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10 episodes
Language
ItalianPublisher
Liber LiberExplicit
No
Date created
2011/07/20
Latest episode
2025/10/03
Average duration
11 min.
Release period
67 days
Description
La rivista di Liber Liber
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“Una catastrofe” di H. G. Wells
2025/10/03
Una catastrofe
di
H. G. Wells
tempo di lettura: 12 minuti
La piccola bottega non faceva affari, anzi puzzava di liquidazione. Winslow non era uomo capace di fare i conti, ed intravvide la realtà poco a poco, benchè ne avesse sempre avuto il presentimento, e fu un cumulo di circostanze che fece nascere in lui la persuasione di essere alle porte del fallimento.
Innanzi tutto che cosa ci stavano a fare quelle quattro pezze di tela? Ne aveva venduto cinquanta centimetri in tutto! E quell’altra stoffa da quaranta centesimi al metro, quella stessa che Bandersnach, il negoziante della Via Larga, vendeva a venti centesimi! Al disotto del prezzo di fabbrica? Certamente doveva rimetterci! Bandersnach poteva bene lasciar vivere il prossimo!
E quei berretti che ci stavano a fare? Nessuno li voleva! Sfido io, c’era una sola misura di testa! Ed allora si rammentò del conto aperto coi negozianti all’ingrosso Helter, Skelter e Compagni….
A quanto ammontava quel conto?… Quando ci pensò, Winslow stava al banco con uno scatolone verde fra le mani, ed i suoi occhi bigi si allargarono smisuratamente, ed i suoi baffi arruffati parvero arruffarsi ancor di più. Egli aveva rimandato il pagamento di quel conto da un giorno all’altro!… Si allontanò dal banco per recarsi allo scrittoio che gli serviva da cassa. (Aveva per sistema di rilasciare al banco una tessera ai compratori, poi di correre alla cassa e ritirare i denari quasi non si fidasse della propria onestà).
Osservò il calendario affisso al muro e facendovi scorrere sopra le magre dita: «uno, due, tre…. tre settimane ed un giorno? – disse fra sè. – Solamente tre settimane ed un giorno! Pare impossibile!»
— Il thè è pronto, – disse la signora Winslow aprendo la porta a vetri della retrostanza.
— Ora vengo, – rispose il negoziante, e girò la chiave nella serratura dello scrittoio.
In quel mentre entrò in bottega un vecchio signore dall’aspetto scortese e brontolone, con un viso rosso rosso, tutto imbacuccato in un ampio mantello di pelliccia.
— Uff! – esclamò il cliente, – un fazzoletto!
— Benissimo, di che prezzo signore?
— Un fazzoletto, e spicciatevi!
Winslow alquanto turbato presentò ed aprì due scatole:
— Ecco, signore.
— Sono di latta i vostri fazzoletti, – esclamò l’altro tastando la tela. – Come si fa a soffiarsi il naso con questa roba!
— Forse il signore desidera un fazzoletto di cotone?
— Quanto costa?
— Quaranta centesimi, il signore non desidera altro?
— Andate al diavolo! – rispose il vecchio frugandosi nelle tasche e tirandone fuori uno scudo.
Winslow cercò cogli occhi il libro di cassa che non era mai in un posto ben determinato, ed i suoi sguardi s’incontrarono con quelli del vecchio signore che andò difilato alla cassa, prese il resto ed il fazzoletto, uscì, non senza aver manifestato ad alta voce il suo sdegno contro le volgari abitudini di quella bottega.
Winslow si rianimava ogni qualvolta entrava qualche cliente; ma il cassetto aperto gli ravvivò le sue inquietudini.
Ad un tratto udì battere alcuni colpi contro i vetri della porta, alzò gli occhi, e vide sua moglie. Essa gli offriva un rifugio! Chiuse lo scrittoio, girò la chiave del cassetto, ed entrò nella retrostanza per bere il thè.
Nondimeno egli era assai preoccupato: tre settimane ed un giorno!
Contro ogni sua abitudine mangiò avidamente alcune fette di pane imburrato e rimase collo sguardo fisso sul vasetto di conserve.
Minnie, sua moglie, cercava di intavolare il discorso, ma egli rispondeva distrattamente. L’ombra di Helter Skelter e Compagni sorgeva dalla tavola da thè, ed egli era alle prese con quell’idea nuova di fallimento, di liquidazione, che prendeva forma e corpo!
Oramai era nè più nè meno un fatto concreto; alla Banca rimanevano trentanove sterline, e fra tre settimane ed un giorno Helter e Compagni gliene avrebbero chieste ottanta!
Dopo che ebbe sorbito il thè, entrarono in bottega due o tre clienti per fare acquisti di poca importanza: dei bottoni, qualche nastro di cotone, un paio di calze. Allora Winslow temendo che i cattivi pensieri si nascondessero minacciosi in qualche canto della bottega, accese assai prima di notte le lampade ed incominciò a piegare alcune pezzuole di tela, lavoro puramente meccanico, richiedente uno sforzo più fisico che morale.
E l’ombra di Minnie, nella retrostanza, girava intorno alla tavola. La buona donna era occupatissima nel rivoltare una vecchia veste.
Dopo pranzo, Winslow uscì per fare due passi, e quando tornò a casa la moglie era già a letto. Qui l’aspettavano i suoi nemici, i cattivi pensieri, che lo perseguitarono tanto bene, che a mezzanotte il sonno sparì. Aveva già avuto per due o tre notti una tale compagnia; ma questa volta la cosa fu assai più seria.
Prima di tutto gli si fecero innanzi i signori Helter, Skelter, Grab e Compagni col conto di ottanta sterline, una somma colossale per chi ha incominciato con un capitale di settanta sterline. E questi signori sedettero a lui davanti e lo assediarono di domande. Ed egli cercava scuse e pretesti. Se facesse una vendita di liquidazione? E si sforzava d’immaginare una vendita meravigliosa con un incasso altrettanto meraviglioso, malgrado il grande ribasso. Ma ecco che la ditta Bandersnach (101, 102, 103, 105, 106, 107, Via Larga) si univa agli assedianti. Ed egli vedeva la lunga facciata del negozio e gli articoli che erano venduti con un guadagno irrisorio. In che modo lottare contro una ditta simile? D’altronde egli stesso che cosa poteva vendere?
Incominciò a far l’inventario delle mercanzie.
Che cosa si poteva dunque mettere in vista per far fruttare la vendita? Ed ecco presentarsi alla sua povera mente un mucchio disordinato di tele bianche, gialle, e nere, a fiori, tutte sgualcite, guanti macchiati e vecchi a furia di stare in negozio, e mille altre cose di mercerie ridotte oramai in uno stato poco presentabile. Non vi era alcuna speranza! Nulla contro i suoi implacabili creditori! Come mai poteva supporre che un cliente qualsiasi comprerebbe simili fondi di bottega! Perchè aveva egli comprato quegli articoli piuttosto che altri assai più utili? Ed il suo odio contro Helter Skelter e Compagni aumentava sempre più….
E poi che bisogno vi era di una cassa, e delle lampade che aveva pagato cinque sterline?
Poi ad un tratto provò un acuto dolore rammentandosi che doveva pagare ancora il fitto della bottega! Diè un gemito e si avvoltolò nel letto. Innanzi agli occhi confusamente, nel buio, si disegnava la massa bianca delle spalle della signora Winslow. Quella vista fece cambiare direziono a’ suoi pensieri. Come! egli era lì, torturato dagli affari, ed essa dormiva come un fanciullo. Si pentì di averla sposata, e la sua amarezza era infinita, come quella che prova il cuore umano specialmente nelle prime ore del giorno. Quella che dormiva a lui vicino non gli era di nessun aiuto, era un peso, una responsabilità.
Che follia era stata la sua di averla sposata!
Il placido sonno di Minnie lo irritava a tal segno che avrebbe voluto svegliarla per gridarle: Siamo rovinati! Essa avrebbe dovuto, allora, andare a stare da uno zio, da quello zio che non aveva fatto nè avrebbe mai fatto nulla per lui!
Egli vedevasi elemosinando il pane, chiedendo in ogni negozio un impiego da garzone, oppure scrivendo innumerevoli lettere, egli che aborriva lo scrivere lettere: «Signore, leggendo l’avviso che avete fatto pubblicare nel *Mondo Cristiano*, ecc., ecc.» e vedeva una serie di inquietudini e di disillusioni e come fine: nulla, nulla, un baratro!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Winslow si vestì sbadigliando, poi andò ad aprire il negozio; si sentiva stanco prima ancora che la giornata incominciasse.
E mentre toglieva le imposte domandava a sè stesso a che cosa potesse essere utile tutto ciò che faceva in quel momento. La luce penetrava nel negozio, e con la luce penetrava la realtà. Infatti quale bottega! Il pavimento mezzo rotto, il banco in pessimo stato…. miseria…. fallimento!
E dire che da sei mesi egli aveva sognato un piccolo negozio civettuolo, ed un modesto ma sicuro guadagno nella cassa! Ed ecco che ad un tratto si svegliava da questo sogno.
….Il saliscendi della porta scucì una falda del suo abito, e quell’incidente lo fece andare su tutte le furie, rimase un po’ indeciso, quindi diè colla mano un altro strappo all’abito e si recò da Minnie.
— Ecco, – disse in tono di rimprovero, – potreste badare un po’ di più agli abiti di vostro marito.
— Io non aveva visto che era strappato.
— Voi non vedete mai nulla, – rispose Winslow assai ingiustamente, – oramai è troppo tardi!
— Se volete, ricucirò subito.
— Facciamo colazione prima di tutto, e fate le cose al loro tempo.
A colazione egli fu preoccupato e Minnie l’osservava ansiosa. Parlò solamente per dire che le uova erano pessime. Quelle uova non erano cattive, puzzavano solamente un po’ (diamine, costavano uno scellino la quindicina), ma erano mangiabili.
Winslow allontanò brontolando il piatto, mangiò una fetta di pane imburrato e ricominciò a pigliarsela colle uova.
— Amico mio, – disse Minnie, quando egli si alzò da tavola per tornare in bottega, – voi siete ammalato.
— Io sto benissimo, – rispose Winslow lanciando alla moglie uno sguardo pieno di odio.
— Allora vi è qualcosa. Siete forse in collera per lo strappo? Dite ciò che avete! Voi eravate di cattivo umore anche ieri al thè ed a pranzo, eppure non era per lo strappo!
— Ed ho ragione di essere in collera.
— Ma che cosa c’è dunque?
L’occasione era troppo bella per lasciarla sfuggire, e con una brutalità drammatica Winslow rispose:
— Che cosa c’è! Ah! che cosa c’è?! Ho fatto tutto quello che ho potuto e se non posso pagare ottanta st
“Un’orchidea straordinaria” di H. G. Wells
2025/10/03
Un’orchidea straordinaria
di
H. G. Wells
tempo di lettura: 12 minuti
Se volete acquistare un’orchidea correte il rischio di un giuoco di borsa, fate come si dice volgarmente una speculazione. Avete innanzi agli occhi un pezzettino di velluto raggrinzito, di colore scuro, pel rimanente dovete rimettervi allo stimatore, al vostro gusto od alla fortuna.
Può accadere che la pianta sia moribonda o morta, oppure che, dato il prezzo d’acquisto, abbiate fatto un buon affare. Può anche succedere, e questo caso è avvenuto molte volte, che a poco a poco, giorno per giorno, si sviluppi sotto gli occhi del fortunato compratore, qualche nuova varietà, qualche tesoro sconosciuto, qualche strano ravvolgimento del «labellum,»nota 1 oppure una delicata sfumatura od una smorfia inaspettata. Sopra un tenero e verde stelo sboccerà forse un fiore che sarà per voi orgoglio e profitto e che vi procurerà forse l’immortalità, perchè in tal caso sarà necessario indicare il nuovo miracolo della natura, con un nome nuovo. E questo nome non potrebbe essere forse quello dello scopritore?
Era certamente la speranza di qualche scoperta fortunata che faceva assiduo frequentatore di vendite d’orchidee il signor Winter-Wedderburn. Egli però non aveva altre occupazioni. Era, timido e viveva appartato, era un essere completamente inutile; possessore di un reddito che gli bastava appena appena per sbarcarsela, e mancante di quell’energia necessaria a procurarsi un lavoro regolare.
Egli avrebbe potuto benissimo collezionare francobolli o monete antiche o tradurre Orazio od anche rilegare libri; ma il caso volle che coltivasse orchidee, e che avesse un piccolo tepidario.
— Ho in mente, – diss’egli un giorno sorbendo una tazza di caffè, – ho in mente che oggi mi accadrà qualcosa!
Il suo parlare era lento come lenti erano i suoi movimenti ed i suoi pensieri.
— Oh non dite ciò! – esclamò la governante che era una lontana cugina di Wedderburn.
Quel: «mi accadrà qualcosa» voleva dire per lei una catastrofe imminente.
— Voi mi capite male. Io non prevedo nulla di grave, benchè, in verità, io non sappia precisamente dirvi che cosa succederà.
— Oggi; – seguitò a dire dopo una pausa, – Peters deve vendere uno stock di piante delle isole Andamannota 2 e delle Indie. Voglio vedere di che si tratta e potrebbe benissimo darsi il caso che io acquistassi qualche cosa di buono. – E così dicendo porse la tazza vuota alla cugina. — Si tratta forse di quella specie raccolta da quel povero giovane del quale mi parlaste l’altro giorno? – diss’ella colmando la tazza.
— Sì, – rispose Winter, e guardando con aria medita
bonda una fetta di pane e come parlando a sè stesso soggiunse: – Nulla succede a me! E perchè? Eppure molte cose succedono agli altri! Per esempio, Havery, non più tardi della settimana scorsa, il lunedì ha trovato dieci soldi, mercoledì tutti i suoi polli sono caduti ammalati, venerdì un suo cugino è tornato dall’Australia, sabato si è buscato una storta! Quale serie di emozioni mentre io….
— Preferirei, ne’ vostri panni, non averne tante; è molto meglio.
— Sì, avete ragione, tutto ciò deve essere noioso. Ma a me non succede mai nulla! Quando ero fanciullo non ho mai avuto disgrazie. Adulto, non ebbi mai folli passioni. Non mi sono mai ammogliato. Davvero che non so definire l’effetto che si deve provare quando vi succede qualcosa, qualcosa di veramente speciale. Quel raccoglitore d’orchidee non aveva che trentasei anni, venti anni meno di me, quando morì. Ed egli sì era ammogliato due volte, aveva divorziato una volta, quattro volte si era buscato le febbri di malaria, e si era rotta una gamba una volta! Un giorno uccise un Malese, ed un altro giorno fu ferito da una freccia avvelenata. Finalmente morì nella jungla succhiato dalle sanguisughe. Tutto ciò deve essere stato assai sgradevole, ma anche molto interessante, non è vero? fatta forse la debita eccezione per le sanguisughe….
Wedderburn meditò ancora, e guardando l’orologio:
— Otto e ventitrè, – disse – Piglierò il treno delle undici e tre quarti, ho dunque più tempo del necessario. Metterò la giacca di alpacanota 3, il cappello a cencio grigio e lo scarpe gialle. Credo che….
S’interruppe; osservò dalla finestra il cielo sereno ed illuminato da un bel sole, parve incerto, e guardò sua cugina quasi volesse interrogarla.
— Fareste meglio, credo, a portare l’ombrello se andate a Londra, – diss’ella con un tono che non ammetteva replica. – Il tempo può cambiare prima del vostro ritorno….
Quando tornò, egli era in uno stato di dolce agitazione: aveva fatto un acquisto.
Raramente riusciva ad offrire in tempo un prezzo nelle vendite all’incanto, ma questa, volta l’aveva spuntata.
— Sono delle «Vandas», – esclamò, – poi vi è un «Dendrobium», e qualche «Palaenophis».
E mangiando la minestra osservava con dolce soddisfazione i suoi acquisti.
Aveva posto i fiori sulla candida tovaglia, e narrava la loro istoria alla cugina, divagandosi e dimenticando il rimanente del pranzo.
Era la sua abitudine, la sera, quando ritornava da
Londra, di narrare minutamente tutto quello che gli era successo perdendosi nei particolari, e parlava per divertire la cugina e anche un po’ sè stesso.
— Lo dicevo che mi sarebbe successo qualcosa oggi! Ecco: ho comperato tutta questa roba! Fra questi fiori ve ne saranno, voi mi capite, ve ne saranno degli straordinari, ne sono certo. Ignoro come ciò possa essere, ma ne sono certo come se qualcuno me lo avesse detto; ve ne saranno degli straordinari! Questo qui, – ed indicava un «rizoma»nota 4 completamente rugoso, – non è classificato. Può essere un «Palaenophis», od altra cosa. È possibile che sia una nuova specie, od anche un nuovo generenota 5. È l’ultimo fiore che il povero Batten ha raccolto.
— Non mi garba il suo aspetto, – disse la governante, – ha una forma ripugnante.
— Per conto mio non ha neppure forma!
— Osservate quei cordoncini, quelle zampe ripiegate che si distaccano da quel corpo!
— Domani lo metterò in un vaso.
— Ha l’aspetto d’un ragno che fa il morto. Wedderburn sorrise, ed incominciò ad esaminare la radice.
— Non è certamente un bel campione: ma non si può mai fare un giudizio su questi fiori quando sono secchi. Può diventare un’orchidea bellissima. Domani sarò occupatissimo. Questa notte rifletterò; e domattina mi metterò all’opera. Figuratevi, – continuò a dire, – che hanno trovato il povero Batten, morto o moribondo, in una palude, non ne ricordo il nome, e precisamente con una di queste orchidee sotto il corpo. Egli era sofferente da parecchi giorni per febbre di malaria, e per la grande debolezza svenne. Quelle paludi sono assai malsane! Tutto il sangue di quel disgraziato fu succhiato fino all’ultima goccia dalle sanguisughe. Forse è stata la ricerca di questa pianta che gli costò la vita. Non posso pronosticarne niente di meglio! – In fine de’ conti, gli uomini devono lavorare, anche quando le donne piangono, – sentenziò Wedderbrun. – È assai bizzarro andare a cercare la morte in una palude pestilenziale, lontano da tutte le comodità della vita! Assai bizzarro l’essere ammalato di febbre senza poter mangiare altro che del chinino, senz’altra compagnia che quella di orribili selvaggi. Dicono che gli indigeni delle isole Andaman sono esseri ributtanti, in ogni caso non avendo essi ricevuto educazione alcuna, difficilmente possono fare da infermieri! E tutto ciò per fornire l’Inghilterra d’orchidee! Non credo che la cosa riesca facile e comoda; ma vi sono degli uomini che ci prendono gusto al pericolo! Però bisogna convenire che quei selvaggi furono abbastanza civili per prendere cura delle collezioni di quel disgraziato, e rimetterle nelle mani di un suo collega, un ornitologo che faceva ritorno, poco dopo l’accaduto, dall’interno dell’isola. Ma non seppero dire il nome dell’orchidea, ed il peggio si è che l’avevano lasciata appassire. Ecco quello che reca a questa pianta un particolare e strano interesse.
— Vale a dire che ciò la rende ributtante! Io avrei paura che queste piante portino la malaria! Ricordatevi che vi era un cadavere su questa brutta cosa! Io non ci avevo pensato ancora! Ed ora mi è impossibile d’ingoiare un boccone!
— Ebbene, se volete, toglierò questi fiori di qui e li porrò nel vano della finestra. Li vedrò benissimo anche là….
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
I giorni seguenti Winter li passò quasi interamente nel nel piccolo tepidario saturo di denso vapore. Tutta la sua attenzione fu concentrata sul carbone, sulla borraccina, infine su tutte le misteriose cure d’un allevatore di orchidee. Egli credevasi sempre alla vigilia di un giorno fecondo di avvenimenti meravigliosi. Ed allora ne avrebbe parlato, agli amici suoi, di questa nuova specie di orchidee!
Malgrado le cure assidue e minuziose, molte «Vandas» e «Dendrobium» morirono; ma, la strana orchidea invece cominciò a dare segni di vita. Allora Wedderburn andò in estasi e distolse la governante dalla fabbricazione di frutta in conserva, per obbligarla ad osservare la strana pianta.
— Questa è la gemma, – diss’egli, – e fra poco nasceranno delle foglioline. Queste piccole cosine che crescono qui, saranno radici aeree od avventizie.
— Mi paiono delle piccole dita bianche, e non mi garbano affatto affatto!
— E perchè non vi piacciono?
— Non lo so spiegare. Ma paiono proprio delle dita che vogliano afferrarmi. Non si possono spiegare certe simpatie od antipatie.
— Non posso affermarlo, ma non credo che vi sia altra specie d’orchidee che abbia radici aeree come questa. Può essere un’idea mia; ma osservate queste radici, esse hanno le estremità p
“Funghi rossi” di H. G. Wells
2025/10/03
Funghi rossi
di
H. G. Wells
tempo di lettura: 13 minuti
Il signor Coombes ne aveva abbastanza della vita!
Uscì di casa di pessimo umore, infilò il viottolo del gazometro per evitare la città, e per il ponte di legno che attraversa il canale di Starling, s’inoltrò nella pineta, solo, lontano dai rumori, lontano dagli sguardi umani.
— Così non la può durare! – esclamò, e giù una filza di bestemmie.
Il signor Coombes era un omino pallido, pallido, con occhi e baffi nerissimi, portava un solino sfilacciato e stretto, un logoro soprabito guernito di astrakan, ed un vecchio paio di guanti lucidi lucidi colle dita bucate.
Egli aveva un aspetto marziale! così almeno diceva sua moglie ne’ giorni felici, cioè prima del matrimonio! Ora invece lo chiamava «tisicuzzo» e non era il solo epiteto che giornalmente gli gratificava.
Quel giorno la lite era scoppiata, come al solito, in grazia a quella sciocca di Jenny.
Jenny era l’amica della signora Coombes, veniva a pranzo ogni domenica senza essere invitata dal padrone di casa, e per di più faceva un baccano indiavolato. Era una ragazzona volgare, dal riso stridente e sempre vestita con colori vivaci e di pessimo gusto. Per colmo d’indiscrezione quella domenica, aveva condotto seco un giovane volgare e chiassone al pari di lei.
Durante il pranzo, il signor Coombes era rimasto muto e rigido nel suo abito da festa, e col solino sfilacciato. Era rimasto silenzioso ed ammusonito, mentre la signora Coombes e gli ospiti suoi discorrevano di cose sciocche e scollacciate facendo le più matte risate.
Ma appena terminato il pranzo, quando Jenny si pose al pianoforte ed incominciò a cantare a voce spiegata delle canzoni poco decenti, il signor Coombes non potè rimanere più a lungo nel suo silenzio forzato ed incominciò a brontolare a bassa voce.
Infatti come avrebbe egli potuto sopportare un tal modo di agire! Cosa avrebbero detto e pensato i vicini, di quel pandemonio e di quelle canzoni! La famiglia Coombes era dunque una famiglia di libertini? Di scostumati? in tal modo non si poteva andare avanti! Bisognava porvi un rimedio! Ed il pover’uomo impallidì, una mano di ferro gli troncò il respiro; e poichè il nuovo ospite si ora impadronito del suo seggiolone favorito, tremante di rabbia e di emozione, si pose a sedere sopra una seggiola accanto alla finestra e con voce rauca e strozzata, esclamò:
— Domenica! È domenica oggi! E questo canto non mi garba!
Ma Jenny seguitò a cantare, e la signora Coombes che sfogliava dei quaderni di musica ammucchiati sul pianoforte, guardò suo marito con occhi pieni di meraviglia dicendo:
— Ebbene? È proibito divertirsi appunto la domenica?
— Non vi è alcun male, se vi divertite a modo; ma certe canzonette…. – rispose Coombes.
— Che male c’è! – interruppe Jenny, volgendosi di botto sul sedile del pianoforte.
Coombes capì che vi era burrasca per aria; ma non volle ritirarsi, anzi aprì il fuoco con maggior forza, come spesso succede alle persone nervose e timide.
— Non sciupate quel sedile! – esclamò con forza, – esso non è fatto pei grossi pesi!
— Che c’entra il peso? – rimbeccò Jenny indispettita; – voi facevate la critica al mio canto!… seguitate, seguitate!
— Ho paura che vogliate sopprimere la musica alla domenica! – esclamò il nuovo ospite sorridendo beffardamente e affondandosi nel seggiolone.
— Non date retta a mio marito, Jenny, seguitate a cantare, – disse la signora Coombes.
— Avete indovinato, caro signore, – disse ironicamente Coombes; – voglio sopprimere la musica alla domenica.
— E si può sapere il perchè? – chiese ancor più ironicamente il nuovo ospite che provava un gran gusto a stuzzicare il prossimo, colla speranza di far nascere una discussione.
— Perchè, – principiò a dire Coombes, – perchè voglio che sia così!… Io sono commerciante e debbo pensare alla mia clientela!…
— La sua clientela! – interruppe la signora Coombes con disprezzo; – egli non sa dire altro che: «Noi dobbiamo far questo, far quello, per la nostra clientela!»
— Se a voi non garba, o non garbava la mia clientela, non dovevate sposarmi!
— Strana osservazione! – esclamò Jenny.
— Non ho mai visto un uomo simile! Voi avete completamente cambiato carattere dal giorno del nostro matrimonio, prima eravate….
Ma qui Jenny incominciò di nuovo a suonare ed a cantare, ed allora Coombes furibondo urlò più che non disse:
— Basta! basta! Non voglio più sentir nè suoni nè canti!
— Non fate scandali, – disse il nuovo ospite.
— Ma cosa siete voi qui dentro! – urlò Coombes al colmo della collera, – chi ha chiesto il vostro parere?
Ed allora cominciarono a gridare tutti e quattro insieme.
Il nuovo ospite dichiarò che Jenny era la sua fidanzata, e che egli aveva il dovere di proteggerla. A ciò Coombes replicò che tale linguaggio lo poteva tener fuori, ma non in casa sua; e la signora Coombes saltò su a dire che suo marito avrebbe dovuto vergognarsi d’insultar in tal modo gli ospiti.
Il signor Coombes tagliò corto e pregò tutti di andarsene, ma nessuno si mosse. Il povero diavolo dichiarò allora che se ne sarebbe andato egli stesso, e col viso infuocato, le lagrime agli occhi per la rabbia, entrò nel corridoio, infilò il paletò, afferrò il cappello, e mentre Jenny picchiava sul pianoforte e cantava a squarciagola sbattè la porta con tale forza da far tremare le fondamenta ed uscì nella strada deserta per calmare l’animo in tempesta. Voi capite or dunque, perchè egli era disgustato della vita.
Percorrendo il sentiero umido sotto gli abeti (era la fine di ottobre) il disgraziato attraversò il fosso pieno di rami e di foglie secche, pensando alla malinconica storia del suo matrimonio, una storia breve e comune!
Egli vedeva chiaramente che sua moglie l’aveva sposato per togliersi alla vita del laboratorio; ma che proprio l’amore non vi era entrato per nulla. E questa donna, come tutte quelle della sua condizione, era troppo ignorante per capire quali fossero il suoi doveri e per aiutare il marito negli affari; era una natura avida di piaceri, chiacchierona, tutto amore per la società, irritata di veder sempre intorno a sè la mancanza di agiatezza; ed il mal umore del marito le stirava i nervi. Al primo tentativo di ridurre quella donna essa si era ribellata energicamente ed aveva incominciato la sua solita litania di epiteti e di rimproveri ingiusti.
Coombes era un gran brav’uomo, inoffensivo, abituato a rimaner nel suo cantuccio, e così poco disposto a rimbeccare, che si sentiva subito preso da una grande prostrazione e ingoiava…. Poi arrivava Jenny, mefistofele in gonnella, cronaca vivente del vicinato che chiedeva sempre al signor Coombcs d’andare al teatro, di qua, di là, dappertutto, dove poteva incontrare cugini, parenti; pareva prender gusto nel divorare il danaro del poveretto, a gettargli in viso delle insolenze, e a metter sottosopra la sua sistematica esistenza.
Non era la prima volta che il signor Coombes scappava da casa sua cogli occhi fuor del capo, infuriato e spaventato, gridando, bestemmiando che era giunta la fine di quella vitaccia! Mai però era stato così stanco della sua esistenza come questa volta, forse la digestione ed il cupo colore del cielo entravano per qualche cosa nella sua disperazione. Egli presentiva, come conseguenza del suo matrimonio, la rovina del suo commercio, il fallimento ed allora…. Allora sua moglie avrebbe recitato il «mea culpa» ma troppo tardi!
Egli non era altro che un piccolo bottegaio, con un meschino capitale tutto impiegato nel commercio, e se sua moglie non cacciava via dal capo tutte le fisime e i capricci, egli correva il rischio di ridursi alla miseria. Non poteva permettersi il lusso del divorzio, era al disopra de’ suoi mezzi, così bisognava intisichire accanto a quella donna, che lo dileggiava senza pietà.
La cosa volgeva al tragico.
I muratori bastonano le loro mogli, gli arciduchi non fanno di meglio, ma al piccolo impiegato, al meschino bottegaio non rimane che segarsi la gola!
Non vi è dunque da far meraviglia, se il signor Coombes per un minuto abbia sentito infiltrarsi nel cervello questi cupi pensieri, ventilando la questione fra il rasoio ed il revolver, colla relativa lettera sentimentale al questore per chiedere perdono.
Dopo un po’ il furore fece posto ai pensieri malinconici. Pensare che egli aveva preso moglie con quel so- prabito, con quell’abito! Rifece la sua storia fino al gior- no in cui si era innamorato, quando gli era venuto in mente di ammogliarsi, l’economia a cui si era assogget- tato per effettuare il suo sogno. E poi a che cosa era riu- scito? Non vi era dunque lassù il buon Dio? E qui le idee di morte fecero ancora ressa nel suo cervello.
Pensò al canale, che aveva attraversato, e gli parve di potervisi gettare a capo fitto e finirla così una buona volta; ma, mentre progettava d’annegarsi, ecco che gli cadde sott’occhio un fungo; lo fissò macchinalmente a tutta prima, poi riflette e si chinò per coglierlo, scambiandolo per una borsa di pelle, s’accorse che era la capocchia rossiccia d’un fungo, lucida, bavosa, d’un odore acre. La fatalità aveva fatto nascere sul suo sentiero funghi rossi di ogni grandezza ovunque posava lo sguardo, di qua, di là, dappertutto funghi rossi!
L’idea, del veleno gli balenò nella mente. Ne staccò un pezzo. La polpa era biancastra, ma non tardò a cambiarsi in giallo verdognolo. Per meglio persuadersi ne staccò due altri pezzi, ma anch’essi fecero lo stesso cambiamento, erano dunque velenosi; suo padre glie ne aveva spesso parlato, dipingendoli pieni di veleno potente.
— Non bisogna mai rimandare al domani una decisione, presa oggi, – pensò tra sè il signor Coombes. – Egli ne assaggiò un piccolo pezzettino, quasi un
“Il sole nascosto” di Gemma Ferruggia
2024/07/12
Gemma Ferruggia scrisse questo romanzo nel 1919, appena dopo la fine della prima guerra mondiale. L’autrice racconta una storia d’amore, e come si scoprirà nel corso della narrazione, adulterino, nella cornice storica del primo conflitto mondiale.
La struttura del romanzo presenta delle particolarità, nel senso che la narrazione inizia con due capitoli, dal titolo eloquente, che sono come una sorta di preambolo di tutta la narrazione successiva, mentre la vicenda vera e propria si sviluppa nei successivi quattro capitoli.
In questi due capitoli non viene svelata la vera identità dei due protagonisti, che si definiscono come “Anima” e “Cuore”. Si sa che il protagonista maschile, “Cuore”, era impegnato nel conflitto come ufficiale degli Arditi.
E l’incipit preannuncia già quale sarà l’approccio e lo sviluppo della narrazione:
“La stanza, in cui entro, con passo risoluto e leggero, un passo senza eco, non ha pareti. È nell’infinito.”
Appena dopo l’autrice spiegherà il significato di questa frase.
“Varcando la soglia — dove la fantasia ha posto l’Arcangelo dalla spada fiammeggiante — sono da qualche minuto entrata nello sconfinato orizzonte dell’anima mia.”
Il romanzo gioca in tutto il suo svolgersi, sul binomio “Anima” e “Cuore”, come se fossero le due facce di una stessa medaglia. L’autrice dirà nel Commiato conclusivo che nella loro diversità i due protagonisti, senza rendersi conto di ciò, erano “Uno”.
Il vero nome dei due protagonisti principali verrà svelato solo dopo questa sorta di preambolo.
I due capitoli iniziali sono raccontati in prima persona dai due protagonisti principali. Il primo da “Anima”, cioè la protagonista femminile, che entrando nello sconfinato suo mondo, cioè nel suo io, racconta i suoi stati d’animo, anche rispetto alla guerra, che all’epoca della scrittura di questo romanzo era appena terminata.
Il secondo capitolo è raccontato da “Cuore”, cioè il protagonista maschile, il quale ripercorre la sua attività militare con il pensiero costante alla sua amata.
Queste poche parole, appena scritte, in merito ai due capitoli introduttivi sono ampiamente riduttive rispetto alle innumerevoli sfaccettature e sfumature espresse dalla scrittrice in queste due parti iniziali, sulla personalità di questi due personaggi.
Dopo questa introduzione essenzialmente di carattere intimistico, i due protagonisti, – Chiara Alba e Uberto Insera, questi sono i loro veri nomi – terminato loro percorso interiore, che forma i primi due capitoli – entrando “nello sconfinato mondo dell’anima …” –, inizia la vicenda amorosa vera e propria dei due amanti.
Questa si snoda dal loro viaggio in treno da Roma a Milano e il successivo soggiorno a Milano fino alla nemesi che si concreta con loro separazione finale.
L’autrice dipinge non solo i due personaggi principali curando in particolare modo la loro personalità, ma anche il mondo nel quale vivono, e i vari personaggi di contorno che formano il loro mondo borghese.
Non viene dimenticato dall’autrice di tratteggiare i vari aspetti politici di una società e di un mondo che stava cambiando, con vari riferimenti sia ad avvenimenti italiani – ad esempio le imprese dannunziane – che ad avvenimenti stranieri.
Questa attenzione all’attualità, è presente in tutto lo sviluppo della narrazione. Non viene mai dimenticato dalla scrittrice di esprimere il suo giudizio, anche se non in modo palese, sulle varie problematiche sorte in seguito al primo conflitto mondiale.
Questa opera di Gemma Feruggia, ad avviso di chi scrive, è molto aderente al modo di essere della scrittrice, nella sua adesione ad istanze nazionaliste, a partire dagli anni ’10, e nel suo femminismo sui generis. Cioè critico con i movimenti femministi dell’epoca, ma favorevole all’emancipazione femminile, pur vedendola come un percorso personale.
Sinossi a cura di Piero Giuseppe Perduca
Dall’incipit del libro:
La stanza, in cui entro, con passo risoluto e leggero, un passo senza eco, non ha pareti. È nell’infinito. Talvolta buia come delitto senza scopo, sfolgorante talvolta della luce che immaginiamo componga il viso degli arcangeli. E precisamente il volto dell’arcangelo Michele quale io me lo figuro, illuminato di sole sanguigno nell’atto di dar battaglia.
Il principe delle milizie celesti sta sulla soglia ideale a custodia del paradiso e dell’inferno che fan contrasto nel luogo singolarissimo: il come — ignoto alla mia terrena fragilità — è secreto della divina creatura. Un uomo non potrebbe.
Una donna non oserebbe.
Par quanto io sia volontaria e forte — mostruosamente forte per l’ipocrisia femminile, mantello di porpora e fummo come coppe colme di reciproco perdono.
Veramente il mondo sovvertito ebbe riflessi nelle anime: mutò freddezze in ardori: egoismi in dedizioni generose: donò ali ai mediocri: cinse di aureola il capo degli umili. Non soltanto «Anima» e «Cuore» si sentirono congiunti alla sventura d’Italia come linfe dello stesso ricco albero. La quercia sacra — che non può essere recisa alla base — fu allora per tutti gli italiani meraviglia di novelle frasche, garrule di canti nuovi, verso un cielo da riconquistare: dai piedi alla cima l’aveva fiorita il sangue degli eroi.
Scarica gratis: Il sole nascosto di Gemma Ferruggia.
L’Ultima Sbornia Politica
2024/07/11
La situazione interna al Partito Democratico (PD) sembra essere in piena ebollizione, tanto che Andrea Orlando, con la sua faccia da giovanotto, pare aver bevuto grappa ad alto grado alcolico, viste le sue recenti dichiarazioni. Elly Schlein, nel ruolo della dolce euchessina, cerca di far digerire il tutto, ma in realtà sembra essere la sua purga. Tra i due sembrava amore, ora è odio; tentennano, si cercano e si criticano, come due fidanzati sull’altalena, oppure teneramente abbracciati sulla sdraio ferragostana. Tuttavia, lei mai si metterebbe in topless e lui in bermuda, forse per questo il loro amore senza eros sembra più un patto di interesse.
Il PD ha avuto successi elettorali, ma ora deve consolidarli, nonostante il partito sia suddiviso in mille rivoli in eterna lotta fratricida, dove non mancano spesso le botte e gli sputi in faccia. Non c’è da stupirsi di tutto ciò in un partito di sinistra che attua politiche liberali, un coacervo di interessi ormai senza anima. Tuttavia, ce la stanno mettendo tutta e hanno recuperato. La Meloni ha paura, sa di non avere molto tempo prima che uno sgambetto da sinistra la scalzi. Attizza il popolo di destra, ma questo popolo fluttua e chissà mai che non possa votare PD se insoddisfatto: elettori come trote e dirigenti politici come polpi, questa è l’immagine iconica.
Il “Piccolo Buddha” di La Spezia
Come il piccolo Buddha, anche Andrea Orlando è un predestinato. E naturalmente, fin dalla più tenera età, in pratica da quando fu eletto sui banchi del consiglio comunale in quel di La Spezia. La città dove nacque, e dove a pochi mesi dal lieto evento si iscrisse alla Federazione giovanile comunista, diventandone, in men che non si dica, segretario cittadino. Il tempismo infatti è una delle sue qualità più evidenti, da quando iniziò a mettere nel mirino un qualche incarico (soprattutto ministeriale), a cui sembrava inevitabilmente portato. Insomma l’uomo giusto al posto giusto, ça va sans dire. D’altra parte è la fortuna di trovare sulla propria strada tanti talent scout. Come Piero Fassino, che lo scoprì nella «cantera» ligure e lo nominò responsabile dell’organizzazione nei Democratici di sinistra. O come Walter Veltroni, che nel neonato Partito Democratico lo promosse portavoce. E ancora Pier Luigi Bersani, che scoprì la sua attitudine ai temi della giustizia, rendendo possibile la realizzazione di un sogno della pubertà: sedersi da guardasigilli alla scrivania di Palmiro Togliatti nei governi Renzi-Gentiloni.
Schlein e Orlando: Un Amore Senza Eros
Ora, il “Piccolo Buddha del Golfo dei Poeti” è un po’ alle strette. Elly Schlein vuole in tutti i modi che si candidi nella sua Liguria. Lui, all’inizio, è stato pure lusingato, ma, pensandoci meglio, sta cercando una via di fuga, un altro nome che possa prendersi carico della “bega”. Una ricerca che non indispettisca il Nazareno, pubblicamente infatti il bel “tenebroso” non esclude il percorso. Nelle interviste con la cronaca genovese di Repubblica, dichiara: «Io sono a disposizione». Una frase fatta che dicono tutti quelli che vorrebbero svignarsela. Da questo punto di vista Andrea Orlando è un maestro del diversivo, un giocherellone, un talentuoso virgulto dell’ammuina. Tanto vale allora dare l’impressione a Elly che è cresciuto, che questa volta ci pensa sul serio, anche se l’ex ministro non può certo essere considerato un “profeta in Patria”, dato che i suoi rapporti nel capoluogo di regione sono freddini. Poi arriverà l’autunno, spera, e come per magia, il “predestinato” uscirà di scena, spunterà un civico d’area, chiunque, ma non lui, con buona pace della segretaria.
I Leader Usa e Getta del PD
Un po’ come è successo alle Europee: per settimane la sua candidatura è circolata con insistenza, capolista nel Nord Ovest, poi alla resa dei conti, lo spezzino è scappato a gambe levate. È che Bruxelles, esattamente come Genova, non valgono una messa. Il “golden boy” deve curare i suoi interessi nella Capitale, in qualità di capo della sinistra dem, nonché di ultimo “comunista”. Un dato di fatto, che gli ha consentito di diventare la spalla di Ugo Sposetti, in pratica il vice guardiano nella ricchissima fondazione della memoria. C’è solo un desiderio a cui il prode Orlando sacrificherebbe la “bella” vita da deputato di opposizione: diventare prima o poi segretario del PD, cosa che non gli è ancora riuscita. Un sogno che però non può condividere con Elly, almeno per il momento.
Il Brivido dell’Incubo Meloni
Mentre all’interno del PD la tensione è palpabile, fuori dalle sue mura si respira l’aria di un thriller mozzafiato. Giorgia Meloni, la leader di Fratelli d’Italia, osserva con preoccupazione crescente. Sa bene che il tempo non gioca a suo favore. Ogni giorno che passa, il rischio di uno sgambetto da sinistra aumenta. La Meloni è consapevole che la sua posizione di potere potrebbe essere minacciata da un PD che, nonostante le liti interne, sta lentamente recuperando terreno.
In questo clima di incertezza, la Meloni attizza il popolo di destra con parole infuocate, sperando di mantenere saldo il suo elettorato. Ma questo popolo fluttua, come trote in un torrente in tempesta, sempre pronte a cambiare direzione. Gli elettori sono delusi, insoddisfatti, e in un attimo potrebbero decidere di voltare le spalle alla destra per dare una chance al PD, se quest’ultimo riuscirà a presentarsi come un’alternativa credibile e unita.
La Meloni vive nell’incubo costante di vedere il suo impero crollare da un momento all’altro. Ogni mossa politica è un passo sul filo del rasoio, dove un minimo errore potrebbe essere fatale. Le ombre del PD si allungano minacciose, e il timore che una coalizione di sinistra possa riuscire a scalzare la destra diventa ogni giorno più reale.
Il popolo di destra è come un banco di trote, sempre in movimento, difficile da controllare. I dirigenti politici, simili a polpi con mille tentacoli, cercano di agguantare ogni opportunità per consolidare il proprio potere. Ma nel mare in tempesta della politica italiana, nulla è certo. La Meloni sa che deve guardarsi le spalle, perché un attacco può arrivare da qualsiasi direzione. E quando arriverà, potrebbe essere già troppo tardi.
L’ultima sbornia politica del PD potrebbe trasformarsi in un incubo per la Meloni, un thriller che tiene con il fiato sospeso l’intera nazione. Tra alleanze strategiche e litigi intestini, la battaglia per il potere è appena iniziata. E in questo gioco senza regole, il finale è tutt’altro che scontato.
La Chiesa Valdese aiuta Liber Liber
2024/06/25
Liber Liber esprime il suo più sincero ringraziamento alla Chiesa Valdese che quest’anno finanzia il progetto Libro Parlato. Il progetto è infatti stato selezionato tra i vincitori del finanziamento Otto per Mille. Questo riconoscimento rappresenta un passo significativo per la nostra missione e sottolinea l’importanza del nostro impegno nel rendere la lettura accessibile a tutti.
Cos’è il progetto Libro Parlato?
Il progetto Libro Parlato nasce con l’obiettivo di rendere la lettura accessibile a tutte le persone che, per vari motivi, non possono fruire dei libri tradizionali, che siano in formato cartaceo o digitale. Questo include non vedenti, ipovedenti, dislessici e altre persone con disabilità visive o difficoltà di lettura. Attraverso la creazione di audiolibri, desideriamo abbattere le barriere che limitano l’accesso alla cultura e all’informazione, promuovendo l’inclusione sociale e culturale.
Il supporto della Chiesa Valdese
La Chiesa Valdese ogni anno dedica parte dei fondi dell’8×1000 al finanziamento di numerosi progetti di alto valore sociale e culturale. Il sostegno ottenuto grazie a questo bando ci permetterà di ampliare il nostro catalogo di audiolibri e di migliorare ulteriormente i servizi offerti.
Grazie al supporto della Chiesa Valdese, in pochi mesi siamo già riusciti a raggiungere ottimi risultati:
abbiamo prodotto numerosi audiolibri che sono ora disponibili gratuitamente su liberliber.it e su paginatre.it
abbiamo collaborato con una scuola superiore per la realizzazione di 8 audiolibri di storie brevi lette dai ragazzi dell’istituto
abbiamo acquistato attrezzatura fondamentale per la registrazione degli audiolibri
abbiamo creato una videoguida alla realizzazione degli audiolibri, così da formare nuovi volontari
Il sostegno della Chiesa Valdese al progetto Libro Parlato ci riempie di gratitudine e ci motiva a continuare il nostro lavoro con rinnovata energia. Grazie al finanziamento ricevuto, potremo migliorare e ampliare il nostro catalogo, raggiungendo sempre più persone che trarranno beneficio dai nostri audiolibri. Grazie quindi di cuore alla Chiesa Valdese per il loro impegno e per aver creduto nel valore del nostro progetto. Con il vostro aiuto, il progetto Libro Parlato continuerà a essere una risorsa preziosa per chi ne ha più bisogno.
Grazie!
Visita il sito Otto per Mille Valdese:
www.ottopermillevaldese.org
PAntascienza: 15 racconti sulla pubblica amministrazione del futuro
2024/06/10
PAntascienza
15 racconti sulla pubblica amministrazione del futuro
aa.vv. – a cura di Francesco Grasso, Themis – febbraio 2024
Nei romanzi, nei film, nei fumetti di fantascienza è normale scorgere previsioni su come, in un domani più o meno distante, si viaggerà, si innalzeranno metropoli, ci si vestirà, si disputeranno battaglie, si produrrà cibo, si praticheranno sport, si indulgerà nel sesso e si educheranno i giovani.
Al contrario, è piuttosto raro trovare, nelle suddette opere di fantascienza, previsioni sui venturi rapporti tra cittadini e istituzioni. Forse perché, nell’immaginario degli autori e soprattutto dei lettori/spettatori, la pubblica amministrazione è un burosauro dai riflessi giurassici, un fossile incapace di evolvere; per molti, insomma, l’accostamento tra “PA” e “futuro” rappresenta soltanto un bizzarro ossimoro.
Questa percezione, che forse ieri aveva fondamento, oggi è divenuta fallace. È facile avvedersene, in Italia e all’estero, dinanzi ai millemila progetti (in corso o in fieri) di innovazione dei servizi pubblici, alla digitalizzazione dei procedimenti statali, al prepotente echeggiare, nei corridoi di enti e ministeri, di parole chiave quali SPID, cloud, dematerializzazione, avatar, chatbot, smartworking e simili.
La pubblica amministrazione, insomma, ha preso a correre. Ma in che direzione? Con quale traguardo? E i cittadini sono pronti a seguirla cogliendone le opportunità, o ne verranno travolti?
La fantascienza potrebbe essere utile, con la capacità di pensiero anticipante e divulgazione che le è propria, per veicolare al grande pubblico la risposta (o meglio, le risposte) a dette domande. E a farlo in modo gradevole, intrattenendo e divertendo, come da sempre è compito della narrativa.
Questo è il primo obiettivo che si pone l’antologia PAntascienza. Una silloge di quindici racconti, curata da Francesco Grasso, a firma di autori ben noti nel mondo della scrittura, ma anche esperti di innovazione e amministrazione pubblica. Sfogliando le pagine dell’opera trapelano scorci di futuri plausibili, spunti e provocazioni. Intelligenze artificiali addestrate per gestire le finanze pubbliche, droni e robot al lavoro negli uffici; realtà virtuale e smartglass per interagire coi cittadini; ministeri itineranti, cloni alle prese con l’imposta di successione, macchine del tempo a disposizione delle sovrintendenze ai beni culturali, anime gemelle certificate, soluzioni ludico-organizzative per motivare i travet. E tanto, tanto altro.
Dalla quarta di copertina
Un’antologia di quindici racconti che tratteggiano una possibile PA del futuro.
Una lettura che si rivela anche un formidabile strumento educativo, che stimola a riflettere sui tanti aspetti del digitale: dall’uso delle firme agli assistenti robot, fino a delineare fantasiose strutture, come i ministeri itineranti, e nuovi percorsi formativi, come i corsi di laurea in burocrazia informatica. Un futuro che non è poi così lontano e, soprattutto, non facilmente controllabile dagli esseri umani.
Facendo leva sulle emozioni, colpendo allo stomaco il lettore, sfruttando linguaggio, dialoghi e colpi di scena, gli autori, in buona parte ingegneri o comunque con formazione scientifica, riescono a veicolare concetti cruciali in modo efficace, al pari di un saggio. O anche meglio.
Gli autori
Luigi Brasili, Massimo Canducci, Andrea Franco, Francesca Garello, Corrado Giustozzi, Francesco Grasso, Monia Guredda, Massimiliano Malerba, Giovanni Manca, Marco Minicangeli, Annarita Petrino, Michele Piccolino, Luigina Sgarro, Andrea Tironi, Francesco Troccoli.
Link
pagina Facebook dell’antologia, contenente recensioni, fonti, interviste degli autori, segnalazioni di eventi;
sito casa editrice Themis, ove si possono leggere gratuitamente le prime 20 pagine del romanzo;
Articolo su CorCom.
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Feltrinelli/IBS
Mondadori Store
Immagine di copertina generata con IA.
LiberClick ha vinto il premio Gianluca Spina per l’Innovazione Digitale
2024/06/06
È con grande orgoglio e riconoscenza che annunciamo che il progetto LiberClick, coordinato da Lara Leccardi, ha vinto il prestigioso premio Gianluca Spina per l’innovazione digitale nei beni e attività culturali.
La premiazione è avvenuta in occasione del Convegno dell’Osservatorio Innovazione Digitale per la Cultura, tenutosi presso il Politecnico di Milano il 4 giugno 2024. Durante il convegno è stata offerta una fotografia sullo stato di maturità digitale delle istituzioni culturali italiane nel 2024 e delle principali innovazioni che hanno interessato il comparto culturale, con un’attenzione particolare su come il digitale possa favorire l’inclusività e l’accessibilità dei luoghi della cultura.
Liber Liber è stato invitato, assieme agli altri finalisti, a presentare il proprio progetto di fronte al pubblico e alla giuria. Tra gli altri concorrenti c’erano il Parco Archeologico del Colosseo, il Centro Italiano per la Fotografia, la Fondazione Teatro la Fenice di Venezia e il Teatro Koreja. Tutti i progetti presentati al convegno sono stati creati con in mente uno scopo molto importante, quello di facilitare l’avvicinamento alla cultura a un numero quanto più ampio possibile di utenti.
Il progetto LiberClick, che Liber Liber porta avanti ormai da anni, è particolarmente piaciuto per la sua semplicità e assieme efficacia nel rendere la cultura accessibile a chiunque.
Vogliamo quindi ringraziare di cuore Osservatori.net, il Politecnico di Milano e ovviamente l’Associazione Gianluca Spina per averci conferito questo importante riconoscimento. Grazie!
Non sai cos’è LiberClick? Fai click qui per tutte le informazioni.
L’armata degli elefanti
2024/05/27
Romanzo storico di Francesco Grasso
Chiunque frequenti librerie nel mondo reale e/o bookstore sulla rete ha contezza di quanti romanzi storici si pubblichino in Italia ogni anno. E sa che, nell’ambito di questo bulimico genere letterario, i romanzi ambientati ai tempi dell’antica Roma rappresentano una buona fetta della torta.
L’armata degli elefanti (Immagine di copertina generata con IA)
A dispetto di cotanto l’affollamento editoriale, “L’armata degli elefanti” riesce tuttavia a distinguersi. In particolare per la scelta della voce narrante. Tra le pagine di quest’opera, infatti, a dar conto del conflitto tra repubblica romana e Pirro avvenuto nel terzo secolo avanti Cristo non è il sovrano d’Epiro, né un console o un generale dell’Urbe. È invece Tifone, capobranco dei ventidue elefanti da guerra epiroti, sbarcati in Italia ben sessant’anni prima dell’analoga impresa di Annibale (che peraltro aveva con sé solo un pugno di pachidermi e li perse quasi tutti prima di varcare le Alpi).
Sfruttare il punto di vista di un animale consente all’autore di esprimere, col necessario distacco e libertà di pensiero, considerazioni disincantate e a volte provocatorie sulla società umana (“dei due zampe”, direbbe Tifone). Il pachiderma protagonista del romanzo, difatti, osserva gli eventi e giudica dall’esterno i paradossi, le assurdità, le ipocrisie che governano, in pace e soprattutto in guerra, le azioni della nostra specie. Talvolta ne ride, più spesso ne prova vergogna. Come forse dovremmo fare anche noi sedicente “specie dominante”.
Dicevamo della guerra tra Pirro e Roma. Tutti abbiamo studiato, sulle pagine di Plutarco e dei classici testi scolastici, che il re d’Epiro traversò l’Adriatico chiamato in soccorso da Taranto, ricca città della Magna Grecia minacciata da Roma; che sconfisse le legioni grazie agli elefanti (i romani non li avevano mai visti prima, tant’è che li battezzarono erroneamente “buoi lucani”); che le sue vittorie furono così sofferte e inconcludenti da divenire luogo comune, le celeberrime e iper-citate (anche a sproposito) “vittorie di Pirro”.
Non tutti, invece, sanno che il re d’Epiro ambiva a eguagliare le gesta dell’antenato Alessandro il Grande; che – non pago d’aver sfidato Roma – attaccò anche i cartaginesi in Sicilia scacciandoli quasi totalmente dall’isola; che le circostanze della sua morte, a dir poco bizzarre, generarono un secondo celebre adagio, (ab)usato anche ai nostri giorni.
Pochi, infine, conoscono come, negli eserciti antichi, fossero realmente impiegati gli elefanti, come questi ultimi venissero addestrati, imbarcati sulle navi, equipaggiati per la battaglia e motivati alle cariche. E soprattutto cosa i pachidermi – animali ben più avveduti e intelligenti dei cavalli, dotati anche di una profonda sensibilità, emozioni e spirito gregario – pensassero delle imprese sanguinose in cui i loro padroni umani li coinvolgevano. Una lacuna che questo romanzo si propone, grande-piccola ambizione, di colmare.
L’armata degli elefanti
Romanzo storico di Francesco Grasso
0111 Edizioni
marzo 2024
Dalla quarta di copertina
Questa è la storia di come Tifone figlio di Astreo, capobranco degli elefanti dell’esercito d’Epiro, venne imbarcato su una triere, condotto in Apulia a combattere le legioni romane, e poi in Sicilia contro gli eserciti cartaginesi. È la storia di Pirro, re e guerriero, che sognava di raggiungere la gloria ed emulare Alessandro Magno, e che fece tremare Roma sui campi di battaglia. È la storia di Cinea, retore e filosofo, che tentò invano di portare pace tra le città-stato della Magna Grecia e l’Urbe. Ed è la storia di Dafne, figlia del più talentuoso ceramista di Taranto, che scoprì come la guerra non risparmi le fanciulle e che anche lei, come la creta dei vasi di suo padre, per farsi tenace contro le ingiurie del mondo, doveva rassegnarsi ad affrontare il fuoco.
L’autore
Francesco Grasso è nato a Messina nel 1966. Ingegnere Elettronico, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato i romanzi “Ai due lati del muro”, “2038: la rivolta” e “Il matematico che sfidò Roma” con Mondadori, “Il baratto” con Perseo, “Enea” con Stampa Alternativa, “La leggenda del re bianco” e “La moglie di Dio” con Ensemble, “I due leoni” e “La versione del Guiscardo” con 0111 Edizioni, “1908 la notte del terremoto” con Meridiano Zero, “Jesse James delle Due Sicilie”, “Nel ventre di Napoli”, “La guerra di Leonardo” con Delos Digital. Ha vinto numerosi premi letterari, tra cui il premio Urania (2 volte), il premio Cristalli Sognanti, il premio Space Trucker, il premio Cuore di Tenebra, il premio Città di Ciampino, il premio I Libri di Morfeo, il premio Camuni Narrativa, il premio Argentario, il premio Città di Sarzana, il premio Sandomenichino, il premio Iannas, il premio Città di Grottammare. Alcune sue opere sono state tradotte in inglese e spagnolo e pubblicate all’estero.
Booktrailer
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Pagina fb dei romanzi storici di Francesco Grasso, contenente recensioni, fonti, curiosità, segnalazioni di eventi: facebook.com/romanzoidueleoni
Sito casa editrice, ove si possono leggere gratuitamente le prime 20 pagine del romanzo: quellidized.it/2024/03/19/larmata-degli-elefanti
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“La colonia collettivista in Palestina”
2024/02/15
La colonizzazione moderna degli ebrei in Palestina fu in gran parte impostata su un’organizzazione di tipo collettivistico sia agricolo che industriale. L’inizio di questo indirizzo si trova fin dalle origini del sionismo politico: dal 1901 T. Herzl, che fu il principale propugnatore di questa linea, con la costituzione del Keren Kajameth le-Israel (Fondo nazionale ebraico) aveva dato il via all’acquisto inalienabile di terreni palestinesi da assegnare tramite un canone d’affitto molto basso ai coloni. Gli ebrei delle cinque alijòt (flussi migratori) che si susseguirono dal 1882 alla fondazione dello stato di Israele erano molto spesso animati da ideali socialisti e libertari e diedero grande impulso agli insediamenti collettivistici con l’idea di prefigurare il futuro assetto della rinata società ebraica.
La prima colonia di questo tipo fu Degania fin dal 1909-1910. Le piccole colonie presero il nome di kevuzà; erano associazioni agricole di limitate proporzioni dal cui ampliamento e con l’estensione anche ad attività artigianali e poi industriali nacquero i kibbutz come si intendono ancora oggi. I primi kibbutz En Harod e Ten Josef furono fondati nel 1921. Gli sviluppi del movimento kibuzistico condussero alla formazioni di federazioni nelle quali si raggrupparono le colonie. Vi erano le federazioni ad orientamento socialdemocratico, quelle, in maggioranza, ispirantesi al sionismo socialista di D. B. Borochov; meno consistenti i raggruppamenti di ispirazione religiosa.
La consistenza della popolazioni del kibbuz varia da circa 100 abitanti fino a 1200. La struttura interna esclude qualsiasi proprietà individuale (inizialmente escludeva anche qualsiasi forma di lavoro salariato); ognuno dà secondo le proprie capacità e riceve secondo i propri bisogni. Il coordinamento delle attività è fondato sull’assemblea di tutti i chaverím (compagni) su base volontaria e garantito da un comitato liberamente eletto e responsabile. Da sottolineare che fin dall’inizio dell’esperienza kibbuzistica era esclusa ogni disparità di genere. Fin dall’inizio della «rivoluzione sionista», i padri fondatori avevano promesso di creare una nuova «donna ebraica». Per un numero abbastanza ristretto di persone, ciò significò libertà sessuale, teorizzata e praticata in ambienti altrettanto ristretti. Per la maggioranza, fu l’inizio della fine della struttura familiare tradizionale: nei kibbutzim, in particolare, ma pure in comuni urbane.
Tuttavia si può rilevare che l’accesso a nuovi lavori e lo stile di vita più libero non intaccarono comunque seriamente il ruolo dominante dell’uomo in campo economico. I maschi continuavano a svolgere i lavori più pagati e a monopolizzare quelli più legati alla produzione, dall’edilizia alle fabbriche. L’uguaglianza della donna rientrava nel discorso di ispirazione socialista del sionismo: la realtà fu piuttosto diversa. Per il trionfo delle rivoluzioni sionista e socialista, la donna dovette continuare a svolgere un duplice compito: oltre a sbrigare i lavori domestici, era anche una lavoratrice nei campi o nelle officine. Tutto questo comunque mentre l’organizzazione del “mandato britannico” in Palestina operava per la riproduzione dei meccanismi di funzionamento dell’economia vigenti in epoca tardo ottomana e agendo in direzione della trasformazione in senso capitalistico del mercato agricolo.
Da sottolineare tuttavia che benché la maggior parte dei libri sulla Palestina durante il Mandato è solita iniziare dai primi giorni del conflitto che culminerà nella prima ondata di violenze dell’aprile 1920, va però tenuto presente il carattere riduttivo di tale descrizione. Negli spazi di relativa autonomia in cui viveva la maggior parte della popolazione, la religione e i valori spirituali esercitavano un’influenza assai più diffusa sull’esistenza delle persone di quella esercitata dai funzionari britannici o dai sionisti animati da spirito coloniale. E nel 1946, l’anno nel quale fu pubblicato il breve testo che presentiamo, nella Palestina rurale, ma non solo, era vivissimo il desiderio di collaborazione fra i popoli ebraico e palestinese. Quando ormai il mandato britannico stava per finire, insediamenti ebraici garantirono un sostegno più organizzato e strutturato ai villaggi palestinesi, e cooperative agricole congiunte – un’assoluta novità – sorsero nel Marg Ibn ’Amr negli anni Quaranta, tra kibbutzim e villaggi, mentre nelle città furono creati nuovi uffici commerciali congiunti.
Troviamo infatti scritto nel capitolo Oasi nel deserto di questo libretto:
«Quando si è scavato un pozzo artesiano con successo, l’acqua serve naturalmente anche per il villaggio arabo vicino. Questa è una delle ragioni per cui le relazioni tra le colonie ebraiche e i vicini Arabi sono generalmente buone.»
In Palestina, la convivenza non fu solamente realizzata in circoli ristretti; fu anche una scelta ideale. Non godette di grande appoggio politico, anche perché non piacque a nessun uomo politico di grande rilevanza istituzionale. Fu tuttavia un pilastro teorico del Partito comunista di Palestina. Questo partito fu composto prevalentemente da ebrei sino al 1936, anno in cui, in seguito a quello che nella sua storia viene chiamato processo di «arabizzazione», iniziò ad aumentare il numero degli aderenti palestinesi. Nonostante il carattere marginale, questo partito contribuì a conferire un andamento alternativo allo sviluppo sociale diffondendo un discorso anazionale tramite i suoi giornali principali. L’organizzazione politica più apertamente favorevole al binazionalismo come stile di vita fu un piccolo gruppo denominato Brit Shalom (Patto di pace) e ideato da Yehuda Magness, un ebreo americano immigrato in Palestina nel 1922.
Aderente all’American Reform Movement in ambito ebraico, Magness non era interessato alla sovranità degli ebrei sulla Palestina, bensì a che potessero viverci nell’ambito di uno Stato unitario binazionale. Sino alla morte, avvenuta nel 1948, Magness cercò di convincere entrambe le parti della ragionevolezza e della praticabilità della soluzione da lui proposta. Perciò creò un’organizzazione politica. Uno dei suoi più grandi successi, verso la fine del Mandato, fu convincere Fawzi al-Husaini, personalità di spicco della famiglia Husaini, ad aderire al movimento Brit Shalom. Fawzi al-Husaini fu però assassinato poco dopo dai suoi familiari schierati su posizioni nazionalistiche. Magness fu uno dei fondatori della Hebrew University e ne fu anche il primo presidente, nonostante il suo prestigio rimanesse però sempre relegato ai margini dell’attività sionista. Racconta Noam Chomsky:
«Nel 1953 mia moglie e io vivevamo in un kibbutz in Israele; eravamo studenti, facevamo escursioni e un giorno ce ne andammo con lo zaino in spalla nella Galilea settentrionale. Eravamo in strada quando arrivò dietro di noi una jeep, un tizio uscì e si mise a gridare: «Dovete tornare indietro, avete sbagliato paese!». Eravamo entrati nel Libano. Oggi probabilmente ci accoglierebbero con le mitragliatrici spianate. Non ci dovrebbero essere frontiere in quell’area. Forse con il tempo questi confini decadranno; del resto, l’intero accordo imperialista Sykes-Picot comincia a vacillare. E potrebbero esserci sviluppi ulteriori, nel lungo periodo. A questo proposito, la soluzione a due Stati non andrebbe letta come una meta finale. Come ho detto prima, non è che gli Stati godano di una legittimità intrinseca; sono stati tutti imposti con la violenza, e continuano a generare violenza in tutto il mondo. È una struttura sociale inumana, e in quanto tale dovrebbe crollare, sempre. In questa prospettiva, il ritorno dei profughi non è più così irrealistico. Non sarebbe soltanto il riconoscimento di un torto storico, ma una vera interazione tra popoli, non basata sugli Stati, le religioni o le etnie. Ci sono altre basi su cui si può costruire questa interazione.»
Tra il 1949 e il 1954 però il sistema di confisca di terre e villaggi da parte dei colonizzatori divenne insistente e il principale beneficiario di tale politica fu proprio il movimento socialista del kibbutz Hashomer Hatz’air che, ufficialmente, recava lo slogan della coesistenza binazionale bene in vista sui suoi striscioni. Era il più a sinistra dei tre maggiori movimenti del kibbutz attivi nel giovane Stato di Israele; dimostrò, nei fatti, di essere anche il più avido. Le conseguenze sono state inarrestabili. Per approfondire questi temi, qui appena superficialmente accennati, è molto utile leggere, ad esempio, il libro di Ilan Pappe, Storia della Palestina moderna. Una terra due popoli.
Il breve testo che presentiamo fu edito in Italia nel 1946 a cura di Hechaluz, l’organizzazione dei giovani ebrei sionisti nata a Roma fin dal giugno 1944, non appena l’arrivo delle truppe alleate aveva allontanato i maggiori rischi per gli ebrei. Così viene descritta da Rav Urbach nel bollettino ebraico di informazione del 13 luglio 1944:
«La nuova vita che pervade la Comunità ebraica dopo la liberazione ha avuto espressione immediata nella creazione di un Centro Giovanile Ebraico, che raccoglie a scopo di istruzione e ricreazione i giovani dai sette ai venticinque anni. Esso ha posto la sua sede in Via Balbo n.33. Circa 200 ragazzi si sono iscritti ai corsi di lingua e di cultura ebraica, che sono assai frequentati. Nel giugno 1944, a Via Balbo 33 dove c’era una Singagoga e dove per alcuni anni ero andato alla scuola ebraica, i soldati palestinesi cominciarono a organizzare dei corsi per i giovani ebrei italiani sul kibbutz, i movimenti giovanili, l’anelito di raggiungere Erez Israel mentre cantavamo le canzoni sentimentali in ebraico che tentavamo di capire. Tra gli insegnanti ricordo Joel Barromi e Yaakov [Foà] Ben Porat che erano vicini all’Hashomer Hazair, un movimento di kibbutzim di sinistra che fin da allora mi sembrava cons
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