorso 6 ottobre un convegno all'Università La Sapienza di Roma "verso un nuovo insegnamento della religione a scuola". E uno dei promotori, Filippo Benini, lui stesso insegnante di religione, ha spiegato che la CEI già nel 2024 ha finanziato il loro progetto di ricerca-azione "Per un nuovo insegnamento della religione a scuola". «Il finanziamento - dice Benini in una intervista a Settimana News - ha permesso di avviare, nell'anno accademico 2024-2025, un gruppo di ricerca di una decina di persone, ospitato presso l'ISE (Istituto di Studi Ecumenici, ndr) e composto da storici delle religioni, teologi, pedagogisti e docenti di religione. Il gruppo ha lavorato per elaborare una riflessione critica sull'attuale modello dell'IRC e delineare possibili prospettive di rinnovamento. Il rapporto conclusivo è stato consegnato alla CEI nel novembre 2025». Evidentemente ne stanno facendo "buon uso".
Zuppi firma la resa dei vescovi italiani all'Islam
2026/10/27
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8705
ZUPPI FIRMA LA RESA DEI VESCOVI ITALIANI ALL'ISLAM
di Riccardo Cascioli
Cosa vuol dire conoscere l'islam? Ed è il compito della Chiesa italiana promuovere l'islam? Sono le prime domande che sorgono spontanee dopo aver assistito alla «Presentazione delle schede per la conoscenza dell'islam», avvenuta il 21 ottobre nei locali dell'Ambasciata italiana presso la Santa Sede. Promotrice dell'iniziativa è proprio la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) - presente il suo presidente, cardinale Matteo Zuppi (nella foto insieme al presidente dell'UCOII, Yassine Baradai) - in collaborazione con il Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamistica (PISAI), e con la partecipazione dei rappresentanti delle principali sigle islamiche in Italia.
Promotori e collaboratori di gran peso, dunque, e significativa anche la sede dell'incontro che indica un coinvolgimento ai massimi livelli nel progetto, soprattutto in un momento in cui alcune sigle dell'islam in Italia stanno spingendo per il riconoscimento ufficiale dello Stato italiano.
Molto ambizioso anche il progetto, destinato agli insegnanti e agli studenti dell'Ora di religione cattolica, chiamati a formarsi su queste schede, che - dipendesse dal cardinale Zuppi - tutti i cattolici, e non solo, dovrebbero studiare; perché noi italiani - dice sempre il presidente della CEI - siamo tutti ignoranti e pieni di pregiudizi nei confronti dell'islam.
Il progetto consiste in 11 schede che intendono presentare sinteticamente i principali aspetti della religione islamica, la sua storia, la sua teologia, "convergenze e divergenze con il cristianesimo", la sua presenza in Italia. Non è tutto l'islam, come è stato spiegato dai curatori, ma certamente «l'islam autentico», garantito dalla serietà e dalla competenza di chi ha redatto queste schede, un gruppo di lavoro paritetico di studiosi cattolici e islamici (e anche questo è un aspetto da tenere presente su cui torneremo). Per completezza c'è da aggiungere che per il cardinale Zuppi questa «conoscenza condivisa è il contrario dello scontro di civiltà», contro cui si scaglia tirando in ballo anche alcuni giornali i cui titoli - dice con forza il presidente della CEI - «sono pericolosi, da islamofobia».
FARE I CONTI CON LA REALTÀ
In realtà, ad essere pericolosa e sconsiderata è questa operazione della CEI. E per svariati motivi, a cominciare dal contenuto stesso delle schede. Non si mette in discussione l'autorevolezza dei redattori e l'esattezza delle informazioni, ma già a una prima lettura appare evidente che c'è un pregiudizio positivo che tace o minimizza gli aspetti più problematici dell'islam. Evidente quando si parla di fondamentalismo: chi si accostasse per la prima volta alla religione islamica leggendo queste schede avrebbe l'impressione che il fondamentalismo sia un aspetto marginale, rifiutato dalla stragrande maggioranza dei musulmani, una riedizione in chiave religiosa della vecchia giustificazione sui "compagni che sbagliano".
Ma se così è, come spiega il cardinale Zuppi che non c'è un solo Paese islamico al mondo dove ci sia una vera libertà religiosa? E che tutti i rapporti internazionali confermino di anno in anno che i regimi islamici sono la prima causa di sofferenza per i cristiani, con ben 34 Paesi islamici tra i primi 50 per la persecuzione anticristiana? E per stare all'Italia, come spiegherebbe il presidente della CEI il moltiplicarsi nelle nostre strade di donne completamente coperte fino agli occhi, segnale evidente di quale islam si stia affermando? In un recente Venerdì della Bussola, l'on. Souad Sbai, presidente dell'Associazione Donne Marocchine in Italia, ha testimoniato delle violenze quotidiane contro le donne di cui è testimone, ha ricordato le donne musulmane uccise in Italia, convertite al cristianesimo o meno; e ancora, abbiamo visto proprio in queste settimane la costituzione di una Camera arbitrale islamica, un tentativo di imporre una giustizia parallela a quella dello Stato italiano.
E si potrebbe continuare a lungo sulle "amnesie" di queste schede. Conoscere l'islam significa anche fare i conti con la realtà. In questo senso un predecessore di Zuppi alla guida dell'arcidiocesi di Bologna, il cardinale Giacomo Biffi, si dimostrò molto più lungimirante nella famosa Lettera pastorale alla Chiesa di Bologna del settembre 2000.
UN'OCCASIONE PER TUTTI GLI STUDENTI
Ma anche se le schede fossero assolutamente corrette, il progetto CEI - che come ha tenuto a precisare lo stesso Zuppi è un "processo", quindi si arricchirà di altri capitoli - sarebbe comunque sciagurato.
Essenzialmente per due motivi: anzitutto perché se il tema è l'integrazione, il dialogo invece che lo scontro, sono le comunità islamiche chiamate a integrarsi nella cultura italiana e non viceversa. Dovrebbero essere i centri culturali islamici a organizzare incontri e sussidi per spiegare ai fedeli musulmani cosa è il cattolicesimo, ma di questo non c'è traccia. Come mai ai responsabili delle organizzazioni islamiche presenti mercoledì all'ambasciata non è mai venuta un'idea del genere (e mai verrà)? Conoscere l'islam è cosa opportuna ma che gli immigrati di altre religioni imparino cos'è il cattolicesimo dovrebbe essere obbligatorio.
E qui veniamo al secondo motivo, il più importante visto che parliamo della CEI: l'ora di religione cattolica a scuola potrebbe davvero essere un'occasione anche per gli studenti che provengono da altre religioni; invece la CEI vuole rendere obbligatorio per insegnanti di religione cattolica e rispettivi studenti lo studio dell'islam e anche delle altre religioni (le schede sono state già preparate per l'ebraismo e seguirà il resto). In questo modo, oltre al resto, si sta subdolamente cercando di trasformare l'ora di insegnamento della religione cattolica in una sorta di Storia delle religioni, una proposta che da almeno venti anni anni torna periodicamente di attualità grazie a iniziative del mondo politico, della scuola e, ahinoi, anche dall'interno della Chiesa. Due anni fa era stato addirittura il vescovo di Pinerolo, monsignor Derio Olivero, presidente della Commissione CEI per l'Ecumenismo e il Dialogo, a chiedere questa riforma, motivandola con il solito ritornello del "cambiamento d'epoca" che avrebbe trasformato l'Italia in una società multiculturale e multireligiosa.
Finora tali proposte si sono scontrate con il fatto che sarebbe necessario rimettere mano al Concordato tra Stato e Chiesa cattolica, ma evidentemente i vertici della CEI hanno pensato di aggirare l'ostacolo procedendo a cambiamenti di fatto. Già oggi l'ora di religione prevede che si parli delle altre confessioni, ma proprio perché l'ora scolastica riguarda l'insegnamento della religione cattolica, questa è anche il criterio con cui accostarsi alle altre religioni. Non per creare pregiudizi, al contrario, per conoscerle sotto una luce vera. Da questo punto di vista è significativo, nel senso di un cambiamento che si vuole imprimere, che le schede proposte ora dalla CEI siano redatte in collaborazione con teologi islamici. E infatti, come abbiamo accennato, hanno gravi carenze.
A suo tempo il cardinale Biffi disse «che l'Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana». Il suo successore, il cardinale Zuppi, ha fatto la sua scelta: gioca per l'islam.
Nota di BastaBugie: Nicola Incampo nell'articolo seguente dal titolo "L'ora di religione: per integrare tutti dev'essere cattolica" parla del cattolicesimo che non è un optional per l'IRC, non richiede un atto di fede, ma offre le basi per comprendere la nostra storia e cultura. Annacquarla o dimezzarla significherebbe negare ai ragazzi, compresi i non credenti, un'occasione formativa unica per capire feste, simboli e valori che plasmano la civiltà in cui vivono e per riaccendere la domanda di senso.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 23 ottobre 2026:
Ogni anno, al momento dell'iscrizione, gli studenti si trovano davanti alla stessa domanda: «Vuoi avvalerti dell'insegnamento della religione cattolica?». Alcuni rispondono d'istinto, altri ci pensano, altri ancora non sanno bene cosa comporti la scelta. Eppure l'ora di religione, spesso sottovalutata o vista come una pausa dalle materie più «pesanti», è un'occasione formativa unica, capace di unire cultura, riflessione e dialogo. In un mondo dominato dalla fretta e dai social, fermarsi a riflettere è un lusso raro, e l'IRC (Insegnamento della Religione Cattolica) offre proprio questo: un tempo per pensare. Si affrontano la vita, la morte, la libertà, l'amore, la giustizia, la speranza: temi che toccano credenti e non credenti. Non si tratta solo di «parlare di Dio», ma di confrontarsi su ciò che rende la vita umana degna di essere vissuta.
La religione cattolica fa parte in modo profondo della storia e della cultura italiana ed europea: arte, letteratura, musica e molte leggi e istituzioni sono nate in un contesto segnato dal cristianesimo. Senza un minimo di conoscenza religiosa è difficile comprendere la Divina Commedia, gli affreschi di Giotto o la Cappella Sistina. Frequentare l'IRC significa conoscere meglio il nostro patrimonio e capire festività, simboli e valori che hanno costruito la nostra civiltà. Viviamo in una società multiculturale, e l'IRC, lungi dall'essere chiuso o «solo per i credenti», è un luogo di confronto. Si conosce il cristianesimo, ma anche le altre religioni, comprendendone somiglianze e differenze.
Il caso Roggero ci dice che l'Italia è a rischio rivolta sociale
2026/07/21
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8606
IL CASO ROGGERO CI DICE CHE L'ITALIA E' A RISCHIO RIVOLTA SOCIALE
di Riccardo Cascioli
Il caso di Mario Roggero - il gioielliere 72enne di Grinzane Cavour condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di reclusione, e ieri entrato in carcere, per aver ucciso due ladri e ferito un terzo che avevano appena rapinato la sua gioielleria il 28 aprile 2021 - dovrebbe far riflettere non solo per la discutibile decisione dei giudici, ma soprattutto per le reazioni che ha provocato.
Roggero è stato condannato perché ha ucciso i banditi alle spalle, quando questi erano già in fuga; non costituivano perciò un pericolo immediato per il gioielliere, la moglie e la figlia che erano in negozio, tale da poter invocare la legittima difesa. Da questo punto di vista una forma di condanna era inevitabile, anche se date le circostanze ci si poteva aspettare una sentenza molto più mite: Roggero era già stato derubato diverse volte, senza che mai fosse stata fatta giustizia; i ladri inoltre avevano terrorizzato moglie e figlia, che avevano seriamente temuto per la loro vita; si può dunque capire la rabbia e la frustrazione del commerciante che lo hanno spinto a quella furia omicida.
Senza dunque giustificare l'omicidio di 2 persone, per quanto delinquenti fossero, si poteva e si doveva tenere conto delle circostanze. Ma peggio ancora è stata la condanna a pagare 780mila euro di risarcimento al ladro ferito e alle famiglie dei 2 uccisi. Una decisione sconcertante e assurda che semplicemente porta ad affermare il principio che il crimine conviene: se va bene, ti tieni la refurtiva (che tanto nessuno ti becca); se va male garantisci un futuro alla tua famiglia.
Comprensibile dunque una certa reazione negativa alla sentenza della Cassazione che manda in giudicato il caso. Ma a colpire è soprattutto la forza, l'intensità e la vastità della reazione, che sta coinvolgendo tanta parte dell'opinione pubblica, del mondo dello spettacolo e anche la politica.
Da questo punto di vista il caso di Roggero fa il paio con un altro fatto di cronaca avvenuto nei giorni scorsi: l'11 luglio a San Benedetto del Tronto l'imprenditore Giuseppe Barboni, 38 anni, ha atterrato e preso a pugni un immigrato irregolare iracheno che da ore stava disturbando e bloccando il traffico e dopo avere per diversi minuti cercato di convincerlo a spostarsi e a parlare. Il video girato da un passante ha fatto il giro del web, e anche qui - come per Roggero - un'ondata di «Ha fatto bene», «Dovrebbero fare tutti così», che ha ovviamente scandalizzato leader politici che non possono rischiare di passare per razzisti e xenofobi e ultras dell'immigrazione libera senza se e senza ma.
CAPIRE COSA STA ACCADENDO
Invece di scandalizzarsi sarebbe molto meglio cercare di capire cosa sta accadendo, perché gli italiani non sono improvvisamente diventati tutti razzisti e giustizieri; e non basta dare la colpa ai social che danno la possibilità di aggredire verbalmente nascondendosi dietro una tastiera.
La verità è che la gente non ne può più, è frustrata ed esasperata da questa insicurezza crescente, dall'impunità sistematica per chi delinque e le sanzioni inesorabili per chi solo prova a difendersi.
Roggero, come tanti altri commercianti, aveva subito altre rapine, aveva dovuto vedere i suoi cari terrorizzati sotto il tiro di una pistola, e senza che mai lo Stato abbia fatto nulla per creare condizioni di sicurezza o per sgominare le bande di delinquenti. E Barboni ha cercato di liberare la strada che almeno tre volte quel giorno e per diverse ore era stata il teatro di un immigrato fuori controllo che ostacolava il traffico rischiando anche di provocare incidenti: era già stato fermato e poi rilasciato dalla polizia poco prima, ma il fatto è che per ore poteva agire indisturbato a danno di chi transitava in quella zona.
Alla fine, in modi diversi, Roggero e Barboni sono diventati il termometro di una situazione sociale esplosiva: sono gli "eroi" di tantissimi italiani che assistono ogni giorno - e devono sopportare - ad atti di prevaricazione grandi e piccoli, il degrado crescente dei centri urbani, la microcriminalità imperante, le violenze sessuali.
I rom che rubano in stazione o in metropolitana e che davanti alle telecamere reclamano il diritto al loro "lavoro" senza che nessuno intervenga; le donne islamiche esibite con veli che lasciano scoperti solo gli occhi quando agli italiani è vietato nascondere la propria identità; cittadini abusivi che si sentono in diritto di occupare spazi e depositare i loro rifiuti ovunque lo ritengano; immigrati irregolari che si sentono liberi di insozzare monumenti e chiese. E questo solo per stare alle cose meno gravi (si fa per dire), di cui però tutti facciamo esperienza.
SPACCIO DI DROGA IN PIENO GIORNO
E poi: spaccio di droga in piazze o parchi pubblici in pieno giorno, interi quartieri di grandi città diventati off limits e alla mercé di baby gang; maranza che la fanno da padroni sfidando anche la polizia (vedi quanto accaduto pochi giorni fa a Roma davanti al Colosseo); violenze sessuali anche in pieno giorno.
E guai a reagire: perché c'è una magistratura sempre pronta a giustificare chi delinque e a punire severamente chi reagisce; perché c'è un'ideologia dominante, veicolata dalla grande stampa, che giustifica e legittima tutto questo; perché c'è una politica che persegue questi risultati.
Ma siamo arrivati al punto che la misura è colma, le vittime cominciano a farsi giustizia da sole: i casi Roggero e Barboni ci dicono che siamo ormai a rischio di una rivolta sociale. Ed è su questo che tutti dovrebbero riflettere, Chiesa italiana inclusa.
Da questo punto di vista, la risposta di tanti politici di centro-destra che si stanno mobilitando per fare pressione sul presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per concedere la grazia a Roggero, è assolutamente inadeguata. Non abbiamo bisogno di un provvedimento sull'onda dell'emotività che in questa forma rischierebbe di legittimare l'omicidio volontario, ma di politiche serie che ripristinino la dignità e l'identità di un popolo che qualcuno vorrebbe distruggere. Abbiamo bisogno di vedere ristabiliti i confini della nazione; di uno Stato di diritto dove la legge si applica a tutti e dove non ci sono deroghe in base alla cultura di provenienza; di respingere al mittente la pretesa di alcuni gruppi religiosi e politici di reclamare spazi privilegiati, che è solo l'affermazione di una volontà di non integrarsi. Tanto per cominciare.
E abbiamo bisogno di una Chiesa che torni a vedere come suo primo compito quello di rievangelizzare il nostro popolo e di riconoscere che il bisogno più grande di chi arriva in Italia sia conoscere Cristo. Perché la disgrazia più grossa dell'Italia è aver perso la fede, l'unica cosa che fonda la nostra identità e che può ridare forza e ragioni anche alle nostre istituzioni.
Ucraina e Iran, una lezione sull'inutilità della guerra
2026/05/12
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8544
UCRAINA E IRAN, UNA LEZIONE SULL'INUTILITA' DELLA GUERRA
di Riccardo Cascioli
Nei giorni scorsi ha destato interesse il fatto che la parata di Mosca del Giorno della Vittoria, il 9 maggio, che celebra la vittoria sul nazismo, si sia svolta in tono dimesso rispetto agli anni passati: appena tre quarti d'ora, niente carri armati, niente missili, capacità militari mostrate solo in video, discorso del presidente russo Putin molto più stringato del solito. Paura di possibili attacchi ucraini si è detto, ma sono girate anche voci di possibili timori di un golpe a Mosca. Sempre difficile stabilire cosa ci sia di vero e quanto sia propaganda nelle informazioni che passano, resta però il fatto che paragonata ai toni trionfalistici degli anni passati, la parata di quest'anno ha obiettivamente offerto un'immagine di vulnerabilità, di un regime in difesa.
Il fatto è che dopo oltre quattro anni di guerra in Ucraina, gli obiettivi territoriali prefissati non sono ancora stati raggiunti e non è possibile neanche prevedere se lo saranno. È una situazione non prevista a Mosca, che considerava la campagna d'Ucraina un affare di poche settimane; ed è un paradosso se si considera la disparità di forze tra la Russia e l'Ucraina.
Spostiamoci nel settore mediorientale e troviamo un'altra situazione analoga, anzi una doppia situazione. Gli Stati Uniti hanno attaccato l'Iran, su spinta di Israele, pensando di liquidare la pratica in 3-4 settimane al massimo, come aveva annunciato il presidente americano Donald Trump. I colpi subiti negli scorsi mesi dal regime degli ayatollah, le grandi proteste popolari dello scorso gennaio (represse nel sangue), le divisioni interne al regime, avevano dato l'illusione di un regime prossimo alla fine per cui sarebbe bastata una spallata per eliminarlo e con esso la paventata minaccia nucleare.
STATI UNITI IN DIFFICOLTÀ
Come stiamo però vedendo le cose sono andate molto diversamente: di settimane ne sono già passate dieci e la situazione si è molto ingarbugliata e gli ultimi sviluppi ne sono la dimostrazione. Nel solito post sul social Truth, Trump ha definito ieri sera «assolutamente inaccettabile» («totally unacceptable») la risposta dell'Iran alla proposta americana per un accordo duraturo. La situazione torna dunque in alto mare, ma ora gli Stati Uniti si trovano in grande difficoltà perché con tutta la loro forza militare non sono stati in grado di piegare l'Iran: per questo motivo Teheran risponde picche anche sui termini di un eventuale accordo, ma per Washington riprendere i bombardamenti non sarà facile sia perché la disponibilità di munizioni comincia a scarseggiare sia perché la vittoria militare sul campo sarebbe tutt'altro che certa. E senza considerare che Trump deve tenere conto delle elezioni di mid-term a novembre che non gli permettono di tirare troppo per le lunghe una guerra che già gli ha provocato un clamoroso calo nell'indice di gradimento.
Parallelamente anche il premier israeliano Benjamin Netanyahu si trova in una situazione simile. Dopo il tragico massacro di cittadini israeliani subito il 7 ottobre 2023 si è lanciato in una guerra totale per eliminare la presenza di Hamas a Gaza, di Hezbollah in Libano e del regime iraniano. Se per l'Iran abbiamo già visto, analogo discorso si può fare per gli altri due fronti: Gaza è stata rasa al suolo ma Hamas è ancora lì; l'esercito israeliano ha invaso il Libano del Sud, ha bombardato Beirut e altre città libanesi ma Hezbollah è ancora vivo e vegeto.
Come mai in tutti questi casi non si è stati in grado di centrare gli obiettivi (a prescindere dalla condivisibilità o meno di questi obiettivi)? Sicuramente per errori di sottovalutazione riguardo alle forze del nemico, o di sopravvalutazione delle proprie; ma anche perché - ed è evidente nei casi di Ucraina e Iran - a sostegno delle vittime predestinate entrano in gioco altre potenze che hanno interesse a fermare gli "aggressori".
Il risultato è che per porre fine alla guerra - e sempre che a nessuno venga in mente di usare l'arma nucleare - si dovrà necessariamente arrivare a un accordo negoziato, il che comporta necessariamente ridimensionare gli obiettivi, ma con una situazione peggiore rispetto a prima della guerra.
UN ACCORDO CHE PEGGIORA LA SITUAZIONE ANTECEDENTE
In Ucraina un accordo potrà anche prevedere che la Russia inglobi i territori ucraini già conquistati, ma saranno territori tutti da bonificare e ricostruire e Mosca dovrà fare i conti con le perdite economiche ed umane sofferte: le stime considerate più realistiche parlano di almeno 200mila soldati morti (alcune arrivano fino a 325 mila), ma con i feriti si arriva a perdite di oltre un milione di persone. Una vera e propria bomba sociale, e da mettere in conto sono anche le ripercussioni politiche e militari di una operazione andata male.
In Iran, gli Stati Uniti si stanno trovando a negoziare un accordo che rischia di peggiorare la situazione antecedente il 28 febbraio: il regime è ancora lì, il programma nucleare sarà forse ritardato ma non certo cancellato, potrebbe essere riconosciuto a Teheran un qualche diritto sullo Stretto di Hormuz, e in compenso potrebbero essere revocate, totalmente o parzialmente, le sanzioni contro il regime degli ayatollah. Il tutto, ovviamente, senza considerare le pesanti conseguenze sul costo dell'energia e sulla sicurezza alimentare che tutto il mondo si ritrova a pagare.
A questo va aggiunto anche il carico di sofferenze e di odio che ogni guerra comporta e che si trasmette per generazioni.
Cosa ci dice tutto questo? Che prima di stare a disquisire sulla "guerra giusta" bisognerebbe riflettere anzitutto sull'inutilità della guerra per raggiungere obiettivi politici ed economici. Non si tratta di pacifismo, ma di realismo. Il pacifismo, con la sua utopia, favorisce la violenza e il diritto del più forte; il realismo invece, insieme a un giusto investimento per la difesa, suggerisce di cercare in tutti i modi di risolvere i contenziosi conciliando i diversi interessi, rifuggendo dall'idea che la pace si possa ottenere eliminando una parte, piccola o grande che sia, dell'umanità.
L'illusione che la guerra all'Iran crei un mondo migliore
2026/03/03
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8470
L'ILLUSIONE CHE LA GUERRA ALL'IRAN CREI UN MONDO MIGLIORE
di Riccardo Cascioli
«La violenza non è mai la scelta giusta», ha detto ieri papa Leone XIV, durante la visita a una parrocchia romana, riferendosi all'attacco contro l'Iran. E poco prima, all'Angelus, aveva detto che «la stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso il dialogo ragionevole, autentico e responsabile».
Non è lo scontato fervorino moralistico di un Papa che fa il suo mestiere, è la consapevolezza profonda della realtà. La guerra non ha mai portato una pace vera, ha solo peggiorato la situazione. Basta restare nella regione mediorientale per averne la prova inconfutabile: dalla prima guerra del Golfo in poi è stato un susseguirsi di guerre e distruzioni, che hanno portato solo più violenze, morti e destabilizzazione.
Come ricordavamo già sabato, le uccisioni di Gheddafi e Saddam, la cacciata di Assad, hanno nettamente peggiorato la situazione in Libia, Iraq e Siria. Così come la realtà si è incaricata di smentire l'allora presidente americano Barack Obama che aveva commentato l'uccisione, il 2 maggio 2011, del leader di al-Qaeda, Osama bin Laden, affermando trionfalmente che «ora il mondo è un posto più sicuro». Questi quindici anni hanno invece visto peggiorare enormemente l'insicurezza, inclusa l'ascesa dell'Isis nonché l'estendersi del fenomeno del jihadismo.
Il mondo diventa più sicuro solo se si rispetta l'ordine naturale, l'ordine voluto da Dio, dove la sacralità della vita, il rispetto della dignità della persona - di ogni persona - sono la pietra fondamentale.
Netanyahu ha parlato ieri di «guerra che finisce l'era delle guerre», ma è pura illusione, pur restando semplicemente in Medio Oriente: non solo perché gli sviluppi della situazione in Iran sono tutti da vedere o perché gli interessi politici e strategici dei vari Paesi possono cambiare velocemente il gioco delle alleanze (come è sempre accaduto), ma anche perché sottovaluta enormemente il "fattore odio" che anni di guerra e violenze di ogni genere hanno fortemente incrementato nelle popolazioni della regione, e non solo fra i palestinesi. E l'odio è un combustibile formidabile, capace di accendere la guerra in ogni momento.
Nessuna simpatia per il regime iraniano degli ayatollah, nessun lutto per la morte di un feroce tiranno, ma pensare che la sua uscita di scena avvii necessariamente una transizione verso la democrazia è, nella migliore delle ipotesi, di una ingenuità disarmante o frutto di una cecità ideologica. E certamente chi l'ha provocata non lo pensa. L'obiettivo è invece un governo che rientri nell'orbita occidentale, democratico o dittatoriale che sia. Del resto era una dittatura anche quella dello Scià di Persia, rovesciato a favore della Repubblica islamica.
Perché, contrariamente a quello che si vuol fare credere con la propaganda, nel mondo non c'è una lotta tra democrazie e dittature. Ci sono invece guerre per definire le rispettive zone d'influenza tra potenze, regionali e mondiali. La caduta di Assad in Siria serviva non per stabilire la democrazia e rispettare la libertà religiosa, ma per eliminare un alleato della Russia e dell'Iran, nonché "competitor" di Israele. Tanto è vero che i Paesi occidentali hanno scandalosamente legittimato un nuovo governo chiaramente jihadista.
Se fosse il tasso di democraticità a dettare l'agenda, l'Arabia Saudita - che malgrado le recenti riforme resta una brutale dittatura - non potrebbe essere il più importante alleato dell'Occidente nella regione. E se davvero si volessero colpire anzitutto i finanziatori del jihadismo anti-occidentale (e anche anti-israeliano) bisognerebbe iniziare dal Qatar, che invece gode dello status di "maggiore alleato non-Nato" ed è sede della principale base americana nella regione. E con gli esempi si potrebbe continuare a lungo.
La lotta per la libertà in Iran, la protesta degli studenti e delle donne, va certamente sostenuta, ma proprio come passione per il rispetto della vita e della dignità umana. Quello a cui stiamo assistendo invece è un uso strumentale della sofferenza del popolo iraniano per giustificare tutt'altro tipo di interessi, a cui - se servisse - si potrà tranquillamente sacrificare anche la libertà e la democrazia.
Nota di BastaBugie: Gianandrea Gaiani nell'articolo seguente dal titolo "Una guerra senza prospettive che mette ko l'Europa" spiega perché ancora una volta USA e Israele sembrano avere tutto l'interesse a destabilizzare aree che sul piano energetico e geopolitico sono nel "cortile di casa" degli europei. L'unica certezza è che il conflitto colpirà duramente l'Europa e i suoi interessi economici. A cominciare dall'approvvigionamento del petrolio.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 3 marzo 2026:
Mentre la politica si divide in Italia e in Europa tra il sostegno e la critica all'avventura militare israelo-statunitense contro l'Iran, l'unica certezza al momento è che il conflitto colpirà ancora una volta duramente l'Europa e i suoi interessi strategici ed economici.
Non solo perché non vi sono prospettive né piani per gestire politicamente questa crisi una volta terminati i bombardamenti, ma soprattutto perché intelligence statunitense e Pentagono hanno confermato che non c'erano elementi che facessero prevedere un attacco iraniano a Israele o alle basi degli USA in Medio Oriente,
Come nel 2003, quando l'Amministrazione Bush motivò l'invasione dell'Iraq con le armi di distruzione di massa in mano al regime di Saddam Hussein risultate inesistenti, oggi Donald Trump sostiene contro ogni rapporto internazionale che l'Iran era sul punto di attaccare gli Stati Uniti e di costruire armi nucleari. Curiosamente, lo stesso Trump aveva dichiarato nel giugno 2025, dopo i raids dei bombardieri B-2 sui siti atomici iraniani, che il programma nucleare di Teheran era stato cancellato.
Benjamin Netanyahu sostiene da oltre 20 anni che l'Iran è sul punto di dotarsi di armi atomiche ma non ha mai aperto a ispezioni internazionali l'arsenale nucleare israeliano, che Tel Aviv non ha mai ammesso di possedere ma che conterebbe circa 150 testate con missili balistici a lungo raggio.
L'Europa è ancora una volta vittima designata dell'iniziativa militare di nazioni, Stati Uniti e Israele, che ci si ostina a voler considerare alleate, nonostante nessun europeo sia stato avvisato dagli Sati Uniti dell'imminente attacco all'Iran.
I militari italiani che in Iraq e Kuwait rischiano, oggi come nella guerra dei 12 giorni del giugno 2025, di venire coinvolti nella risposta missilistica iraniana contro le basi statunitensi, sono schierati laggiù per aiutare il governo di Baghdad a combattere lo Stato Islamico, non per fare da bersagli in seguito agli attacchi statunitensi all'Iran.
La decisione britannica di non partecipare ai raids sull'Iran ma di consentire agli USA di impiegare le loro basi a Cipro ha portato la guerra a lambire l'Europa.
I missili e i droni iraniani lanciato contro le due basi britanniche a Cipro, giuridicamente territorio britannico, espone di fatto uno stato membro della UE (di cui ora Nicosia ha la presidenza semestrale) a un conflitto che rischia di infiammare l'intero Medio Oriente e il Mediterraneo Orientale.
Ancora una volta USA e Israele sembrano avere tutto l'interesse a destabilizzare aree che sul piano energetico e geopolitico sono nel "cortile di casa" degli europei e che avremmo tutto l'interesse a mantenere stabili.
Dopo aver rinunciato all'energia in quantità infinita e a prezzi convenienti offerta dalla Russia, oggi l'Europa paga per prima il prezzo della guerra in Medio Oriente e della chiusura dello Stretto di Hormuz e della ripresa degli attacchi delle milizie Houthi contro i mercantili in transito nel Mar Rosso da e per il Mediterraneo.
Una sorta di "tempesta perfetta" che rientra certamente negli interessi di Washington, che vedrà così aumentare l'export del petrolio e gas a prezzi consistenti, il cui rialzo assicura agli Stati Uniti di continuare le estrazioni con la tecnica della frantumazione delle rocce (fracking) non più conveniente se le quotazioni scendono sotto i 62 dollari al barile.
Domenica Trump ha affermato che l'effetto dell'attacco all'Iran sul prezzo del petrolio potrebbe essere meno forte rispetto a quanto pensano gli analisti ipotizzando un forte aumento «se le cose vanno male. Vedremo cosa succede».
Il Brent aveva chiuso venerdì quotato poco meno di 73 dollari al barile ma ieri ha raggiunto gli 82 dollari, dopo essere già aumentato di oltre il 20% dall'inizio dell'anno, in parte in previsione di un attacco contro Teheran. Sebbene l'Opec abbia concordato di aumentare la propria produzione di 206.000 barili al giorno a partire da aprile, secondo gli analisti il petrolio aggiuntivo avrà uno scarso impatto sul mercato se dovessero continuare le interruzioni delle forniture dovute all'escalation del conflitto.
L'attività nello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita oltre un quinto del petrolio, il 20 per cento dei prodotti petroliferi e il 20 per cento del gas mondiale, si è fermata in seguito alla guerra, con decine di petroliere bloccate attorno all'accesso allo stretto mentre le compagnie assicurative, hanno avvertito che i premi aumenteranno bruscamente per qualsiasi nave che desideri transitare nello Stretto.
Si impenna anche il prezzo del gas dopo l'annuncio della sospensione della produzione di GNL del Qatar: ieri ad Amsterdam il Ttf è salito
Salvare Jimmy Lai, non dimenticare Hong Kong
2026/02/24
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8464
SALVARE JIMMY LAI, NON DIMENTICARE HONG KONG di Riccardo Cascioli
Ora che la condanna di Jimmy Lai a 20 anni di detenzione è stata pronunciata dal tribunale di Hong Kong, la partita si sposta sul piano internazionale e il caso dell'editore-direttore del quotidiano Apple Daily potrebbe diventare una delle pedine da muovere nella complessa partita a scacchi che dovrà stabilire nuovi equilibri geopolitici.
Le reazioni di ieri al verdetto hanno già messo in mostra quali saranno le possibili mosse. Il governo cinese, per bocca del ministro degli Esteri Lin Jian, nell'esprimere «pieno sostegno» al governo di Hong Kong e alla condanna impartita dai giudici a difesa della sicurezza nazionale, ha mandato un messaggio chiaro a Londra e Washington: i Paesi coinvolti devono «rispettare la sovranità della Cina e il sistema legale di Hong Kong, astenersi dal fare dichiarazioni irresponsabili, non interferire nel sistema giudiziario di Hong Kong o negli affari interni della Cina in alcuna forma». Da parte sua il segretario di Stato americano Marco Rubio, parlando di «conclusione ingiusta e tragica di questo caso» chiede che la Cina conceda a Jimmy Lai «la libertà vigilata per motivi umanitari», richiesta condivisa anche dal governo britannico per bocca del ministro degli Esteri Yvette Cooper. La richiesta è giustificata sia dall'età di Jimmy Lai (ha compiuto 78 anni lo scorso dicembre) sia dalle sue condizioni di salute ulteriormente deterioratesi in questi anni di prigionia.
La possibilità - e la speranza - è che il caso Jimmy Lai entri in qualche negoziato - commerciale, militare, politico - così da poter arrivare a una sua liberazione per motivi umanitari, magari con un esilio nel Regno Unito insieme alla sua famiglia, mantenendo la Cina il principio di gestire Hong Kong a suo piacimento e magari ottenendo in cambio qualche concessione da Usa e Regno Unito.
LA QUESTIONE HONG KONG
Una soluzione del genere a questo punto sarebbe certo auspicabile per quanto riguarda la sorte di Jimmy Lai, ma lascerebbe comunque irrisolta la questione Hong Kong. Perché, ricordiamolo, se Jimmy Lai è diventato giustamente il simbolo della battaglia per la libertà e la democrazia, in condizioni analoghe alle sue ci sono altri giornalisti e attivisti pro-democrazia: ieri sono stati condannati con lui altri 8 (sei ex dipendenti di Apple Daily e due esponenti di associazioni democratiche) a pene che vanno dai sei ai dieci anni. E nei prossimi giorni - come ricordava ieri AsiaNews - si attende la sentenza per tre altri attivisti democratici che rischiano fino a dieci anni di galera per sedizione: l'avvocato Chow Hang-tung (40 anni), Lee Cheuk-yan (68) e Albert Ho (74), in prigione dal 2021.
"Salvare" Jimmy Lai e chiudere gli occhi su tutto il resto sarebbe una politica miope, perché il soffocamento di Hong Kong ha un significato che va ben oltre il destino degli oltre sette milioni di abitanti dell'ex colonia britannica.
Quello che sta accadendo è una palese violazione dell'accordo sino-britannico con cui il Regno Unito restituiva Hong Kong alla Cina il 1° luglio 1997, accordo in base al quale sotto lo slogan "un Paese, due sistemi", Pechino garantiva che gli abitanti di Hong Kong avrebbero goduto per 50 anni il mantenimento degli stessi diritti e libertà garantite nella colonia dal Regno Unito. In questi 28 anni invece si è assistito da parte di Pechino alla progressiva e sistematica distruzione del sistema Hong Kong sulla base di interpretazioni soggettive, per non dire puramente arbitrarie, degli accordi sottoscritti.
Il che è abbastanza per comprendere che la principale difficoltà nel trattare con il regime comunista cinese è proprio la sua inaffidabilità. Cosa che spiega peraltro quanto sta accadendo con l'accordo segreto sino-vaticano per la nomina dei vescovi cattolici. Finora la Santa Sede ha sempre fatto buon viso a cattivo gioco arrivando sempre con umiliante ritardo a ratificare le nomine decise unilateralmente da Pechino che, non per niente, nei comunicati ufficiali ignora sempre la Santa Sede.
UN SILENZIO IMBARAZZATO E IMBARAZZANTE
A questo proposito, qui sta l'altro aspetto sconcertante della vicenda di Jimmy Lai: il totale silenzio del Vaticano, ma anche della Chiesa di Hong Kong. Le cronache dei media di tutto il mondo fanno risaltare semplicemente la storia di un imprenditore ed editore che ha condotto una battaglia per la libertà e la democrazia, ne fanno un simbolo della libertà di stampa, ma la storia di Jimmy Lai è molto più di questo.
È una storia di fede, la storia di un convertito che nell'incontro con Cristo ha compreso anche il senso della sua battaglia per la libertà. Ed è significativa la presenza costante e silenziosa ad ogni udienza in tribunale del cardinale Joseph Zen, che lo ha battezzato nel 1997. Gli anni di carcere, come ha testimoniato alla Bussola una ex giornalista del suo quotidiano Apple Daily, ci hanno mostrato un vero confessore della fede, una testimonianza di martirio bianco.
E il Vaticano lo ignora completamente, più preoccupato di non dispiacere il regime comunista cinese che non di manifestare vicinanza e solidarietà a un fratello perseguitato, valorizzandone anche l'esempio per tutti i credenti. Ieri i media vaticani non hanno neanche dato la notizia della sentenza: Vatican News e Osservatore Romano riportavano notizie da tutto il mondo, dalla vittoria elettorale in Giappone del primo ministro Sanae Takaichi ai massacri in Congo, dalla morte del fisico Antonino Zichichi ai nuovi insediamenti israeliani in Cisgiordania. Ma della condanna di Jimmy Lai, che pure era sui giornali di tutto il mondo, di destra e di sinistra, neanche una riga.
Un silenzio imbarazzato e imbarazzante, che la dice lunga sul disastro che la Segreteria di Stato vaticana sta provocando con il dossier cinese.
Caso Epstein, una lezione sul potere di questo mondo
2026/02/03
VIDEO: Il film sulla pedofilia ➜ https://www.youtube.com/watch?v=fXuKi3vKR4Q
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8445
CASO EPSTEIN, UNA LEZIONE SUL POTERE DI QUESTO MONDO di Riccardo Cascioli
La diffusione il 30 gennaio di altre 3 milioni di pagine, tra cui 2mila video e 180mila immagini, dei cosiddetti Epstein files, come era ampiamente prevedibile ha scatenato un mare di polemiche e attacchi reciproci. All'appello mancano ancora due milioni di pagine, che sono quelle che dovrebbero fare più riflettere. Ha detto infatti il vice procuratore generale Todd Blanche che questi documenti e immagini non sono stati pubblicati perché riguardano «immagini di abusi sessuali, pedo-pornografia, morte, ferite e abusi fisici».
Curiosamente, questa dichiarazione è anche ciò di cui si parla meno, anzi, praticamente nulla: molto più interessante concentrarsi sulla presenza del presidente americano Donald Trump o dell'ex presidente Bill Clinton, delle malattie veneree che si sarebbe preso il fondatore di Microsoft Bill Gates o delle perversioni del principe britannico Andrea. Vale a dire che l'interesse dei media è per la strumentalizzazione politica che se ne può trarre o per la pruriginosa curiosità che certi personaggi generano.
Invece il caso Epstein dovrebbe soprattutto essere preso come una lezione sul Potere o, meglio, sul Potere che governa questo mondo.
Intanto, proprio il personaggio chiave: Jeffrey Epstein, una carriera iniziata con l'insegnamento della matematica in una scuola secondaria per poi approdare alla finanza e scalarne le vette, si dice grazie a una straordinaria capacità di tessere relazioni sociali. Eppure rimane misterioso come il figlio di un giardiniere e di una casalinga di Brooklyn possa diventare dal nulla un miliardario in grado di manovrare politici e uomini d'affari di mezzo mondo. Ed è quantomeno curioso come possa essere arrivato impunemente a gestire un vero e proprio traffico di esseri umani quando già poco più che ventenne era stato segnalato nella scuola dove insegnava per le attenzioni morbose verso le studentesse minorenni. E come abbia comunque potuto sviluppare il suo turpe commercio dopo una prima pena mite ottenuta con un vergognoso patteggiamento nel 2008 per sfruttamento della prostituzione: 18 mesi di detenzione poi ridotti a 3 mesi e mezzo più altri dieci mesi scarsi di uscita quotidiana per il lavoro.
LA FREQUENTAZIONE DELLE RESIDENZE DI EPSTEIN
Fino al secondo arresto nel 2019 per denunce che non si potevano evidentemente più ignorare, a cui si è sommato il sequestro dei documenti, immagini e filmati di cui si parla in questi giorni, Epstein ha costruito una incredibile rete di relazioni influenti internazionali che coinvolgono uomini politici di peso (uno per tutti l'ex premier israeliano Ehud Barak), servizi segreti di Paesi come Russia e Israele, uomini d'affari miliardari, tutti ricattabili o ricattati.
E qui è il punto: la frequentazione delle residenze di Epstein, inclusa la famosa isola privata caraibica Little Saint James, e l'uso del suo aereo personale, non hanno colore politico né bandiera nazionale. Anche se le donazioni elettorali americane di Epstein favorivano nettamente il Partito democratico, le "amicizie" andavano ben oltre, erano trasversali e transnazionali. E la capacità di condizionare la vita personale, gli affari e le decisioni politiche ed economiche altrettanto.
Non per niente già a settembre, dopo la pubblicazione dei primi file, è stato rimosso da ambasciatore britannico negli Stati Uniti Lord Peter Mandelson, che ora si scopre aver passato a Epstein informazioni confidenziali quando era ministro dell'Economia nel governo Brown; mentre in Slovacchia si è dovuto dimettere il consigliere per la sicurezza del premier Fico, Miroslav Lajčák; e non parliamo dello sconquasso provocato nelle famiglie reali britannica e norvegese.
Certo, bisogna anche essere attenti a non fare di ogni erba un fascio: non tutti i nomi che appaiono negli Epstein files sono necessariamente colpevoli di misfatti, ma come funziona il Potere è comunque chiaro: c'è un livello superiore, ai più sconosciuto, che facendo leva su debolezze e perversioni e usando l'arma del ricatto condiziona in diversi modi governi, parlamenti, economie.
VIZI E PERVERSIONI
Ed è una cosa che va ben oltre la soddisfazione di vizi e perversioni che i ricchi e i potenti pensano di potersi permettere. Non parliamo cioè di cose simili alle "cene eleganti" di Arcore, magari in una dimensione extralarge: qui siamo proprio a un altro livello, quello che seleziona chi conta e chi no. E l'accenno del vice Procuratore generale Blanche a morti, torture e pedopornografia fa piuttosto pensare a una élite legata anche a riti iniziatici, satanisti.
Oltre 1.200 sono le vittime identificate, ha detto Blanche, una enormità: 1200 ragazze, molte minorenni, sacrificate sull'altare del Potere, usate come oggetto di piacere, ridotte a schiave sessuali, torturate e poi abbandonate come stracci ormai inservibili. Il caso più conosciuto è quello di Virginia Giuffré, la grande accusatrice del principe Andrea oltre che di Epstein e della sua complice Ghislaine Maxwell, suicidatasi nell'aprile 2025 e di cui sono uscite postume le memorie (Nobody's girl, la ragazza di nessuno). Ma come lei tutte le altre.
Perché il Potere del mondo è questo - di "sistemi Epstein" ce ne sono molti -, non riconosce la dignità delle persone che sta nell'essere fatte a immagine e somiglianza di Dio, le usa per i propri fini, semina sofferenze e morte, distrugge tutto ciò che è umano.
Per questo non basta indignarsi o semplicemente puntare l'indice come se noi fossimo semplicemente lontani spettatori o ci ritenessimo immuni dal fascino che il Potere esercita. E men che meno siamo chiamati a partecipare al gioco del "chi è più corrotto" per far prevalere una parte politica sull'altra.
Siamo invece chiamati anzitutto a riconoscere che solo l'appartenenza a Cristo e alla Chiesa dà a noi e a ciascuno piena dignità umana, ci rende liberi da questo Potere e capaci di costruire luoghi di umanità che possono generare speranza e vincere questo obbrobrio che sa di morte.
Nota di BastaBugie: nel seguente video dal titolo "Sound of Freedom, il film più importante mai fatto in America" (durata: 35 minuti) Jim Caviezel, l'attore principale del film, e Tim Ballard, il vero protagonista della storia raccontata nel film, denunciano il traffico di bambini e il racket della pedofilia in atto negli Stati Uniti.
Per approfondimenti sul film Sound of freedom e per vedere il trailer, clicca nel seguente link.
https://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=124
video
https://www.youtube.com/watch?v=fXuKi3vKR4Q
Attacco Usa in Venezuela: l'illusione che a risolvere sia la forza
2026/01/06
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8407
ATTACCO USA IN VENEZUELA: L'ILLUSIONE CHE A RISOLVERE SIA LA FORZA
di Riccardo Cascioli
Non era difficile prevedere l'epilogo della crisi apertasi tra Stati Uniti e Venezuela, ne avevamo parlato giusto un mese fa. È stata una guerra lampo quella lanciata dal presidente americano Donald Trump all'alba del 3 gennaio e si è conclusa nel giro di poche ore con l'arresto del presidente venezuelano Nicolas Maduro e la sua deportazione a New York dove già oggi dovrebbe comparire a processo. Se "l'operazione antiterrorismo" - come l'ha definita Trump, anche per aggirare l'altrimenti necessaria approvazione del Congresso - è stata rapida, bisognerà attendere per capire come evolverà la situazione in Venezuela e non solo.
Ovviamente in queste ore si sprecano le analisi e gli approfondimenti, e anche noi ne facciamo (vedi nota in fondo all'articolo), ma prima di tutto c'è una domanda che non può essere evitata davanti a un intervento militare del genere: il fine giustifica i mezzi? Ammesso che un fine sia legittimo - come l'abbattimento di un regime criminale che estende i suoi danni anche al di fuori dei confini nazionali - è lecito qualsiasi mezzo per raggiungere l'obiettivo, inclusa la violazione delle più elementari norme di diritto internazionale?
La risposta non può che essere negativa.
Nessuna simpatia - e i nostri lettori lo sanno bene - per il regime socialista bolivariano instaurato dal presidente Hugo Chavez a partire dal 1999 e proseguito dopo la sua morte con il delfino Maduro. Un regime che ha ridotto alla fame il Venezuela, con oltre sei milioni di rifugiati all'estero; ha creato una feroce macchina repressiva, con migliaia di arresti arbitrari; ha trasformato il Paese in una centrale del narcotraffico; ha dato ospitalità a gruppi terroristi (vedi le colombiane Farc ma anche Hezbollah) puntando a destabilizzare soprattutto altri Stati latino-americani. E poi ha perpetuato il potere truccando le elezioni, incluse le ultime del luglio 2024 quando Maduro è stato proclamato presidente al posto di quello che gli osservatori stranieri ritengono il vero vincitore, il candidato delle opposizioni Edmundo González Urrutia (dopo l'esclusione di Maria Corina Machado, recente premio Nobel per la Pace).
Comprensibile quindi la gioia di moltissimi venezuelani alla notizia dell'arresto di Maduro; ma a parte le incertezze su quello che accadrà ora, rimane la questione di fondo.
Non solo perché chiaramente i motivi veri dell'intervento statunitense non hanno a che fare con la democrazia e il rispetto dei diritti umani (peraltro non è scontato che l'arresto di Maduro porti automaticamente a una transizione democratica), e primariamente neanche con narcotraffico e petrolio. È chiaro che la guerra lampo in Venezuela rientra nel più ampio disegno di una risistemazione degli equilibri mondiali fondata su zone d'influenza, o sulla definizione e rispetto dei "cortili di casa" delle grandi potenze. E il recente documento dell'amministrazione Trump sulla strategia di sicurezza nazionale considera chiaramente tutto il continente americano cortile degli Stati Uniti.
Si potrebbe dire che non è niente di nuovo, le grandi potenze da sempre cercano di esercitare la loro influenza sui Paesi strategicamente importanti, ed è vero. Ma il punto è che l'intervento militare, l'aggressione, non può essere un mezzo accettabile anche quando il fine può essere considerato buono.
Del resto è anche un'illusione, più volte dimostrata dalla storia, quella di poter creare condizioni di pace attraverso la guerra. Le guerre creano solo altre guerre, il riarmo chiama il riarmo. L'esperienza anche recente suggerisce che il dopo-Maduro potrebbe non essere per nulla pacifico e democratico; e inoltre l'intervento americano in Venezuela non è un episodio isolato: altri Paesi sono già nel mirino di Trump, Cuba e Iran su tutti. Non bisogna poi dimenticare il contesto internazionale, l'Ucraina "cortile di casa" della Russia e la Cina così incoraggiata e pronta ad annettersi Taiwan, solo per citare i casi più eclatanti che promettono di moltiplicare conflitti e tensioni.
Nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, papa Leone XIV ha affrontato proprio questo punto, invitando a rovesciare questa mentalità e ricordando che la pace non è una méta lontana ma «una presenza e un cammino» che vanno accolti e riconosciuti: «Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace», dice il Papa, che aggiunge: «Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze». È la descrizione precisa del clima culturale in cui siamo immersi, in cui la guerra a tutti i livelli non solo appare inevitabile ma addirittura desiderabile; liquidare il cattivo di turno senza badare troppo alla forma viene chiamato giustizia; e l'uso della violenza e il cinismo vengono considerati realismo politico.
Nota di BastaBugie: Stefano Magni nell'articolo dal titolo "Dopo l'arresto di Maduro non c'è un cambio di regime" ed Eugenio Capozzi nell'articolo dal titolo "Strategia di sicurezza nazionale trumpiana, il test del Venezuela" parlano del blitz in Venezuela e del conseguente arresto del dittatore Nicolas Maduro, coerente con la nuova Strategia di sicurezza nazionale di Trump, per la quale il continente americano deve essere rimesso in sicurezza da ingerenze ostili.
DOPO L'ARRESTO DI MADURO NON C'È UN CAMBIO DI REGIME
Con un blitz da manuale, le forze speciali americane hanno catturato il dittatore venezuelano Nicolas Maduro e lo hanno portato, in arresto, a New York dove verrà processato per narcotraffico. Non si era mai vista una "guerra" tanto breve e relativamente indolore, con zero perdite fra gli statunitensi e 40 morti fra i venezuelani. Ma adesso, che ne sarà del Venezuela? Se si dava per scontato un cambio di regime e un'affermazione delle forze democratiche, coalizzate attorno alla figura carismatica di Maria Corina Machado (premio Nobel per la Pace), l'intenzione di Trump sembrerebbe quella di tenere in piedi il regime comunista e controllarlo dall'esterno, per gestire il petrolio del paese nel modo più sicuro e "tranquillo" possibile. Questo, almeno, è ciò che si deduce dalla stessa conferenza stampa congiunta di Donald Trump, con Marco Rubio (Segretario di Stato) e Pete Hegseth (Segretario alla Guerra).
Così si abbatte un dittatore per tenere in piedi la sua dittatura? Prima di tutto è bene vedere come si sia arrivati sino a questo punto. Trump ha considerato illegittimo il presidente Nicolas Maduro sin dal 2019, durante il suo primo mandato alla Casa Bianca. Nel 2019 il successore di Hugo Chavez era stato riconfermato a seguito di elezioni fortemente contestate e palesemente truccate, costringendo all'esilio il principale oppositore Juan Guaidó. Nel 2020, Maduro era stato formalmente incriminato per traffico di droga dalla magistratura statunitense. Nel 2024, rieletto a seguito di elezioni ancor più palesemente fraudolente, a scapito del vero vincitore Edmundo Gonzalez Urrutia (ora in esilio in Spagna), Maduro è stato considerato illegittimo anche dall'amministrazione Biden e dall'Unione Europea. Nei primi mesi del secondo mandato, Trump ha raddoppiato la taglia sul dittatore venezuelano.
Fra l'agosto 2025 e sabato 3 gennaio 2026, giorno del blitz, la pressione militare americana nei Caraibi non ha fatto che aumentare. Lo scopo dichiarato era quello di fermare il narcotraffico e tutti i barchini rapidi trovati sulle rotte della droga, anche senza previa ispezione, sono stati fatti saltare dalla Marina statunitense, provocando in tutto 120 morti, un'operazione di dubbia legalità (anche secondo le stesse leggi americane) che andava ben oltre il contrasto al traffico di droga. Nel frattempo, che lo scopo fosse più alto rispetto alla lotta antidroga, lo si deduceva dalla quantità e dalla qualità delle forze schierate a ridosso del Venezuela: la portaerei Ford, un sottomarino nucleare, un incrociatore lanciamissili e navi d'assalto anfibio con una forza di 10mila marines.
Con un'operazione simil-militare, Trump ha anche favorito l'esfiltrazione di Maria Corina Machado, permettendole di presenziare, a Oslo, alla cerimonia del Nobel per la Pace appena assegnatole. Un'ennesima umiliazione per Maduro, le cui proposte di trattative (l'ultima il 2 gennaio, alla vigilia del blitz) sono cadute inesorabilmente nel vuoto. Insomma, tutto faceva pensare a un cambio di regime. Una volta arrestato Maduro, Maria Corina Machado ha dichiarato, a nome di tutta l'opposizione: «Siamo pronti per far valere il nostro mandato e prendere il potere». Ma il futuro dell'opposizione ora è incerto, proprio per la proverbiale imprevedibilità del presidente americano.
Trump afferma che Delcy Rodriguez, vicepresidente di Maduro e presidente ad interim, rimarrà al suo posto e "collaborerà" con gli Usa. Al contrario, Maria Corina Machado, la "Lech Walesa del Venezuela", viene liquidata da Trump con parole sprezzanti: «non ha il sostegno o il rispetto per guidare il Venezuela».
Alla domanda se Delcy Rodríguez abbia fatto qualche promessa durante la telefonata dopo la cattura di Nicolás Maduro, tra cui l'espulsione degli avversari americani dal Venezuela, il Segretario di Stato Marco Rubio ha risposto stando sul vago: «Vedremo cosa succederà in futuro».
La nuova presidente del Venezuela, come prima cosa, chiede la scarcerazione immediata di Maduro e non si mostra affatto col
Jimmy Lai è colpevole: esito scontato a Hong Kong di un processo-farsa
2025/12/30
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8398
JIMMY LAI E' COLPEVOLE: ESITO SCONTATO A HONG KONG DI UN PROCESSO-FARSA
di Riccardo Cascioli
«Colpevole». Come era ampiamente previsto. I tre giudici della Corte di Hong Kong hanno trovato Jimmy Lai, l'imprenditore ed editore cattolico in carcere dal 2020 per la sua battaglia in difesa della libertà e della verità, colpevole per tutti e tre i capi d'accusa: due riguardanti la presunta cospirazione e collusione con forze straniere in base alla Legge sulla sicurezza nazionale che il governo cinese ha imposto a Hong Kong nel 2020 per reprimere il movimento democratico; il terzo per aver pubblicato materiale sedizioso sul suo giornale Apple Daily, che le autorità hanno chiuso d'imperio nel 2021.
Per le due accuse di cospirazione è previsto il carcere a vita, ma bisogna dire che anche una detenzione limitata significherebbe la morte in prigione per Jimmy Lai, che lo scorso 8 dicembre ha compiuto 78 anni e ha gravi problemi di salute - diabete e ipertensione - che stanno rapidamente peggiorando a causa delle condizioni in prigionia. Sulla pena concreta che gli verrà addebitata inizierà ora un altro procedimento, con una prima udienza già fissata per il 12 gennaio 2026. Gli avvocati difensori hanno detto che Jimmy non ha ancora deciso se farà appello contro il verdetto di colpevolezza.
Jimmy Lai, a cui è stato assegnato alla Giornata della Bussola lo scorso 25 ottobre il premio "Fatti per la Verità" (ritirato da suo figlio Sebastien), ha ascoltato immobile il verdetto e le parole della giudice Esther Toh che lo ha accusato di aver sempre nutrito «risentimento e odio» nei confronti della Cina. Nell'aula stracolma erano presenti anche sua moglie Teresa, il figlio Augustin e il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong e lui stesso simbolo della lotta per la libertà di Hong Kong e della Chiesa nonché grande amico di Jimmy Lai, che ha ricevuto nella Chiesa cattolica nel 1997 (nella foto LaPresse, il loro arrivo insieme in tribunale). Una grande folla ha atteso il verdetto anche all'esterno del tribunale, a testimonianza del sostegno della popolazione locale per colui che è considerato il simbolo della battaglia per la democrazia a Hong Kong.
LA LEGGE SULLA SICUREZZA NAZIONALE
E come tale è giudicato dal regime cinese, come dimostrano le prime reazioni alla sentenza. L'Ufficio cinese per la sicurezza nazionale con sede a Hong Kong ha rilasciato un comunicato definendo Lai «un burattino delle forze esterne anti-cinesi» che ha tentato una «rivoluzione colorata» nella città. «Condanniamo fermamente la manipolazione politica di Hong Kong da parte di un piccolo numero di politici occidentali e media anti-cinesi con il pretesto dei 'diritti umani' e della 'libertà', che scagionano esplicitamente Jimmy Lai».
E di fronte alle proteste internazionali per questo processo che si trascina da tre anni, il ministero degli Esteri cinese ha duramente condannato i Paesi che «diffamano» il sistema giudiziario di Hong Kong, esortando al rispetto della sovranità della Cina. La stessa Cina, bisogna aggiungere, che nel trattato firmato con il Regno Unito per il ritorno dell'ex colonia britannica nel 1997, aveva garantito per 50 anni autonomia a Hong Kong sotto lo slogan "Un Paese, due sistemi". Promessa, neanche a dirlo, immediatamente tradita e ne è prova proprio la Legge sulla Sicurezza nazionale, con conseguente arresto e processo a Jimmy Lai oltre che ad altri esponenti democratici di Hong Kong.
Peraltro è proprio il sistema giudiziario di Hong Kong, che è stato sistematicamente sovvertito, come afferma anche il comunicato diffuso da Caoilfhionn Gallagher, responsabile del team legale internazionale che si occupa della difesa di Jimmy Lai (al proposito bisogna ricordare che la Cina vieta ora la possibilità ai cittadini di Hong Kong di avere difensori stranieri): «Il verdetto odierno è una macchia sul sistema giuridico di Hong Kong, un tempo invidiabile - ha detto la Gallagher -. Un uomo coraggioso e brillante di 78 anni è stato condannato con questo verdetto vendicativo e gravemente ingiusto, condannato per il solo fatto di essere un editore e giornalista di successo e un attivista pacifico e devoto alla causa della democrazia. Dopo cinque lunghi anni di detenzione in violazione del diritto internazionale, è ora di porre fine a questo processo farsa e di rilasciare Lai. Se la Cina non lo rilascerà immediatamente e incondizionatamente, la comunità internazionale dovrà chiamarla a rispondere delle sue responsabilità».
UN PROCESSO FARSA
«È un processo farsa e un atto vergognoso di persecuzione», ha commentato il verdetto odierno Beh Lih Yi, direttore dell'area Asia-Pacifico della Commissione per la Protezione dei Giornalisti: «La sentenza sottolinea il totale disprezzo di Hong Kong per la libertà di stampa - ha affermato - L'unico crimine di Jimmy Lai è quello di dirigere un giornale e difendere la democrazia».
«Oggi è un giorno buio per chiunque crede nella verità, nella libertà e nella giustizia - ha commentato Sebastien Lai, costretto a vivere a Londra -. Io e la mia famiglia siamo rattristati ma non sorpresi dal verdetto di colpevolezza per mio padre. Siamo sempre stati consapevoli che mio padre è stato perseguito soltanto per il suo giornalismo coraggioso e il suo incrollabile impegno per la democrazia. La condanna odierna è il culmine di una persecuzione da parte delle autorità cinesi e di Hong Kong. È un attacco ai valori che ci sono più cari. Ora spetta al governo britannico difendere questi valori assicurando il rilascio di mio padre, prima che sia troppo tardi». Bisogna infatti ricordare che Jimmy Lai è anche cittadino britannico.
Anche un'altra figlia di Jimmi Lai, Claire, ha voluto rilasciare una dichiarazione, riferendosi soprattutto alle precarie condizioni di salute del padre: «Avendo trascorso gli ultimi anni a Hong Kong, ho assistito personalmente al rapido deterioramento della salute di mio padre - ha detto -. Ha 78 anni e ha trascorso cinque anni in condizioni terribili, e siamo preoccupati per quanto ancora potrà sopportare. Questo verdetto dimostra che le autorità continuano a temere nostro padre, anche nel suo stato di debolezza, per ciò che rappresenta. Ribadiamo la sua innocenza e condanniamo questo errore giudiziario. Ci auguriamo che gli Stati Uniti continuino a esercitare pressioni affinché mio padre possa tornare dalla nostra famiglia e riprendersi in pace».
Non sono un caso i riferimenti a Regno Unito e Usa. Il caso infatti ha anche una grossa ripercussione internazionale. Il ministero degli Esteri britannico ha prontamente condannato la «persecuzione politica» di Jimmy Lai, mentre si ricorderà che il presidente americano Donald Trump aveva in ottobre dichiarato di aver sollevato il caso di Jimmy Lai nel corso del vertice con Xi Jinping, chiedendone la liberazione.
Anche il governo italiano, in occasione della presenza di Sebastien Lai in Italia per la Giornata della Bussola, ha chiesto la liberazione di Jimmy Lai con un comunicato dell'inviato speciale del Ministro degli Esteri per la promozione della libertà religiosa, Davide Dionisi, che ha personalmente incontrato il figlio dell'imprenditore di Hong Kong.
Nota di BastaBugie: Riccardo Cascioli nell'articolo seguente dal titolo "La Cina non si tocca, in Vaticano congiura del silenzio su Jimmy Lai" parla di come sia stata ignorata totalmente dai media vaticani e dalla Santa Sede la notizia della condanna dell'editore cattolico di Hong Kong Jimmy Lai. È un altro frutto perverso dell'accordo segreto Cina-Vaticano: in nome della ragion politica si abbandonano i cattolici nelle mani dei loro persecutori.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 16 dicembre 2025:
Per tutta la giornata di ieri sono proseguite le dichiarazioni di condanna contro le autorità cinesi e di Hong Kong per il verdetto di colpevolezza per cospirazione e sedizione nei confronti di Jimmy Lai, imprenditore ed editore assurto a simbolo della battaglia di Hong Kong per la libertà e la democrazia. Anche l'Unione Europea, con una nota del Servizio europeo per l'azione Esterna, ha parlato di «processo politico» e di «erosione della democrazia e delle libertà fondamentali a Hong Kong dall'entrata in vigore della Legge sulla Sicurezza nazionale nel 2020»; e ha chiesto «il rilascio immediato e incondizionato di Jimmy Lai». Sulla stessa lunghezza d'onda anche il senatore italiano di Fratelli d'Italia Giulio Terzi, secondo il quale «con le accuse pretestuose di sedizione e collusione con forze straniere, i giudici hanno privato della libertà un cittadino britannico e distrutto la reputazione di Hong Kong come spazio di libertà di espressione, di stampa, di religione, di impresa». Altri duri comunicati anche da organizzazioni umanitarie come The Committee for Freedom in Hong Kong Foundation, Human Rights Watch, Amnesty International e Reporters sans Frontières.
Ma c'è un dettaglio che in tutto questo coro internazionale di proteste sfugge: è vero, Jimmy Lai è un simbolo della battaglia per la libertà e la democrazia a Hong Kong, ma è soprattutto un cattolico che dal momento della sua conversione - è stato battezzato nel 1997 dal cardinale Joseph Zen, arcivescovo emerito di Hong Kong - ha vissuto in modo nuovo sia la sua professione di editore sia la sua battaglia civile, fino ad accettare il carcere per vivere fino in fondo la sua testimonianza alla Verità.
Ricordavamo nell'articolo che gli abbiamo dedicato in occasione del conferimento del premio "Fatti per la Verità", consegnato a suo figlio Sebastien nel corso della Giornata dell
Ci vogliono far diventare tutte famiglie nel bosco
2025/12/09
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8374
CI VOGLIONO FAR DIVENTARE TUTTE FAMIGLIE NEL BOSCO di Riccardo Cascioli
La vicenda di quella che è ormai nota come "famiglia del bosco" rappresenta un vero paradosso perché viene punita esattamente per aver scelto uno stile di vita che è quello che l'Unione Europea con le organizzazioni ambientaliste - dal WWF in giù - vorrebbero imporre a tutti i cittadini. Esagerazione? No, è proprio così.
Non sappiamo tutta la storia di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, la coppia che con tre figli minorenni vive da alcuni anni nella zona di Palmoli, in Abruzzo. Sappiamo però che seguono uno stile di vita - pare condiviso con altre famiglie in zona - che si definisce neo-rurale: una piccola abitazione in pietra, sistemata alla bell'e meglio, con un gabinetto a secco in una casupola esterna; niente acqua corrente; elettricità solo da pannelli solari; cibo in gran parte autoprodotto (orto e animali); un'auto giusto per gli spostamenti indispensabili. Che sia in nome della lotta ai cambiamenti climatici, per salvare il pianeta, per odio alla modernità o qualsiasi altro motivo, questo è comunque il modo in cui hanno scelto di vivere. Ma è anche lo stile di vita che ha portato il Tribunale dei minori dell'Aquila a sospendere la potestà genitoriale e a togliere loro i tre bambini, cosa di cui abbiamo già parlato.
Qui torniamo al paradosso citato all'inizio, e che ruota tutt'attorno al concetto di "impronta ecologica", che da circa trent'anni è diventato l'indice con cui giudicare la sostenibilità del nostro stile di vita. Almeno secondo questo regime di tirannia ecologista che ci sta imponendo scelte irrazionali, dalla casa all'automobile, dall'energia ai consumi. Quante volte ci hanno fatto sentire in colpa per la nostra impronta ecologica troppo elevata, che ruba risorse ai poveri di questo mondo e anche alle generazioni future?
COS'È L'IMPRONTA ECOLOGICA?
Avete presente Greta Thunberg quando davanti a una platea di politici ed intellettuali italiani accusava «Ci avete rubato il futuro»? O quando all'ONU sprizzava lacrime di rabbia dicendo «Avete rubato i miei sogni e l'infanzia»? Tutta colpa della nostra maledetta impronta ecologica che divora risorse che la Terra non è in grado di rigenerare, ci dicono.
Ma che cos'è l'impronta ecologica? Pretende di essere una unità di misura scientifica che calcola il nostro impatto nell'ecosistema globale. E si definisce come «la superficie di terra e acqua che una popolazione umana richiede per produrre le risorse che essa consuma e per smaltire i suoi rifiuti tenendo conto della tecnologia prevalente». È questa la definizione ufficiale data dai due pionieri che hanno inventato questa unità di misura, Mathis Wackernagel e William Rees, due accademici che hanno tradotto in formule la loro ricerca nel libro Our ecological footprint: Reducing human impact on the Earth (pubblicato in italiano con il titolo L'impronta ecologica: Come ridurre l'impatto dell'uomo sulla Terra), uscito nel 1996 e subito diventato, grazie all'adozione da parte del WWF, un fondamento teorico a sostegno delle tesi ecologiste. I due hanno anche creato il Global Footprint Network che continua il lavoro di approfondimento del tema e, diciamolo pure, di indottrinamento.
Allora, per tornare al punto di questo articolo, andiamo pure sul sito del Global Footprint Network a misurare la nostra impronta ecologica (ci sono diversi siti che offrono questo calcolo, ma andiamo sull'originale) per capire qual è il vero obiettivo di questo bombardamento propagandistico. Si tratta di rispondere ad alcune domande sulle abitudini alimentari, sull'abitazione, sull'uso dell'energia, sulla mobilità. Personalmente penso di rappresentare l'italiano medio che vive in un contesto urbano: famiglia in un appartamento di 80 metri quadri, un'automobile con spostamenti legati soprattutto alle esigenze familiari, alimentazione variata con cibo acquistato soprattutto al supermercato. Il risultato, per chi crede a queste cose, è terrificante: «Se tutti avessimo il tuo stile di vita, l'umanità avrebbe bisogno di 4,2 Pianeti Terra». E, per entrare più nello specifico, io avrei finito le risorse che mi potrei permettere già il 29 marzo, mio personale "Giorno di Sovrasfruttamento della Terra".
LO STILE DI VITA CHE LE ÉLITE VORREBBERO IMPORCI
Ne avrete già sentito parlare: l'Earth Overshoot Day ci viene ricordato dai media ogni anno con grande enfasi per ricordarci che da quel giorno e fino al 31 dicembre tutta la popolazione mondiale vive in deficit ecologico, ovviamente per colpa dei Paesi industrializzati: nel 2025 il Giorno di Sovrasfruttamento è caduto il 24 luglio (a sottolineare l'estrema gravità della crisi ecologica).
Qualcuno potrebbe pensare che la mia pessima impronta ecologica sia dovuta a personali cattive abitudini di spreco non necessariamente attribuibili a tutti quelli nelle mie condizioni. In realtà, però, se andiamo a vedere qual è complessivamente l'impronta ecologica dell'Italia, scopriamo che è addirittura peggiore: 4,5.
E allora chiediamoci: come potremmo rientrare in una situazione di equilibrio con l'ambiente? Semplicemente adottando lo stesso stile di vita della "famiglia nel bosco". Provare (il calcolo dell'impronta ecologica) per credere.
Questo è lo stile di vita che le élite ecologiste vorrebbero imporci; questo è dove ci stanno portando il Green Deal europeo, gli Accordi di Parigi sul clima, le regole dello sviluppo sostenibile. E tutto passa grazie alla creazione di un clima di emergenza (inesistente) e spacciando per verità ineluttabili delle teorie pseudo-scientifiche che non tengono davanti alla realtà, ma che nessuno ha il coraggio di mettere in discussione.
Ci si chiede: ma se questo è l'obiettivo perché se la prendono allora con la "famiglia nel bosco" che fa esattamente ciò che vorrebbero far fare a noi tutti? Non dovrebbe essere presentata come un modello? In effetti la grande stampa in questi anni ci ha sempre presentato in modo edificante storie analoghe, di persone fuggite dalla società e rifugiatesi nella natura, che non hanno figli in nome della salvezza del pianeta.
Ecco, forse sono proprio i figli il problema della famiglia nel bosco. E poi perché Nathan e Catherine si sono scontrati accidentalmente con un'altra ideologia molto potente: quella dello Stato onnipresente, dello Stato che non tollera che qualcosa sfugga al suo controllo, dello Stato vero "padrone" ed educatore dei bambini.
È uno scontro tra due ideologie, ma che entrambe concorrono a schiacciarci. È il caso di prenderne coscienza.
L'assassinio di Rabin pesa ancora sul futuro israelo-palestinese
2025/12/02
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8369
L'ASSASSINIO DI RABIN PESA ANCORA SUL FUTURO ISRAELO-PALESTINESE di Riccardo Cascioli
Ricordare l'omicidio del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, avvenuto esattamente 30 anni fa, il 4 novembre del 1995, è anche un modo per comprendere la crisi attuale. Perché pur cambiando gli interpreti e, in alcuni casi, anche le sigle, in Medio Oriente le ragioni del conflitto, gli argomenti che lo infiammano, i rispettivi progetti che vorrebbero ridisegnarlo restano costanti nel tempo. E ciò che è avvenuto 30 anni fa ha inferto una ferita profonda di cui si pagano ancora le conseguenze.
Rabin fu assassinato dal 25enne Yigal Amir, esponente del gruppo estremista israeliano Eyal, un acronimo in ebraico che sta per Organizzazione ebraica nazionale. Due colpi di pistola alla schiena mentre lasciava il palco di una manifestazione in favore del processo di pace: la sua colpa era stata quella di aver firmato a Oslo l'accordo del 1993 con il leader palestinese Yasser Arafat (che valse a entrambi il premio Nobel per la pace nel 1994), che prevedeva il ritiro delle truppe israeliane da una parte di Gaza e della Cisgiordania, territori in cui si costituiva l'Autorità Nazionale Palestinese (ANP), che da parte sua rinunciava a perseguire la distruzione di Israele. Si era ancora distanti dal realizzare "due popoli, due Stati", ma per la prima volta dopo quasi 50 anni si intravvedeva una possibilità concreta di soluzione politica della guerra israelo-palestinese.
Con la morte di Rabin, quella speranza è tramontata in fretta. Ci sono in particolare due fattori che vale la pena sottolineare e che, al sottoscritto, allora inviato in Israele, sono balzati agli occhi.
IL PRIMO FATTORE: UN CLIMA AVVELENATO
Anzitutto la profonda divisione che attraversava sia Israele sia i palestinesi. L'assassino di Rabin non era un fanatico isolato, era il frutto di un clima avvelenato che si respirava in Israele. Il premier e il suo ministro degli Esteri Shimon Peres erano oggetti di attacchi violenti da parte della destra, e lo stesso voto in Parlamento per ratificare gli accordi non fu pacifico: la Knesset approvò con 61 voti a favore, 50 contrari e 8 astensioni.
E anche se si affrettò a condannare severamente l'omicidio di Rabin, il leader del Likud Benjamin Netanyahu da mesi guidava una campagna feroce contro il primo ministro e l'accordo di Oslo, ed erano cresciuti i gruppi più estremisti che godevano di una certa impunità anche nell'ambiente universitario: i manifesti che circolavano con Rabin vestito da ufficiale delle SS, erano già una sentenza. «Gli elementi estremisti della destra avevano creato un'atmosfera tale che un assassino si sarebbe sentito giustificato ad agire», mi disse Ehud Shprinzak, allora docente di Scienza della Politica all'Università ebraica di Gerusalemme e massimo esperto della destra religiosa. Il clima era così arroventato che anche allora, come per il 7 ottobre 2023, ci furono molte polemiche sulla sicurezza fino a sospettare che, per avvicinarsi a Rabin, Amal avesse potuto contare sulla complicità di alcuni agenti che avrebbero dovuto proteggere il premier.
Ma anche tra i palestinesi c'era una profonda divisione, tanto che anche Arafat era nel mirino dei suoi nemici interni. Hamas, allora forza crescente, così come la Jihad islamica e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) costituirono un "fronte del rifiuto", che negli anni successivi - parallelamente alla crescente perdita di fiducia in una soluzione diplomatica - andò aumentando il suo peso politico all'interno del mondo palestinese.
Quelle divisioni restano tuttora, sarebbe ingenuo pensare che il conflitto sia semplicemente "israeliani contro palestinesi", c'è anche un conflitto interno ai due campi. La differenza è che oggi, anche in virtù di quanto accaduto 30 anni fa, sia tra gli israeliani sia tra i palestinesi prevalgono le forze ostili a un accordo di pace che preveda la coesistenza tra i due popoli, a prescindere dalla forma istituzionale che si può trovare.
IL SECONDO FATTORE: LA RELIGIONE
E qui si colloca il secondo fattore da sottolineare, quello religioso. Anche se l'opposizione a un qualsiasi accordo ha anche motivazioni politiche, non c'è dubbio che sia tra gli israeliani sia tra i palestinesi oggi prevalgano o abbiano grande influenza le posizioni religiose fondamentaliste, il che rende impossibile qualsiasi compromesso. Cosa vuol dire? Provo a spiegarlo con due incontri che feci in quei giorni. Il primo a Hebron, tra gli ebrei ortodossi che vivevano in una enclave, un'oasi architettonica, pulita e ordinata, circondata dal disordine e dalla sporcizia della città araba. A parlare è Mishael, un insegnante, che sintetizza un pensiero comune: «Io voglio la pace, non ho nulla contro gli arabi, ma la terra non possiamo dargliela, è Dio che lo dice. Dio ci ha dato questa terra, è scritto nella Bibbia. Adesso non possiamo dire a Dio: no, grazie non la vogliamo, diamola ai palestinesi».
Il secondo a Betlemme, all'uscita della moschea che fronteggia la chiesa della Natività; tra decine di musulmani che si fermano a parlare tra di loro, uno interpreta il pensiero di tutti: «Nella Palestina non c'è spazio per due Stati. Questa è tutta terra dell'islam. Gli ebrei? Quelli che c'erano già prima possono restare, ma all'interno dello Stato islamico».
Se la terra è parola di Dio non c'è spazio per compromessi. L'unica possibilità che si riapra uno spiraglio di speranza è che queste posizioni vengano ridotte ed emarginate. Si riferiva probabilmente anche a questo il Patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa, quando nelle scorse settimane diceva che c'è bisogno di volti nuovi sia tra i politici sia tra i religiosi, persone che desiderino veramente e parlino una lingua di pace e convivenza.
Un'ultima cosa vorrei raccontare, un incontro che mi ha particolarmente colpito e che dà la misura della tragicità dell'assassinio di Rabin per il popolo ebraico. David Bar Ilan, nipote del fondatore dell'Università di Tel Aviv che porta lo stesso nome (Bar Ilan) e successivamente consigliere politico di Netanyahu, usava la Bibbia per spiegare: «Quello che è accaduto è già tutto scritto nel capitolo 24 del secondo libro delle Cronache», riferendosi alla congiura che portò all'uccisione di re Ioas, a sua volta responsabile della lapidazione di un profeta. «La verità - spiegava - è che ciò che stiamo vivendo è più che tragico per il nostro popolo: sempre, nella storia, quando ebrei hanno cominciato ad uccidere altri ebrei si è assistito al trionfo dei nemici di Israele».
Avvertimento o profezia, il fatto è che l'assassinio di Rabin peserà a lungo sull'evoluzione dei rapporti israelo-palestinesi.
Jimmy Lai, perchè mobilitarsi per la sua liberazione
2025/10/28
VIDEO: The Hong Konger ➜ https://www.youtube.com/watch?v=kMtIrlyABoo
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8336
JIMMY LAI, PERCHE' MOBILITARSI PER LA SUA LIBERAZIONE di Riccardo Cascioli
«Liberare Jimmy Lai è ormai una questione umanitaria e spero che la pressione internazionale convinca le autorità cinesi a rilasciarlo, anche espellendolo da Hong Kong». L'appello è salito forte dal palco della Giornata della Bussola svoltasi sabato 25 ottobre nella cornice della Cascina La Lodovica di Oreno di Vimercate. A lanciarlo è stato Sebastien Lai, il figlio dell'imprenditore ed editore cattolico da 5 anni in carcere a Hong Kong per la sua battaglia in difesa della libertà e della democrazia nell'ex colonia britannica ritornata sotto l'autorità cinese nel 1997.
Del caso Jimmy Lai abbiamo parlato più volte sulla Bussola, compreso l'ultimo processo a cui è stato sottoposto, per «collusione con potenze straniere», le cui udienze sono terminate nell'agosto scorso e di cui si attende il verdetto. Nessuno si fa illusioni, «sarà di colpevolezza» come ci ha detto Sebastien, il che vuol dire carcere a vita, una vera e propria condanna a morte. Perché Jimmy Lai compirà in dicembre 78 anni, ha problemi di diabete, vive in isolamento assoluto in una cella che di estate diventa un forno, appena 45 minuti al giorno di aria, e si può immaginare quale attenzione ci sia alla sua salute.
Il presidente americano Donald Trump e il premier britannico Keir Starmer hanno promesso di impegnarsi per chiedere la sua liberazione, ma è necessario che altri governi - compreso quello italiano - facciano la loro parte e che le opinioni pubbliche dei Paesi occidentali si mobilitino. Grazie alla Bussola, che ha invitato Sebastien Lai in Italia, le più importanti testate giornalistiche nazionali hanno potuto intervistarlo e fare conoscere la storia e la situazione di quello che abbiamo definito un «martire per la verità».
Ma non potremo dirci soddisfatti finché l'obiettivo della sua liberazione non sarà raggiunto, anche se al prezzo di lasciare Hong Kong. Cosa non da poco, visto che - come abbiamo raccontato - Jimmy Lai è voluto rimanere ad Hong Kong sapendo di andare sicuramente incontro al carcere.
E al proposito abbiamo chiesto a Sebastien ragione di questa apparente contraddizione: perché oggi suo padre accetterebbe l'esilio quando poteva lasciare Hong Kong tranquillamente cinque anni fa ma rimase spiegando la decisione con queste parole: «Se me ne andassi, io rinuncerei non solo al mio destino, rinuncerei a Dio, rinuncerei alla mia religione, rinuncerei a ciò in cui credo»?
«Le cose sono molto cambiate in questi cinque anni - ci ha risposto Sebastien -: allora mio padre si sentiva responsabile nei confronti di tutti i suoi giornalisti e di quanti lo seguivano nella sua battaglia per la libertà. Se se ne fosse andato avrebbe messo in pericolo loro, su di loro si sarebbero concentrate le "attenzioni" del regime. Oggi è molto diverso: se Jimmy Lai lasciasse Hong Kong nessuno sarebbe in pericolo per questo». Bisogna infatti ricordare che nel 2020 a Hong Kong si era ancora in mezzo alle grandi dimostrazioni per la democrazia, e in effetti Jimmy Lai e il suo giornale Apple Daily - che poi le autorità hanno chiuso con la forza nel 2021 - hanno costituito una sorta di parafulmine per le decine e decine di migliaia di dimostranti.
Ma la partecipazione di Sebastien Lai alla Giornata della Bussola ha messo in evidenza l'aspetto determinante per cui siamo particolarmente interessati a suo padre. Perché Jimmy Lai non è soltanto il simbolo di una battaglia per la libertà o di un giornalismo libero e contro il potere. Non sarebbe certo l'unico. Tanto per fare un esempio, il 24 ottobre a Vienna Jimmy Lai è stato premiato tra gli "eroi della stampa libera" insieme ad altri sei giornalisti di vari Paesi.
Gli eroi non mancano, persone che si immolano per un ideale buono ce ne sono in abbondanza. Ma il caso di Jimmy Lai è diverso ed è tutto nella motivazione del premio "Fatti per la Verità", che abbiamo istituito quest'anno e che gli abbiamo conferito: «Dal momento della conversione alla fede cattolica, la sua battaglia per la democrazia e la libertà si è trasformata in una testimonianza alla Verità, fino ad accettare il carcere. Un martirio accettato nella consapevolezza che la libertà non sta anzitutto nello sfuggire a un potere totalitario ma nel testimoniare ed essere fedeli alla Verità».
Ciò che rende affascinante ed esemplare questa figura è il fatto che essa testimonia che degli ideali, pur giusti, trovano la loro vera dimensione e consistenza soltanto dentro un orizzonte più ampio, che spalanca all'eterno; che il coraggio non è frutto di un eroismo che è per pochi, ma è fedeltà alla Verità di sé che chiunque può vivere; che la libertà non è semplicemente un obiettivo politico ma l'esito dell'appartenenza a Cristo. E Sebastien, nella testimonianza data alla Giornata della Bussola - e che nei prossimi giorni potrete rivedere sul nostro canale Youtube - ci ha spiegato come questi anni di carcere siano stati per il padre un tempo in cui questo rapporto con Dio è diventato più intenso e profondo, attraverso la preghiera e la lettura di catechismo e santi.
La battaglia per la libertà e la democrazia, che nasce anzitutto come gratitudine per quanto ricevuto da Hong Kong, lui fuggito dalla Cina comunista da bambino, per Jimmy Lai si è trasfigurata in una partecipazione alla croce di Cristo. Non a caso il crocifisso è il tema principale dei disegni fatti in carcere da Jimmy Lai - fin quando non gli hanno negato anche questa possibilità -; e non a caso il crocifisso è anche il soggetto della ceramica dell'artista riminese Paola Ceccarelli, che costituisce il premio "Fatti per la Verità" a lui assegnato.
Nota di BastaBugie: Stefano Magni nell'articolo seguente dal titolo "Jimmy Lai, ultimo atto. L'editore cattolico dissidente rischia la morte" parla di Arrestato nell'agosto del 2020, in carcere dal dicembre successivo, sotto processo dal 2023 per motivi puramente politici. Jimmy Lai, editore cattolico e anticomunista di Hong Kong, rischia di morire in carcere..
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 16 agosto 2025:
Arrestato nell'agosto del 2020, in carcere dal dicembre successivo, sotto processo dal 2023 per motivi puramente politici. Jimmy Lai, imprenditore ed editore cattolico di Hong Kong, lunedì riceverà la sentenza che deciderà della sua vita. Ha 77 anni, salute malferma e rischia di morire in carcere. Per il figlio, Sebastien*, una condanna a una lunga pena detentiva equivarrebbe a una sentenza di morte. Eppure, fino a cinque anni fa, Jimmy Lai era uno degli uomini più ricchi e rispettati di tutta l'Asia. Personalmente incarna la tragedia di una città che non si arrende mentre finisce sotto il giogo della Cina comunista.
L'udienza finale del processo Lai avrebbe dovuto tenersi la settimana scorsa, ma è stata rimandata per due volte. La prima volta a causa del tifone che ha colpito la costa sudorientale cinese. La seconda perché la corte ha accolto la richiesta della difesa di Lai, che chiede assistenza medica per l'imputato. Lunedì un'auto medica sarà pronta a intervenire e il cuore di Jimmy Lai sarà monitorato in diretta. L'anziano imprenditore ha trascorso più di 1700 giorni in isolamento. La sua salute ne ha risentito drammaticamente, nell'ultima udienza, quando è stato accolto il rinvio, è apparso visibilmente dimagrito e sofferente.
Intervistato dalla Bbc, Sebastien Lai dichiara che anche se suo padre ricevesse la pena più mite di cinque anni, la sua vita sarebbe a rischio: «Praticamente sarebbe una sentenza di morte. Data la sua età e la sua salute, sì, morirà in prigione», dice alla Tv pubblica britannica, perché «Il suo corpo sta collassando». Sebastien Lai sta chiedendo al premier britannico Keir Starmer e al presidente americano Donald Trump di agire in fretta per la sua salvezza. Trump ha dichiarato, a proposito di Lai, che farà «tutto il possibile» per ottenerne la liberazione. Lai è cittadino britannico dal 1996 e la sua morte in una galera cinese a Hong Kong sarebbe una sconfitta per Londra. «Noi, come nazione (nel Regno Unito, ndr) non ci saremmo battuti per uno dei nostri più coraggiosi cittadini, quando sarebbe stato importante farlo».
Jimmy Lai non è nato a Hong Kong, ma nella Cina comunista, a Canton, alla vigilia della presa del potere da parte di Mao Zedong. I suoi genitori, borghesi benestanti, sono stati spogliati di tutto all'epoca delle prime collettivizzazioni. Da bambino, Jimmy Lai doveva sfamarsi con lavoretti, come portatore di bagagli alla stazione di Canton. Fu l'occasione per conoscere gente che proveniva dal "mondo esterno", una rivelazione per chi era nato e cresciuto nella miseria più nera della Cina maoista. E fu in quel periodo che decise di rischiare il tutto e per tutto pur di fuggire, da clandestino, nascosto in un peschereccio diretto a Hong Kong, allora isola britannica.
Anche a Hong Kong, ottenuto l'asilo politico, fece lavori umili finché, da operaio tessile che era, non divenne imprenditore tessile. E fondò la sua impresa di moda, la Giordano. Divenuto milionario e uomo d'affari di successo, vendeva i suoi vestiti anche nella Cina continentale, grazie alle prime riforme di mercato di Deng. Ma nel 1989 rimase scottato dalla repressione di Piazza Tienanmen. Fu allora che decise di affiancare, alla sua attività imprenditoriale, anche quella di attivista dei diritti umani, contro il regime comunista cinese. Pechino, da allora, lo ha considerato una spina nel fianco e ha cercato, pri
Accordi Israele - Hamas, punto di partenza e non di arrivo
2025/10/14
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8324
ACCORDI ISRAELE-HAMAS, PUNTO DI PARTENZA E NON DI ARRIVO di Riccardo Cascioli
A scorno dei suoi detrattori, bisogna dare atto al presidente americano Donald Trump di essere il principale protagonista dell'accordo Israele-Hamas su cui fino a pochi giorni fa nessuno avrebbe scommesso. Si capisce quindi la sua aspirazione a ricevere il Premio Nobel per la Pace, malgrado le scelte degli ultimi decenni abbiano decisamente svalutato il significato di questo premio.
Ma sarebbe ben triste se il giorno dei festeggiamenti in Israele e a Gaza (nella foto LaPresse) per il cessate il fuoco l'attenzione si spostasse dalla situazione in Medio Oriente ai desideri - vedremo se soddisfatti - di Trump.
In ogni caso l'accordo - raggiunto anche grazie alla collaborazione di Egitto, Qatar e Turchia, a cui Trump ha riconosciuto il credito - non va considerato un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Non solo perché lo scambio di prigionieri e il cessate il fuoco sono soltanto i primi punti del Piano di pace annunciato la settimana scorsa da Trump, a cui ne dovranno seguire altri, più complicati da realizzare e ancora da negoziare; ma perché per garantire una futura stabilità andranno affrontati alla radice i nodi alla base di un conflitto che dura da almeno 77 anni. Il patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa lo ha detto più volte e lo ha ribadito ancora ieri: «La fine della guerra non è la fine del conflitto».
In questo momento delicato c'è da temere soprattutto qualche azione di sabotaggio da parte di elementi o fazioni che nell'uno e nell'altro campo si oppongono agli accordi. Purtroppo in Medio Oriente accade spesso che quando si avvicinano degli accordi di pace ci sia chi provi a far saltare tutto con qualche gesto clamoroso. Anche il massacro del 7 ottobre 2023 rientra in questa fattispecie, visto che è accaduto proprio mentre si attendeva la firma degli Accordi di Abramo tra Israele e Arabia Saudita, da allora rimasti congelati. E risalendo più indietro, ricordiamo nel 1995 l'assassinio del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin ad opera di un colono che lo considerava un traditore per aver firmato gli accordi di Oslo con il leader palestinese Yasser Arafat.
L'accordo firmato il 9 ottobre, inoltre, mette in una posizione difficile soprattutto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ha dovuto rinunciare al piano di sgombero di Gaza dalla presenza palestinese e all'annessione della Cisgiordania (obiettivi che sono stati via via esplicitati durante la guerra), anche se la situazione di quelle che gli israeliani chiamano Giudea e Samaria è ancora tutta da definire in base al Piano Trump. E per poter arrivare a un accordo ha dovuto riconoscere Hamas come legittima controparte. Per cui sarà difficile immaginare una tranquilla uscita di scena del gruppo terroristico come prevederebbe il Piano Trump.
Piuttosto l'accordo dimostra il grave errore di Netanyahu che ha preteso di eliminare Hamas soltanto con la forza delle armi, e infatti in due anni di bombardamenti a tappeto non ci è riuscito. Trump ha invece capito che l'azione armata doveva essere accompagnata da una vigorosa azione diplomatica tesa a convincere i Paesi sponsor di Hamas a ritirare concretamente il loro appoggio. Ed è stata questa la chiave del successo vista, ad esempio, la fattiva cooperazione del Qatar nella mediazione. Ed è significativo che ieri sera anche l'Iran abbia espresso soddisfazione per l'accordo raggiunto, secondo quanto riferito da Trump: «L'Iran vuole lavorare per la pace», ha detto, e «lavoreremo con l'Iran».
Scopriremo nel tempo la contropartita di questo ampio sostegno diplomatico, ma il fatto è che una soluzione si trova soltanto se ciascuno degli attori vede soddisfatto qualche suo interesse.
I passi necessari per il futuro esigono però leadership diverse nei due campi: una pace vera non sarà mai possibile se non si arriva al riconoscimento reciproco della legittimità di abitare questa terra. È questo il punto chiave prima di poter pensare a qualsiasi assetto istituzionale: avere due Stati che perseguono l'annientamento reciproco non cambierebbe in meglio la storia. Ma proprio questa prospettiva esige un cambiamento di leadership da ambo le parti. Netanyahu, con il suo governo di estremisti, non è più credibile; e ancor meno lo è una formazione terroristica come Hamas, a prescindere da chi la guiderà.
Per quanto si può prevedere ora, almeno sulla carta un cambiamento sarà più facile in Israele, dove le elezioni potrebbero far emergere una guida politica convinta della necessità di un vero accordo di pace e di una convivenza. Molto più complicato il discorso per i palestinesi: se anche Hamas - e con esso la galassia delle altre formazioni terroristiche - venisse cancellato da Gaza, e considerata la pessima considerazione dell'Autorità Nazionale, chi potrebbe rappresentare il popolo palestinese? Un governo internazionale con “tecnici” locali, come quello prefigurato dal Piano Trump, può essere soltanto una soluzione temporanea; e d'altra parte la recente esperienza di Iraq e Afghanistan dimostra che i governi guidati da personalità locali ma imposti dall'estero non hanno speranze di sopravvivere.
Vedremo se questi accordi provocheranno anche quei cambiamenti necessari a rafforzarli e renderli stabili, ora non si perda la consapevolezza che il lavoro per arrivare alla pace è appena iniziato.
Nota di BastaBugie: Eugenio Capozzi nell'articolo seguente dal titolo "Pace attraverso la forza, la strategia vincente di Trump" spiega che la tregua tra Israele e Hamas dimostra tre verità. Cioè: il totale isolamento di Hamas, i disastri di Obama e Biden, l'irrilevanza di Onu e Unione Europea.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana l'11 ottobre 2025:
L'accordo per la tregua a Gaza negoziato da Donald Trump è il punto d'inizio di un processo di pace effettiva ancora in gran parte da costruire, e come tale è una creatura fragile, soggetta a molte possibili variabili. Tuttavia, già oggi chiunque voglia giudicare gli avvenimenti senza pregiudizi dovrebbe riconoscere che, per il suo contenuto e per il metodo con il quale esso è stato costruito, esso rappresenta una novità storica molto rilevante, che potrebbe innescare cambiamenti epocali nell'incancrenita questione mediorientale.
1) TOTALE ISOLAMENTO DI HAMAS
Innanzitutto, nel momento del sollievo per il cessate il fuoco e della speranza di una fine stabile delle ostilità a Gaza e in Israele, va ricordato che l'accettazione da parte di Hamas di un accordo che parta dalla restituzione di tutti gli ostaggi israeliani vivi o morti (obiettivo primario delle operazioni belliche di Gerusalemme) costituisce essenzialmente il frutto del totale isolamento in cui l'organizzazione integralista che domina col terrore nella Striscia si è venuta a trovare, dopo che le truppe israeliane l'hanno decimata, braccando i suoi ultimi drappelli nei loro bunker, e dopo che in due anni tutti i suoi principali sostenitori o fiancheggiatori o sono stati ridotti in condizioni di non nuocere dalla pressione militare di Israele e degli Stati Uniti (come l'Iran e Hezbollah), o sono stati avvolti dalla grande rete diplomatica messa in piedi dal presidente americano (come il Qatar e la Turchia).
Una rete diplomatica che ha condotto al risultato, due anni fa assolutamente imprevedibile, di un corale consenso dei Paesi arabi sunniti e di molti grandi Paesi islamici (oltre che, non dimentichiamolo, della Russia e, più discretamente, della Cina) su un piano di pace che prevede il disarmo e l'esilio per Hamas. E che, in continuità con l'intuizione decisiva degli "Accordi di Abramo" del 2020 tra Israele e alcuni Paesi arabi sunniti, potrebbe sfociare - se altre destabilizzazioni integraliste non si frapporranno - in un ampliamento dell'area di pacificazione fino a un generale accordo di coesistenza e collaborazione tra Israele e il mondo musulmano nel suo complesso (di cui si intravvedono i primi, confortanti segni con il plauso all'accordo da parte non solo della Turchia, ma di Pakistan e Indonesia, e persino con il timido "buon viso a cattivo gioco" proveniente da Teheran).
La tregua insomma è stata resa possibile (e la pace, se ci sarà, sarà resa possibile) unicamente dalla congiunzione tra uso deciso della forza militare e pressione diplomatica resa credibile da quella deterrenza. È esattamente il modello della "pace attraverso la forza" che Trump dichiara essere la sua dottrina di politica estera.
2) I DISASTRI DI OBAMA E BIDEN
La seconda considerazione da fare, direttamente conseguente la prima, è che il successo ottenuto dalla linea di Trump fa risaltare, per contrasto, i disastrosi esiti dell'azione, sui temi mediorientali, delle precedenti amministrazioni Dem di Barack Obama e poi di Joe Biden. Entrambe avevano scelto una linea molto simile: invece di isolare il polo destabilizzatore dell'Iran e dei suoi proxy, avevano gettato ponti di dialogo verso il regime degli ayatollah e mostrato freddezza verso Israele e l'Arabia Saudita, leader del fronte sunnita filo-occidentale. Obama, poi, aveva addirittura favorito, con l'appoggio alle cosiddette "primavere arabe", l'emergere delle forze fondamentaliste legate alla Fratellanza Musulmana, e persino dell'Isis.
Il risultato era stato un'ondata di conflitti, precarietà e disgregazione in tutta l'area, su cui le forze islamiste che puntavano ad esasperare la resa dei conti con Israele avevano prosperato. Con Trump il vento è cambiato decisamente, e ora se ne vedono i frutti in termini di pace e stabilizzazi
Meeting di Rimini, la continuità è solo apparente
2025/09/02
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8280
MEETING DI RIMINI, LA CONTINUITÀ È SOLO APPARENTE di Riccardo Cascioli
Una premessa è d'obbligo: chi ha partecipato al Meeting di Rimini fin dalle origini (anche dalla prima edizione nel 1980, come il sottoscritto) sa benissimo che ci sono sempre stati due Meeting: uno, quello vissuto dai partecipanti, con incontri e mostre sempre stimolanti, lo spettacolo di migliaia di volontari che permettono un evento unico, e punto di incontro di tanti amici da tutta Italia e dall'estero; l'altro, quello raccontato dai giornali, più interessati agli incontri con i leader politici e che trattano Comunione e Liberazione (CL) come un soggetto politico ed economico e non un movimento ecclesiale capace di un giudizio sul mondo che permette incontri e confronti con personaggi di culture e religioni diversi.
Questo doppio binario continua sostanzialmente pure oggi, però nel tempo molte cose sono cambiate, una fondamentale anzitutto: è sparito un giudizio chiaro sulla realtà su cui le varie personalità invitate siano costrette a confrontarsi. Si evita qualsiasi cosa che possa essere vista come divisiva, non si trattano o appena si sfiorano temi caldi. Così che il Meeting è via via diventato un grande contenitore in cui si dibatte di tante cose con una passerella di personaggi che dicono ognuno quello che vuole.
Resta il commovente esercito dei volontari, c'è sempre la possibilità di visitare mostre interessanti e ben curate e di incontrare personalità meritevoli (alcune di queste proposte anche dalla Bussola in questi giorni), ma l'impressione è che si tratti di una eredità del passato che resiste in mezzo a una varietà di proposte che non hanno un filo logico, se non quello degli affari e degli "amici" di varia natura.
Ne è una conseguenza clamorosa il fatto che da anni nel programma della settimana riminese molti degli incontri hanno uno o più sponsor, grandi industrie o istituzioni politiche ed economiche, che ovviamente piazzano relatori e condizionano i contenuti. Insomma, è legittimo che a chi frequenti il Meeting possa sorgere il sospetto che chi paga decide anche cosa si dice.
SAVE THE CHILDREN
Ma c'è anche di peggio, perché alcuni incontri sono direttamente appaltati a delle associazioni partner. Non sarebbe problematico forse se ci fosse una perfetta sintonia di vedute, ma nel programma vediamo ad esempio l'ampio spazio che si sono ritagliati Save the Children, Intersos e WeWorld. Soprattutto la prima rappresenta una compagnia problematica, per la sua visione anti-familista, diseducativa e per il sostegno a politiche che promuovono aborto e contraccezione nei Paesi poveri. Ma anche Intersos e WeWorld realizzano, tra i tanti, anche programmi per promuovere i diritti sessuali e riproduttivi, che sappiamo benissimo cosa sottintendono.
Certo, non ne hanno parlato al Meeting, ma davvero i responsabili di CL ritengono che l'importante sia mostrare bambini denutriti e sofferenti per raccontare fame e guerra, senza preoccuparsi di come si pensa al loro destino? O non pensano che una certa concezione dell'uomo influenzi anche l'approccio alla povertà e alla guerra? Unirsi a questa compagnia significa dire che la fede non ha nulla da dire sulla realtà, cioè l'esatto opposto dell'intuizione da cui anche il Meeting è stato originato. Vuol dire che camminare insieme è più importante della méta, una posizione che va bene sicuramente al cardinale Matteo Zuppi, ma certo non è quanto testimoniava don Luigi Giussani.
L'aspetto comunque più evidente del cambiamento del Meeting è nel rapporto dei suoi responsabili con la politica. Da molti anni a questa parte si è smesso di guardare in modo critico al Potere per assecondarlo e accodarsi alla mentalità dominante. Uno degli esempi storici più clamorosi di questo passaggio riguarda la visione del Risorgimento: per anni, fino a metà del primo decennio del Duemila al Meeting si sono ospitati incontri e mostre che ponevano un accento critico sul processo che ha portato all'unità d'Italia e anche dopo. Poi, improvvisamente, nel 2011, i 150 anni dell'unità sono stati celebrati in pompa magna con la presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il Risorgimento è diventato un feticcio. E da lì è stata un'altra storia. Il portavoce storico del Meeting (dal 1989 al 2005), Robi Ronza, ebbe a dire che la svolta c'è stata in effetti nel 2015, l'anno di Matteo Renzi presidente del Consiglio, quando «il Meeting, e tutta la realtà ufficiale del mondo di cui esso è espressione, si sono presentati all'opinione pubblica come parte notabile dell'attuale establishment del nostro Paese».
SERVILISMO E APPIATTIMENTO SULLE POSIZIONI MAINSTREAM
Il rapporto con i potenti di turno, gestito dall'uomo-Meeting Giorgio Vittadini, è diventato all'insegna del servilismo e dell'appiattimento sulle posizioni mainstream, fino ad arrivare all'apice con il "draghismo". Mario Draghi (nella foto Imagoeconomica) arrivò al Meeting, dopo un lungo corteggiamento, già nel 2020 e poi ancora nel 2021 da presidente del Consiglio: fu accolto quasi come un profeta, e la scena si è ripetuta quest'anno quando - pur non avendo alcun ruolo istituzionale - gli è stato concesso il palco dell'apertura. Eppure se c'è un volto che sarebbe scelto per raffigurare il Potere è proprio quello di Mario Draghi. Si potrebbe ironizzare sulle sciocchezze dette e fatte da capo del governo («Volete la pace o il condizionatore d'aria acceso?») e le vere e proprie vigliaccate («Non ti vaccini, ti ammali, muori oppure fai morire»), ma ciò che lascia basiti è l'innamoramento per la visione europea di Draghi. Innamoramento confermato dalle dichiarazioni dell'attuale presidente del Meeting, Bernard Scholz, al Corriere della Sera del 25 agosto: «Ci riconosciamo nell'europeismo di Draghi», ha detto.
Ma l'europeismo di Draghi va nella direzione di un super-Stato europeo, con un potere centrale e centralista, che monsignor Giampaolo Crepaldi, vescovo emerito di Trieste e fondatore dell'Osservatorio Internazionale sulla Dottrina Sociale della Chiesa cardinale Van Thuan, aveva già bollato a suo tempo come «incompatibile con la visione cattolica». «Il progetto - diceva Crepaldi in un'intervista dell'aprile 2024 riferendosi proprio a Draghi - annullerebbe le comunità naturali, dalla famiglia alle comunità locali fino alle nazioni, e creerebbe un super-Stato ancora più lontano da cittadini e comunità organiche di quanto siano oggi le istituzioni dell'Unione. Il proseguimento delle transizioni attuali in mano ad un simile Leviatano potrebbe creare un sistema centralizzato di controllo della popolazione con pericoli per la stessa libertà».
Non solo, questo europeismo va nella direzione opposta a quella «Europa dei popoli e delle culture» che era anche il titolo del secondo Meeting nel 1981 e che è stata per molto tempo l'ipotesi di lavoro dei ciellini impegnati in politica.
C'è però un dato interessante: la standing ovation dedicata ieri dal popolo del Meeting alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni sembra indicare che la base pensi diversamente dai responsabili. È già qualcosa.
La lettera inedita di Benedetto XVI: la mia rinuncia e piena e valida
2025/08/12
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8261
LA LETTERA INEDITA DI BENEDETTO XVI: LA MIA RINUNCIA E' PIENA E VALIDA di Riccardo Cascioli
«Dire che nella mia rinuncia avrei lasciato "solo l'esercizio del ministero e non anche il munus" è contrario alla chiara dottrina dogmatica-canonica (...) Se alcuni giornalisti parlano "di scisma strisciante" non meritano nessuna attenzione». Così scriveva il papa emerito Benedetto XVI in una lettera del 21 agosto 2014 a monsignor Nicola Bux, che lo aveva interpellato a proposito dei dubbi e perplessità che avevano accompagnato la sua rinuncia al pontificato l'anno precedente.
Il testo integrale di questo documento eccezionale - che dovrebbe mettere fine alla lunga diatriba sulle intenzioni di Benedetto XVI riguardo alla sua rinuncia - viene ora pubblicato per la prima volta come appendice al libro "Realtà e Utopia nella Chiesa" scritto dallo stesso Nicola Bux con Vito Palmiotti per i "Libri della Bussola".
Benedetto XVI, rispondendo alle obiezioni presentategli, giudica «pienamente» valida la rinuncia di un Papa e «fondato» il parallelismo «tra il Vescovo diocesano e il Vescovo di Roma in riferimento alla questione della rinuncia». Inoltre difende il diritto di un Pontefice a parlare e scrivere al di fuori «dell'ufficio di Papa», come ha fatto lui stesso continuando durante il pontificato a scrivere libri, come ad esempio i volumi dedicati a Gesù, che considera «una missione del Signore».
Questa lettera di Benedetto XVI, di cui si sapeva l'esistenza ma che non era mai stata pubblicata da monsignor Bux per evitare che diventasse soltanto un ulteriore strumento di feroci quanto inutili polemiche, è di fondamentale importanza storica perché permette di comprendere la mens del Papa emerito riguardo alla sua rinuncia e all'istituzione del pontificato emerito, ma anche più in generale la sua visione teologica del papato. Oltre ovviamente a chiudere il discorso su chi negli anni passati sia stato il "vero Papa", che in realtà è una polemica che a persone di sana ragione è sempre apparsa fuori dalla realtà, ma che purtroppo ha attirato tante persone verso "falsi profeti".
Nel libro la copia fotostatica della lettera è presentata insieme al testo della lettera che gli aveva inviato monsignor Nicola Bux, in cui sono raccolte alcune obiezioni alla rinuncia e al relativo rischio di "desacralizzazione" del papato; e in conclusione ci sono anche alcune valutazioni critiche sulle risposte offerte dal Papa emerito.
Benedetto XVI è anche tra i protagonisti del libro, di cui il carteggio con monsignor Nicola Bux è appunto un'appendice. Si tratta di un'analisi originale della crisi di fede che attraversa la Chiesa, mettendo a confronto il sano realismo di Giovanni Paolo II e appunto di papa Ratzinger («Il principio di realtà fatto persona», si intitola il capitolo a lui dedicato) con l'utopismo di papa Francesco e di quello che è definito un suo "precursore": monsignor Tonino Bello, che tanta influenza continua ad esercitare nella Chiesa italiana e la cui figura è stata esaltata proprio da papa Bergoglio.
L'utopia è infatti una tentazione che affligge la Chiesa dal periodo post-conciliare e ha ripreso vigore con il pontificato di papa Francesco dopo che l'insegnamento e l'azione pastorale di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI erano state centrate sulle parole dell'Apostolo: «La realtà invece è Cristo». All'utopismo gli autori imputano le evidenti deviazioni dottrinali dell'esortazione post-sinodale Amoris Laetitia e dell'enciclica Fratelli tutti, in cui Cristo non è più fondamento né del matrimonio né della fratellanza umana.
Si tratta dunque di un breve studio molto utile a capire quanto è accaduto nella Chiesa in questi decenni e a comprendere le dinamiche attuali. Insomma, un libro della Bussola da non perdere.
Nota di BastaBugie: l'autore del precedente articolo, Riccardo Cascioli, nell'articolo seguente dal titolo "La lettera di Benedetto XVI, perché proprio ora" spiega perché la lettera è stata pubblicata dopo 11 anni. La risposta sta nella nuova fase storica apertasi nella Chiesa.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 9 agosto 2025:
La pubblicazione della lettera di Benedetto XVI a monsignor Nicola Bux, datata 21 agosto 2014, in cui ribadisce la piena validità della sua rinuncia al pontificato, ha giustamente attratto molto interesse e suscitato alcune domande.
Tralasciamo i commenti di chi è ormai prigioniero di convinzioni che hanno più a che fare con la logica della setta che non con una adesione alla fede cattolica, e di chi - parafrasando il giudizio del «padre Abramo» nella parabola del ricco epulone - non si lascerebbe «persuadere neppure se uno resuscitasse dai morti».
E veniamo invece ad una legittima domanda che i nostri lettori ci hanno posto. Perché pubblicare questa lettera dopo 11 anni e non quando la polemica era viva? Intanto perché si trattava di «un carteggio privato» e monsignor Bux giudicava corretto mantenerlo tale; ma soprattutto perché voleva evitare che tale lettera diventasse altro carburante per la guerra tra opposte fazioni riguardo alla rinuncia di Benedetto XVI e al pontificato di Francesco. Bisogna riconoscere che tante reazioni scomposte o surreali in questi giorni di chi in questi anni ha prosperato su bizzarre teorie riguardo alla rinuncia di Benedetto XVI danno ragione alla scelta di monsignor Bux.
Perché allora pubblicarla ora? Monsignor Bux lo spiega nell'introduzione al carteggio contenuto come appendice del libro "Realtà e utopia nella Chiesa" (ed. Omni Die): «Perché con la morte di papa Francesco e l'elezione di papa Leone XIV ritiene conclusa la fase emotiva aperta dalla rinuncia di Benedetto XVI».
La pubblicazione della lettera di Benedetto XVI dunque - oltre a porre fine a tante speculazioni - è un modo di affidare quella rinuncia alla storia, con tutte le valutazioni critiche che si possono fare oggi. Non va dimenticato infatti che, per comprenderne appieno il significato, quella lettera deve essere letta nel contesto delle domande che monsignor Bux aveva consegnato al Papa emerito nel corso di una udienza avvenuta il 21 luglio 2014. Al termine di quel colloquio, durato circa un'ora e in cui si è spaziato «anche sulla liturgia, sull'interpretazione del Vaticano II e sull'unità dei cristiani», monsignor Bux consegnò a Benedetto XVI una lettera - contenuta anch'essa nel libro - che, a poco più di un anno dalla rinuncia, conteneva «le riflessioni e osservazioni di tanti autorevoli amici circa il suo atto e la situazione conseguente».
E le risposte scritte da Benedetto XVI un mese dopo vengono ora consegnate alla storia e si prestano a valutazioni critiche: sempre nell'appendice del libro, monsignor Bux propone infatti delle valutazioni sulla lettera del Papa - che risponde solo in parte alle domande che gli erano state poste - riguardanti proprio il ministero petrino e le conseguenze della rinuncia di Benedetto XVI.
Da sottolineare inoltre che il libro - di cui il carteggio costituisce l'appendice - propone una lettura originale degli ultimi sessanta anni di storia della Chiesa (Realtà contro utopia, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI contro Francesco e mons. Tonino Bello) e fa dunque da sfondo alla vicenda della rinuncia al pontificato.
Dunque, se letto senza pregiudizi, il libro è un'occasione di riflessione e di approfondimento che potrà stimolare ulteriori valutazioni.
Podcast reviews
Read Riccardo Cascioli - BastaBugie.it podcast reviews
Podcast sponsorship advertising
Start advertising on Riccardo Cascioli - BastaBugie.it relevant audience podcasts
You may also like to advertise on these Podcasts

4.8224881804
The Andrew Klavan Show
The Daily Wire

4.6137831999
The Rubin Report
Dave Rubin

4.9248081459
Unashamed with the Robertson Family
Tread Lively

4.7106642000
FantasyPros - Fantasy Football Podcast
iHeartPodcasts

4.736031319
The Bonfire with Big Jay Oakerson and Robert Kelly
SiriusXM

4.732741988
The President's Daily Brief
The First TV

4.942061993
Chente Ydrach
Chente Ydrach

4.6652592197
The Charlie Kirk Show
Charlie Kirk

4.824771892
Deck The Hallmark
Bramble Jam Podcast Network

4.897051450
The Graham Allen Show
Graham Allen