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This podcast has
111 episodes
Language
ItalianPublisher
Gabriele NiolaExplicit
No
Date created
2025/01/20
Latest episode
2026/10/13
Average duration
25 min.
Release period
3 days
Description
Fare cinema è un lavoro assurdo. Creare film è ogni volta un piccolo inferno e le persone che ci girano intorno sono strane, originali se non proprio pericolose. Questo podcast racconta le storie dietro ai film, quelle delle vite degli attori o dei registi e tutto quello di paradossale gira intorno al cinema e chi lo fa. Qui in audio su YouTube pure in video. Gabriele Niola è un critico cinematografico, podcaster e creatore di contenuti, da anni scrive di cinema e intervista attori e registi. Tutto pur di non lavorare. Una recensione (a 5 stelle!) è il massimo che puoi fare
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Da dove viene l'ELEVATED HORROR
2026/10/13
Come siamo arrivati all'elevated horror, il genere che ha vinto la Palma d'Oro a Cannes e trasformato il cinema dell'orrore nel settore più vitale di Hollywood. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Nel 2021 Titane ha vinto la Palma d'Oro a Cannes — con Spike Lee che ha spoilerato il vincitore per sbaglio leggendolo per primo. Era un segno del tempo: per la prima volta nella storia del festival, un horror vinceva il premio più importante del cinema. Non era un caso. È il sintomo di qualcosa che si è costruito in vent'anni di produzione, fallimenti, esperimenti e rivoluzioni economiche. Tutto parte dal Blair Witch Project del 1999: costato $60.000, incassò 248 milioni. Il primo film nella storia il cui successo fu costruito su internet, con un marketing che fingeva che i personaggi fossero davvero scomparsi. Quella lezione — l'horror invisibile, la minaccia che non si mostra, il basso costo trasformato in punto di forza — è alla base di tutto quello che viene dopo. Compreso Jason Blum e la sua Blumhouse, che ha industrializzato il modello: mai più di 5 milioni di budget, attori pagati a percentuale, set unici, case come ambientazioni. Paranormal Activity, Insidious, Sinister, La notte del giudizio. Un sistema a prova di flop che ha reso l'horror la scommessa più sicura di Hollywood. Ma il linguaggio visivo dell'elevated horror non viene dalla Blumhouse. Viene dalla Svezia. Lasciami Entrare di Thomas Alfredson nel 2008 ha inventato qualcosa di nuovo: un horror costruito sull'atmosfera invece che sugli spaventi, sull'introspezione psicologica invece che sul mostro, sull'apice narrativo suggerito invece che mostrato. Alfredson disse che il suo obiettivo era uno solo: evitare il tono americano. Nel farlo, ha creato il modello che avrebbero seguito tutti. The Babadook e It Follows nel 2014, The Witch nel 2015 — quando esiste un termine per una cosa, la si può fare, discutere, replicare. Jordan Peele con Get Out, Ari Aster con Hereditary, Robert Eggers che non era neanche un appassionato di horror ma capì che era l'unica forma produttiva in cui poteva esordire con ambizioni autoriali. L'elevated horror ha riempito il vuoto lasciato dal cinema adulto, quello di mezzo tra il blockbuster e il film d'autore. Parla di maternità, cambiamento climatico, bullismo, intelligenza artificiale — e lo fa in sala. Storyline su IG: https://bit.ly/StorylineIGStoryline su TikTok: https://bit.ly/StorylineTK #ElevatedHorror #Horror #Cinema #FilmHistory #Blumhouse #TheWitch #Hereditary #GetOut
DUNE: una storia di due film
2026/10/06
La storia di Dune al cinema è la storia di due fallimenti clamorosi che hanno cambiato tutto il cinema di fantascienza. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Per chi volesse approfondire consiglio il film Jodorowsky's Dune e questo libro: https://www.lafeltrinelli.it/masterpiece-in-disarray-david-lynch-libro-inglese-max-evry/e/9781948221290 Nel 1974 i diritti di Dune finiscono ad Alejandro Jodorowsky, il regista surrealista cileno che aveva appena inventato il cinema di mezzanotte con El Topo e La montagna sacra. Lui non l'ha neanche letto il romanzo di Frank Herbert. Non voleva fare un adattamento: voleva fabbricare droga. Un film che aprisse le porte della percezione come l'LSD. E per farlo comincia ad assemblare quelli che chiama i suoi sette samurai: Moebius per lo storyboard, H.R. Giger per i visual del casato Arkonnen, Dan O'Bannon per gli effetti speciali, i Pink Floyd per la colonna sonora. E poi Orson Welles — trovato ristorante per ristorante a Parigi — e Salvador Dalì, pagato 100.000 dollari al minuto di schermo.Dopo due anni e due milioni di dollari spesi, quando la sceneggiatura è pronta, il film durerebbe 10 ore. La Warner si ritira. Il consorzio francese non trova chi la sostituisce. Il film non si fa. Ma quella Bibbia visiva creata da Moebius comincia a girare per gli studi di Hollywood, e da lì nasceranno Alien, Blade Runner e Terminator.I diritti passano a Dino De Laurentiis. Prima ci prova Ridley Scott — che poi li abbandona per lutto familiare e ci porta invece le idee accumulate dentro Blade Runner. Poi arriva David Lynch, fresco di nomination all'Oscar per The Elephant Man, che aveva appena rifiutato di dirigere Il ritorno dello Jedi. Lynch legge il romanzo, lo ama, firma per tre film. E poi comincia il disastro: le riprese in Messico con il 15% della troupe ogni settimana in ospedale, 1000 cappelli fatti a mano per una scena poi tagliata, l'Industrial Light & Magic sostituita con una ditta locale, e uno scontro continuo con De Laurentiis sulla luminosità del film — imposta dai distributori VHS. Il risultato: un montaggio che passa da 4 ore a 2 ore e 17 minuti a suon di tagli con l'accetta. Lynch toglie il suo nome dal film. Dice che senza meditazione trascendentale si sarebbe suicidato.Ma da quel fallimento nacque Velluto Blu. E da quel disastro Lynch capì che l'unica cosa che poteva fare era i suoi film, al suo modo, senza compromessi. A volte le lavorazioni infernali, i fallimenti clamorosi, sono la parte più necessaria di tutto. #Dune #DavidLynch #Jodorowsky #Cinema #Storia #FilmHistory #CinemaMondiale #BehindTheScenes #Fantascienza
Il patto con i mostri di GUILLERMO DEL TORO
2026/09/29
Come è stato fatto Il Labirinto del Fauno: dall'inseguimento con la polizia messicana per non perdere i prop di Chronos, all'inferno dei Weinstein su Mimic, al rapimento del padre liberato grazie a James Cameron, fino al taccuino perduto in un taxi a Londra che ha cambiato tutto. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Guillermo del Toro ha fatto un patto con i mostri a 4 anni — per andare a fare pipì senza paura. Lo psicologo gli spiegherà che quella cosa esiste: si chiama fobia inversa. Da quel momento i mostri non lo spaventano più, li ama. Il padre analfabeta vince la lotteria negli anni '70 e si fa installare una gigantesca biblioteca. Del Toro se la divora. Il primo film viene distrutto dai vandali prima ancora di girare. Cronos (1993) si fa in 4 anni con 2 milioni di dollari — di cui 500mila spariti in commissioni bancarie. Per recuperare soldi vende tutto, incluso il furgone. Nel tragitto verso il concessionario, con tutti i prop nel retro, passa col rosso. Non avendo soldi per la mordida — la bustarella alla polizia messicana — scappa, dando vita a "l'inseguimento di polizia più patetico e lento di sempre". Cronos arriva alla Quinzaine di Cannes. Mimic con i Weinstein è devastante: lo vogliono licenziare, è la troupe a ribellarsi. Nel 1997 il padre viene rapito in Messico. James Cameron — nel pieno della post-produzione di Titanic — assume di tasca propria un negoziatore che tratta per 2 mesi e mezzo: il padre viene liberato per 2 milioni. Del Toro dirà che il rapimento era più sopportabile dei Weinstein: "Almeno loro volevano i soldi. Con i Weinstein non ho mai capito cosa volessero." Nel 2003, a Londra, deve scegliere tra il primo Thor e X-Men 3. Dimentica il taccuino su un taxi: 20 anni di idee per Il Labirinto del Fauno, irrecuperabile. Piange in camera d'hotel. Il tassista lo riporta grazie a un foglio col logo dell'hotel trovato dentro. Del Toro attacca il telefono e dice ad alta voce: "Signore, ho capito. Farò il Labirinto del Fauno." Rifiuta il doppio del budget offerto da Hollywood perché richiedevano l'inglese. Zero stipendio, zero percentuale sugli incassi. In Spagna la foresta era bruciata: la dipingono di verde. La protezione civile vieta le armi a salve: gli attori mimano gli spari come i bambini che giocano ai cowboy. L'uomo pallido nasce quando Del Toro disegna gli occhi sulla mano di David Martí per dimostrare l'idea — ispirato a Santa Lucia con gli occhi in mano. Doug Jones dorme con il costume perché ci vogliono ore per toglierlo e rimetterlo. Il mixaggio finale dura 40 ore consecutive: l'ultima revisione si fa con Iñárritu che porta il cibo cinese e aiuta a tagliare 8 minuti. A Cannes: 22 minuti di applausi, record assoluto. Ma la proiezione preferita di Del Toro è quella con Stephen King: "Lo vedevo saltare dalla paura davanti all'uomo pallido." Al Leone d'Oro a Venezia, la traduttrice simultanea capisce male il suo inglese: invece di "I love monsters" traduce "amo la mostarda". Storyline su IG: https://bit.ly/StorylineIGStoryline su TikTok: https://bit.ly/StorylineTK #IlLabirintoDelFauno #GuillermoDelToro #PansLabyrinth #ComeÈStatoFatto #CriticaCinematografica #Cinema #DougJones
LA LA LAND: tutto in 40 giorni
2026/09/22
Come è stato fatto La La Land: da un musical rifiutato da tutti gli studios a un film girato con 30 milioni, aperto a Venezia e arrivato a 6 Oscar. Con la sequenza dell'autostrada scoperta grazie a Waze, il poster con la mano storta di Ryan Gosling, e il disastro della busta sbagliata agli Oscar. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Per chi vuole approfondire il lato produttivo del film: https://www.screendaily.com/features/how-damien-chazelle-made-la-la-land-for-just-30m/5112184.article E qui per chi vuole approfondire la storia dell'Oscar sbagliato:https://www.hollywoodreporter.com/movies/movie-features/they-got-wrong-envelope-oral-history-oscars-epic-best-picture-fiasco-1087829/ Damian Chazelle aveva scritto La La Land nel 2008, appena arrivato a Los Angeles, volendone fare un musical jazz classico. Gli studios lo volevano rock, senza la sequenza in autostrada e con un finale positivo. Ha detto no e ha fatto Whiplash — prima un corto, poi il lungo — per guadagnarsi la credibilità necessaria a fare il film come diceva lui. Il casting è stato un disastro: Miles Teller era il protagonista maschile prescelto (stesso attore di Whiplash), Emma Watson la protagonista femminile. Teller sparisce dalle trattative in circostanze mai chiarite. Emma Watson rifiuta perché preferisce La Bella e la Bestia. Ryan Gosling — che stava scappando da La Bella e la Bestia — prende il posto. Emma Stone lo segue perché sa che con Gosling funziona: l'unica cosa di Crazy Stupid Love che si ricorda è una loro scena di ballo. I due si allenano per 4 mesi e mezzo separati in un capannone. Ryan Gosling impara a suonare il pianoforte dal vivo. Justin Hurwitz compone 1900 demo prima di trovare le canzoni giuste. City of Stars richiede 31 ciak. La sequenza del tramonto a Griffith Park si gira solo al tramonto, 30 minuti di luce buona per 5 ciak al giorno, 2 giorni: 10 possibilità in totale per centrarla. Non la centrano mai perfettamente — tengono il secondo ciak, con la mano di Gosling storta. Quella mano storta finisce nel poster ufficiale, che Gosling chiama la sua "LaLa Hand". Nel decennale ha chiesto di correggerla. L'hanno fatto. La sequenza d'apertura sull'autostrada nasce da una multa: Chazelle imbocca per errore una rampa chiusa seguendo Waze, rimane affascinato dalla location, la percorre tutta e mesi dopo riceve la contravvenzione. La girano in 2 giorni, 38 gradi, con la coreografa nascosta sotto le macchine a urlare le indicazioni. Finito il film, ai test screening non funziona. Chazelle lo rimonta mille volte. Slitta la data di uscita — ed è così che diventa disponibile per Venezia. Alla prima qui è un'ovazione. A Telluride, Tom Hanks interrompe la promozione di Sully e dice che il film da 30 milioni ne incasserà 448. Ne incasserà 448. Agli Oscar vince 6 premi. Poi Warren Beatty apre la busta sbagliata e legge La La Land come miglior film. I produttori si accorgono dell'errore sul palco e cedono il microfono a Moonlight. La busta era quella di Emma Stone, già consegnata prima della cerimonia da un responsabile della società incaricata — che in quel momento stava fotografando Emma Stone nel retropalco per i suoi social. #lalaland #DamianChazelle #EmmaStonE #RyanGosling #ComeÈStatoFatto #Oscar #CriticaCinematografica #Cinema
Chi è il vero autore di HARRY POTTER
2026/09/21
Come è stato fatto il primo film di Harry Potter: dalla resistenza di JK Rowling contro Hollywood, alla scelta del regista, al casting che ha rischiato di portare a un Harry Potter americano. E il problema del titolo. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Il titolo stava per essere il primo ostacolo: la casa editrice americana voleva chiamarlo "School of Magic", la Warner lo trovava invendibile. Rowling ha ceduto solo sulla parola — "Philosopher" diventa "Sorcerer" per gli USA — e ogni scena in cui si cita la pietra è stata girata due volte identiche. Rowling ha venduto i diritti per meno del dovuto pur di ottenere il controllo su sceneggiatura e casting. Ha detto no a Spielberg (voleva fare un film animato), no a Zemeckis, Rob Reiner e Peter Weir (volevano ambientare tutto in America), e quasi sì a Terry Gilliam — bloccato dagli studios. La scelta è ricaduta su Chris Columbus, presentatosi al colloquio con una sceneggiatura completa scritta di tasca propria, dopo che la figlia lo aveva martellato per mesi.Il casting è stata un'altra battaglia: 40.000 bambini vagliati, Rowling irremovibile sull'inglese. Il favorito era Haley Joel Osment (il bambino del Sesto Senso). Rowling ha telefonato personalmente a Columbus per bloccarlo e ha spinto per Daniel Radcliffe. Rupert Grint ha mandato un VHS in cui rappava, Emma Watson è arrivata grazie alla sua insegnante di teatro. Per Severus Piton, Tim Roth ha rifiutato per girare Il Pianeta delle Scimmie: è arrivato Alan Rickman, a cui Rowling ha svelato l'intera traiettoria del personaggio. Segreto che Rickman ha tenuto per 10 anni senza dirlo a nessuno. La produzione si è insediata agli studi Leavesden, ex hangar della Rolls-Royce: ambienti costruiti per durare una saga intera, con pavimenti in vera pietra, mappe architettoniche di Hogwarts condivise con lo scenografo Stuart Craig, candele fluttuanti passate in CG perché la cera colava ovunque. Il protagonismo che ha reso Harry Potter il film che è — il controllo maniacale di Rowling su ogni aspetto — è la stessa personalità che oggi la rende una figura controversa sui diritti trans. #HarryPotter #JKRowling #ChrisColumbus #AlanRickman #DanielRadcliffe #ComeÈStatoFatto #CriticaCinematografica #Cinema
DIO RIDE, NO PARADISE IF YOU'RE KILLED BY A WOMAN, FATHER JOE e le previsioni - Venezia Daily #11
2026/09/13
Ultimo giorno alla Mostra del Cinema di Venezia 2026: Dio Ride di Giovanni Veronesi è molto più drammatico del previsto, Father Joe di Luc Besson è una stupidaggine gigantesca ed estremamente divertente, No Paradise If You're Killed by a Woman è uno dei migliori film del festival. E le previsioni sui premi.
Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET
Dio Ride è il film di chiusura: Pierfrancesco Favino è un frate francescano nel Medioevo che predica la parola di Dio facendo ridere, Silvio Orlando è l'inquisitore inviato a fermarlo. Ci si aspettava una commedia o un dramedic stile La Vita è Bella — invece è un film drammatico, punto. Le prediche umoristiche del frate sono coerenti con l'umorismo da giullare medievale, non con il nostro. La cosa più intelligente del film è che non nobilita l'umorismo in sé, ma l'impresa: raccontare cose serie cercando di far ridere per arrivare a tutti. Una gigantesca apologia del cinema popolare. Favino usa un'inflessione umbra per rendere il personaggio umile e tenero — la tenerezza smielata non è proprio il mio genere, ma il film è più corretto e strutturato di quanto temessi.
Father Joe: scritto e prodotto da Luc Besson (non diretto), con Kiefer Sutherland nei panni di un prete cattolico di New York negli anni '90, reduce del Vietnam, armato fino ai denti, che sgomina le gang della droga per salvare i giovani. Sparatoria in chiesa al ralenti, bazooka, esplosione con camminata a rallentatore sui canti gregoriani. Una stupidaggine gigantesca, un B-movie post-tarantiniano che trova l'equilibrio perfetto tra "Madonna che stupidaggine" e "divertiamoci". In sacrestia c'è un'armeria, i chierichetti sono artisti marziali, i rabbini hanno sistemi informatici, l'imam contribuisce alla causa. Le religioni sono in pace tra loro e combattono il crimine per la salvezza degli orfanelli. Voglio il crossover con L'Esorcista del Papa di Russell Crowe.
No Paradise If You're Killed by a Woman è uno dei migliori e più inaspettati del festival. Produzione Kurdistan iracheno-Svezia, regia norvegese-irachena. Una cecchina Pashmerga cerca la sorella prigioniera dell'ISIS tra le macerie di Mosul — girato nei luoghi veri, ambientazione fuori dalla grazia di Dio. Asciuttissimo, stile cinema europeo di tensione (sembra Sollima), azione contaminata da melodramma mediorientale. La protagonista è caratterizzata non dalla forza ma dalla resistenza al dolore, che è la chiave del grandissimo finale. Fuori concorso, ma è il candidato agli Oscar per l'Iraq.
Le previsioni: probabile Leone d'Oro a Possible Love, ma il leone che vorrei è per Dau — un pezzo di storia del cinema che però scotta politicamente. Il mio palmarès ideale: Leone d'Oro a Dau, Gran Premio della Giuria a Possible Love, Miglior Attore a Lino Musella, Migliore Attrice a Vanessa Scalera, Miglior Sceneggiatura a Martin McDonagh, Miglior Regia a Werner Herzog, Leone del Futuro alle bambine di Look Back.
Riprese e montaggio: Bianca Ferrari
#FestivalDiVenezia2026 #Venezia83 #DioRide #PierfrancescoFavino #FatherJoe #KieferSutherland #LucBesson #NoParadise #MostraDelCinema #CriticaCinematografica #VeneziaDailyVlog
RITORNO A BUENOS AIRES, FATHER JOE e DIO RIDE - Daily Venezia #11
2026/09/12
Penultimo giorno alla Mostra del Cinema di Venezia 2026: Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis è il migliore dei film italiani in concorso, A Bit of Light delude tantissimo e La Moola non mantiene le promesse. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET A Bit of Light di Aliasgari era uno dei più attesi — e la delusione è proporzionale. Racconta un uomo a Teheran che ha deciso di farla finita, con i parenti e amici che lo sanno. Il clima del regime iraniano è lo sfondo, ma il film non racconta mai davvero il dramma della persona, le cause rimangono vaghe, il protagonista è fastidioso nella sua passività, e la cosa più imperdonabile è il ritmo: il cinema iraniano contemporaneo ha sempre avuto una scrittura forsennata, questo è appositamente dilatato fino a sembrare un cortometraggio allungato a dismisura. Deludentissimo.La Moola stava in Orizzonti, Barbera l'aveva speso molto in conferenza stampa. L'idea è buona — un finto documentario sul traffico di droga a Marsiglia, found footage stile I Promessi Sposi ("abbiamo ritrovato questo reportage"). Nella pratica è realizzato da quattro soldi, i gangster recitano male il loro essere gangster, i momenti di tensione non lo sono, l'incastro narrativo è poco chiaro. Un'originalità che esiste solo sulla carta. Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis è probabilmente il migliore dei cinque italiani in concorso. Un paramedico che negli anni '70, giovanissimo studente di medicina, veniva usato dalla dittatura argentina per tenere in vita i detenuti durante le torture — costretto, senza alternative, ma collaborazionista. Oggi è convocato a testimoniare al processo. Adriano Giannini è eccezionale nel portare un personaggio combattuto tra tutto: sopravvissuto e complice, vittima e carnefice suo malgrado. Bechis conosce la macchina cinema alla perfezione e usa una leggera patina di genere per farti passare le domande impossibili del cinema d'autore. Riprese e montaggio: Bianca Ferrari #FestivalDiVenezia2026 #Venezia83 #MarcoBechis #AdrianGiannini #MostraDelCinema #CriticaCinematografica #VeneziaDailyVlog
NAZA, SCHERZETTO di Mario Martone e ONE MINUTE TO MIDNIGHT di Nicolas Parisier - Daily Venezia #9
2026/09/11
Nono giorno a Venezia 2026: un film francese in concorso di commiserazione totale, il documentario sui soldati israeliani che confessano le vittime collaterali e Scherzetto di Mario Martone — un film sbagliatissimo con un'unica scena che vale tutto il resto.
Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET
One Minute to Midnight è l'ennesimo film francese in concorso che non regge il peso della selezione. Un uomo deve aspettare 7 giorni a Parigi per una questione di eredità, ritrova le persone con cui gestiva un giornale anni fa, ascolta da tutti quanto i suoi atteggiamenti fossero tossici e maschilisti. Dialogatissimo, alla Linklater ma senza la profondità — le conversazioni non sono sempre interessanti, il protagonista assorbe tutto senza mai fare sintesi, e la tesi finale è la più banale possibile: viva le nuove generazioni.
Naza era il film più atteso con più peso — annunciato in ritardo per ragioni di sicurezza, prodotto dal Guardian, girato da Rachel Szor con 24 soldati israeliani che confessano come funzionano i bombardamenti via drone. Naza è il nome tecnico per le vittime collaterali: anziani, madri, neonati — tutti Naza. Le confessioni sono sconvolgenti. L'unica idea cinematografica davvero forte è quella delle sagome nere intervistate sui tetti di Tel Aviv, con i palazzi illuminati sullo sfondo a "interpretare" i palazzi di Gaza. Per il resto è un reportage — fortissimo giornalisticamente, nullo come linguaggio cinematografico.
Scherzetto di Mario Martone (fuori concorso) sprecava un'opportunità commerciale enorme: Tony Servillo, nonno e nipote, Napoli. La parte più bella è quella non commerciale — i fantasmi del passato che appaiono nella casa dell'infanzia, e una scena nei quartieri popolari di Napoli che ha il respiro del grande cinema. Il problema è il bambino, che è spontaneo ma non recita, e Servillo che non fa il lavoro che dovrebbe: recitare anche per lui. Gli ultimi venti minuti sono terribili. Un film sbagliatissimo con dentro una scena straordinaria.
Riprese e montaggio: Bianca Ferrari
#FestivalDiVenezia2026 #Venezia83 #MarioMartone #Naza #MostraDelCinema #CriticaCinematografica #VeneziaDailyVlog
DAU, UN BON PETIT SOLDAT e IL FUOCO CHE TI PORTI DENTRO - Daily Venezia #8
2026/09/10
Ottavo giorno a Venezia 2026: la storia impossibile del progetto Dau e il film monumentale che è diventato, l'italiano The Bear di Edoardo De Angelis e Petit Soldà di Briset con un'Alba Rohrwacher da premio.
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Dau è un pezzo di storia del cinema che si sta facendo adesso. Nel 2006 Ilya Khrzhanovksy vuole girare un film su Lev Landau, lo scienziato che sviluppò l'atomica per i russi. Ottiene fondi da un oligarca russo, costruisce a Kharkiv la replica funzionante del centro di ricerca in cui Landau lavorò — cucine, bagni, oggetti d'epoca — e lo popola con 300 non attori pagati per viverci tutti i giorni, senza copione, in costume dal 1938 al 1968, con i telefoni sequestrati. Per tre anni. Con cimici ovunque e una troupe pronta a girare quando succedeva qualcosa di interessante. Nel 2020 escono 13 film da 700 ore di girato. Ora arriva Dau il film, e le immagini più clamorose che Khrzhanovksy aveva girato non erano in quelli — ricostruzioni di Leningrado su scala reale, senza effetti digitali, con un gusto estetico che toglie il fiato. È il film di questa edizione.
Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis è l'italiano The Bear: una famiglia napoletana a Natale, la madre che arriva, i rapporti incancreniti, il caos visivo ordinato da una mente precisa. Vanessa Scalera espressionista e Lino Musella che lavora in sottrazione — per me è lui il cuore del film. Sound design curatissimo, mai teatrale nonostante sia tutto in una casa, e un segmento con Tommaso Ragno che è tra i momenti più divertenti visti al festival. Serio contendente per il premio agli attori.
Un bon Petit Soldat di Stefan Briset è forse il suo migliore film sul lavoro. Alba Rohrwacher è la vice HR di una grande azienda francese tossica — il capo imprevedibile, gli yes-man, le campagne sul benessere degli impiegati mentre li trattano malissimo — e si impegna come non si vede spesso negli attori italiani all'estero. Altra ipoteca sul premio per gli attori in una categoria densa come poche.
Riprese e montaggio: Bianca Ferrari
#FestivalDiVenezia2026 #Venezia83 #Dau #EdoardoDeAngelis #AlbaRohrwacher #MostraDelCinema #CriticaCinematografica #VeneziaDailyVlog
MUSK di Gibney, SERPENTI di De Paolis, BUNKER di Zeller e COMPANY di Affleck - Venezia Daily #7
2026/09/09
Settimo giorno a Venezia 2026: il documentario da 4 ore su Elon Musk che parte bene e crolla, Bardem e Cruz come coppia sposata in un film sciocco, Company di Casey Affleck inspiegabilmente in concorso e finalmente Serpenti di De Paolis. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Musk di Alex Gibney (4 ore, produzione HBO) è appassionante nella prima parte: Gibney scandaglia ogni intervista che Musk abbia mai rilasciato e ricostruisce la carriera con rigore e ricerca. Nella seconda parte, quando entra la collaborazione con Trump e la seconda presidenza, si trasforma in un documentario di Michael Moore — condanna totale, accuse gravissime affidate a fonti non affidabili, ammassate una dopo l'altra senza approfondire nulla. Peccato enorme per una fattura altrimenti splendida.Bunker di Florian Zeller punta tutto sulla chimica reale di Bardem e Cruz, e quella funziona benissimo — la coppia sposata che litiga, si ferisce e cerca di ricucire è ricostruita perfettamente. Il film invece è sciocco: un buco nel muro del vicino diventa metafora di tutte le insicurezze contemporanee (la casa, il matrimonio, il destino del pianeta), con un Tech Bro che commissiona un bunker anti-apocalisse. Conclusioni da poco, ragionamento tenue. Più nello stile del deludente The Son che de Il padre.Company di Casey Affleck inizia bene — struttura a scatole cinesi, anni '60, una donna che racconta una storia che racconta un'altra storia ambientata nel West innevato — poi non sa cosa farne. La trama di genere che emerge non è convincente, la struttura narrativa non serve a nulla, la recitazione non è al livello standard americano. Non si capisce cosa ci faccia in concorso.Serpenti di Roberto De Paolis (scritto dai fratelli D'Innocenzo) è una commedia con un umorismo di tempi dilatati, situazioni ironiche e stranezze — un uomo che vuole confessare un femminicidio e non interessa a nessuno: Borghi il poliziotto disinteressato, Castellitto l'avvocato logorroico con teorie su come farla franca, Golino che innesca il finale. La struttura c'è, le ironie sono quelle giuste. I tempi comici però non si incastrano quasi mai — almeno visto da solo, perché in sala ridevano. Riprese e montaggio: Bianca Ferrari #FestivalDiVenezia2026 #Venezia83 #ElonMusk #JavierBardem #PenelopeCruz #MostraDelCinema #CriticaCinematografica
L'ESTRANEA di Paolo Strippoli, LOOK BACK di Kore-eda e ARRESTED MEMORY di Sabu - Daily Venezia #6
2026/09/08
Sesto giorno a Venezia 2026: il film di Kore-eda che piange pure il signore accanto in sala, una sorpresa giapponese fuori concorso da non perdere e L'estranea di Paolo Strippoli — che non è un horror.
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Look Back di Hirokazu Kore-eda è tratto dallo stesso manga e riproduce quasi pedissequamente le stesse inquadrature dell'anime — eppure è dieci volte più efficace. È la storia di due tredicenni accomunate dalla passione per il disegno: una che smette perché l'altra le sembra irraggiungibile, e poi scopre che l'altra la considera la sua maestra. Scene di vita quotidiana che diventano devastanti senza che tu capisca come. Nella prima parte è di una potenza enorme, nella seconda, quando arriva una deriva fantasiosa, si affievolisce. Ma finché non racconta quasi niente è commovente come poche cose viste al festival.
Arrested Memory di Sabu è la sorpresa del giorno e si vede quasi solo qui. Un ispettore cinese durissimo, un rapimento di un bambino, un trauma che gli cancella la memoria nel momento peggiore possibile — quello in cui deve fare lo scambio soldi/bambino. Da quel momento diventa La pallottola spuntata: equivoci, tre fazioni che si rincorrono, umorismo giapponese devastante. E mantiene fino alla fine la coerenza da poliziesco. Una mescolanza di linguaggi fatta con profondità e intelligenza rara.
L'estranea di Paolo Strippoli non è un horror. Ha jump scare, musiche orrorifiche, vertigini — ma sono spallate verso un genere che il film non abita davvero. È un thriller psicologico con elementi soprannaturali: una madre (Jasmine Trinca) che accetta un tradeoff oscuro da Valeria Bruni Tedeschi per salvare la carriera della figlia attrice, un meccanismo che si ripeterà. Ambientato durante la finale dei Mondiali 2006, intelligente nel costruire l'immaginario borghese italiano. Maldestro come thriller, ma Strippoli è un cineasta da tenere d'occhio.
Riprese e montaggio: Bianca Ferrari
#FestivalDiVenezia2026 #Venezia83 #HirоkazuKoreeda #PaoloStrippoli #MostraDelCinema #CriticaCinematografica #VeneziaDailyVlog #LEstranea
POSSIBLE LOVE di Lee Chang Dong, WOMAN UNKNOWN e THE ECHO CHAMBER - Daily Venezia #5
2026/09/07
Quinto giorno a Venezia 2026: la sceneggiatura incompiuta di Bertolucci finisce in un film che non funziona, una danese in concorso ben costruita e il film più bello del festival fino ad oggi — Possible Love di Lee Chang-dong.
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Echo Chamber di Andrea Pallaoro nasce da una sceneggiatura incompiuta di Bernardo Bertolucci — e l'idea ha molto senso attribuita a Bertolucci: un grande produttore musicale barricato in casa per problemi alla schiena, un'infermiera che si prende cura di lui e poi di lui in altri sensi, la fantasia di chi vorrebbe essere più vitale di quello che è. In mano a Pallaoro non funziona nulla: il rapporto tra i personaggi è incomprensibile, Marinelli ripete le sue caratteristiche vincenti senza adattarsi alla storia, la musica che tutti dicono meravigliosa è palesemente brutta. Il suo film migliore, ma comunque brutto.Woman Unknown è un film danese in concorso di May el-Toukhy: una cameriera diventata moglie di un industriale nella Danimarca del dopoguerra, nel pieno della caccia ai collaborazionisti dei nazisti, con qualcosa nel passato che rischia di farla crollare. Film di scalata sociale e ipocrisia borghese, con un'idea registica intelligente: l'intera palette cromatica è bianco e rosso, i colori della bandiera danese, usati strategicamente nei momenti chiave. Ben fatto, ma non fa impazzire.Possible Love di Lee Chang-dong è il film più bello visto al festival. Parte del progetto che rifà il Decalogo di Kieślowski — "Non desiderare la roba d'altri" — e racconta due coppie di classi diverse che si incontrano e cominciano a desiderarsi reciprocamente: i poveri vogliono la vita dei ricchi, i ricchi performano l'amore per i poveri. Con un'idea cinematografica intorno a un fischietto che è roba da Parasite per livello di intelligenza. I personaggi poveri non sono migliori di quelli ricchi — sono resi terribili dalla disuguaglianza — e ogni spettatore esce con una lettura diversa. Il film migliore della stagione coreana su questo tema.
Montaggio e riprese: Bianca Ferrari
#FestivalDiVenezia2026 #Venezia83 #LeeChangDong #AndreaPallauro #MostraDelCinema #CriticaCinematografica #VeneziaDailyVlog #PossibleLove
DON'T LOOK BACK IN ANGER, PRIMETIME e SUCCEDERA' QUESTA NOTTE di Nanni Moretti - Venezia Daily #4
2026/09/06
Quarto giorno a Venezia 2026: il documentario sulla reunion degli OASIS, Prime Time con Robert Pattinson e il grande ritorno di Nanni Moretti a Venezia dopo 37 anni — con tutta la storia di quello screzio del 1989.
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Don't Look Back in Anger è un documentario convenzionale sulla reunion degli OASIS, con Steven Knight alla produzione e due registi di videoclip a seguire il tour dal primo giorno di prove. Fa tutto quello che un fan vuole — c'è il primo incontro tra Liam e Noel dopo 15 anni, c'è Cardiff, c'è la riconciliazione — ma lo nasconde strategicamente, montando il loro rapporto fisico piano piano. Il segreto del drama OASIS è uno solo: sono fratelli, e il riappacificarsi tra fratelli colpisce in un modo che nessun'altra reunion di band riesce a replicare.
Prime Time di Lance Oppenheim racconta Chris Hansen e To Catch a Predator, il programma MSNBC dei primi anni 2000 che incastrava i predatori sessuali in diretta. La prima parte è molto buona: Oppenheim inquadra i predatori come vittime, mettendo lo spettatore in una posizione scomoda che è la cosa più interessante del film. Poi la sceneggiatura si perde, gli snodi non funzionano, Pattinson recita sopra le righe nel modo sbagliato — gli occhi da cattivo al posto del ragionamento del film. Deludente.
Succederà questa notte riporta Nanni Moretti a Venezia dopo 37 anni. La storia vera: nel 1989 Biraghi rifiutò Palombella Rossa senza passare per il comitato di selezione, Moretti la prese come un affronto, finì alla Settimana della Critica come evento speciale, Serge Daney lo vide e lo amò, da lì iniziò la storia francese di Moretti. Il film è buono — un Almodóvar diretto da Moretti, storia di amori intrecciati con Jasmine Trinca e Louis Garrel — ma il potenziale della storia è superiore a quello che appare sullo schermo: la passione travolgente che i personaggi dicono di provare non si vede mai davvero.
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LA CITTA' DEI VIVI, il film di TSUKAMOTO e il documentario sul Kabuki di Miike - Daily Venezia #3
2026/09/05
Terzo giorno a Venezia 2026: un film francese in concorso che non doveva esserci, Tsukamoto fuori dal suo elemento, il sorprendente documentario di Miike sul Kabuki e La città dei vivi senza punto di vista.
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15-18 Place to Heal è l'ennesimo film francese istituzionale — stavolta un reparto psichiatrico per adolescenti — di quella tradizione nata con La Classe: finzione che racconta come funzionano le istituzioni, con personaggi tutti virtuosi, cuori sempre nel posto giusto e scrittura da fiction televisiva. Il ricatto morale di raccontare contesti difficili non basta a fare un buon film. Inspiegabilmente in concorso.Mr. Nelson Did You Kill People di Tsukamoto completa quella che sembra una trilogia ideale sulla guerra, dopo Fires on the Plane e il bellissimo Killing. Ma stavolta Tsukamoto esce dal suo territorio: un film in inglese su un reduce del Vietnam con PTSD, ambientato negli anni 70-90, con Geoffrey Rush psicologo. Tutto ciò che lui sa fare — i flash, il sound design ossessivo, il contrasto carne/acciaio — è ridotto a condimento. La storia non funziona, la regia non frutta. Manca il ferro, manca il film.Il documentario di Takashi Miike sul Kabuki — il primo che abbia mai girato — è la sorpresa della giornata. Racconta l'ultimo erede della famiglia Ichikawa Danjuro, 700 anni di storia, una dinastia considerata maledetta per le morti premature che l'hanno colpita. Il 13esimo porta l'innovazione all'estremo: fa 13 ruoli invece di 10, inclusa una scena in cui interpreta simultaneamente l'accoltellato e l'accoltellatore con cambi di costume fulminei. Molto meglio di quanto fosse in concorso.La città dei vivi nasce dal romanzo-inchiesta di Nicola Lagioia su un omicidio efferato e inspiegabile. Il film arriva senza il nome di Luca Guadagnino (produttore originale) né quello dei fratelli D'Innocenzo (sceneggiatori originali): tutti hanno tolto il nome, cosa rarissima. Il risultato è un film tecnicamente ben fatto, con buone prove attoriali, che dedica tutto il tempo alla vita ordinaria della vittima — e arriva alla fine senza un punto di vista, senza una lettura, senza personalità. Un trailer lunghissimo di un film che non inizia mai.
Montaggio e riprese: Bianca Ferrari
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Wild Horse Nine di McDonagh, Bucking Fastard di Herzog e Nessun dolore di Amelio - Daily Venezia #2
2026/09/04
Secondo giorno alla Mostra del Cinema di Venezia 2026: il film più sorprendente del festival firmato Werner Herzog, un Gianni Amelio con buone intenzioni e pessima esecuzione, e Wild Horse Nine di Martin McDonagh che punta agli Oscar.
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Bucking Fastard di Werner Herzog era il film più atteso e non delude. Le sorelle Mara interpretano due donne che parlano all'unisono, agiscono all'unisono, sembrano una persona sola — ispirate a una storia vera di gemelle omozigote. La cosa pazzesca, tipica di Herzog, è che questa particolarità non è il tema del film: lui la tratta come qualcosa di normale in un mondo che le rifiuta, e costruisce intorno a loro una storia su cosa significa inseguire un sogno ambizioso. Con un processo, Orlando Bloom, caverne gigantesche scavate da un uomo solo e quella componente di romanticismo tedesco che attraversa tutto il suo cinema. Probabilmente il suo film di finzione più bello dal 2000 in poi.Nessun dolore di Gianni Amelio ha intenzioni nobilissime — il senso di colpa del primo mondo, l'immigrazione, Alessandro Borghi venditore di libri usati a Roma — e le spreca tutte. Un film così fuori fuoco da sembrare involontariamente la rappresentazione degli incubi conservatori sull'immigrazione. Scritto male, con personaggi stereotipati. Un errore completo.Wild Horse Nine di Martin McDonagh è la storia di due agenti CIA in Cile durante l'elezione di Allende, diretti sull'Isola di Pasqua. Ha tutto il DNA di McDonagh: amicizia maschile piena di insulti, umorismo inclassificabile, finale d'azione. Sam Rockwell e John Malkovich reggono benissimo. Il limite è che gira a vuoto per troppo tempo prima di concentrare le idee migliori nel finale.
Montaggio e riprese: Bianca Ferrari
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