
Advertise on podcast: Cristianesimo - BastaBugie.it
This podcast has
226 episodes
Language
ItalianPublisher
BastaBugieExplicit
No
Date created
2020/04/06
Latest episode
2026/09/29
Average duration
10 min.
Release period
13 days
Description
Uno sguardo da vicino alla religione che ha cambiato la storia del mondo
Unlock Cristianesimo - BastaBugie.it podcast Email contact info,
Listeners & Audience details
Email contact information
Direct podcast contact details

Listeners
Audience numbers & engagement insights

Audience details
Podcast Insights

Podcast episodes
Check latest episodes from Cristianesimo - BastaBugie.it podcast
Nella battaglia tra diocesi e ristoranti perdono i sacramenti
2026/09/29
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8676
NELLA BATTAGLIA TRA DIOCESI E RISTORANTI PERDONO I SACRAMENTI
di Don Stefano Bimbi
A Palermo è scoppiata una singolare battaglia intorno alla Prima Comunione. Da una parte l'arcidiocesi, dall'altra ristoratori, fotografi, fiorai, negozi di abbigliamento e altri operatori economici che vivono anche delle feste legate ai sacramenti.
Il nuovo Progetto catechistico diocesano avviato nel 2024 prevede un itinerario di cinque anni, normalmente dai sette ai dodici anni di età. Nei primi tre non vengono celebrati sacramenti; nel quarto e nel quinto sono collocate Cresima, Prima Comunione e Confessione. La stampa ha poi sintetizzato la riforma come "Comunione e Cresima insieme". Per questo i ristoratori temono che venga loro tolta la possibilità di guadagnare ad ogni sacramento.
L'intenzione dichiarata dalla diocesi è, in realtà, quella di superare un catechismo concepito semplicemente come preparazione immediata al sacramento e di coinvolgere nel cammino anche le famiglie. Intenzioni certamente comprensibili. Chi fa il parroco conosce benissimo il problema: bambini iscritti al catechismo soltanto perché «devono fare la Comunione», famiglie che compaiono in chiesa in occasione del sacramento e poi spariscono, ragazzi che dopo la Cresima salutano parroco, catechisti e parrocchia. La stessa diocesi di Palermo presenta la propria riforma come il tentativo di trasformare la preparazione ai sacramenti in un vero itinerario di maturazione cristiana e ha respinto l'ipotesi di corsi intensivi che ne accorcino i tempi.
Il problema, però, è un altro: siamo sicuri che modificare tempi e successione dei sacramenti risolva davvero qualcosa? Ho seri dubbi. Da decenni assistiamo a continue riforme della catechesi. Cambiano i sussidi, cambiano i metodi, cambiano le denominazioni, cambiano le età, aumentano gli incontri con i genitori, nascono nuovi «percorsi». Eppure i problemi fondamentali rimangono pressoché gli stessi.
Abbiamo ragazzi che dopo anni di catechismo ignorano spesso persino gli elementi fondamentali della dottrina cattolica. Talvolta questa debolezza riguarda anche chi dovrebbe trasmettere loro la fede. Si trascorrono molte ore insieme, ma si rischia di parlare moltissimo di esperienze, emozioni, relazioni e buoni sentimenti e assai meno di chi è Dio, della Trinità, dell'Incarnazione, del peccato, della grazia, dei sacramenti, dei comandamenti, del giudizio particolare e universale, della vita eterna.
UN POTENTE INDOTTRINAMENTO
Nel frattempo quei ragazzi ricevono quotidianamente un potentissimo indottrinamento nella scuola, nei social network, nelle serie televisive e in internet. Su molti temi decisivi della vita imparano a pensare esattamente come pensa il mondo che, lui sì, ha imparato a "catechizzare" le nuove generazioni. E noi immaginiamo di contrastare tutto questo spostando di un anno la Cresima o aggiungendo qualche incontro familiare?
Il coinvolgimento dei genitori non può essere ottenuto semplicemente obbligandoli a partecipare a riunioni. Una famiglia lontana dalla fede non viene evangelizzata perché le si impongono cinque o dieci incontri. Anzi, le persone già poco motivate possono percepire l'intero percorso come una ulteriore fatica da sopportare pur di consentire al figlio di ricevere il sacramento.
Occorre poi avere il coraggio di porre anche una domanda sulla liturgia. Se un bambino viene catechizzato per cinque anni, ma alla Messa incontra celebrazioni incapaci di comunicargli il senso del sacro, del mistero e della presenza reale di Cristo, magari infarcite invece di canti non appropriati, cartelloni e stravaganze varie, abbiamo davvero risolto il problema aumentando gli anni di catechismo?
Ed eccoci ai ristoratori. È facile liquidare la loro protesta dicendo: ecco la prova che Comunione e Cresima sono diventate soltanto occasioni per mangiare al ristorante. Il pericolo esiste, naturalmente, e infatti qualcuno non fa ricevere la Comunione al figlio per non buttare via soldi per i pranzi che, per le spese sproporzionate, somigliano sempre più alle feste per matrimoni. Sarebbe meglio tornare ad una sobrietà ormai perduta. Giusto festeggiare, ma senza esagerare con le spese.
Ma tornando alle ragioni dei commercianti, questi muovono un'obiezione molto concreta. Dietro ristoranti, pasticcerie, fotografi, fiorai e negozi ci sono lavoratori e famiglie che vivono del proprio mestiere. Confimprese Palermo ha denunciato perdite molto rilevanti nel settore e ha chiesto almeno una soluzione transitoria per i bambini già più grandi. Anche un gruppo di genitori ha promosso una petizione chiedendo un percorso straordinario per i bambini che nel 2026 compiono dieci anni. Pure il sindaco è intervenuto nella questione invitando a trovare un compromesso che possa soddisfare le richieste dei commercianti.
A dire il vero non vedo la necessità di contrapporre sprezzantemente la fede cattolica agli interessi economici. Che la fede venga prima del profitto è ovvio per un cristiano. Ma anche il lavoro con cui un padre mantiene la propria famiglia è una realtà seria.
QUALCOSA DI PARADOSSALE
C'è anzi qualcosa di paradossale in questa vicenda: i ristoratori pongono un problema concreto e chiedono una soluzione concreta. La risposta ecclesiale propone invece una grande riforma pastorale alla quale viene attribuito il compito di affrontare problemi enormi che da decenni nessuna modifica organizzativa è riuscita a risolvere.
Resta poi una questione ancora più propriamente cattolica: l'età della Prima Comunione. San Pio X volle anticiparla all'età dell'uso della ragione, cioè intorno ai sette anni. Benedetto XVI ricordò questa decisione parlando dell'importanza attribuita da Pio X alla frequente ricezione dell'Eucaristia. E il vigente Codice di diritto canonico nel canone 914 stabilisce che genitori e parroco devono provvedere affinché i bambini giunti all'uso di ragione siano convenientemente preparati e, dopo la confessione sacramentale, vengano nutriti «quanto prima» dell'Eucaristia. Rimandare sistematicamente l'accesso all'Eucaristia nell'ambito di percorsi sempre più lunghi merita almeno una seria riflessione. Il sacramento non è il premio finale per chi ha terminato un corso. È anzitutto grazia, alimento della vita cristiana, aiuto per crescere nella santità.
Per la Cresima, invece, l'idea di anticiparla rispetto a quanto siamo abituati o addirittura anteporla alla Comunione significa tornare a cento anni fa. Se nel tempo i parroci l'hanno sempre più posticipata ci sarà un motivo. Non sacramentale, ma pratico. Trattenere i giovani più a lungo possibile in parrocchia. Dimenticare questa scelta pastorale abbastanza diffusa, vuol dire cambiare, ma non necessariamente migliorare la situazione attuale.
Ecco allora il punto. Non abbiamo bisogno di sconvolgere le date della catechesi. C'è bisogno di tornare a insegnare con chiarezza la fede cattolica, formare seriamente i catechisti, aiutare i genitori a riscoprire la propria responsabilità nell'educazione cristiana dei figli, celebrare liturgie che facciano percepire che ci troviamo davanti a Dio, insegnare ai bambini a confessarsi, pregare, partecipare alla Messa e vivere in grazia di Dio con lo sguardo rivolto al cielo.
Poi si potrà discutere se la Comunione sia meglio a nove, dieci o undici anni e se la Cresima debba venire prima o dopo. Ma se manca tutto il resto, possiamo spostare caselle per altri vent'anni senza ottenere alcun risultato. Il rischio è quello di cambiare tutto per non cambiare niente.
E, alla fine, forse i ristoratori - che almeno hanno individuato con precisione il loro problema e proposto la relativa ed efficace soluzione - mostrano più sano realismo di un certo mondo ecclesiale che pretende di risolvere la crisi della trasmissione della fede semplicemente ridisegnando un percorso.
Buoni parroci, parrocchie vive: così i non praticanti tornano in chiesa
2026/09/29
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8674
BUONI PARROCI, PARROCCHIE VIVE: COSI' I NON PRATICANTI TORNANO IN CHIESA
«Coloro che quest'anno completeranno il percorso RCIA/OCIA (il Rito di iniziazione cristiana per adluti, ndr) sono incoraggiati a partecipare a un breve sondaggio anonimo, il cui scopo è aiutare la Chiesa a fornire un supporto migliore ai futuri interessati e candidati».
È l'invito rivolto ai nuovi membri entrati a far parte della Chiesa cattolica dalla diocesi dell'East Anglia che ha portato alla raccolta di informazioni per la ricerca realizzata dalla World Religions and Education Research Unit della Bishop Grosseteste University in collaborazione con la St Mary's Catholic University e la York St John University. Così è stato pubblicato il primo studio nazionale sui convertiti al cattolicesimo nel Regno Unito. La ricerca è stata coordinata dal professor Francis David che l'ha presentata al WeBelieve di Birmingham.
Le domande, rivolte a convertiti provenienti da Inghilterra, Scozia e Galles accolte nella Chiesa cattolica a Pasqua 2026, erano relative al loro background, professione, valori e preferenze liturgiche. Più che a una rinascita silenziosa, ha sintetizzato il professor David, ripreso dal sito indcatholicnews, siamo davanti a «un flusso di persone tra le diverse confessioni religiose, più un 'riciclo confessionale' che le drammatiche affermazioni fatte da alcuni. Soprattutto, sembra che una buona parrocchia, un parroco attivo e la gentilezza dei conoscenti rimangano cruciali nel percorso di coloro che si avvicinano al cattolicesimo o ritornano alla Chiesa in età adulta».
Più della metà degli intervistati riferisce di essere stata battezzata da neonata (53%). Il 49% del campione proviene dalla chiesa anglicana, il 29 aveva ricevuto il battesimo nella Chiesa cattolica, il 6% era presbiteriano e un altro 6% metodista.
«Il 57% proveniva da un contesto professionale, il 15% era studente e il 6% disoccupato. Il novanta per cento viveva in una città, in periferia o in un'area urbana centrale. Il ventisei per cento aveva titoli di studio post-laurea.»
A conferma dell'importanza cruciale della vitalità della parrocchia, ben il 79% degli intervistati ha affermato che frequentare la propria parrocchia locale è fondamentale per la loro vita di fede.
Tra le motivazioni che li hanno spinti ad avvicinarsi al cattolicesimo spicca l'insoddisfazione per la propria vita personale (50%) ma la vera discriminante è stata per la quasi totalità - ben il 90% - la "crescente consapevolezza della presenza di Dio" che è passata principalmente dalla partecipazione alle celebrazioni (80%). Determinante il ruolo del parroco nella decisione di partecipare al percorso di iniziazione cristiana (RCIA), anche se da molti non è stato giudicato sufficientemente stimolante.
Il desiderio di conoscere ed essere formati seriamente alla vita di fede è un bisogno conclamato e profondo che diventa sorprendentemente esigente. Il che non esclude l'impegno sociale ma lo sostiene.
Da questa indagine, che a detta dello stesso professor David non offre ancora un quadro del tutto completo, manca per esempio lo studio sulle motivazioni che portano i cattolici ad abbandonare la Chiesa, emergono però indicazioni preziose per i pastori e i responsabili dell'evangelizzazione. I nuovi convertiti e coloro che hanno riscoperto la fede nella quale sono stati battezzati cercano una vita spirituale seria, una formazione strutturata, una partecipazione attiva alla comunità. Una promessa, in sintesi, che venga mantenuta nel tempo. Basta timidezze, dunque. Non è la dottrina ad allontanare, non è il rigore che spaventa. Ciò che la Chiesa promette di portare deve poter essere vissuto e per renderlo possibile, in fondo, non servono rivoluzioni pastorali né fughe nostalgiche in un passato ideale. Occorre piuttosto un ritorno coraggioso a ciò che è sempre stato essenziale: insegnamenti chiari, attenzione liturgica (un 18% degli intervistati riporta una preferenza per le celebrazioni in latino), un buon sacerdote e una comunità parrocchiale viva. Il resto, dovesse servire, arriverà in sovrappiù.
A Lourdes il papa tuona contro aborto ed eutanasia
2026/09/29
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8672
A LOURDES IL PAPA TUONA CONTRO ABORTO ED EUTANASIA
di Nico Spuntoni
Del viaggio di Leone XIV in Francia resterà soprattutto l'immagine della marea umana che sabato ha popolato gli Champs-Élysées per la Messa a Place de la Concorde. Una testimonianza della grande vitalità della fede in un Paese reduce da una stagione di forte secolarizzazione. L'opinione pubblica "laica" è rimasta colpita dalle file lungo il viale per confessarsi con uno dei tanti sacerdoti disponibili in concomitanza con la celebrazione papale.
Lasciata Parigi, il Papa ha pregato nella grotta di Massabielle già sabato sera e poi, ieri mattina, si è recato nel santuario di Nostra Signora di Lourdes per l'incontro con i vescovi francesi ai quali ha parlato degli abusi su minori commessi da membri del clero. L'ha definita una «piaga», ma affrontata con «determinazione» e «misure coraggiose» e ha affermato che è «opportuno proseguire lungo la strada intrapresa, mantenendo la massima vigilanza». Agli abusi ha fatto cenno anche nell'omelia della Messa nella spianata del santuario invitando la Chiesa alla conversione «per guarire dalle ferite profonde, dalle infedeltà e dai dolorosi smarrimenti commessi al suo interno». «Riconoscere i nostri errori è indispensabile», ha detto il Papa nello stesso giorno in cui ha anche incontrato privatamente sette vittime.
La difesa della vita umana è stata protagonista nella Messa di Lourdes di fronte a 150.000 fedeli, moltissimi malati. «Davanti alle correnti attuali che cercano di ridefinire il valore della vita umana di fronte alla malattia, alla sofferenza o alla vecchiaia, la grotta di Massabielle si erge come un santuario della speranza cristiana», ha detto il Papa nell'omelia aggiungendo che «questa terra di Francia scuote le nostre mentalità contemporanee» perché «qui nessuna fragilità viene respinta» e «le vostre stampelle, le vostre sedie a rotelle, le vostre lacrime nascoste non sono ostacoli». Per Prevost «Lourdes è il luogo benedetto di una professione di fede nella bellezza e nella sacralità della vita». Un concetto ripreso e rafforzato nel suo saluto agli operatori e agli assistiti al Centro Accueil Notre-Dame di Lourdes, quando il Pontefice ha affermato che «la persona umana è degna per il semplice fatto di esistere e di avere come fine l'eternità» e quindi «la sua dignità non si misura e non si discute».
In un Paese che ha da poco promulgato una normativa sul suicidio assistito, Leone XIV è stato esplicito e rivolgendosi direttamente a malati e disabili ha detto che «la tentazione di togliere la vita con il pretesto di una falsa compassione deve essere fermamente respinta». Il Papa se l'è presa con quelle società che «tendono a distogliere lo sguardo o a chiudere gli occhi di fronte alla dignità della vita umana». Sempre rivolto ai malati, Leone ha ribadito che «nessuna legge umana deve farvi perdere la certezza della vostra dignità» perché «nessuno ha il diritto, mai, sulla base di algoritmi di laboratorio, di decidere della vita di un determinato embrione o di una determinata persona anziana» e «la medicina non potrà mai farsi serva della morte programmata». E ancora: «non siete un peso, siete il cuore pulsante della nostra umanità e un tesoro prezioso per la Chiesa». Un discorso destinato a rimanere e a puntellare la posizione della Chiesa di sempre in materia di aborto ed eutanasia.
Il Papa a Lourdes ha parlato anche di pace e ha chiesto che a ottobre si preghi il Rosario a questo scopo. Prima dell'incontro con le vittime, Leone ha anche visto privatamente le suore di clausura del monastero del Carmelo. Infine, in serata, la recita del Rosario e la processione con le fiaccole nel piazzale del santuario. Oggi la ripartenza da Lourdes per l'ultima giornata in Francia, a Metz.
Nota di BastaBugie: Stefano Fontana nell'articolo seguente dal titolo "Il Papa e i cattolici francesi, un passo fuori dalle catacombe" parla del grande seguito di popolo che ha sorpreso la Francia secolarizzata durante la visita di Leone XIV.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 29 settembre 2026:
Laicità francese e religione cattolica: conclusasi la visita di Leone XIV in terra di Francia si può dire chi delle due abbia vinto? Nessuno aveva parlato esplicitamente di "braccio di ferro", ma l'attenzione generale era concentrata proprio lì. La Francia secolarizzata e con il diritto di aborto in Costituzione, la Francia che si è appena dotata della legge sul suicidio assistito, la Francia che crea problemi alle scuole cattoliche, avrebbe retto l'urto di un cattolicesimo in ripresa, un cattolicesimo con il record di battesimi adulti, un cattolicesimo che, in vista della approvazione della legge suddetta, aveva lottato con un nuovo impegno? Con il viaggio del Papa, questo cattolicesimo avrebbe rivendicato anche un proprio posto nella vita sociale e politica?
Un superamento della laicità alla francese è possibile quando alla religione cattolica viene riconosciuta la legittimità di una presenza pubblica e non solo privata, come Chiesa e non solo come singoli fedeli alla spicciolata. In Francia molti cattolici si accontenterebbero di essere trattati come gli altri cittadini, ma la logica del superamento della laicità alla francese non si ferma qui, perché richiede che il ruolo della religione cattolica nella storia della comunità sia considerato da parte dell'autorità politica come elemento importante per il bene comune. Il meglio sarebbe che fosse ritenuto anche indispensabile, ma evitiamo qui di spingerci verso una soglia oggi considerata in modo problematico dalla stessa Chiesa.
Un primo aspetto del viaggio balza agli occhi. Si tratta della "invasione" numerica di piazze e boulevard come forse nessuno si era aspettato. Non può essere stato un fenomeno casuale o solo quantitativo. Il punto è che ad occupare strade e piazze erano fedeli presenti lì non "da cattolici", ma "in quanto cattolici", occupavano uno spazio pubblico e non per manifestare per qualche emergenza sociale del momento. Era presente la Chiesa, la fede, ci si confessava e si pregava. Era come un'uscita dalle catacombe alla luce del sole per rivendicare un ruolo da tempo dimenticato. Non si può prevedere come si evolverà questa esperienza di presenza pubblica, ma il suo carattere rappresentativo della attiva visibilità storica della Chiesa come popolo è stato molto forte.
L'altra dimensione da considerare per il nostro discorso è la quantità di osservazioni e valutazioni fatte da Leone XIV a difesa della legge naturale. Le sue parole hanno colpito soprattutto a Lourdes, con riferimenti facilmente riconducibili alle politiche della Francia di Macron. Ma già nel discorso tenuto il primo giorno alle autorità e poi nella sede dell'Unesco, egli aveva parlato chiaramente di difesa della vita come riconoscimento della dignità umana, di tutela del diritto alla vita come fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano e aveva condannato manipolazioni genetiche, maternità surrogata, acquisto di organi ed eutanasia. Rivolgendosi ai giovani nel suo ultimo discorso pronunciato ieri a Metz, li ha invitati a difendere la dignità di ogni persona, dal primo istante nel seno della madre fino all'ultimo respiro.
Per la Chiesa, rivendicare il proprio diritto/dovere di difendere la logica di bene contenuta nella creazione come qualcosa di rivolto a tutti e non solo alla "setta" dei cattolici è di fondamentale importanza per rivendicare la propria presenza in pubblico. Presenza "politica" si può anche dire, perché l'ambito del pubblico non è l'ambito dello Stato ma quello della costruzione della comunità con i criteri del bene comune.
Un altro contesto di confronto con la laicità alla francese è consistito nel chiedere che i cattolici siano rispettati e ad essi venga riconosciuta la libertà di essere se stessi nella pubblica piazza e di contribuire a costruire la società. Anche questo è stato detto soprattutto nel discorso davanti alle autorità. Il Papa ha invitato a non considerare il cristiano coinvolto nella vita pubblica come una minaccia perché «la vera laicità non esclude la dimensione religiosa ma sa trarne vantaggio». «Una giusta laicità - ha continuato - non consiste quindi nell'escludere la religione dalla sfera pubblica o dall'istruzione, ma nell'impegnarsi affinché lo Stato e le istituzioni religiose dialoghino tra loro e uniscano le loro forze al servizio del bene comune».
Che bilancio trarre quindi da questo viaggio circa i rapporti della Chiesa con la laicità francese? Possiamo dire che qualcosa sia cambiato in positivo, con una maggiore consapevolezza del popolo cattolico ad una presenza pubblica, ma anche che il livello raggiunto avrebbe bisogno, come si spera, di essere sviluppato. Il quadro generale rimane ancora quello dell'adesione allo schema della democrazia liberale, che impedisce che la Chiesa rivendichi fino in fondo quanto le spetta per natura. Nel discorso alle autorità Leone XIV ha attribuito all'Illuminismo la capacità della Francia di portare al mondo le proprie conquiste, tra le quali il riconoscimento dei diritti dell'uomo insiti nella natura della persona umana e in particolare la libertà religiosa. Si comprende che un breve discorso non può avere la profondità di un trattato di filosofia politica, ma con simili osservazioni è difficile vincere il "braccio di ferro" con la laicità alla francese, che proprio nella cultura qui elogiata trova la propria origine.
La Chiesa non ha bisogno di strategie, ma di santi
2026/09/22
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8667
LA CHIESA NON HA BISOGNO DI STRATEGIE, MA DI SANTI
di monsignor Joseph Strickland
Non si può fingere di possedere il profumo della santità. Esso proviene solo dal grano macinato, dall'olio versato, dalla morte nascosta dell'io. La santità è il profumo di un'anima che non dice più "la mia volontà", ma solo "la tua volontà". La santità non è rumorosa. Non si pubblicizza. Ma quando entra in una stanza, i demoni tremano e gli angeli si avvicinano. È il profumo del sacrificio, l'aroma di Cristo che "ci ha amati e ha dato sé stesso per noi, in offerta e sacrificio a Dio di soave profumo" (Efesini 5:2).
La riconosci quando la incontri. È la presenza silenziosa di una nonna che prega tutta la notte per i suoi figli ribelli. È la vita nascosta di un'anima consacrata che ha rinunciato a ogni comodità per appartenere interamente a Dio. È l'uomo mite che perdona una grave ferita e non ne parla, perché la porta con sé all'altare.
Il mondo non riconosce questa fragranza. La deride, perché sa di sacrificio: morte all'ego, morte al piacere, morte alla "mia verità". Ma in paradiso questo è il profumo dei santi.
Prendiamo ad esempio padre Damiano de Veuster (1840-1889). Non era famoso. Non era una persona raffinata. Non era una persona sicura di sé. Era un semplice prete belga che si offrì volontario per servire le anime più abbandonate: i lebbrosi esiliati su un'isola remota delle Hawaii. Nessun altro voleva andarci, quindi andò lui. Toccò le loro ferite. Costruì le loro case. Ascoltò le loro confessioni. Seppellì i loro morti. E si fermò. Non come un visitatore, ma come un padre, un fratello, un pastore. E col tempo divenne un compagno di sofferenza. Perché padre Damien alla fine contrasse la stessa malattia. Avrebbe potuto andarsene, ma non lo fece. Scelse di morire tra loro, con loro, per loro. Questa è la santità. Questa è la fragranza che giunge al trono di Dio. E quella stessa fragranza - di sacrificio nascosto, di amore eterno, di Cristo crocifisso - deve risorgere nel nostro tempo.
Nessuno ha incarnato quel profumo più perfettamente della Madonna. Lei è il fiore più puro di tutta la creazione: la rosa senza spine, il giglio tra le spine. Disse di sì e il Verbo si fece carne. Soffrì in silenzio sul Calvario. La sua santità ha cambiato la storia.
C'È BISOGNO DI SANTI
La Chiesa oggi non ha bisogno di altre strategie o slogan. Ha bisogno di santi. Non di santi nel senso di un sentimentalismo blando, ma nel senso di amore ardente. Non ha bisogno di santi che piacciono alla folla, ma di santi che piacciono a Cristo. Non di santi che cercano visibilità, ma di santi che cercano la Croce.
La santità non è riservata a pochi. È una chiamata universale. "Questa infatti è la volontà di Dio: la vostra santificazione" (1 Tessalonicesi 4:3). E il profumo della santità può provenire solo da cuori infiammati dalla carità divina, e bruciati come incenso sull'altare di Dio. Allora vi chiedo: che profumo lasciano dietro di sé le nostre vite? Abbiamo forse lo stesso odore del mondo, un profumo di orgoglio, autocelebrazione e indulgenza? Oppure portiamo con noi l'odore di Cristo crocifisso? Essere santi non significa brillare, ma ardere. E quando un'anima arde d'amore, lascia dietro di sé il profumo del paradiso. Vorrei che oggi portaste con voi queste parole.
Non sei stato creato per la mediocrità. Non sei stato creato per andare alla deriva. Sei stato creato per essere santo. E sei chiamato - ora, oggi - a lasciare alle spalle il profumo del mondo e ad assumere la fragranza di Cristo. Questa è l'ora delle anime sante. Non è un giorno qualsiasi. Non bisogna aspettare quando i figli saranno più grandi, o quando la Chiesa sarà più forte, o quando il frastuono si sarà placato. Il momento è adesso.
Il mondo non migliorerà per caso. La Chiesa non sarà purificata dai burocrati. E Cristo non regnerà nei nostri cuori se continuiamo ad aspettare di sentirci pronti. La santità non aspetta. Arde.
Siate santi. Non santi di comodo. Non santi deboli, ma santi veri. Che la vostra purezza svergogni le tenebre. Che le vostre preghiere costruiscano ciò che il mondo sta distruggendo. Che la vostra sofferenza, offerta con amore, si elevi come incenso e guarisca le ferite del Corpo di Cristo. Che il profumo della santità risplenda nelle nostre case, nelle nostre parrocchie, nei nostri cuori. Che i pastori siano fedeli, i fedeli saldi e la Chiesa risplenda della luce dell'Agnello.
LA SANTITÀ IN CARNE E SANGUE
Lasciatemi parlare francamente. La santità non è una virtù privata. È un fuoco. Purifica l'anima, certo, ma purifica anche la Chiesa. È così che Dio ricostruisce. Non con il rumore, ma con la fedeltà. Non con i programmi, ma con la purezza. Non con le strategie, ma con i santi.
La linea è stata piegata, le fondamenta offuscate. Ma la santità ci riporta alla linea verticale. Il profeta Amos lo vide. Se la Chiesa si rinnoverà, tutto non inizierà a Roma, né nei sinodi o con i comunicati stampa. Inizierà nel chiostro. Nel confessionale. Nel silenzio di un cuore che dice: fiat!
Che il rinnovamento cominci dunque da te. Che la tua anima sia l'altare. Che la tua vita sia il profumo. E che la Chiesa ritrovi la sua strada attraverso il sì dei fedeli. La santità forse non fa notizia. Ma riscrive la storia.
E se vi chiedete che aspetto abbia - che cosa significhi la santità in carne e sangue - rivolgete lo sguardo all'anima che prega quando nessuno la vede. Guardate al padre che conduce i suoi figli a inginocchiarsi davanti all'Eucaristia. Rivolgetevi al sacerdote che predica la verità senza scuse, anche a costo di sacrifici personali. Osservate la giovane donna che indossa la modestia come una corona in un mondo spudorato. Guardate l'uomo morente che offre il suo dolore con amore per le anime che non incontrerà mai.
Stiamo vivendo un periodo di grandi scosse. Le fondamenta sono state messe alla prova. I fedeli si sono dispersi. Nel santuario c'è confusione. C'è silenzio dove dovrebbe esserci profezia. E molti si chiedono: "E adesso?". La domanda non è nuova, ma nemmeno la risposta. Non è mai cambiata.
IL PASTORE NON HA ANCORA FINITO DI CHIAMARE
La Chiesa non si rinnoverà grazie a strutture migliori o a idee moderne e innovative. Si rinnoverà grazie a uomini e donne santi, ardenti d'amore, incrollabili nella verità, radicati nella preghiera e nascosti in Cristo. È lì che si vincerà la battaglia.
Se costruisci la tua vita su qualsiasi cosa che non sia la volontà di Dio, essa crollerà. Ma se ti ancori alla sua verità - se dici sì alla chiamata alla santità - allora diventi incrollabile. Diventi parte del resto che Dio userà per restaurare la sua Chiesa. E sì, Egli la ristabilirà. Purificherà il santuario. Suscita pastori fedeli. Disperderà i mercenari, umilierà i superbi ed esalterà i piccoli. E quando la tempesta sarà passata, saranno i santi a rimanere, coloro che hanno portato il profumo della santità, anche quando nessuno se n'era accorto.
Non dire di essere troppo debole. Non dire di essere troppo a pezzi o che è ormai troppo tardi. Sei nato per questo tempo. Sei stato posto in quest'ora non per stare a guardare, ma per combattere: in ginocchio, a casa tua, nel silenzio. E quando la polvere si sarà posata - quando i falsi profeti saranno dimenticati, quando i corrotti saranno stati smascherati, quando i lupi saranno abbattuti - non saranno i podcast o le piattaforme a rimanere. Saranno le anime che hanno vissuto nascoste nelle ferite di Cristo.
Lasciate che il profumo del sacro riempia le vostre case. Lasciate che si elevi nelle vostre parrocchie. Lasciate che si insinui nelle vostre conversazioni, nelle vostre decisioni, nei vostri sacrifici nascosti. Lasciate che si elevi dalle vostre ferite. Lasciate che si elevi dalla vostra adorazione. Lasciate che si elevi dal vostro amore per l'Agnello di Dio. E lasciate che raggiunga il Cielo. Perché il Pastore non ha ancora finito di chiamare. Egli cammina ancora tra le sue pecore. E non si fermerà finché non saranno tutte radunate, guarite e rese integre.
Parroco fino alla morte, la testimonianza-record di don Franco
2026/09/08
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8657
PARROCO FINO ALLA MORTE, LA TESTIMONIANZA-RECORD DI DON FRANCO
di Stefano Chiappalone
Sembrava eterno e in effetti nell'eternità c'è entrato a quasi 96 anni lo scorso 2 maggio. Ma la longevità non è il solo "record" di mons. Franco Geremia, rimasto fino alla morte alla guida della parrocchia di San Giovanni Battista a Civitella Roveto, in provincia de L'Aquila, nel lembo abruzzese della diocesi laziale di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo.
Le tappe puramente biografiche della sua lunga esistenza si potrebbero anche sintetizzare in poche righe, con l'avvertenza però che queste righe sono dense e sovrabbondanti come ciascuna delle sue giornate, scandite dai ritmi della liturgia e vissute con l'animo del pastore e il talento organizzativo di un imprenditore alle prese con mille opere - e in tutte «il primato era di Dio», ha evidenziato il vescovo mons. Gerardo Antonazzo durante le esequie. Da buon organizzatore don Franco non se n'è andato in un giorno a caso, ma nel primo sabato (giorno tradizionalmente dedicato a Maria) del mese mariano. Per di più, mi dicono (ma non ho modo di verificare) che abbia chiuso gli occhi intorno a mezzogiorno: l'ora del Regina Caeli. Se così fosse, si confermerebbe preciso come un orologio in vita e in morte.
Don Franco era nato a Sora il 23 ottobre 1930, studente nel seminario diocesano e poi nel Pontificio Seminario Romano Maggiore, fu ordinato sacerdote in Laterano dal cardinale Clemente Micara il 9 aprile 1955. Parroco di Civitella Roveto dal 12 gennaio 1958 (e successivamente anche della Santissima Trinità nella frazione di Meta) fino all'ultimo respiro, dieci giorni fa. Quasi sette decenni: un record cronologico che si trasfigura in testimonianza di fedeltà al contempo "ordinaria" e straordinaria in un'epoca in cui tutto dura poco e si consuma in fretta. Sette decenni in cui il mondo è cambiato a un ritmo a dir poco frenetico, si sono avvicendati Papi, vescovi e sindaci, e lui era sempre lì, «monumento nazionale del paese» come la maestra vecchia del racconto di Giovannino Guareschi che «aveva insegnato l'abbiccì ai padri, ai figli e ai figli dei figli».
LA GRAMMATICA DEL SACRO
E come la maestra vecchia di Guareschi, don Franco aveva insegnato «l'abbiccì» della fede cristiana «ai padri, ai figli e ai figli dei figli», ciascuno dei quali avrà il suo ricordo, così che quanto sto per scrivere è inevitabilmente parziale e incompleto. È solo una piccola parte di una delle innumerevoli storie che nel corso delle generazioni si sono intrecciate con la sua, ma a tal punto che, anche per chi a Civitella non vive più da tanti anni, la notizia che don Franco non è più a questo mondo è un "trauma": c'era già prima che io nascessi e idealmente ci sarebbe sempre stato, stabile come il monte Sion o, volendo, come il monte Viglio che domina la Valle Roveto dall'alto dei suoi duemila metri. Quella prolungata permanenza pareva quasi il segno terreno di una realtà più elevata: l'"eterno parroco" in fondo non faceva che indicare l'Eterno Padre - quello che si affaccia dall'alto nella pala dell'altar maggiore della chiesa parrocchiale, raffigurante il battesimo di Cristo per mano del Battista. Ed è nella festa del Battista che ha inizio questo legame mai affievolito neanche quando i saluti nei miei periodici ritorni in patria si facevano più brevi man mano che lo vedevo affaticato e non volevo "pesare" sui suoi ritmi sempre serrati.
Con don Franco ho fatto conoscenza molto presto, così presto da non rendermene conto: ero in fasce quando mi battezzò alle prime luci del giorno di san Giovanni, sulla riva del fiume Liri che in occasione della festa del patrono diventa come il Giordano. Praticamente fu il primo prete con cui venni in contatto all'alba della vita, oltre che all'alba di quel 24 giugno. Correva l'anno 1982, lui aveva poco più di cinquant'anni ed era già in paese da quasi un quarto di secolo. Da quell'evento di cui non ho memoria si spalanca invece un "baule" di ricordi personali, da quelli più "feriali" a quelli più toccanti, come quando venne a confortarmi in una circostanza particolarmente drammatica e ancora mi pare di sentire addosso la benedizione che mi lasciò andandosene. E c'era anche in circostanze più ordinarie, come quando al liceo presi una sfilza di insufficienze in greco e gli chiesi di darmi un po' di ripetizioni - si sa, i preti "di una volta" avevano un bagaglio culturale che è diventato merce rara - e rimasi meravigliato al vedere che traduceva senza quasi aprire il vocabolario. Ma più e prima ancora della grammatica greca, mi ha trasmesso la "grammatica del sacro".
UNA NUVOLA D'INCENSO
Lo rivedo comparire in mezzo a una nuvola d'incenso, mentre una mano svelava il Bambino Gesù alla Messa di mezzanotte: sono immagini vaghe, quasi oniriche, che mi porto dentro dall'infanzia, quando, come molti bambini, a Messa non ci volevo andare eppure restavo ammirato da quello spettacolo solenne. Ne risento la voce da oratore, affacciato al balcone del palazzo comunale - a mo' di pulpito - dove la processione sosta il 24 giugno per il "panegirico" in onore di san Giovanni. Lo rivedo ancora aprire uno squarcio sul soprannaturale quando raccontava a noi bambini la storia di Filomena Carnevale, la stigmatizzata della Valle Roveto che aveva conosciuto da giovane prete. O più prosaicamente, ma non troppo, ci raccomandava di stare composti durante la processione - e ripensandoci il primo a stare "composto" davanti a Dio era lui, con quella talare nera che ha sempre indossato nei suoi oltre settant'anni di sacerdozio.
Quella dell'abito è stata la sua predicazione muta e incessante, di cui forse non era nemmeno consapevole tanto la portava con naturalezza. Se per assurdo un giorno si fosse presentato in giacchetta e pantaloni, invece che per don Franco la gente lo avrebbe scambiato per un "signor Franco" qualunque, perché quella talare era tutt'uno con lui. Non se ne abbiano a male i portatori di clergyman, il fatto è che vederlo era implicitamente un promemoria divino (più o meno come il suono delle campane) poiché della configurazione a Cristo - in persona Christi - impressa quando ricevette l'ordine sacro non portava soltanto questo o quel segno, ma se ne rivestiva l'intera persona da capo a piedi. Se ne è rivestito fino alla fine perché Dio ora gli cambi l'abito talare in veste di gloria.
Il vescovo mette in riga i preti: il diritto al funerale non è assoluto
2026/09/01
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8654
IL VESCOVO METTE IN RIGA I PRETI: IL DIRITTO AL FUNERALE NON E' ASSOLUTO
di Andrea Zambrano
Funerali, facciamo chiarezza. Il vescovo di Sanremo Antonio Suetta lo aveva annunciato in occasione del recente caso di un funerale ecclesiastico negato ad un massone della zona. «Nelle prossime settimane verrà pubblicata una Nota con le opportune indicazioni giuridico pastorali concernenti le esequie ecclesiastiche». E la promessa è stata mantenuta. Il giorno dell'Assunta, Suetta ha pubblicato sul sito diocesano un vademecum giuridico pastorale con le disposizioni per gestire al meglio - e secondo dottrina - le esequie ecclesiastiche.
Troppa confusione nei funerali cristiani e i casi delle esequie negate ai due massoni, di Roma e di Sanremo, di cui la Bussola aveva dato notizia, erano solo la punta dell'iceberg di una concezione del funerale che non è quella propriamente cattolica. Spesso, infatti, i parroci tendono a lasciar correre gli infiniti abusi, che rischiano di snaturare del tutto le esequie cattoliche tanto che non c'è soltanto il rischio che possano sorgere veri e propri illeciti canonici, come nel caso dei due massoni accompagnati in chiesa, ma che si possano commettere quei grandi o piccoli abusi che snaturano del tutto il senso del commiato secondo la Chiesa.
Così Suetta esordisce dicendo che «le esequie sono un sacramentale (tranne la Messa esequiale che è un sacramento), che costituisce la preghiera di intercessione della Chiesa per il defunto e per la sua famiglia» ma «la mondanizzazione del trapasso si traduce nella perdita del senso cristiano della morte e nell'appiattimento dell'azione sacra, riducendo il tutto a categorie meramente umane di ricordo e di emozioni passeggere».
Che fare, dunque? Tornare a ribadire ai fedeli, ma soprattutto ai sacerdoti, le regole per un buon funerale cristiano e legittimare anche quei "no" che oggigiorno destano tanto scandalo perché visti come una mancanza di pietà verso il defunto.
Niente di più falso. Infatti, Suetta scrive che proprio per non «cedere pericolosamente il posto alla celebrazione della memoria del defunto o alla esasperata dimensione del ricordo» in uno «stonato "protagonismo" di parenti e amici», «bisogna evitare cedimenti o concessioni alla mera emotività e correggere deviazioni piuttosto diffuse, che spesso sono indice non solo di un fraintendimento dell'essenza stessa delle esequie ecclesiastiche, ma ancor prima di una vera e propria assenza di fede».
LA SACRALITÀ DEL RITO
Lucidamente bisogna tutelare la sacralità del rito, nella sostanza e nei contenuti eliminando, scoraggiando e anche proibendo «riferimenti eccessivamente terreni a passioni o interessi del defunto (musicali, sportivi, politici, ecc.)» i quali «snaturano il senso dell'accompagnamento spirituale». «Appaiono fuori luogo ad esempio - ricorda Suetta tanto per fare un esempio - gli addobbi o i vestiti coi colori della squadra del cuore, di un gruppo politico o di un determinato movimento d'opinione». Ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale, ma chi ha frequentato funerali nell'ultimo decennio sa che c'è stata un'esplosione di queste manifestazioni.
Così come il protagonismo degli amici del defunto o dei suoi parenti rischia di portare fuori strada: «Le testimonianze e i ricordi, ancorché́ toccanti e commoventi, esprimono in genere il mero commiato o ringraziamento verso il defunto» ma destano perplessità perché «i ricordi sono collocati in momenti inappropriati (dopo l'omelia o al termine della cerimonia)» o «hanno un'enfasi e una lunghezza spropositata». Tutto questo produce «un funerale mondano che è la negazione più patente dell'essenza del credo cristiano». Invece - e il vescovo ligure lo ribadisce nella sua nota dottrinale - sono tre: la preghiera per il defunto, onorare il corpo come germe della risurrezione della carne e il recare conforto e speranza ai vivi. Tutto il resto è un di più e spesso è un di più di cattivo gusto. Invece tutto deve portare a rispettare la pietas verso il defunto. A cominciare dalla scelta della chiesa che «non dovrebbe esprimere tanto un posto scelto per motivi di praticità, di gusto o di richiamo affettivo, quanto indicare l'ambiente umano e cristiano appropriato e confacente».
Sappiamo bene, però, che molti funerali si svolgono con la presenza del defunto che non ha mai messo piede in una chiesa. E qui che la nota di Suetta si fa necessariamente severa perché va a toccare il tema del "diritto al funerale" che non può essere assoluto ma «richiede la congruenza del rito con la presumibile disposizione dell'estinto». E tanto più se il defunto «prima della morte non diede alcun segno di pentimento, deve essere privato delle esequie ecclesiastiche».
LA DISCIPLINA ECCLESIASTICA CHE MOLTI DIMENTICANO
Alcuni casi? Quelli che il can. 1184 § 1 della disciplina ecclesiastica norma da tempo, anche se molti preti fanno finta di dimenticarla: «Quelli che sono notoriamente apostati, eretici, scismatici; coloro che scelsero la cremazione del proprio corpo per ragioni contrarie alla fede cristiana e gli altri peccatori manifesti, ai quali non è possibile concedere le esequie senza pubblico scandalo dei fedeli»
E si badi: «La notorietà della contrarietà alla fede non deve risultare da una sentenza, basta che sia una situazione di fatto pacificamente conosciuta» mentre «dare pubblicità del pentimento evita il pericolo di scandalo». Per questo «la privazione delle esequie non esprime un giudizio sul defunto ma una forma di tutela della comunità e di rispetto della presumibile volontà per fatti concludenti dell'estinto».
E veniamo così al tema della massoneria che ha infiammato le cronache agostane dopo lo scoop della Bussola del funerale negato in diocesi di Roma ad una figura apicale delle logge e che ha trascinato in una reazione a catena anche la decisione di Suetta su un caso simile: «A chi aderisce ad associazioni o partiti anticristiani, per questa stessa loro scelta, le esequie ecclesiastiche non sono loro possibili. L'assoluta inconciliabilità fra la fede cattolica e l'adesione alla massoneria è stata fermamente e chiaramente ribadita dall'allora Congregazione per la Dottrina della Fede nella Dichiarazione sulla massoneria, del 26 novembre 1983».
Nel ricordare che «rimane immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche», Suetta ricorda così che «i fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione».
Molto spazio viene dato a spiegare le motivazioni per cui «è impossibile benedire quei defunti che muoiano nella condizione di non poter avere le esequie ecclesiastiche, perché́ sarebbe contraddire la verità stessa del segno della benedizione ed il suo significato più reale, riducendola - invece - quasi ad un mero atto esteriore, ad una formalità, o - peggio - assimilandola ad una "azione magica"».
C'è spazio anche per la cremazione. Suetta la affronta ricordando che «non è un'alternativa alla sepoltura». L'una è sostenuta, l'altra (la cremazione) è soltanto tollerata purché «non sia stata scelta per ragioni contrarie alla dottrina cristiana» (can. 1176 § 3).
Però, e questo è un passaggio che dovrebbe interessare molti cattolici, ormai convinti della piena bontà della cremazione «per evitare ogni tipo di equivoco panteista, naturalista o nichilista, non sia permessa la dispersione delle ceneri nell'aria, in terra o in acqua o in altro modo oppure la conversione delle ceneri cremate in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti».
Altre interessanti disposizioni sono contenute nel capitolo finale. Tra queste il non concedere l'autorizzazione e nemmeno l'uso dell'ambone per commiati o interventi. Al massimo per questo tipo di interventi si può valutare la messa a diposizione di un momento fuori dalla chiesa o al cimitero; così come si proibisce l'introduzione in chiesa di oggetti appartenenti al defunto che sono estranei alla celebrazione; e infine ammettere alla proclamazione delle letture soltanto fedeli noti al sacerdote. E su questi, molti parroci potrebbero capitolare.
Nota di BastaBugie: Luisella Scrosati nell'articolo seguente dal titolo "Il vademecum di Suetta libera vivi e morti dalle esequie creative" parla del vescovo di Ventimiglia-San Remo che dà l'estremo saluto alle trovate di parenti e preti più intenti a esaltare il defunto che a pregare per la sua anima e onorarne il corpo. E anche a chi resta la sobrietà dei riti e la speranza cristiana offrono maggiore conforto di un ricordo mondano. Il testo non fa che ribadire l'insegnamento della Chiesa, così ovvio e così dimenticato da far notizia.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 19 agosto 2026:
Bisogna essere grati a mons. Antonio Suetta per il suo vademecum per le esequie ecclesiastiche. Perché è raro oggi trovare dei vescovi che difendano i riti della Chiesa, nella consapevolezza che quando questi riti possono esprimersi senza essere sfigurati dalla "creatività" umana, essi raggiungono pienamente quello scopo per cui sono stati istituiti. Nel caso delle esequie, il vescovo di Ventimiglia-San Remo ricorda quanto la Chiesa insegna nel suo diritto universale, ossia che essi hanno la finalità di pregare per il defunto, onorarne il corpo e offrire ai vivi, in particolare alle persone più vicine al defunto, conforto e speranza.
Pregare per il defunto: già su questo punto è necessario correggere la traiettoria. E non di poco. Il ri
Lefebvriani: non si difende la Chiesa disobbedendo alla Chiesa
2026/08/11
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8627
LEFEBVRIANI: NON SI DIFENDE LA CHIESA DISOBBEDENDO ALLA CHIESA
di Roberto de Mattei
È dovere del cristiano mantenere la coerenza tra le parole e i fatti. Ma che cosa accade quando i fatti contraddicono le parole? Quando, ad esempio, si proclama a parole rispetto e obbedienza al Romano Pontefice e, nei fatti, lo si sfida pubblicamente davanti a tutto il popolo cristiano, come è accaduto a Écône con le consacrazioni episcopali del 1 luglio 2026?
La risposta ci è offerta da uno dei principi più antichi della tradizione giuridica occidentale: facta sunt potentiora verbis, «i fatti sono più forti delle parole» (cfr. Digesta, 50, 17, 185). La sentenza esprime una regola elementare della giustizia: quando esiste contraddizione tra ciò che una persona afferma e ciò che essa compie, il diritto attribuisce prevalenza ai fatti. Le parole possono essere ambigue, retoriche, o perfino simulatorie; gli atti, invece, producono effetti oggettivi e rivelano concretamente la volontà dell'agente
Il principio attraversa tutta la storia del diritto europeo, dal diritto romano fino agli ordinamenti contemporanei, ed è accolto anche dal diritto canonico. Per questo motivo, il diritto della Chiesa, come ogni ordinamento giuridico, giudica anzitutto gli atti esterni. Le dichiarazioni del soggetto possono contribuire a chiarire il significato dell'azione, ma normalmente non prevalgono sul contenuto oggettivo dei fatti. Se così fosse, l'applicazione della legge dipenderebbe dalle intenzioni dichiarate dall'autore dell'atto e non dalla realtà oggettiva del suo comportamento.
Nel diritto della Chiesa questo principio deve essere armonizzato con un'altra distinzione fondamentale, elaborata dalla teologia scolastica e dalla canonistica classica: quella tra peccato e delitto. Peccato e delitto possono avere la medesima radice, ma appartengono a due ordini distinti. San Tommaso d'Aquino insegna che il peccato appartiene all'ordine morale, perché consiste nella violazione volontaria della legge divina (Summa Theologiae, I-II, qq. 71-89). Il delitto (crimen) appartiene invece all'ordine giuridico della Chiesa, poiché consiste nella violazione di una legge ecclesiastica alla quale l'autorità ha collegato una sanzione. Non ogni peccato costituisce un delitto, né ogni delitto coincide semplicemente con il peccato. Il primo riguarda il rapporto dell'uomo con Dio; il secondo tutela il bene comune della Chiesa.
FORO INTERNO E FORO ESTERNO
Da qui nasce una seconda distinzione, altrettanto decisiva: quella tra foro interno e foro esterno. Il foro interno riguarda la coscienza dell'uomo davanti a Dio ed è l'ambito proprio della confessione sacramentale e della direzione spirituale. Il foro esterno riguarda invece la società visibile della Chiesa, nella quale l'autorità deve giudicare i fatti, applicare le norme e, quando necessario, infliggere le pene. La pena ecclesiastica non viene irrogata per punire il peccato in quanto tale, ma per reprimere il delitto, ristabilire la giustizia, riparare lo scandalo e favorire l'emendamento del reo (Felice Cappello, Summa Iuris Canonici, vol. III, De delictis et poenis, Pontificia Università Gregoriana, Roma 1935; Matteo Conte a Coronata, Institutiones Iuris Canonici, vol. IV, Marietti, Torino 1955).
La distinzione tra peccato e delitto, così come quella tra foro interno e foro esterno, spiega perché il diritto canonico attribuisca normalmente prevalenza ai fatti. Il giudice ecclesiastico deve partire dagli atti esteriori, gli unici suscettibili di prova. Ciò non significa che il diritto ignori la dimensione soggettiva. Al contrario, il can. 1321 § 1 del Codice di diritto canonico stabilisce che «nessuno è punito se la violazione esterna della legge o del precetto da lui commessa non sia gravemente imputabile per dolo o per colpa» (Codex Iuris Canonici, 1983, can. 1321 § 1). Ma non bisogna confondere l'imputabilità soggettiva con la violazione oggettiva della legge.
In questa prospettiva, lo scisma, che il can. 751 definisce come «il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti», può essere considerato sia come peccato nell'ordine morale che come delitto nell'ordine canonico. È certo, però, che la consacrazione episcopale contro l'esplicita volontà del Romano pontefice non può mai essere considerata un atto moralmente o giuridicamente neutro. Come spiega un eminente giurista quale il cardinale Velasio De Paolis, la consacrazione di vescovi contro il mandato pontificio è, infatti, indipendentemente dalle intenzioni soggettive di chi la compie, un atto intrinsece malus, un peccato e un delitto, che nessuna circostanza può giustificare (Velasio De Paolis - Davide Cito, Le sanzioni nella Chiesa. Commento al Codice di Diritto canonico. Libro VI, Urbaniana University Press, Roma 2000, pp. 296-297).
LA CONFUSIONE TRA LA TEOLOGIA MORALE E IL DIRITTO CANONICO
La debolezza di fondo dei sermoni, delle interviste e degli articoli diffusi dalla Fraternità San Pio X prima e dopo le consacrazioni del 1° luglio consiste nella confusione tra la teologia morale e il diritto canonico. Per giustificare un atto di natura eminentemente giuridica, si trasforma una questione di diritto canonico in una questione morale e pastorale. Ci si richiama alle buone intenzioni, al proprio giudizio e, talvolta con non poco sentimentalismo, alla propria esperienza di fede. Si invoca inoltre un presunto stato di necessità, smentito dall'esempio di tanti sacerdoti e fedeli laici che, trovandosi nelle medesime condizioni, conservano integralmente la fede, ma continuano a rimanere uniti al Corpo visibile della Chiesa. Indimostrabile è poi la tesi che, senza le consacrazioni episcopali, la Fraternità San Pio X sarebbe necessariamente condotta all'accettazione degli errori del Concilio Vaticano II e del post-concilio.
La questione non sta nell'accertare se esiste una crisi nella Chiesa, che è a tutti evidente, né nello stabilire se i responsabili delle consacrazioni hanno l'intenzione di operare per il bene della Chiesa, ma nel verificare se il loro comportamento sia conforme alla legge divina ed ecclesiastica. Il problema giuridico non può essere eluso perché, come ricordava Pio XII, «la vita della Chiesa e il diritto canonico sono inseparabili» (Allocuzione del 3 giugno 1956). Cristo, ribadiva lo stesso Pontefice, «ha fondato la sua Chiesa non come un movimento spirituale informe, ma come una comunità bene organizzata» (Wie heissen Sie, 3 giugno 1956); e «chi dice comunità e direzione di un'autorità, dice con ciò stesso potere del diritto e della legge» (Dans notre souhait, 15 luglio 1950).
La saggezza del diritto della Chiesa consiste nell'avere sempre mantenuto distinti, senza mai separarli, l'ordine morale e quello giuridico. Il diritto non pretende di sostituirsi al giudizio di Dio sulle anime, ma non rinuncia per questo a giudicare oggettivamente gli atti che incidono sulla comunione ecclesiale. È in questa distinzione che il principio facta sunt potentiora verbis trova il suo significato più profondo: i fatti prevalgono sulle parole nell'accertamento della realtà oggettiva dell'azione. Altrimenti il giudizio giuridico si trasforma in un giudizio di coscienza, il diritto della Chiesa svanisce e la stessa visibilità del Corpo Mistico di Cristo rischia di evaporare.
Il confessionale con l'intelligenza artificiale assolve dai peccati?
2026/07/21
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8591
IL CONFESSIONALE CON L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE ASSOLVE DAI PECCATI?
di Samuele Pinna
Non c'è nulla di più tangibile, concreto e - potremmo persino dire - "materialista" del Sacramento cattolico. Vale per tutti e sette i Sacramenti, che si realizzano a partire dalla materia (l'acqua per il Battesimo, il pane e il vino per l'Eucaristia, l'olio per gli Infermi, etc.). Ergo, non c'è nulla di virtuale nella tradizione cattolica: tutto rimanda invece a un livello corporeo e spirituale. E oggi sembra proprio questo aspetto della spiritualità a essere carente in una società sempre più tecnico-scientifica, psicologista e pragmatica, ma incapace di raggiungere quel desiderio di felicità - che altro non è se non il desiderio d'Infinito -, nonostante il benessere diffuso. L'uomo pare crescere nelle conoscenze, ma non nello spirito. Si psicanalizza e si apre a mondi innaturali, ma sembra non raggiungere mai quella gioia voluta a tutti i costi e quella pacificazione tanto agognata e quasi sempre delusa.
L'INIZIATIVA PROVOCATORIA
Non stupisce, allora, l'iniziativa volutamente provocatoria dell'artista italiano Matteo Mandelli, intitolata The Algorithm Creed all'AI WEEK 2026: un confessionale ligneo integrato con un'IA che "confessa" e "assolve" i peccati degli utenti. Un'opera definita dagli stessi ideatori "eretica", ma destinata a far discutere - come la precedente installazione Deus in Machina, di matrice svizzera - con l'intento di far riflettere sui limiti necessari da porre alle nuove tecnologie. Limite che in casa cattolica deve far sorgere una domanda: una macchina può davvero assolvere un peccatore?
Sebbene l'Intelligenza Artificiale abbia la capacità di comparare un numero assai più ampio di dati in tempi brevissimi rispetto a un uomo, non potrà mai sostituire la mediazione antropica. E questo è il primo punto su cui riflettere: Gesù ha voluto che la sua opera fosse proseguita da uomini che avrebbero donato la loro vita all'annuncio del Vangelo. Non è solamente una questione di talenti, ma anzitutto di grazia: quegli uomini, scelti dalla Chiesa e consacrati mediante il Sacramento dell'Ordine, hanno un compito speciale. La grandezza del sacerdozio non deriva, dunque, dalle sole doti particolari - che, per volere di Dio, ogni creatura possiede -, ma dal rendere presente con la propria vita i doni soprannaturali. Dovremmo, perciò, volere dei sacerdoti che celebrino l'Eucaristia mettendo al centro Cristo (e non se stessi, né la "comunità"), che non disdegnino di stare ore in confessionale, che sappiano accogliere chiunque per annunciare a tutti la verità appresa da Cristo.
NON È UNA SEDUTA PSICOANALITICA
Il Sacramento della Riconciliazione non richiede risposte preconfezionate, né può essere assimilato a sedute psicoanalitiche (esiste, infatti, una differenza sostanziale tra la confessione e la direzione spirituale, che riguarda anche la dimensione psichica del battezzato), ma prevede l'intervento di persone consacrate per questo servizio. La Chiesa insegna che nei Sacramenti chi agisce è Cristo attraverso il ministro, nonostante la sua indegnità o i suoi limiti. L'assoluzione è un atto sacramentale che necessita di questa mediazione. Molti, difatti, si chiedono perché si debbano confessare i propri peccati a un'altra persona, pur dedicata a quell'incarico. Ma questa è una visione puramente psicologica, non spirituale: il prete non è il fine del momento celebrativo, ma il mezzo attraverso cui la grazia divina può fluire e discendere copiosa sul penitente. E il motivo di questa scelta, che la Chiesa continua a proporre rimanendo fedele al mandato del suo Signore, va fatto risalire al Nazareno, il quale ha voluto affidare il dono del perdono ai suoi Apostoli, che lo hanno poi trasmesso ai loro successori (vescovi e presbiteri): «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,23). Un tesoro in vasi di creta, certamente, che però ricorda come la fede cristiana non sia astratta, ma si eserciti nelle pieghe reali - e non ideali - della storia. Non esiste una fede "fai-da-te", così come il rapporto con Dio non si riduce a un semplice "Tu e io", ma richiede sempre un "noi": l'essere Corpo di Cristo. Il perdono passa, pertanto, sempre attraverso la Chiesa: non posso autoassolvermi, perché riconosco di avere bisogno di un cammino di purificazione per poter partecipare in massimo grado di quella grazia divina capace di redimere e rendere "nuove creature".
Il problema, forse, è che oggi si tende a ridurre il peccato a un errore di sistema, mentre esso è una ferita della libertà, che conduce all'infelicità. La misericordia, poi, non è un algoritmo, ma un atto d'amore personale, di un Dio che perdona a chi è disposto a pentirsi per cambiare vita. Per questo solo il Signore può perdonare, e solo un ministro ordinato può farlo in persona Christi.
Perche i Lefebvriani citano a sproposito sant'Atanasio
2026/07/07
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8602
PERCHE' I LEFEBVRIANI CITANO A SPROPOSITO SANT'ATANASIO
di Roberto de Mattei
Nei sessant'anni trascorsi tra il Concilio di Nicea (325) e il Concilio di Costantinopoli (381) la Chiesa conobbe, con la crisi ariana, uno dei momenti più difficili della sua storia. Fu un'epoca di defezione della fede in cui spiccarono figure di strenui difensori dell'ortodossia come sant'Atanasio di Alessandria e sant'Ilario di Poitiers. Sant'Atanasio, in particolare, è divenuto il simbolo della lotta contro l'arianesimo, penetrato fino ai vertici delle gerarchie ecclesiastiche.
Nella attuale discussione sulle consacrazioni episcopali senza mandato pontificio, il nome di sant'Atanasio viene talvolta evocato come esempio di un vescovo che avrebbe consacrato nuovi vescovi al di fuori delle ordinarie norme disciplinari. Un esame rigoroso delle fonti storiche conduce tuttavia a conclusioni assai diverse.
Per comprendere correttamente l'attività di Atanasio occorre anzitutto richiamare il quadro canonico del IV secolo. Nei primi secoli non esisteva la procedura giuridica di un mandato pontificio necessario per ogni consacrazione episcopale. Esisteva tuttavia una prassi consolidata, che il primo Concilio di Nicea codificò al canone 4. Questa prassi stabiliva che ogni nuovo vescovo dovesse essere consacrato da tutti i vescovi della provincia ecclesiastica o, qualora ciò non fosse possibile, almeno da tre vescovi, con la conferma finale del metropolita, che era il vescovo principale di una provincia ecclesiastica. Il metropolita possedeva una giurisdizione ordinaria sulla propria provincia. Il Papa esercitava invece un primato universale sulla Chiesa.
Atanasio divenuto vescovo della sede metropolitana di Alessandria l'8 giugno 328, aveva la responsabilità di una delle più vaste circoscrizioni ecclesiastiche dell'Oriente cristiano. Il canone 6 di Nicea stabiliva infatti: «L'antica consuetudine vigente in Egitto, Libia e Pentapoli rimanga in vigore, così che il vescovo di Alessandria abbia autorità su tutte queste regioni».
L'OPPOSIZIONE ARIANA ALLA NOMINA DI ATANASIO
L'opposizione ariana alla nomina di Atanasio si manifestò immediatamente. Il sinodo di Tiro del 335 depose irregolarmente Atanasio, mentre l'imperatore Costantino ne decretava il primo esilio a Treviri. La conseguenza di tali vicende fu la continua alternanza, nelle diocesi egiziane, di vescovi fedeli a Nicea e di candidati sostenuti dal partito eusebiano. L'attività di sant'Atanasio non si limitò alla difesa dottrinale del simbolo niceno, ma comportò anche un'intensa opera di ricostruzione della gerarchia ecclesiastica nelle province soggette alla sua giurisdizione. Dopo ogni ritorno dall'esilio, il vescovo di Alessandria trovava infatti numerose sedi occupate da vescovi filoariani insediati con l'appoggio dell'autorità imperiale. Il suo primo compito fu quello di deporli e sostituirli con pastori fedeli alla professione di Nicea.
Lo studio fondamentale di Annick Martin ha ricostruito con precisione questa attività, dimostrando che le nomine operate da Atanasio riguardavano sedi appartenenti all'Egitto, alla Libia o alla Pentapoli, cioè territori sottoposti alla sua giurisdizione canonica (Athanase d'Alexandrie et l'Église d'Égypte au IVe siècle (328-373), École française de Rome, Rome 1996).
Un'analoga conclusione emerge dalla ricostruzione del prof. Manlio Simonetti. Analizzando il ritorno di Atanasio nel 346 e quello definitivo del 362, Simonetti sottolinea come il patriarca procedesse alla restaurazione della gerarchia nicena nelle Chiese egiziane senza mai oltrepassare l'ambito della propria competenza ecclesiastica (La crisi ariana nel IV secolo, Institutum Patristicum Augustinianum, Roma 1975.) L'attività di Atanasio era assolutamente conforme alla disciplina giuridica dell'epoca, perché costituiva il naturale esercizio dell'autorità metropolitana di Alessandria. Le numerose ordinazioni episcopali attribuite ad Atanasio non furono mai considerate abusive dalla Chiesa del suo tempo, proprio perché avvenivano all'interno del territorio soggetto alla sua competenza canonica.
Le consacrazioni compiute dal patriarca di Alessandria avvennero in circostanze eccezionali, ma non furono mai effettuate contro il Papa o in opposizione alla Santa Sede. Anzi, il riconoscimento romano costituì uno degli elementi essenziali della azione pastorale di Atanasio. Durante tutta la crisi ariana il vescovo di Alessandria cercò costantemente il sostegno dei Pontefici romani e ne riconobbe l'autorità.
ATANASIO A ROMA
Dopo la deposizione decretata dai sinodi orientali, Atanasio si recò a Roma, dove fu accolto da papa san Giulio I. Il sinodo romano del 341 dichiarò invalide le accuse formulate contro il patriarca alessandrino e ne riconobbe pienamente la legittimità. Nella celebre lettera indirizzata ai vescovi orientali, Giulio rimproverava loro di aver proceduto senza consultare la Chiesa romana, ricordando che le questioni di tale importanza dovevano essere sottoposte al giudizio della Sede apostolica.
Negli anni successivi Atanasio mantenne rapporti costanti anche con papa Liberio. La temporanea debolezza mostrata da quest'ultimo durante l'esilio non modificò mai l'atteggiamento del patriarca egiziano, che continuò a considerare Roma come il centro della comunione ecclesiale. Ancora più stretta fu poi la collaborazione con papa san Damaso, il quale sostenne pienamente il ristabilimento dell'ortodossia nicena e confermò il prestigio della sede alessandrina.
Il cardinale John Henry Newman nel suo libro su Gli Ariani del IV secolo (tr. it. Jaca Book, Milano 1981), ha ben chiarito il significato ecclesiologico della vicenda. Atanasio resistette agli imperatori, ai concili filoariani e alle pressioni politiche, ma non si oppose mai al principio del primato romano. La sua lotta era rivolta contro i vescovi eterodossi e contro l'interferenza del potere civile, non contro la costituzione gerarchica della Chiesa. Tutta la sua azione pastorale appare costantemente inserita nell'esercizio della legittima giurisdizione della sede alessandrina e nella ricerca della comunione con la Sede romana.
Le consacrazioni episcopali promosse da Atanasio rappresentavano un atto ordinario di governo ecclesiastico, reso straordinario soltanto dalle condizioni eccezionali create dall'intervento dell'autorità imperiale nelle controversie dottrinali. Atanasio era il legittimo patriarca di Alessandria; le sue consacrazioni avvenivano nell'ambito della sua giurisdizione patriarcale; egli cercò costantemente il sostegno dei Romani Pontefici. Per questo l''esempio di sant'Atanasio rimane uno dei più alti modelli di fedeltà alla Tradizione nei momenti di crisi ecclesiale e non può essere in alcun modo invocato come esempio di disobbedienza alla autorità del Sommo Pontefice, senza contraddire la verità dei fatti e cadere così nella condanna della storia.
I tre motivi per cui i sacerdoti lasciano il ministero
2026/06/16
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8572
I TRE MOTIVI PER CUI I SACERDOTI LASCIANO IL MINISTERO
di Giuseppe Forlai
Da sempre i preti abbandonano il ministero, i coniugi si separano, le monache lasciano la clausura, i frati il convento. I motivi sono i più diversi, le cause profonde che portano a determinate scelte spesso insondabili. Sembra assurdo dirlo, ma tant'è: non tutti sanno precisamente perché cambiano vita; più che altro "sentono" che qualcosa si è rotto dentro, mettendo tutto in discussione. Quando un prete abbandona non bisogna scandalizzarsi, piuttosto chiedersi con molta umiltà e sapienza: «Perché io rimango?». Si narra che dei monaci egiziani incontrarono lungo il sentiero un anziano abbà rannicchiato con la testa tra le mani che versava lacrime abbondanti. Domandarono: «Padre, perché piangi? Cosa ti è mai successo?». Egli rispose: «Ho visto pocanzi un monaco cadere in un grande peccato». Stupefatti i giovani esclamarono: «E dunque, perché questa spropositata disperazione?». E l'anziano: «Oggi lui, domani io». Attenzione a puntare il dito. Senza fare le pulci a chi lascia, è utile condurre una disamina delle varie storie di vita, almeno nel tentativo di rimanere lucidi e farsi un esame di coscienza. Giudicare no, vigilare sì. Le cause degli abbandoni si rimpallano da anni, e le più "quotate" sono conosciute. C'è chi parla di crisi del celibato, di una formazione seminaristica lontana dalla realtà (questa motivazione va sempre molto di moda, soprattutto in chi non ha mai fatto il formatore); c'è poi chi denuncia la solitudine del prete o il logoramento pastorale, oppure la scarsa cura di taluni vescovi verso sacerdoti. In questi ultimi anni è poi aumentato il fenomeno dei preti adulti che lasciano, e l'abbandono non sembra più essere appannaggio dei giovani o della famigerata crisi del settimo anno. Si lascia il ministero anche a sessant'anni (come d'altra parte si divorzia perfino in età matura). Comunque i dati sociologici esistono e non vale la pena riproporli. Chi scrive fa l'eremita, non l'esperto, quindi non azzardo analisi. Posso però condividere alcune costanti che ho registrato accompagnando i consacrati.
ALCUNE COSTANTI
La prima cosa che mi colpisce è come nei preti in crisi l'emozione del momento abbia la forza di cancellare un'intera biografia: esperienze, scelte, valori, convinzioni di fede vengono quasi azzerate da un fallimento, un innamoramento, una delusione. Come se l'identità personale non si distendesse più sul corso del tempo vissuto, ma si contraesse improvvisamente, appiattendosi sul disagio dell'oggi; non esiste più nulla al di fuori del sentirsi male, e il rinchiudersi interamente nel disagio - cassando la memoria - sembra essere l'unica maniera per sentirsi liberi. Avviene come se di un romanzo di mille pagine ne restassero solo dieci, e da queste si pretendesse di conoscere tutta la trama.
La seconda cosa che mi colpisce - e che segue sovente la scomparsa della biografia personale - è che nelle storie di abbandono il senso della comunità e la responsabilità verso il prossimo decadono rapidamente. I volti delle persone che hanno accompagnato il cammino sbiadiscono, le persone affidate, il popolo di Dio - che sembrava prima la ragione precipua di ogni dedizione - improvvisamente non hanno più alcun posto nella coscienza di sé. Dopo anni di discernimento comunitario fatto per diventare prete, coinvolgendo superiori, formatori, parroci di pastorale e popolo di Dio, per scegliere di lasciare non serve più nessuno... se non lo psicologo, che finalmente «mi fa sentire me stesso». Questo, devo dire, mi ha fatto sempre molto pensare.
La terza cosa che constato è la discriminante del fattore fede. Ossia il prete che entra in una crisi destabilizzante con una lettura provvidenziale della sua storia, vive il tempo della prova non come una messa in discussione di tutto, ma come un'occasione. Posso essere interiormente lacerato e per lungo tempo, ma a seconda del fatto che io abbia o meno un'esperienza viva di Cristo e dei sacramenti la crisi sboccherà in esiti sensibilmente diversi. La maggior parte dei preti che ho conosciuto e che per motivi personali hanno lasciato il ministero, si sono anche allontanati del tutto o in parte dal credo della Chiesa, a favore di una religiosità cucita addosso in maniera individualistica. In questo caso si comprende come le crisi vocazionali - specie nei giovani preti che hanno ricevuto da ragazzi una formazione cristiana meramente aggregativa sentimentale - possano essere interpretate come crisi di fede.
Le cause remote degli abbandoni non tocca a me stabilirle, ma gli stessi preti che incontro ogni tanto ne elencano qualcuna, che riporto di seguito.
TRE CAUSE RICORRENTI
1) La fatica a essere onesti
Essere sinceri ed essere autentici sono due cose molto diverse. I formatori non sempre sanno operare tale distinzione nei seminaristi: un candidato che tutto racconta non significa che sia autentico. Si è sinceri quando si manifesta ciò che si sente, si è autentici quando si rivela ciò che si è e si desidera davvero. Non è la stessa cosa. Si può essere gravemente narcisisti e contemporaneamente sinceri, solo per fare un esempio.
2) Il mito dell'infaticabilità senza equilibrio
Il bravo prete/seminarista - si pensa - è quello che si dà tanto da fare. Anche qui si rischia di confondere il vero lavoro con la dispersione. Un prete che corre dalla mattina alla sera senza rispettare i suoi limiti fisici e spirituali, non è uno che lavora, bensì più semplicemente un uomo disordinato. E questo affannarsi (che è una forma di accidia) è un ottimo alibi per occultare i "draghi": vuoti da non sentire, intemperanze nel celibato da occultare, legami morbosi da non ammettere.
3) La fragilità del cammino di fede
Crescere nell'amore del Signore è ciò che di meno scontato si possa registrare nella vita presbiterale. Perdere la fede è un attimo che può scoccare senza avvedersene. Il prete può non accorgersi di rimanere fermo nella sequela: il contatto quotidiano e frequente con "le cose di Dio" può dare l'illusione di essere intimo con il Signore. Errore fatale. Non basta essere stati ordinati per diventare dei credenti. Il grande domenicano francese Henri-Dominique Lacordaire (+ 1861) diceva che se un prete ha la donna, beve, è attaccato ai soldi e non sa perché è prete, prima o poi si perde; se un prete ha la donna, beve, è attaccato al denaro, ma sa perché e per chi è prete, allora tutto cambia, tutto è recuperabile. «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68).
Un anno con Leone XIV: un papa prudente davanti a divisioni gravissime
2026/05/12
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8532
UN ANNO CON LEONE XIV: UN PAPA PRUDENTE DAVANTI A DIVISIONI GRAVISSIME
di Roberto de Mattei
Un anno fa, il lunedì 8 maggio del 2025, si apriva il pontificato di Leone XIV, Robert Francis Prevost, 267° pontefice della Chiesa cattolica, primo Papa statunitense, primo appartenente all'Ordine di Sant'Agostino.
«La pace sia con tutti voi... Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante» sono state le prime parole del nuovo Pontefice, pronunciate dalla loggia della Basilica di San Pietro. Fin dall'esordio, Leone XIV ha voluto incentrare il suo ministero sulla pace e sull'unità, dentro e fuori la Chiesa. Per questo, ha invitato a "costruire ponti, con il dialogo, con l'incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace". Un Papa "costruttore di ponti", un Papa "Pellegrino di pace e di unità", come egli stesso si è definito nell'omelia della Messa nell'aeroporto di Bamenda, in Camerun, lo scorso 17 aprile. Un obiettivo certamente alto e nobile quello della pace, soprattutto se essa è costruita sulla pietra angolare che è Cristo, Capo della Chiesa e Salvatore del mondo, ma la situazione della Chiesa e del mondo oggi non è purtroppo favorevole ai costruttori di ponti e ai pellegrini di pace.
Fare il bilancio di un anno pontificato, tenendo presente questa realtà non è semplice, perché il complesso di parole, di atti, di documenti del Pontefice non indica ancora l'unità di una direzione, permettendoci di prevedere le priorità e le prospettive pastorali che orienteranno la Chiesa. Fino oggi le scelte del Pontefice sono state caute e misurate, mentre gravi e profondi sono i problemi che si avvicinano e che egli ha di fronte in un incerto futuro.
Il più grave in assoluto di questi problemi è il caso tedesco. Il 21 aprile scorso, il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco, già consigliere di Papa Francesco nel governo della Chiesa, ha raccomandato ai servizi pastorali della sua diocesi l'uso di un manuale intitolato "La benedizione dà forza all'amore", che propone diverse "formule" per benedire le coppie dello stesso sesso e i divorziati risposati. Il testo è stato approvato dalla Conferenza del 4 aprile 2025, che riunisce la Conferenza episcopale tedesca e il Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK).
LA BENEDIZIONE DELLE COPPIE GAY
Interrogato su questo episodio durante il volo di ritorno dalla sua visita africana, giovedì 23 aprile, Leone XIV ha voluto chiarire la sua posizione con queste parole: «La Santa Sede ha chiaramente fatto sapere che non siamo d'accordo con la benedizione formalizzata delle coppie, in questo caso le coppie omosessuali, come chiedete, o le coppie in situazione irregolare, al di là di quanto è stato specificamente autorizzato da Papa Francesco dicendo che tutte le persone ricevono benedizioni. Tutti sono invitati a seguire Gesù, e tutti sono invitati a cercare la conversione nella propria vita. Andare oltre questo, oggi penso che il tema possa causare più divisione che unità, e che dovremmo cercare modi per costruire la nostra unità su Gesù Cristo e su ciò che Gesù Cristo insegna».
Il Papa discorda dunque dal Cammino Sinodale tedesco e prende indirettamente le distanze dalla dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede, Fiducia Supplicans, pubblicata il 18 dicembre 2023 e approvata da Papa Francesco, che consente la benedizione pastorale, anche se non rituale, per le coppie in situazioni "irregolari" e per quelle dello stesso sesso. Però Papa Leone sa che i vescovi tedeschi continueranno a richiamarsi a quel documento, almeno fino a quando non ne uscirà uno della stessa, o di maggior autorità ma di segno diverso.
La posizione dei vescovi tedeschi, d'altra parte, è chiara e, a suo modo, coerente. La Conferenza episcopale fin dal gennaio del 2020 si è messa alla testa di un "cammino sinodale", che ha l'obiettivo di estendere alla Chiesa universale le decisioni "vincolanti" del suo "sinodo permanente", tra le quali, l'ordinazione ministeriale delle donne e l'inclusione degli omosessuali nella Chiesa, aprendo loro tutti i sacramenti, anche il matrimonio.
La Santa Sede è intervenuta più di una volta per mettere in guardia i vescovi tedeschi, fin da quando monsignor Filippo Iannone, che nel 2025 Leone XIV ha messo a capo del dicastero per i vescovi, scrisse al loro presidente, il cardinale Marx, per avvisare che questi temi dirompenti "non riguardano la Chiesa in Germania ma la Chiesa universale e, con poche eccezioni, non possono essere oggetto di deliberazioni o decisioni di una Chiesa particolare". Ma lo stesso cardinale Marx, in un'intervista rilasciata al settimanale Stern il 30 marzo 2022, aveva dichiarato che: "Il catechismo non è scolpito nella pietra. Si può anche dubitare di ciò che dice". E, di fatto, lo ha ribadito il 21 aprile scorso.
Leone XIV si trova dunque di fronte ad una grave lacerazione, che sulla scia dell'esempio tedesco, potrebbe estendersi ad altri episcopati, ponendolo in una posizione di quasi minoranza all'interno della Chiesa.
LE CONSACRAZIONI EPISCOPALI SENZA MANDATO PONTIFICIO
Ma un altro problema è all'orizzonte: le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio che la Fraternità San Pio X ha annunciato per il 1 luglio 2026. Sembra che la Santa Sede stia preparando un decreto di scomunica, analogo a quello promulgato dalla Congregazione per i Vescovi il 1 luglio 1988. Ma al di là del giudizio sulle consacrazioni e sulle censure che ad esse seguiranno, non si può non constatare che ci troveremo di fronte a una frattura ecclesiale, che anch'essa vanifica, o quanto meno allontana, la auspicata mèta della pace e dell'unità nella Chiesa. Dopo la scomunica del 1988, Benedetto XVI aveva per così dire gettato un ponte al mondo tradizionalista promulgando nel 2007 il Motu Proprio Summorum Pontificum e revocando nel 2009 le scomuniche comminate alla Fraternità San Pio X. Successivamente, papa Francesco ha concesso ai sacerdoti della Fraternità la facoltà di confessare validamente e ha stabilito modalità per il riconoscimento dei matrimoni celebrati nei loro priorati. D'altra parte, se nel 1988 si poteva immaginare una progressiva scomparsa della Fraternità San Pio X, dopo la morte del suo fondatore, la realtà di oggi è che essa conta più di 700 sacerdoti, oltre 200 seminaristi, più di un centinaio di priorati e centinaia di centri di Messa in oltre 60 Paesi, con centinaia di migliaia di fedeli in tutto il mondo. Quanto dovrebbe accadere nel mese di luglio non sarà la costruzione di un ponte, ma la creazione di un nuovo fossato tra questo mondo e la Santa Sede.
Sullo sfondo della politica internazionale, poi, alla guerra russo-ucraina, si è aggiunta quella che vede gli Stati Uniti ed Israele contrapposti all'Iran in Medio Oriente. Il Papa ha condannato questa come tutte le altre guerre, ma la pace è ancora lontana e con lo scontro tra Donald Trump e Leone XIV si è recentemente aperto un contrasto, che è forse il più grave nella storia delle relazioni tra Santa Sede e Stati Uniti nell'ultimo secolo.
Di tutto questo il Papa non ha diretta responsabilità, ma visto sotto l'angolatura della pace e dell'unità considerati come beni assoluti, il bilancio del suo primo anno di pontificato appare preoccupante. Se si ricorda però che la pace e l'unità non sono valori assoluti, ma si fondano su Verità e Giustizia, anche gli scontri e le divisioni possono essere salutari, aiutando a ritrovare la strada, che nel caos si è smarrita. E questa la migliore preghiera e il sincero augurio che si può fare per Leone XIV: che egli ci conduca alla vera pace di Cristo, nel Regno di Cristo, affrontando tutte le difficoltà, le sofferenze, e le lotte, che questo cammino può comportare.
Lourdes e Fatima contro il cattolicesimo annacquato
2026/04/21
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8503
LOURDES E FATIMA CONTRO IL CATTOLICESIMO ANNACQUATO
La Madonna non è apparsa per distribuire consolazioni facili, ma per chiedere penitenza, preghiera e conversione ai peccatori
di Roberto de Mattei
Il nome di Lourdes, assieme a quello di Fatima, evoca una delle più grandi apparizioni mariane della storia.
In questo comune francese, ai piedi dei Pirenei, tra l'11 febbraio e il 16 luglio 1858, nella grotta di Massabielle, la Madonna apparve diciotto volte a una contadina di quattordici anni, Bernadette Soubirous. Il carattere miracoloso dell'evento fu riconosciuto da Pio IX e da tutti i Papi suoi successori, alcuni dei quali visitarono Lourdes. Bernadette fu canonizzata dalla Chiesa e sul luogo delle apparizioni furono costruite tre basiliche, che formano un unico santuario, il terzo al mondo per il numero dei pellegrini, dopo la basilica di San Pietro e quella di Guadalupe.
Il nome di Lourdes è legato innanzitutto all'Immacolata Concezione, perché la Beata Vergine Maria vi confermò il dogma che Pio IX aveva solennemente definito, quattro anni prima, l'8 dicembre 1854. Il 25 marzo 1858, Bernadette così si rivolse alla misteriosa signora che ormai da tempo le appariva: "Signora, volete avere la bontà di dirmi chi siete?". Per tre volte Bernadette rinnovò la domanda finché, come ella stessa racconta, la Madonna allargò le braccia verso terra, alzò gli occhi verso il cielo e nel medesimo tempo, elevando le mani e congiungendole all'altezza del petto, disse: "Io sono l'Immacolata Concezione". "Sembra - commenterà un secolo dopo Pio XII - che la stessa Beata Vergine Maria abbia voluto, in maniera prodigiosa, quasi confermare, tra il plauso di tutta la Chiesa, la sentenza pronunziata dal Vicario del suo divin Figlio in terra" (Enciclica Fulgens Corona dell'8 settembre 1953).
Le parole di Lourdes: "Io sono l'Immacolata Concezione". confermano anche la preghiera che la stessa Beata Vergine volle incisa sulla Medaglia Miracolosa, rivelata a santa Caterina Labouré a Rue du Bac, il 27 novembre 1830 e che, da allora è stata ripetuta milioni di volte da generazioni di cattolici: "O Maria concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi". Gli uomini sono concepiti nel peccato e, per salvarsi, devono ricorrere all'intercessione della Beata Vergine Maria, piena di grazia e priva di ogni ombra di peccato.
PENTITEVI
Ma accanto a queste parole "Io sono l'Immacolata Concezione", vi è un'altra parola che viene pronunciata con forza dalla Madonna a Lourdes durante l'apparizione a santa Bernadetta del 24 febbraio 1858. Pio XII così lo ricorda: "La Vergine immacolata, mai sfiorata dal peccato, si manifesta a una fanciulla innocente, in una società, che non ha affatto coscienza dei mali che la divorano, che copre le sue miserie e le sue ingiustizie con apparenze di prosperità, di splendore e di spensieratezza. In materna comprensione, ella volge uno sguardo su questo mondo riscattato dal sangue del Figlio suo, dove, purtroppo, il peccato ogni giorno accumula tante stragi, ed ella, per tre volte, lancia il suo vibrante richiamo: «Penitenza, penitenza, penitenza!». Chiede inoltre atti significativi: «Andate a baciare la terra in penitenza per i peccatori». E agli atti occorre aggiungere la preghiera: Pregherete Dio per i peccatori». Come al tempo di Giovanni Battista, come all'inizio del ministero di Gesù, lo stesso invito, forte e perentorio, indica agli uomini la via del ritorno a Dio: «Pentitevi» (Mt 3, 2; 4,17). Chi oserebbe dire che questo appello alla conversione del cuore abbia perduto nei giorni nostri qualche cosa della sua efficacia?". (Enciclica Le pélérinage de del 2 luglio 1957, nel centenario delle apparizioni)
La penitenza, come spiega Pio XII, è innanzitutto un appello alla conversione del cuore, un pentimento profondo, una riconciliazione dell'uomo con Dio. E' solo in questa prospettiva che possiamo comprendere il significato dei miracoli che caratterizzano Lourdes, fino dalle sue origini, rendendola un punto di riferimento mondiale per i malati e i sofferenti. Per evitare ogni forma di sensazionalismo, la Chiesa volle fin dall'inizio un rigoroso discernimento di queste guarigioni. Nel 1905, san Pio X istituì ufficialmente il Bureau des constatations médicales, l'Ufficio delle constatazioni mediche del santuario, dov, medici di diversa formazione e convinzione religiosa esaminano con criteri scientifici le guarigioni dichiarate.
CHI RIFIUTA IL PENTIMENTO E LA PENITENZA
Secondo Alessandro De Franciscis, presidente del Bureau dal 2009, negli archivi del santuario sono conservate le documentazioni di circa 7.500 guarigioni considerate inspiegabili dal punto di vista medico. Di queste, solo 72 sono state riconosciute ufficialmente dalla Chiesa come miracoli, a conferma di un discernimento estremamente prudente. Il 16 aprile 2025, il santuario ha accolto la proclamazione dell'ultimo miracolo ufficiale di Lourdes: la guarigione, avvenuta nel 2009, di Antonia Raco, affetta da Sclerosi Laterale Primaria.
Tuttavia, ridurre Lourdes a un semplice "luogo di miracoli" sarebbe fuorviante: le guarigioni fisiche, pur straordinarie, sono inserite in un orizzonte più ampio, dove il vero centro è la conversione del cuore. Quando Gesù dice al paralitico: "Ti sono rimessi i tuoi peccati" (Mc 2,5), e poi lo guarisce nel corpo, manifesta che la guarigione fisica è segno di un'autorità più alta. "Cristo - spiega san Tommaso d'Aquino - compì miracoli corporali per mostrare che aveva il potere di compiere miracoli spirituali, che sono più grandi" (Summa Theologiae, III, q. 44, a. 2). Chi è in grado di guarire i corpi, può guarire l'anima, restituendo alla vita ciò che sembra inesorabilmente destinato alla morte. Per essere guariti dobbiamo però accogliere le grazie di pentimento e di conversione che Gesù ci offre.
L'appello alla penitenza e alla conversione di Lourdes non è diverso da quello di Fatima, dove, secondo il "Terzo Segreto", i tre pastorelli videro "al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l'Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza!". Tre volte, come a Lourdes sono ripetute queste parole, non dalla Madonna però, ma da un Angelo che impugna una spada di fuoco.
Chi rifiuta il pentimento e la penitenza, attira su di sé non la misericordia, ma la giustizia di Dio. A rue du Bac, a Lourdes, a Fatima, il messaggio del Cielo non cambia: è una pressante richiesta agli uomini affinché ritornino a Dio, prima di provare le terribili conseguenze dell'allontanamento da Lui. Quando e come avverrà la risposta della terra alle richieste misericordiose del Cielo?
Papa Leone a Monaco, un successo in barba alle polemiche
2026/04/14
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8509
PAPA LEONE A MONACO, UN SUCCESSO IN BARBA ALLE POLEMICHE
di Nico Spuntoni
Continua a far discutere la decisione di Leone XIV di fare il suo primo viaggio europeo fuori dall'Italia a Monaco. Le polemiche di stampo qualunquista ci hanno fatto ripiombare a quelle degli anni del pontificato di Benedetto XVI. Impossibile raccogliere tutti i commenti critici ma quello dell'ex direttore di Repubblica Carlo Verdelli è paradigmatico: «Primo viaggio da Papa di Francesco: a Lampedusa, tra i barconi. Viaggio più recente di Papa Leone: a Montecarlo, tra altri barconi». Bisognerà farci l'abitudine perché questo confronto con "quando c'era lui" diventerà probabilmente il leitmotiv con cui i non cattolici (e i cattolici di un certo tipo) guarderanno e racconteranno il pontificato di Prevost.
Il blitz del Papa nel piccolo principato è stato, invece, un successo e un giusto riconoscimento al sovrano che lo scorso novembre ha scelto di non firmare il disegno di legge che ampliava le possibilità di ricorrere all'interruzione di gravidanza. Una decisione presa «alla luce del ruolo che la religione cattolica occupa nel nostro Paese, garantendo comunque un sostegno sicuro e più umano». E che Leone XIV ha dimostrato di apprezzare nel corso dell'udienza concessa al principe monegasco il 17 gennaio durante la quale, come riportato nel comunicato, si era parlato della «difesa e della promozione della dignità della persona umana». Un tema che, non a caso, Prevost ha voluto affrontare anche nei suoi interventi durante la visita di sabato scorso a Monaco.
Affacciato al Palazzo dei Principi vicino ad Alberto e alla principessa Charlène (in bianco, come da privilegio concesso alle sovrane cattoliche), Leone ha detto alla folla sottostante che «la fede cattolica, che siete tra i pochi Paesi del mondo ad avere come religione di Stato, ci pone davanti alla sovranità di Gesù, che impegna i cristiani a diventare nel mondo un regno di fratelli e sorelle, una presenza che non schiaccia ma solleva, che non separa ma collega, pronta a proteggere sempre con amore ogni vita umana, in qualunque momento e condizione, affinché nessuno sia mai escluso dalla mensa della fraternità». Parole che già da sole giustificherebbero la scelta ricaduta sul principato e mal digerita da una parte consistente dell'opinione pubblica.
Prevost ha insistito sulla sacralità della vita anche negli altri appuntamenti della visita. «Stiamo davvero difendendo l'essere umano? Stiamo proteggendo la dignità della persona nella custodia della vita in tutte le sue fasi?», ha invitato a domandarsi rivolgendosi alla comunità cattolica incontrata nella Cattedrale dell'Immacolata Concezione. Ed ha invitato a far sì che «la vita di ogni uomo e donna venga difesa dal suo concepimento alla fine naturale».
Durante la Messa davanti a quindicimila persone nello stadio Louis II Leone ha spiegato che l'amore di Dio equivale all'«amore per la vita nascente e indigente, da accogliere e curare sempre; amore per la vita giovane e anziana, da incoraggiare nelle prove di ogni età; amore per la vita sana e malata, a volte sola, sempre bisognosa di essere accompagnata con cura». E saranno fischiate le orecchie ai parlamentari francesi che non troppo lontano stanno discutendo in queste settimane il disegno di legge sul suicidio assistito. Forse è anche per questo che il Papa ha scelto di muoversi in elicottero, evitando di mettere piede su suolo francese ed atterrare a Nizza.
Nell'incontro con la comunità cattolica il Papa ha invitato anche ad offrire «nuove mappe di orientamento capaci di arginare quelle spinte del secolarismo che rischiano di ridurre l'uomo all'individualismo e di fondare la vita sociale sulla produzione della ricchezza». Un monito inevitabile in uno dei Paesi più ricchi del mondo così come i passaggi sull'attualità, con la richiesta di una ricchezza «al servizio del diritto e della giustizia, specie in un momento storico in cui l'ostentazione della forza e la logica della prevaricazione danneggiano il mondo e compromettono la pace». Nei pochi km del principato c'è stato un bagno di folla per il passaggio in automobile del Papa con un piccolo fuori programma di una contestazione di attiviste Peta contro la corrida.
Tornato a Roma per la Domenica delle Palme, Leone XIV ha iniziato la sua prima Settimana Santa ufficializzando nomine pesanti in Curia: via il poco amato sostituto monsignor Edgar Peña Parra che viene "retrocesso" a nunzio in Italia e San Marino. A via Po prenderà il posto di monsignor Petar Rajič, nuovo prefetto della Casa Pontificia. In Segreteria di Stato al posto di Peña Parra arriva invece il "curiale" monsignor Paolo Rudelli, fino ad oggi nunzio apostolico in Colombia.
Nota di BastaBugie: Stefano Fontana nell'articolo seguente dal titolo "Cattolicesimo religione di Stato, l'eccezione positiva di Monaco" parla della lode rivolta da Papa Leone XIV al principato di Monaco per il cattolicesimo quale religione di Stato. Un caso ormai raro, un colpo al dogma moderno della laicità statale. Purché il cattolicesimo sia vissuto realmente come religione pubblica, come ricordato dal pontefice ai cattolici del principato.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 31 marzo 2026:
Il viaggio di Leone XIV nel Principato di Monaco di sabato scorso 28 marzo aveva un duplice elemento di interesse, come infatti la stampa ha subito segnalato: il Principato è uno dei pochi Stati cattolici rimasti, in esso il cattolicesimo è religione di Stato, eppoi recentemente il Principe si è rifiutato di firmare una legge, approvata nel maggio scorso dal Consiglio Nazionale, che avrebbe consentito di praticare l'aborto fino alla dodicesima settimana di gravidanza, adducendo come motivo proprio il fatto di essere un sovrano cattolico. I due motivi sono tra loro collegati, ma è chiaro che a suscitare la maggiore curiosità è il primo. Oggi, infatti, l'idea che sia ammissibile uno Stato cattolico è considerata una bestemmia dalla laicità ideologica imperante. Per questo si può dire che la visita abbia avuto anche un significato di provocazione rispetto ad uno dei dogmi maggiormente accreditati dalla politica occidentale. Nel suo saluto alla popolazione durante la visita di cortesia al Principe di Monaco, Leone XIV ha fatto diretto riferimento all'argomento dello Stato cattolico in un passaggio di grande interesse: «La fede cattolica, che siete tra i pochi Paesi del mondo ad avere come religione di Stato, ci pone davanti alla sovranità di Gesù».
Con queste parole l'idea della religione di Stato viene positivamente accettata, e questo è di per sé una buona novità. Il Papa non accenna alla "legittima autonomia" dello Stato, espressione dietro la quale si cela spesso l'accettazione della laicità moderna. Non parla di una laicità "aperta" alle religioni, espressone che di solito conduce all'indifferentismo religioso e alla equiparazione politica tra le varie religioni. Apprezzando la religione di Stato egli conferma che il cattolicesimo nel Principato di Monaco è collocato su un piano primario ed unico e, implicitamente, sostiene che si tratti di una cosa giusta, conforme alle pretese della stessa religione cattolica. Leone XIV ha implicitamente riconosciuto un rapporto privilegiato dello Stato, e non solo della persona del Principe o della sua famiglia, con un'unica religione. Di considerevole importanza, poi, il riferimento alla sovranità di Cristo come fondamento della religione di Stato, con tutto quanto questo concetto della regalità ha significato e significa tuttora, al netto dei recenti ripensamenti teologici. La sovranità di Cristo esige la religione di Stato. Il che tende a fare della situazione del Principato non una residuale eccezione ma una regola. Da qui, forse, l'insistenza del Papa sulle cose piccole - come piccolo è il Principato di Monaco - che possono svolgere un compito grande nel disegno provvidenziale di Dio.
Questa sovranità di Cristo, ha continuato il papa, «impegna i cristiani a diventare nel mondo un regno di fratelli e sorelle, una presenza che non schiaccia ma solleva, che non separa ma collega, pronta a proteggere sempre con amore ogni vita umana, in qualunque momento e condizione, affinché nessuno sia mai escluso dalla mensa della fraternità». Questo sviluppo del discorso può essere inteso come la luce che dalla religione vera proviene per animare l'intera società, in una fratellanza che, se non fondata sulla religione, rischia sempre di venire meno. Siamo tutti fratelli sul piano naturale, ma senza la sovranità di Cristo, questa fratellanza solo naturale si perde.
A questa funzione direttamente sociale della religione ha fatto riferimento anche il principe Alberto II: «il quadro attuale rispetta ciò che siamo in considerazione del ruolo che la religione cattolica occupa nel nostro Paese, garantendo nel contempo un accompagnamento sicuro e più umano».
Sarebbe superficiale non tenere presenti queste novità emerse dalla visita papale al principato di Monaco. Il riconoscimento del ruolo pubblico e politico (istituzionale, perfino) della religione cattolica è una contro-rivoluzione rispetto alla religione della irreligiosità che domina le politiche dei Paesi occidentali, specialmente europei, e invita a ripensare alla radice il frusto concetto di laicità. Sarebbe però anche ingenuo ritenere che dai discorsi del Papa a Monaco sia emerso un appello ad un ritorno ad un regime di cristianità. Il Principato, come riconosciuto dallo stesso Leone, è un microcosmo, una società molto secolarizzata, laica negli stili di vita e
Gli equivoci piu ingannevoli sulla religione
2026/04/14
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8505
GLI EQUIVOCI PIU' INGANNEVOLI SULLA RELIGIONE
di Don Stefano Bimbi
Poniamoci una domanda importante per la nostra vita: cos'è la religione? Non dal punto di vista etimologico, teologico o sociologico. Ci chiediamo semplicemente: cosa vuol dire essere religiosi?
Non lo si può certo chiedere a un ateo, uno dei tanti "padri spirituali" che sui media ci subissano di consigli e "verità" parziali. Sarebbe come chiedere a un cieco come sono i colori o a un sordo com'è la musica. Ma purtroppo, a volte, anche tra i cristiani, perfino tra quelli praticanti, ci possono essere delle visioni riduttive della religione. Considerando sotto un solo aspetto la religione vera, cioè il cristianesimo, questo diventa una caricatura di se stesso. Facciamo tre esempi.
1) LA RELIGIONE RIDOTTA AI SOLI ATTI DI CULTO
Il primo esempio è la religione ridotta a semplici atti di culto: aver detto le preghiere, fatto il segno di croce e la genuflessione, recitato il Rosario, ecc. La religione ridotta agli atti di culto, che evidentemente ci devono pur essere, ma non sono l'unica cosa. Non basta andare a Messa per essere poi a posto con Dio per tutta la settimana. Quando vado a portare la comunione alle persone inferme per prima cosa le confesso (cosa che non possono fare i ministri straordinari della comunione). Ebbene durante la confessione mi capita spesso di sentir dire: "non sono più una buona cristiana". Allora chiedo: "perché signora non si sente di essere una buona cristiana?". "Perché non vengo più alla Messa!" è l'immancabile risposta. Allora provo a dire che lei non può venire alla Messa essendo bloccata a letto. Cerco di spiegare che nel suo caso il precetto non obbliga, che offrire le preghiere nella sua situazione e soprattutto le sofferenze sono altrettanto, se non ancora di più, gradite al Signore rispetto a quando riusciva a venire a Messa. Niente, non riesco mai a convincerle. Evidentemente sentirsi manchevole non potendo fare gli atti di culto a cui era abituata vuol dire aver ridotto la religione al solo compimento di quegli atti.
Stesso errore lo compie chi, ad esempio, dice: "Non mi aspettavo che quella signora ricorresse alla fecondazione artificiale: eppure viene sempre a Messa, la vedo dire il Rosario, indossa perfino il crocifisso al collo". Anche in questo caso si considera la persona come religiosa per aver semplicemente praticato gli atti esterni di culto. Quando una condotta di vita contraddice gravemente l'insegnamento morale della Chiesa non ci si deve stupire che quella stessa persona ci sembrasse religiosa, ma che avevamo giudicato quella persona come religiosa per il solo compimento degli atti esterni di culto. Ridurre la religione solo a questo ci fa dimenticare che la religione è molto di più. Perché se consistesse solo in atti di culto, una volta che ci si annoia di tali pratiche, non si vede il motivo per continuare a farle ed anzi si cercherà di fuggire da tutto ciò. Accade ad esempio che in vacanza ci si "dimentichi" di andare a Messa. Oppure che un giovane che ha appena ha fatto la cresima non si veda più in parrocchia. Come dargli torto se è passato il concetto che la religione è solo un atto di culto?
2) LA RELIGIONE RIDOTTA A OBBLIGHI E DIVIETI
Come è chiaro nel punto precedente che gli atti di culto esterni ci debbano essere, altrettanto chiaro è che rispettare i Comandamenti è doveroso, ma di nuovo ridurre la religione solo a questo, fa sì che si pensi che la religione sia solo fare o non fare determinate cose. Questo errore si vede ad esempio in chi chiede al sacerdote se una certa cosa è peccato mortale o veniale. La questione è interessante ed è importante saper distinguere, almeno per sapere se si può fare la comunione oppure no. Del resto il Concilio di Trento invita i parroci a far presente ai fedeli che accostarsi all'eucaristia rimette i peccati veniali. Ma a volte si ha l'impressione che le persone siano interessate alla distinzione per poter poi dire: "Vabbè, se è solo peccato veniale lo posso fare, tanto non vado all'inferno per quello". A parte il fatto che reiterare i peccati veniali predispone al peccato mortale, è proprio il concetto di fondo che è sbagliato. Non si può ridurre la vita cristiana al non compiere i peccati mortali. Questo è il primo gradino di un cammino spirituale, ma non ci si può fermare lì. Non basta dire "Non faccio niente di male", ma occorre chiedersi se si è fatto tutto il bene possibile.
L'idea che la religione sia limitata a quello che è obbligatorio e poi per il resto si è a posto è molto limitativa. È considerare la religione come pagare le tasse, ci si attiene al minimo obbligatorio e lo si fa pure malvolentieri. Nessun commercialista si sente dire da un cliente di lasciare allo Stato cento euro in più di quello che deve per legge. Non si pagano le tasse per amore dello Stato, ma perché si è costretti.
Un altro esempio di religione ridotta a obblighi e divieti è la domanda che fanno spesso i giovani cristiani fin dove possano spingersi in campo sessuale durante il fidanzamento. La risposta che mi sembra migliore è che possono fare ciò che farebbero davanti ai loro genitori. Ovviamente questa non è la risposta che volevano. Allora si allontanano dalla confessione, limitandola ad appena prima di accostarsi alla comunione. Così pensano di aver adempiuto agli obblighi: "Faccio i peccati che voglio, ma tanto poi mi confesso". Un po' come pagare la multa per eccesso di velocità e poter così continuare a guidare l'auto.
Insomma anche ridurre la religione a divieti ed obblighi porta la conseguenza che appena posso evado da essi, come sogniamo di fare con le tasse.
3) LA RELIGIONE RIDOTTA A FARE DEL BENE
Un'ultima visione riduttiva della religione, molto diffusa, è che questa sia soltanto fare del bene. L'importante è voler bene agli altri, rispettare tutti, non far male a nessuno. Chi pensa questo quando passo per la benedizione delle case si giustifica dicendo: "Non mi vede alla Messa, però faccio tanto del bene, ad esempio ho accudito mia mamma fino alla morte". Ovviamente rispondo che ha fatto bene, del resto è bello prendersi cura della mamma. Lei ci cambiava il pannolino da piccoli, adesso si invertono i ruoli. Ma pensare di essere a posto con Dio perché si è fatto del bene è aver ridotto la religione solo a questo.
Un altro esempio è quello delle signore che frequentano la chiesa, ma il cui marito pur dicendosi cristiano, non è praticante. Un po' come se uno dicesse di essere un paracadutista, ma senza essere praticante, cioè senza mai buttarsi da un aereo. Un non-senso. Le signore in questione dicono che è vero che il marito non viene alla Messa, però è un brav'uomo, generoso e buono. Anche in questo caso si riduce la religione al compiere degli atti buoni. Fatti questi si è a posto. E pazienza, si fa per dire, se uno non viene mai a Messa violando così il precetto domenicale, non si confessa mai nonostante la Chiesa dica di confessarsi almeno una volta l'anno, è rimasto alle conoscenze del catechismo imparato da piccolo senza approfondire i temi legati alla Fede, non si sforza di abbandonare i vizi nei quali è immerso, ecc. Ma se l'unica cosa che conta è "fare del bene", allora faccio sempre del bene, almeno secondo me, e penserò sempre di essere a posto. Però così ho ridotto la religione ai miei parametri, non mi sono elevato a Dio.
CONCLUSIONE: COS'È LA RELIGIONE?
Purtroppo le tre riduzioni che abbiamo considerato portano a pensare di essere religiosi, anche se non lo si è. Cos'è allora la religione? Lo ha spiegato Gesù nel Vangelo indicando a modello - rispetto ai ricchi che davano del superfluo come offerta al tempio - la vedova che non dà del superfluo, ma del necessario (Mc 12,41-44). Aveva due spiccioli e li dà tutti e due. Poteva darne uno solo e tenersi l'altro. Invece la vedova, che già era nella miseria, dona tutto quello che aveva per vivere. Cos'è dunque la religione? È quell'atto di donazione totale della vedova e dunque è una questione di amore. E chi è che può dare tutto a Dio? Può dare tutto a Dio solo chi si è sentito amare da Lui così tanto da riconoscere che il nostro è solo un restituirgli quello che ci ha dato. Se Dio ci ama così tanto da mandare suo Figlio in croce, evidentemente anche noi lo dobbiamo riamare.
Quindi in conclusione non ci si può ricordare di Dio solo quando le cose vanno male e quando invece va tutto bene ce ne dimentichiamo. Oppure, al contrario, lo lodiamo quando tutto va bene, ma poi quando qualcosa va male imputiamo a Lui di averci abbandonato o punito e allora ci allontaniamo dalla religione. Non è giusto fare così. Non si può tener conto di Dio quando siamo piccoli e andiamo al catechismo per poi abbandonarlo quando iniziamo a vivere la nostra vita nel mondo. Oppure ce ne ricordiamo quando ormai siamo anziani e avendo poche cose da fare si può andare alla Messa, magari tutti i giorni.
Non si può dare a Dio gli spiccioli, il superfluo. A Dio bisogna dare tutta la nostra vita: le gioie e i dolori, la malattia e la salute, le cose belle e quelle brutte. Tutto dobbiamo riferire a Dio, ringraziarlo per ogni cosa: perché c'è il sole e perché c'è la pioggia, perché ho da mangiare e perché oggi invece non ho da mangiare, per quando sto bene e per quando invece sono a letto infermo. La vita, ma anche la morte, tutto deve rendere gloria a Dio.
La scoperta dell'amore di Dio cambia radicalmente la vita. Non si tratta di compiere pratiche esterne, di rispettare regole o di fare beneficenza: si tratta di amare Dio con tutto il cuore, tutta l'anima, tutta la mente e tutta la forza.
La preghiera cristiana non è una tecnica, ma l'incontro con Dio
2026/04/14
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8504
LA PREGHIERA CRISTIANA NON E' UNA TECNICA, MA L'INCONTRO CON DIO
di Francesco Cavina
Sembra utile spendere alcune parole per presentare la specificità della preghiera cristiana. Non è possibile parlare della preghiera cristiana se non alla luce dell'incarnazione del Figlio di Dio, il quale ha voluto assumere la natura umana per dare all'uomo la possibilità di entrare nel mondo di Dio. Per Cristo, con Cristo ed in Cristo noi diventiamo creature nuove, figli adottivi di Dio, e siamo introdotti nell'intimità della Santissima Trinità. La vita cristiana, pertanto, si risolve nella comunione con le tre Persone divine: Padre, Figlio e Spirito Santo. La Chiesa, i sacramenti, la preghiera e l'esercizio della carità fraterna, che da essi sgorga, hanno lo scopo di educare "trinitariamente" la nostra anima; ci abituano a relazionarci con Dio nostro Padre; permettono a Cristo di prendere possesso della nostra esistenza; consentono allo Spirito di istruirci interiormente e di guidarci alla Verità. Nel cristianesimo, dunque, tutto viene dall'Alto. Anche la preghiera. Non a caso il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, parlando della preghiera in generale, afferma che «essa è sempre dono di Dio» (§534). Con questo dono Dio «nel suo immenso amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (Dei Verbum, §2).
Gesù parlando della preghiera ha posto l'insistenza sulla «necessità di pregare sempre, senza stancarci» (Lc 18,1; cfr. 1Tess 5,17). Non ha detto nulla in merito alla perfezione della preghiera. Conoscendo la fragilità umana, Egli sa che la nostra preghiera è disturbata da pensieri, preoccupazioni, affanni. Il Catechismo della Chiesa cattolica riconosce che «la difficoltà abituale della nostra preghiera è la distrazione» (§2729). Il Signore, dunque, non pretende da noi risultati perfetti, ma chiede la perseveranza, chiede cioè di non arrenderci, coltivando il desiderio di offrire a Lui il nostro tempo ed il nostro cuore perché lo purifichi.
San Luigi Maria Grignon de Monfort insegna che le distrazioni - sta parlando della preghiera del Rosario - si combattono «continuando il tuo Rosario, quantunque senza alcun gusto e consolazione sensibile: è un combattimento terribile ma salutare all'anima fedele». Santa Teresa di Lisieux ci invita a sfruttare le distrazioni e confessa: «Anch'io ne ho molte, ma appena me ne accorgo prego per le persone il cui pensiero sta distraendo la mia attenzione, e in questo modo loro traggono beneficio dalla mia distrazione».
In conclusione, è bene ricordare che se la preghiera richiede attenzione, essa non va confusa con una tecnica di concentrazione mentale. La pretesa di conseguire un raccoglimento assoluto - dove sono assenti ogni forma di dispersione e distrazione - rappresenta un errore che può portare allo scoraggiamento, produrre inquietudine e abbandono della preghiera. Tale errore è oggi sempre più presente vista la diffusione di alcune pratiche, spesso provenienti dalla cultura asiatica, che non sono spiritualmente neutre. Dobbiamo, dunque, essere consapevoli della specificità della fede cristiana e della sua differenza rispetto a proposte che sono particolarmente insidiose. La vera risposta al problema delle distrazioni nella preghiera non risiede, infatti, in una maggiore concentrazione della mente, ma nel riconoscere la presenza di Dio, che nel suo infinito amore entra in dialogo con me per dirmi qualcosa che giorno dopo giorno cambierà la mia vita. Il Signore ci chiede di "rimanere" con Lui e di ricondurre a Lui, dopo ogni distrazione, il nostro spirito. Con questo combattimento, come insegna il Catechismo, noi dichiariamo la nostra scelta di amare il Signore e di donare a Lui il nostro cuore.
Podcast reviews
Read Cristianesimo - BastaBugie.it podcast reviews
Podcast sponsorship advertising
Start advertising on Cristianesimo - BastaBugie.it relevant audience podcasts
You may also like to advertise on these Podcasts

4.7292772000
The Michael Knowles Show
The Daily Wire

4.861491117
The David Pakman Show
David Pakman

4.838342000
Entrepreneurs on Fire
John Lee Dumas of EOFire

4.6619862000
The Dan Bongino Show
Cumulus Podcast Network | Dan Bongino

4.6221712000
Mark Levin Podcast
Cumulus Podcast Network

4.930882000
The Quote of the Day Show | Daily Motivational Talks
Sean Croxton

4.922981188
Dropping Bombs
Brad Lea: CEO, Entrepreneur, and Host of The Bottom Line

4.831581368
The Late-Round Fantasy Football Podcast
iHeartPodcasts

4.6253672000
The Glenn Beck Program
Mercury Radio Arts

4.818402000
The Cabral Concept
Dr. Stephen Cabral