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This podcast has
10 episodes
Language
ItalianPublisher
Liber LiberExplicit
No
Date created
2011/07/20
Latest episode
2026/10/15
Average duration
21 min.
Release period
25 days
Description
La rivista di Liber Liber
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“Re Tuono” di Luigi Capuana
2026/10/15
Re Tuono
di
Luigi Capuana
tempo di lettura: 12 minuti
C‘era una volta un Re che aveva un vocione così grosso e forte, da poter essere udito benissimo fino a dieci miglia lontano. Quando parlava, pareva tuonasse; e per ciò gli avevano appiccicato il nomignolo di re Tuono.
I Ministri e le persone di corte, dovendo praticare con lui tutti i giorni, diventavano sordi in poco tempo; ed era una disperazione. La povera gente che andava a chiedere giustizia ci rimetteva un polmone per farsi sentire, e spesso spesso non riusciva. Gli affari correvano a rotta di collo; la gente non ne poteva più.
Ma, come dire al Re:
— Maestà, siete voi che fate assordire i Ministri?
Il Re credeva di parlare con lo stesso tono di voce di tutti gli altri; e quando i Ministri, diventati sordi, non udivano più neppure lui, ci s‘arrabbiava, e li mandava via a calci, facendoli ruzzolare per le scale del palazzo reale.
Nei primi giorni, coi nuovi Ministri le cose andavano benino. Parlando con loro però, il Re s‘accorgeva ch‘essi, di tanto in tanto, portavano le mani, agli orecchi per tapparseli.
— Che è mai? – domandava. – Strillo forse come un maleducato, come un carrettiere?
— No, Maestà – rispondevano impauriti. – Soffriamo di gattoni
I nuovi Ministri soffrivano sempre di gattoni per iscusa. Il Re non si capacitava di questa malattia così comune a tutti i suoi nuovi Ministri. E, alla fine, aveva pensato di rimediare, dandoli anticipatamente in cura ai medici di palazzo. I medici li martoriavano di cataplasmi, ventose, salassi e altri malanni; e coloro, per l‘ambizione di salire alto e avere le mani in pasta, sopportavano zitti ogni tormento.
Il Re andava a visitarli, e alzando la voce pel dubbio che quella malattia degli orecchi non li facesse sentire bene, domandava:
— Come state? Come state?
Figuratevi che tuoni, con quell‘alzata di voce! Il palazzo reale ne tremava.
— Bene, Maestà! Benissimo, Maestà!
E stavano bene davvero, perché erano già mezz‘assorditi.
Il Re intanto credeva che gli affari del suo regno procedessero proprio a meraviglia. Nessuno gli chiedeva mai un‘udienza; nessuno veniva mai a fargli un reclamo. Sfido io! Ognuno aveva paura, e preferiva ogni altro guaio a quello di restar sordo per tutta la vita.
Un giorno si presentò al palazzo reale un contadino:
— Voglio parlare al Re.
Il Re, stupito di questa novità, ordinò subito:
— Fatelo entrare.
Squadrando quel vecchietto mal vestito, che faceva cosa tanto insolita, il Re s‘accorse ch‘egli aveva due tappi di sughero negli orecchi.
— Che significano quei tappi?
— Maestà, ho i gattoni.
O che tutti i suoi sudditi pativano di gattoni? Insospettito, disse:
— Non me la dài a bere, contadinaccio! Che significano quei tappi? Parla, o ti fo, mozzare la testa.
Tra il diventar sordo e l‘aver mozzata la testa, il contadino scelse il meno male.
— Grazia, Maestà, se volete che dica il vero.
— Grazia ti sia concessa.
E colui gli disse quel che nessuno aveva osato mal dirgli:
— Maestà, col vostro vocione fate assordire la gente.
Dapprima il Re montò in furore; non voleva credergli. In che modo egli non s‘accorgeva dei proprio vocione? Ma il contadino soggiunse:
— Tant‘è vero, che Vostra Maestà vien chiamato re Tuono.
Il Re fu afflittissimo di questa scoperta. Tentò di frenar la voce, di sussurrare più che pronunciare le parole; ma era inutile. Anche parlando a quel modo, il suo vocione era tale, che chi stava a sentirlo ne restava intronato. E per punire i Ministri che non avevano avuto il coraggio di palesargli la verità, li fece legare come polli e li mandò in prigione. Il contadino, invece, fu da lui creato unico Ministro, e gli permise di tenere i tappi di sughero agli orecchi. Il povero Re, addolorato di quel suo difettaccio, non usciva più dal palazzo reale, dava ordini soltanto coi gesti. Ma, era vita quella? Poteva durare?
Fra le altre cose, egli voleva prendere moglie per avere l‘ereditario della corona; ed ora si spiegava facilmente tutte le ripulse ricevute dalle tante principesse da lui richieste. Le principesse non volevano assordire, e per sfuggire questo pericolo rinunziavano al benefizio di diventare Regine.
Il contadino Ministro disse un giorno:
— Maestà, perché non consultate un Mago? Io sospetto che il vostro vocione non provenga da qualche malefizio che voi avete addosso.
Il Re decise di fare un bando. E volendo andare per la più corta, giacché il suo vocione poteva essere udito da dieci miglia lontano, salì sul tetto del palazzo reale e fece il bando da se stesso, ingrossando la voce più che poteva:
— Chi saprà guarirmi dal vociooone, avrà tant‘oro quanto peeesa!
E andò in giro per tutto il regno, salendo in cima alle montagne, gridando da quelle alture:
— Chi saprà guarirmi dal vociooone, avrà tant‘oro quanto peeesa!
In pochi giorni non ci fu angolo del regno dove il bando non fosse conosciuto. E quei tuoni della voce del Re erano stati così forti, che per un paio di settimane piovve a dirotto, quasi avesse tonato davvero. Intanto i mesi passavano, uno dietro all‘altro, e nessun Mago si presentava.
Il povero re Tuono cominciava già a disperare, quando una mattina vennero ad annunziargli l‘arrivo di un famoso Mago, venuto da lontani paesi; diceva di conoscere il segreto della malattia del Re e la ricetta per guarirlo.
Alla vista di quel Mago, così grasso e grosso che pareva una botte, il Re si grattò il capo, pensando:
— Ce ne vorrà dell‘oro per costui!
Ma si strinse nelle spalle, pronto a qualunque sacrifizio. Avrebbe dato fin la camicia che aveva indosso, pur di guarire.
— Maestà – disse il Mago. – Il vostro male proviene da un capello incantato.
Il Re si rallegrò interamente. Gua‘! Si sarebbe fatto radere la testa e sarebbe finita. Il Mago doveva contentarsi d‘una bella mancia; ora che s‘era lasciato scappar di bocca il suo segreto.
— Solamente, – riprese colui – bisogna trovare e strappare quel capello a prima vista. Sbagliato una volta, non si rimedia più. E l‘unica persona al mondo che può fare il prodigio è la principessa Senza-lingua.
— O dove scovare cotesta principessa?
— In Oga Magoga. La chiamano così perché le manca la lingua. Un anno, un mese e un giorno e la vedrete qui, se Vostra Maestà, mantenendo la promessa, mi dà tant‘oro quanto peso.
— Prima di fare l‘esperienza?
— Prima, Maestà. Condurrò con me, da ambasciatore, il vostro Ministro.
Per un momento il Re esitò:
— Se quel furbo lo canzonava? Dove riacchiapparlo? Il Ministro poteva intendersela con costui… In ogni caso, – rifletté – mi rifarò co‘ miei sudditi.
Gli piangeva il cuore, guardando la montagna d‘oro che ci volle per agguagliare il peso di quella botte:
— Pur di guarire!
E diede il buon viaggio al Mago e al Ministro.
Passati appena sei mesi, eccoti un giorno il Ministro solo solo; il Mago era sparito, e della principessa Senza-lingua né nova né novella. S‘era messa in viaggio, dicevano, per farsi fare una lingua artificiale non si sapeva da chi; e nessuno, da un anno, ne aveva avuto più notizia.
— Cercate e troverete. Il destino dei Re vuole così!
Erano parole del Mago.
— Facciamo un altro bando! – esclamò il Re molto seccato. E volendo andare per la più corta, salì di nuovo sul tetto del palazzo reale, e fece il bando da se stesso, ingrossando la Voce più che poteva:
— Chi trova la principessa Senza-liiingua, avrà tant‘oro quanto peeesa!
E andò in giro per tutto il regno, e poi fuori del regno, in diverse parti del mondo, salendo in cima alle montagne e gridando da quelle alture:
— Chi trova la principessa Senza-liiingua, avrà tant‘oro quanto peeesa!
E i tuoni della voce del Re furono così forti, che piovve dirotto dovunque, quasi avesse tuonato davvero.
I mesi passavano, uno dietro all‘altro, ma neppure una mosca recava notizia della principessa.
Re Tuono cominciò a perdere la pazienza. Ora, invece di affliggersi e star zitto, urlava, sbraitava. Parte dei suoi sudditi era già assordita, parte stava per assordire, e tra questi che ci sentivano male e gli altri che non ci sentivano più accadevano scene buffe che, spesso spesso, finivano a legnate e peggio. Il regno pareva in tumulto. Le guardie accorrevano di qua e di là; ma, essendo più sorde di tutti, ora davano ragione a chi aveva torto, ora torto a chi non c‘entrava per niente, e accrescevano la babilonia in luogo di dissipare i malintesi.
Aveva voglia, re Tuono, di gridare alle guardie:
— Fate giustizia! Fate giustizia!
Più lui gridava e più assordivano. Il regno sembrava un paese di matti.
Un bel giorno, davanti il palazzo reale comparve un ciarlatano che strillava:
— Pasticche per la voce! Pasticche per la voce! Chi l‘ha la perde; e chi non l‘ha non l‘acquista! Pasticche! Pasticche!
Re Tuono, trattandosi di voce, la prese per un‘offesa alla sua reale maestà; e diè ordine di arrestare quell‘impertinente e condurglielo dinanzi.
— Che intendi dire con cotesto tuo: «Chi l‘ha, la perde e chi non l‘ha non l‘acquista?».
— La verità, Sacra Corona. Provi e vedrà.
Il Re lo guardava fisso. Dal vestito, colui pareva un uomo; ma le fattezze del volto erano così belle e gentili, che si sarebbe detto una donna, se non avesse avuto i capelli corti.
— Chi sei? Come ti chiami?
— Mi chiamano il Senza-lingua. Ma Sua Maestà vede bene che il nome è sbagliato; la ho e un po‘ lunghetta, anzi… Il mio mestiere richiede così.
E in prova, senza badare che si trovava nel palazzo reale e alla presenza del Re, riprese a strillare scherzosamente, come in piazza:
— Pasticche per la voce! Pasticche per la voce! Chi l‘ha, la perde; e chi non l‘ha non l‘acquista! Pasticche! Pasticche!
Il Re, diventato di buon umore, si mise a ridere.
— Da qua; voglio provare.
Ne prese una e la mise in bocca.
O che fu? Un tocca
“La tartaruga” di Luigi Pirandello
2026/10/15
La tartaruga
di
Luigi Pirandello
tempo di lettura: 12 minuti
Parrà strano, ma anche in America c’è chi crede che le tartarughe portino fortuna. Da che sia nata una tale credenza, non si sa. È certo però che loro, le tartarughe, non mostrano d’averne il minimo sospetto.
Mister Myshkow ha un amico che ne è convintissimo. Giuoca in borsa e ogni mattina, prima d’andare a giocare, mette la sua tartaruga davanti a uno scalino: se la tartaruga accenna di voler salire, è sicuro che i titoli che lui vuol giocare, saliranno; se ritira la testa e le zampe, resteranno fermi; se si volta e fa per andarsene, lui giuoca senz’altro al ribasso. E non ha mai sbagliato.
Detto questo, entra in un negozio dove si vendono tartarughe; ne compra una e la mette in mano a Mister Myshkow:
— Approfittàtene.
Mister Myshkow è molto sensibile: portandosi in casa la tartaruga (ih! ah!) freme in tutta l’elastica personcina pienotta e sanguigna per brividi, che son forse di piacere, ma anche di ribrezzo un po’. Non si cura se gli altri per via si voltino a guardarlo con quella tartaruga in mano; lui freme al pensiero che quella che pare una pietra inerte e fredda, non è una pietra no, è abitata dentro da una misteriosa bestiola che da un momento all’altro può cacciar fuori, sulla sua mano, quattro zampini biechi rasposi e una testina di vecchia monaca rugosa. Speriamo che non lo faccia. Forse Mister Myshkow la getterebbe a terra, raccapricciando da capo a piedi.
In casa, non si può dire che i suoi due figli, Helen e John, facciano una gran festa alla tartaruga, appena lui la posa come un ciottolo sul tappeto del salotto.
Non è credibile quanto vecchi appajano gli occhi dei due figli di Mister Myshkow a confronto con quelli bambinissimi del padre.
I due ragazzi, su quella tartaruga posata come un ciottolo sul tappeto, fanno cadere il peso insopportabile dei loro quattro occhi di piombo. Poi guardano il padre con una cosí ferma convinzione che non potrà dar loro una spiegazione plausibile della cosa inaudita che ha osato fare, posare una tartaruga sul tappeto del salotto, che il povero Mister Myshkow si sente subito appassire; apre le mani; apre le labbra a un sorriso vano e dice che, dopo tutto, quella non è altro che un’innocua tartaruga con cui, volendo, si può anche giocare.
Da quel brav’uomo ch’è sempre stato, un po’ ragazzone, vuol darne la prova: si butta carponi sul tappeto e cautamente, con garbo, si prova a spinger di dietro la tartaruga per persuaderla cosí a cacciar fuori gli zampini e la testa e farla muovere. Ma sí, Dio mio, non foss’altro, per rendersi conto della bella gaja casa tutta vetri e specchi, dove lui l’ha portata. Non s’aspetta che suo figlio John trovi d’improvviso e senza tante cerimonie un piú spiccio espediente per fare uscir la tartaruga da quello stato di pietra in cui s’ostina a restare. Con la punta del piede John la rovescia sulla scaglia, e subito allora si vede la bestiolina armeggiar con gli zampini e spinger col capo penosamente per tentar di rimettersi nella sua posizione naturale.
Helen, a quella vista, senza punto alterare i suoi occhi da vecchia, sghignazza come una carrucola di pozzo arrugginita per la caduta precipitosa d’un secchio impazzito.
Non c’è, come si vede, da parte dei ragazzi alcun rispetto della fortuna che le tartarughe sogliono portare. C’è al contrario la piú lampante dimostrazione che tutti e due la sopporteranno solo a patto ch’essa si presti a esser considerata da loro come uno stupidissimo giocattolo da trattare cosí, con la punta del piede. Il che a Mister Myshkow dispiace moltissimo. Guarda la tartaruga, rimessa subito a posto da lui e ritornata al suo stato di pietra; guarda gli occhi dei suoi ragazzi, e avverte di colpo una misteriosa relazione che lo turba profondamente tra la vecchiaja di quegli occhi e la secolare inerzia di pietra di quella bestia sul tappeto. È preso di sgomento per la sua inguaribile giovanilità, in un mondo che accusa con relazioni cosí lontane e inopinate la propria decrepitezza: lo sgomenta che lui, senza saperlo, sia forse rimasto ad aspettare qualcosa che non arriverà mai piú, dato che ormai sulla terra i bambini nascono centenari come le tartarughe.
Torna ad aprire le labbra al suo vano sorriso, piú smorto che mai, e non ha il coraggio di confessare per qual ragione il suo amico gli ha regalato quella tartaruga.
Ha una rara ignoranza di vita Mister Myshkow. La vita per lui non è mai nulla di preciso, né ha alcun peso di cose sapute. Gli può accadere benissimo qualche mattina, vedendosi nudo con una gamba alzata per entrare nella vasca da bagno, di restare stranamente impressionato del suo stesso corpo, come se, in quarantadue anni che lo ha, non l’abbia mai veduto e se lo scopra adesso per la prima volta. Un corpo, Dio mio, non presentabile, cosí nudo, senza una grande vergogna, neppure ai suoi propri occhi. Preferisce ignorarselo. Ma fa un gran caso tuttavia del fatto che non ha mai pensato che con questo corpo, cosí com’è in tante parti che nessuno di solito vede, nascoste sotto gli abiti e la calzatura, per quarantadue anni lui s’è aggirato nella vita. Non gli par credibile che tutta la sua vita lui l’abbia vissuta in quel suo corpo. No, no. Chi sa dove, chi sa dove, senz’accorgersene. Forse ha sempre sorvolato, di cosa in cosa, tra le tante che gli sono occorse fin dall’infanzia, quando certamente il suo corpo non era questo, e chi sa come era. È davvero una pena e uno sgomento non riuscire a spiegarsi perché il proprio corpo debba essere necessariamente quello che è, e non un altro diverso. Meglio non pensarci. E nel bagno, torna a sorridere del suo vano sorriso, ignorando di trovarsi già da un pezzo nella vasca. Ah, quelle luminose tendine di mussola insaldate ai vetri della grande finestra, e di su quelle bacchette d’ottone quel lieve grazioso dondolío nell’aria primaverile delle cime degli alti alberi del parco. Ora lui si sta asciugando quel corpo veramente brutto; ma deve, pur non di meno, convenire che la vita è bella, e tutta da godere anche in quel suo corpaccio che intanto, chi sa come, è potuto entrare nella piú segreta intimità con una donna talmente impenetrabile qual è Mistress Myshkow, sua moglie.
Da nove anni ch’è ammogliato, lui è come avvolto e sospeso nel mistero di quella sua unione inverosimile con Mistress Myshkow.
Non ha mai osato farsi avanti, senza restare incerto, dopo ogni passo, se potesse darne un altro; e cosí alla fine ha provato sempre come un formicolío d’apprensione in tutto il corpo e di sbigottimento nell’anima nel trovarsi arrivato già parecchio lontano per tutti quei passi sospesi che gli han lasciato fare. Doveva sí o no inferire che dunque doveva farli? Cosí, un bel giorno, quasi senz’esserne certo, s’era trovato marito di Mistress Myshkow.
Lei è ancora, dopo nove anni, cosí distaccata e isolata da tutto, dalla propria bellezza di statuetta di porcellana e cosí chiusa e smaltata in un modo d’essere cosí impenetrabilmente suo, che proprio pare impossibile che abbia trovato il modo d’unirsi in matrimonio con un uomo cosí di carne e sanguigno come lui. Si capisce invece benissimo come dalla loro unione siano potuti nascere quei due figli imbozzacchiti. Forse, se Mister Myshkow avesse potuto portarli in grembo lui, invece della moglie, non sarebbero nati cosí; ma dovette portarli in grembo lei, per nove mesi ciascuno, e allora, concepiti probabilmente interi fin dal principio e costretti a rimanere chiusi per tanto tempo in un ventre di majolica, come confetti in una scatola, ecco, s’erano cosí tremendamente invecchiati prima ancora che nascessero.
Per tutti i nove anni di matrimonio lui naturalmente è vissuto in apprensione continua che Mistress Myshkow trovasse in qualche sua parola impensata o gesto inopinato il pretesto di domandare il divorzio. Il primo giorno di matrimonio era stato per lui il piú terribile perché, come si può facilmente immaginare, c’era arrivato non ben sicuro che Mistress Myshkow sapesse che cosa lui dovesse fare per potersi dire effettivamente suo marito. Ma poi non gli aveva lasciato intendere in alcun modo che si ricordasse della confidenza che lui s’era presa. Proprio come se nulla ci avesse mai messo di suo, perché lui se la potesse prendere, e lei poi ricordare. Eppure una prima figliuola, Helen, era nata; e poi era nato un secondo figliuolo, John. Mai niente. Senza dar segno di nulla, se n’era andata tutt’e due le volte alla clinica e, dopo un mese e mezzo, era rientrata in casa, la prima volta con una bambina e la seconda con un bambino, l’uno piú vecchio dell’altra. Cosa da far cadere le braccia. Divieto assoluto, tutt’e due le volte, d’andarle a far visita alla clinica. Cosicché lui, non essendosi potuto accorgere né la prima né la seconda volta che lei fosse incinta e non sapendo poi nulla né delle doglie del parto né della nascita, s’era trovati in casa quei due figli come due cagnolini comperati in viaggio, senza nessuna vera certezza che fossero nati da lei e che fossero suoi.
Ma non ne ha il minimo dubbio Mister Myshkow, tanto che crede d’avere ormai in quei due figli una prova antichissima e per ben due volte collaudata che Mistress Myshkow trova nella convivenza con lui un compenso adeguato ai dolori che il mettere al mondo due figliuoli deve costare.
Non riesce perciò a rinvenire dallo stupore allorché sua moglie, rientrando in casa quel giorno da una visita alla madre scesa in albergo e prossima a ripartire per l’Inghilterra, e trovandolo ancora in ginocchio sul tappeto del salotto davanti a quella tartaruga, tra la derisione sguajatamente fredda di quei due figli, non gli dice nulla, o meglio gli dice tutto voltando senz’altro le spalle e ritornando immediatamente da sua madre all’albergo, da cui dopo circa un’ora gli manda un biglietto, nel quale perentoriamente è
“La Principessa e le noci” di La Fata
2026/10/14
La Principessa e le noci.
Fiaba inglese.
di
La Fata
tempo di lettura: 5 minuti
C’era una volta un re che aveva tre figliuole. Le due maggiori erano superbe e cattive, ma la minore era la più bella e buona creatura che ci fosse nel mondo, e non soltanto il padre e la madre andavano alteri di lei, ma anche tutti i loro sudditi.
Una sera le tre principesse parlavano di chi avrebbero sposato.
— Io non prenderei mai altri che un re — disse la maggiore. La seconda voleva prendere un principe o per lo meno un granduca.
— Come siete superbe! — disse la minore ridendo. — Io mi contenterei anche del Bue Rosso di Narroway.
Non pensava più a quello che aveva detto la sera prima, allorché essendo a colazione la mattina seguente, sentì mugghiare terribilmente alla porta. Era il Bue Rosso che veniva a cercare la sua fidanzata.
Potete figurarvi come tutti al palazzo si spaventassero, perché il Bue Rosso era una delle bestie più orribili che ci fossero nel mondo. Il re e la regina non sapevano come fare a salvare la figliuola. Finalmente fissarono di mandare via il Bue colla vecchia nutrice. Così gliela messero in groppa e la condusse in un bosco folto folto, e quando fu là, la gettò disotto, e tornò addietro mugghiando più forte di prima. Allora il re e la regina lo rimandarono via con tutti i servitori, uno per volta, poi colle due figlie maggiori, e nessuno fu meglio trattato della vecchia nutrice, così che furono costretti a mettergli per ultimo in groppa la figlia minore.
La Principessa e il Bue traversarono molte foreste scurissime e pianure deserte; finalmente giunsero ad un bel castello, dove erano ospitate molte persone. Il signore del castello fece loro premura di restare, meravigliato di vedere una così bella principessa in quella compagnia.
Quando furono in mezzo agli ospiti del castello, la Principessa scôrse uno spillo conficcato nel cuoio del Bue, glielo tolse, e tutti restarono a bocca aperta, vedendo comparire, invece della bestia spaventosa, un giovane Principe bellissimo. Figuratevi un po’ come fosse felice la Principessa vedendolo cadere ai suoi piedi, ringraziandola di avere sciolto il terribile incantesimo! Ci furono grandi feste nel castello, ma sul più bello il Principe disparve e per quanto lo cercassero, non poterono più trovarlo.
La Principessa risolse di visitare tutto il mondo per iscoprire dove si nascondeva, ma per quanto domandasse, cercasse, nessuno seppe darle notizia del Principe.
Viaggiando una volta attraverso un bosco foltissimo, smarrì la via mentre annottava, ed essa era certa di dover morire di freddo e di fame. Vedendo un lume luccicare fra gli alberi, si diresse a quella volta e giunse ad una capanna piccina piccina, dove abitava una vecchierella che le dette cibo e alloggio. La mattina la vecchierella le consegnò tre noci, dicendole che non doveva spaccarle finché non si sentisse “schiantare e rischiantare” il cuore. Le insegnò la strada e la mandò in pace con Dio, e la Principessa riprese il faticoso viaggio.
Non aveva fatto molto cammino, allorché incontrò una comitiva di signori e dame a cavallo, e tutti parlavano delle belle feste che si attendevano per le nozze del duca di Narroway. Poi passarono molte persone che portavano ogni sorta di belle cose per lo sposalizio del Duca. Finalmente giunse al castello, dove non c’era nulla di nuovo, ma i cuochi ed i fornai andavano di qua e di là tanto affaccendati non sapendo di dove incominciare.
Mentre guardava intorno a sé, udì un rumore di cacciatori e alcune voci che gridavano: “Fate largo al duca di Narroway!” e passarono a cavallo il Principe ed una bella signora. Potete esser sicuri che la Principessa si sentì “schiantare e rischiantare il cuore” a quella vista. Allora stiacciò una delle noci e ne scappò fuori una donnina piccina piccina che cardava. La principessa andò subito al castello e chiese di vedere la signora, la quale appena scôrse la donnina piccina piccina che cardava, senza fermarsi mai, la chiese alla Principessa, e le offrì in cambio di scegliere qualcosa nel castello.
— Ve la darò soltanto col patto che ritardiate di un giorno il vostro matrimonio col Duca, e che io possa andare stanotte sulla terrazza davanti alla camera di lui.
La signora desiderava tanto la noce colla donnina, che le accordò quanto chiedeva. Quando fu buio e il Duca era bene addormentato, la Principessa entrò sulla terrazza e sedutasi per terra incominciò a cantare.
Lontana e vicina, ognor pensava a te,
Caro duca destati, deh parla a me.
Cantò e ricantò, ma il Duca non si svegliò mai, e la mattina la Principessa discese dalla terrazza senza sapere se era stata udita o no.
Allora stiacciò la seconda noce e scappò fuori una donnina piccina piccina che filava. Essa piacque tanto alla signora che subito acconsentì a protrarre di un altro giorno le nozze. Ma la Principessa non fu più fortunata la seconda notte della prima. Disperata schiacciò l’ultima noce che conteneva una donnina piccina piccina che dipanava. Allo stesso patto la cedé alla signora.
Allorché il Duca si vestiva la mattina, il servo gli domandò che cosa era lo strano canto e il lamentìo che si era udito per due notti consecutive sulla terrazza.
— Non ho sentito nulla — rispose il Duca — sarà effetto della vostra fantasia.
— Cercate di non dormire stanotte, e sono certo che vi parrà d’essere in paradiso — disse il servo. — Così sentirete ciò che mi tenne desto due notti di seguito.
Il Duca si coricò, fece finta di dormire, e la Principessa entrando sulla terrazza, si mise a cantare con più dolcezza che mai, pensando che era l’ultima volta che tentava la prova. Il Duca si alzò udendo la voce della bella e cara Principessa. Con parole interrotte da esclamazioni di sorpresa e di gioia, le spiegò che era stato lungamente in potere di una maga, i cui incantesimi sarebbero cessati soltanto dopo la loro unione. La Principessa felicissima di poterlo liberare, acconsentì a sposarlo, e la maga fuggì dal paese spaventata dalla collera del Duca e nessuno ha più sentito parlare di lei.
Allora si fecero grandi preparativi al castello e lo sposalizio, che fu presto celebrato, pose termine alle avventure del Bue Rosso di Narroway ed ai pellegrinaggi della figlia del Re.
Fine.
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LIBRO PARLATO:
VOCE: Roberta Raffaele
DATA: 14/10/2026
QUESTO E-BOOK:
TITOLO: La Principessa e le noci. Fiaba inglese
AUTORE: La Fata
DIRITTI D'AUTORE: no
LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet:
https://liberliber.it/opere/libri/licenze/
TRATTO DA: Giornale per i bambini / diretto da Ferdinando Martini ; [poi] da C. Collodi. – Roma : [Tipografia del Senato], 1881-1883.
SOGGETTO: JUV038000 FICTION PER RAGAZZI / Brevi Racconti
“La gola della balena” di Rudyard Kipling
2026/10/14
La gola della balena
di
Rudyard Kipling
tempo di lettura: 5 minuti
Una volta c’era nel mare una balena che mangiava i pesci. Mangiava il carpione e lo storione, il nasello e il pesce martello, il branzino e il delfino, i calamaretti e i gamberetti, la triglia e la conchiglia, e la flessuosa anguilla con sua figlia e tutta la sua famiglia con la coda a ronciglio. Tutti i pesci che poteva trovare in tutto il mare, essa li mangiava con la bocca…. così! Tanto che non era rimasto in tutto il mare che un solo pesciolino, un Pesciolino-pieno-d’astuzia che nuotava dietro l’orecchio destro della balena, per tenersi prudentemente fuor di tiro.
Allora la balena si levò ritta sulla coda e disse:
– Ho fame. –
E il Pesciolino-pieno-d’astuzia disse con una vocina parimenti piena d’astuzia:
– Nobile e generoso cetaceo, hai mai mangiato l’uomo? –
– No, – disse la balena. – Com’è?
– Squisito! – disse il pesciolino-pieno-d’astuzia: – squisito ma nodoso.
– Allora portamene un paio, – disse la balena, e con la coda fece spumeggiare il mare.
– Uno per volta basta, – disse il Pesciolino-pieno-d’astuzia. – Se tu nuoti fino al cinquantesimo grado di latitudine nord e quaranta di longitudine ovest, (questo è magìa) troverai, seduto su una zattera, in mezzo al mare, con nulla addosso eccetto un paio di calzoni di tela azzurra, un paio di bretelle (non dovete dimenticare le bretelle, cari miei,) e un coltello da tasca, un marinaio naufragato, che – è bene tu ne sii avvertito – è un uomo d’infinite-risorse-e-sagacità.
Così la balena nuotò e nuotò fino al grado cinquantesimo di latitudine nord e quarantesimo di longitudine ovest, più rapidamente che potè, e su una zattera, in mezzo al mare, con nulla indosso eccetto un paio di calzoni di tela azzurra, un paio di bretelle (dovete ricordare specialmente le bretelle, cari miei) e un coltello da tasca, essa vide un unico e solitario marinaio naufragato, coi piedi penzoloni nell’acqua. (Egli aveva avuto da sua madre il permesso di guazzare nell’acqua; altrimenti non l’avrebbe fatto, perchè era un uomo d’infinite-risorse-e-sagacità).
Allora la balena aprì la bocca e la spalancò che quasi si toccava la coda, e inghiottì il marinaio naufragato, con tutta la zattera su cui sedeva, col suo paio di calzoni di tela azzurra, le bretelle (che non dovete dimenticare) e il coltello da tasca. Essa inghiottì ogni cosa nella credenza calda e buia dello stomaco, e poi si leccò le labbra…. così, e girò tre volte sulla coda.
Ma il marinaio, che era un uomo di infinite-risorse-e-sagacità, non appena si trovò nel capace e buio stomaco della balena, inciampò e saltò, urtò e calciò, schiamazzò e ballò, urlò e folleggiò, picchiò e morsicò, strisciò e grattò, scivolò e passeggiò, s’inginocchiò e s’alzò, strepitò e sospirò, s’insinuò e gironzò, e danzò balli alla marinara dove non doveva, e la balena si sentì veramente molto infelice. (Avete dimenticato le bretelle?)
Così disse al Pesciolino-pieno-d’astuzia:
– Quest’uomo è molto indigesto, e mi fa venire il singulto. Che cosa debbo fare?
– Digli di uscire, – disse il Pesciolino-pieno-d’astuzia.
Così la balena gridò dal fondo della gola al marinaio naufragato:
– Esci fuori e comportati onestamente. M’hai messo il singulto.
– No!, no! – disse il marinaio. – Non così; in maniera molto diversa. Portami alla sponda natìa, ai bianchi scogli di Albione, e ci penserò.
E continuò a ballare più che mai.
– Faresti meglio a portarlo a casa – disse il Pesciolino-pieno-d’astuzia alla balena. – Io ti ho avvertito che è un uomo di infinite-risorse-e-sagacità.
Così la balena si mise a nuotare, a nuotare con le due natatoie e la coda, come meglio le permetteva il singulto; e finalmente vide la sponda nativa del marinaio e i bianchi scogli di Albione, si precipitò sulla spiaggia, spalancò tutta quanta la bocca e disse:
– Per Winchester, Ashuelot, Nasua, Keene e le stazioni della ferrovia di Fitchburg si cambia.
….E mentre diceva “Fitch” il marinaio sbucava dalla bocca….
E mentre diceva “Fitch” il marinaio sbucava dalla bocca. Ma mentre la balena era stata occupata a nuotare, il marinaio, che era davvero una persona piena-di-infinite-risorse-e-sagacità, aveva preso un coltello da tasca e tagliata dalla zattera una cancellata a sbarre incrociate, l’aveva saldamente legata con le bretelle (ora sapete perchè non si dovevano dimenticare le bretelle) e poi l’aveva incastrata nella gola della balena, recitando il seguente distico, che, siccome non lo conoscete, qui vi trascrivo:
Con le sbarre della grata
nel mangiar t’ho moderata.
E saltò sulla ghiaia, e si diresse a casa della mamma, che gli aveva dato il permesso di guazzare nell’acqua; e s’ammogliò e d’allora in poi visse felicemente. Com’anche la balena.
Ma da quel giorno ad oggi, la grata in gola che essa non può nè espellere, nè inghiottire, le impedì di mangiar tutto quello che voleva, eccetto i minuti pesciolini, ed è questa la ragione perchè le balene non mangiano più uomini, bambine e bambini.
Il Pesciolino-pieno-d’astuzia se la svignò e si nascose sotto la soglia dell’Equatore. Temeva che la balena fosse grandemente adirata con lui. Il marinaio portò a casa il coltello da tasca. Aveva indosso soltanto il paio di calzoni di tela azzurra quando s’era messo a camminare sulla ghiaia. Le bretelle l’aveva lasciate strette alla cancellata; e questa è la fine di questo racconto.
Fine.
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LIBRO PARLATO:
VOCE: Roberta Raffaele
DATA: 14/10/2026
QUESTO E-BOOK:
TITOLO: La gola della balena
AUTORE: Rudyard Kipling
TRADUTTORE: Silvio Spaventa-Filippi
ILLUSTRAZIONI: Ugo Finozzi
DIRITTI D'AUTORE: no
LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet:
https://www.liberliber.it/online/opere/libri/licenze/
TRATTO DA: Il libro delle bestie / di Rudyard Kipling ; tradotto da S. Spaventa-Filippi ; illustrazioni di Ugo Finozzi. - Firenze [etc.] : Bemporad & figlio, [19..] – 165 p., [12] c. di tav. : ill. ; 25 cm.
SOGGETTO: FIC029000 FICTION / Brevi Racconti (autori singoli)
“Il lupo e i sette caprettini” di Antonio Gramsci
2026/10/14
Il lupo e i sette caprettini
Traduzione dalle fiabe dei fratelli Grimm
di
Antonio Gramsci
tempo di lettura: 5 minuti
C’era una volta una vecchia capra che aveva sette caprettini e li amava, come una madre ama i suoi bambini. Un giorno dovette andare nella foresta a cercare del cibo; chiamò a sé i sette piccoli e disse: «Cari figli, io devo recarmi nella foresta, state attenti al lupo, perché se entra, vi mangia con tutta la pelle e il pelo. Il malvagio qualche volta riesce a contraffarsi, ma voi lo riconoscerete ugualmente dalla voce rauca e dalle zampe nere».
I caprettini risposero: «Cara madre, staremo attentissimi, puoi allontanarti senza preoccupazione».
La vecchia belò teneramente e tutta consolata si mise in cammino.
Non passò molto tempo, qualcuno bussò alla porta di casa gridando: «Aprite, cari figli, vostra madre è qua ed ha portato qualcosa per ognuno di voi».
Ma i caprettini capirono dalla voce rauca che era il lupo. «Non apriamo – gridarono, – tu non sei nostra madre; la sua voce è bella e amorevole, mentre la tua è rauca, tu sei il lupo».
Il lupo andò lontano, da un merciaio, e comprò un grosso pezzo di gesso: lo mangiò e così rese sottile la sua voce. Poi tornò indietro, bussò alla porta della casa e gridò: «Aprite, cari figli, vostra madre è qui e ha portato qualcosa per ognuno di voi».
Ma il lupo aveva posato le sue zampe nere sulla finestra; i caprettini le videro e gridarono: «Non apriamo, nostra madre non ha i piedi neri come te, tu sei il lupo».
Allora il lupo corse da un panettiere e disse: «Mi sono fatto male alle zampe, stendici sopra un po’ di pasta».
Quando il panettiere ebbe steso la pasta sulle zampe, il lupo corse da un mugnaio e disse: «Spargi della farina bianca sulle mie zampe».
Il mugnaio pensò: «Il lupo vuole ingannare qualcuno» e si rifiutò, ma il lupo gli disse: «Se non lo fai, ti mangerò».
Il mugnaio ebbe paura e gli imbiancò le gambe. Sì, così sono gli uomini!
Allora, per la terza volta, il malvagio bussò alla porta della casettina e disse: «Apritemi, figli, la vostra cara mammina è ritornata e ha portato dalla foresta qualcosa per ognuno di voi».
I caprettini gridarono: «Mostraci prima le tue zampe, perché sappiamo che tu sei la nostra cara mammina».
Il lupo posò le zampe sulla finestra e quando quelli ebbero visto che erano bianche, credettero fosse tutto vero ciò che il lupo aveva detto e aprirono la porta. Ma chi entrò fu il lupo.
Essi ne furono terrorizzati e cercarono di nascondersi: uno saltò sotto il tavolo, il secondo nel letto, il terzo nella stufa, il quarto in cucina, il quinto nell’armadio, il sesto nella tinozza del bucato, il settimo nella cassa del pendolo.
Ma il lupo li trovò tutti, e non fece troppe cerimonie, uno dopo l’altro li trangugiò nelle sue fauci; solo non scoprì il più piccolino che si era nascosto nella cassa del pendolo.
Quando il lupo ebbe così soddisfatto la sua ingordigia, se ne andò a sdraiarsi fuori sul verde prato sotto un albero e si addormentò.
Non molto tempo dopo la vecchia capra ritornò a casa dalla foresta. Ah! che cosa le toccò vedere! La porta della casettina era spalancata, il tavolo, le sedie e le panchine erano rovesciati, la tinozza del bucato era in pezzi, coperte e cuscini erano stati strappati dal letto. Ella cercò i suoi figlioletti, ma non li trovò in nessun luogo. Li chiamò uno dopo l’altro per nome, ma nessuno rispose. Infine, quando giunse al più piccolino, una voce sottile sottile gridò: «Cara madre, sono nascosto nel pendolo».
Ella lo trasse fuori ed egli le raccontò come fosse venuto il lupo e avesse mangiato tutti gli altri. Potete pensare come la vecchia capra pianse per i suoi poveri figlioletti.
Infine ella uscì tutta angosciata e il caprettino più giovane le corse dietro. Quando giunse al prato vide il lupo che, sdraiato sotto l’albero, russava così fragorosamente che i rami ne tremavano. Ella lo guardò da tutte le parti, e vide che nella sua pancia piena qualcosa si muoveva e si dimenava.
Dio mio – pensò, – che i miei poveri figlioletti, che egli ha divorato come cena, siano ancora vivi?».
Allora fece correre fino alla casettina il caprettino a prendere forbici, ago e filo. Quindi aprì la pancia al mostro e appena ebbe fatto il primo taglio, un caprettino allungò fuori la testina, e quando continuò a tagliare, tutti e sei saltarono fuori, uno dopo l’altro, ed erano tutti in vita e non avevano sofferto nessun male, poiché il mostro li aveva inghiottiti d’un colpo nella sua ingordigia.
Fu una grande allegria! Essi abbracciarono la loro cara madre e ballarono come se andassero a nozze.
Ma la vecchia disse: «Adesso andate a cercare delle grosse pietre, con cui riempiremo la pancia alla bestia scellerata, mentre è immersa nel sonno».
I sette caprettini trascinarono in tutta fretta delle pietre e le misero nella pancia del lupo, tante quante ne poteva contenere. Quindi la vecchia ricucì il taglio in un momento in modo che lui non si accorgesse di nulla e non si muovesse.
Quando il lupo finalmente si svegliò, si levò sulle zampe e poiché le pietre nello stomaco gli avevano suscitato una grande sete, volle andare ad una fontana a bere. Ma appena cominciò a camminare e a muoversi qua e là, le pietre si urtarono l’un l’altra nella sua pancia. Il lupo gridò:
«Cos’è che rimbomba e rimbalza
e m’indolenzisce il pancione?
Sei caprettini ho mangiatoj
nel gozzo ho un quintale di sassi».
E appena arrivò alla fontana si curvò sull’acqua per bere, ma le pesanti pietre lo spinsero giù ed egli affogò miseramente.
A quella vista i sette caprettini corsero in tutta fretta, gridando: «Il lupo è morto! Il lupo è morto!» e danzarono dalla gioia con la loro mamma intorno alla sorgente.
Fine.
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LIBRO PARLATO:
VOCE: Roberta Raffaele
DATA: 14/10/2026
QUESTO E-BOOK:
TITOLO: Il lupo e i sette caprettini
AUTORE: Antonio Gramsci
CURATORI: Fubini, Elsa e Paulesu, Mimma
DIRITTI D'AUTORE: no
LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet:
https://www.liberliber.it/online/opere/libri/licenze/
TRATTO DA: Favole di liberta / Antonio Gramsci ; a cura di Elsa Fubini e Mimma Paulesu ; introduzione di Carlo Muscetta. - Firenze : Vallecchi, 1980. - XXXIII, 164 p. ; 22 cm.
SOGGETTO: JUV038000 FICTION PER RAGAZZI / Brevi Racconti
“Zuccarello distinto melodista” di Luigi Pirandello
2026/06/03
Zuccarello distinto melodista
di
Luigi Pirandello
tempo di lettura: 14 minuti
Sapevamo che Perazzetti, dopo avere sposato quella donna dal cane, non tanto per ridere, quanto per guardarsi dal pericolo di prender moglie sul serio, s’era dato da un pezzo, per non so quale connessione, allo studio della filosofia.
Quali effetti un tale studio dovesse produrre in un cervello come il suo, era facile a noi tutti immaginare. Ma ce ne volle lui stesso rappresentare uno, l’altra sera, raccontandoci a suo modo la seguente avventura.
— Ero, — cominciò a dire, guardandosi al solito le unghie, — ero, amici miei, in uno di quei momenti, purtroppo non rari, in cui la ragione (ne ho, per disgrazia, ancora un poco), sicura d’aver raggiunto alla fine quell’«assoluto» che tutti affannosamente, senza saperlo, andiamo cercando nella vita…
— Io, no,
— Io, no,
— Io, no,
lo interrompemmo a coro.
— Bestie, se vi dico senza saperlo! La ragione, del resto, s’accorge a un tratto di tenere vittoriosamente stretto in pugno un codino, capite? invece dell’assoluto; un codino di parrucca, quel tal codino di parrucca, a cui s’aggrappava l’ineffabile barone di Münchhausen per tirarsi fuori dello stagno, nel quale era caduto.
Protestammo che, se seguitava a parlare cosí difficile, non gli avremmo piú dato ascolto, e allora Perazzetti ci spiegò, paziente, con gli occhi chiusi e le mani avanti:
— Ecco qua. Prima o poi, il fine che ci siamo proposto, a cui tendono tutti i nostri affetti, tutti i nostri pensieri, e che ha perciò acquistato per noi il valore intrinseco della nostra stessa vita, un valore assoluto, capite?; appena raggiunto, o anche prima d’essere raggiunto, ci si scopre vano.
— Come? perché vano?
— Ma perché ci accorgiamo, santo Dio, che, come questo fine, qualunque altro avremmo potuto proporcene, che sarebbe stato vano lo stesso. Perché l’assoluto, cari miei, quell’assoluto in cui soltanto potrebbe quietarsi il nostro spirito, non si raggiunge mai.
— Ragion per cui è da imbecilli andarlo cercando, — osservò uno di noi.
— Bravo! Quel che dico io, — approvò Perazzetti. — Ma lasciatemi dire, per favore. Ogni principio è difficile; poi viene il bello. Ecco: la vita nostra corre protesa tutta verso quel fine, nel quale s’illude di poter toccare e sentire la propria realtà. Crolla o svanisce quel fine, crolla e svanisce all’improvviso con esso la nostra realtà, o, piuttosto, l’illusione della nostra realtà. E allora (che è, che non è) privi d’un tratto della realtà che c’immaginavamo di poter finalmente toccare, ci vediamo vaneggiare nel vuoto e a ogni canto di strada possiamo veder passare la follia e, come niente, metterci a conversare con essa (che potrebbe anche essere l’ombra del nostro stesso corpo) e domandarle, per esempio, con molta buona grazia e delicatezza:
— Chi piú ombra, o cara, di noi due?
State a sentire. Ero dunque in uno di questi deliziosi momenti, con in mano il codino della mia ragione.
Quasi senza accorgermene, passavo, di sera, per una delle vie piú popolose della nostra città. Mi pareva che la gente, tutta quanta impazzita come me, andasse in tumulto, e che i campanelli dei tram, le trombe delle automobili chiamassero ajuto, allorché, per caso, m’avvenne di posare lo sguardo su una tabella tra le due finestre ferrate d’un sotterraneo.
Dalle grate di queste finestre s’intravedevano giú un banco di méscita di lacca verde e luccicante di specchi, una diecina di tavolini di marmo, attorno a cui stavano seduti molti avventori, uomini, donne; poi, un armonium, ecc. Su quella tabella due arrabbiatissime lampade elettriche scaraventavano friggendo un violento sbarbaglio livido su un manifesto rosso, che recava a grossi caratteri la scritta:
IL SIGNOR ZUCCARELLO
DISTINTO MELODISTA
Ebbene, davanti a questo nome, con tanta rabbia folgorato da quelle due lampade, io mi fermai con la certezza acquistata lí per lí che questo signor Zuccarello, il quale si qualificava da sé con dolce probità distinto melodista, doveva aver raggiunto l’assoluto, e dunque, senza meno, essere un dio.
— Un dio?
Se ci riflettete bene, non può di conseguenza non essere un dio chi abbia raggiunto l’assoluto.
Un nostro pernicioso errore è questo: immaginarci che, per diventare un dio, bisogni attingere con straordinarii mezzi altezze inaccessibili.
No, amici miei. Niente fuori di noi, nessun’altezza. Coi mezzi piú comuni e piú semplici, un punto dentro di noi, il punto giusto, preciso, dove s’inserisca quel seme piccolissimo, che a mano a mano da sé sviluppandosi diverrà un mondo.
Tutto è qui. Saper trovare in noi questo punto giusto per inserirvi il piccolo seme divino che è in tutti e che ci farà padroni d’un mondo.
Nessuno lo trova, perché lo andiamo cercando fuori, in quell’errore che debba essere altissimo e che ci vogliano mezzi straordinarii. Abbagliati da vane illusioni, aberrati da ambiziose e stravaganti speranze, distratti o anche pervertiti da desiderii artificiosi, quel niente, quel puntino infinitesimale, che è la cosa piú comune e piú semplice del mondo, ci sfugge e non riusciamo mai a scoprirlo.
Ma ecco qua questo signor Zuccarello.
— «La dolcezza stessa del suo nome, — io mi diedi a pensare, — l’avrà portato un bel giorno a cantare, cosí, naturalmente, come fanno gli uccellini. S’è trovata in gola una discreta vocetta, e gli è bastata per distinguersi senza sforzo dagli altri. Un falso dio si sarebbe proclamato senz’altro: celebre melodista. Lui, no. Al signor Zuccarello, dio vero del suo mondo qual è, quale può essere, quale deve essere, basta proclamarsi distinto melodista. Tanto e non piú. Cioè, quanto basta per esser lui, e non un altro.»
Assolutamente bisognava ch’io lo vedessi, gli parlassi quella sera stessa. La sua vista, una conversazione con lui, mi avrebbero senza dubbio rimesso a posto lo spirito, ridato la calma e la fiducia nella vita.
Entrai dunque in quel caffè-concerto sotterraneo.
Si doveva andare piú giú della sala col banco di méscita che s’intravedeva dalla via. Piú giú di molto. Ma in fondo non mi dispiacque l’idea che dovessi andare a conoscere sottoterra l’uomo che aveva raggiunto l’assoluto. Mi parve anzi giustissimo, e che non potesse essere altrimenti.
— Quanto, il biglietto? — domandai allo sportellino.
— Sedie o poltrone?
— Ci sono anche poltrone?
— Poltrone, sissignore. Tre lire, compreso l’ingresso e, a scelta, anche una consumazione.
Titubante, guardai il bigliettajo, come per domandargli:
— Tutto questo, col signor Zuccarello?
Dio sa che cosa il bigliettajo arguí dalla mia aria smarrita, perché evidentemente il signor Zuccarello era per lui un numero come un altro del programma, e:
— Prezzi normali, — soggiunse, come per tenersi fermo a un dato di fatto nell’incertezza penosa, in cui quel mio strano modo di guardarlo lo teneva sospeso.
— Bene bene, — dissi per tranquillarlo.
Diedi le tre lire, presi il biglietto e scesi due lunghe rampe di scala.
Scendendo, avvertii subito che la terra si vendicava della violazione del suo grembo.
Che questo grembo fosse squarciato per il riposo cieco e muto dei morti, la terra lo poteva tollerare; ma che fosse aperto, e cosí oscenamente, ad archi scosciati, e la cecità fosse rischiarata con tanta sfacciataggine da due grosse lampade, e il silenzio cosí profanamente offeso da canti sguajati, strimpellii di strumenti, acciottolío di stoviglie, risa sconce e applausi, questo no, questo non lo poteva tollerare.
Ed ecco la sua vendetta: non ostanti gli sforzi del proprietario, la luce elettrica e la musica e gli specchi, quel caffè-concerto aveva il rigido squallore d’una tomba.
Confesso che mi sarebbe piaciuto molto trovar laggiú, nelle poltrone e nelle sedie, serii e composti, con la loro brava consumazione davanti, intatta, velata di polvere e con qualche ragnetto natante, una moltitudine di morti, venuti per vie sotterranee a quel loro caffè-concerto, con gli abiti neri, lustri d’umido, spiegazzati e chiazzati qua e là da bianche gromme di muffa.
Trovai di peggio. Morti in anticamera, aspiranti morti, pochissimi e oppressi d’una disperata tristezza. Ogni stato incerto è peggiore d’ogni cattivo stato certo. Si recavano alle labbra la tazza di caffè, lo sciop di birra, il bicchiere di menta, col gesto di chi pensa:
— Poiché è ancora necessario ch’io lo beva…
E nessuno guardava verso il piccolo palcoscenico, dove una scheletrica stella italiana miagolava, prima levando le braccia come per tentare d’aggrapparsi a un acuto che non riusciva a prendere, poi abbassando le mani con grazia squacquerata.
La voce di questa canzonettista e il rombo dell’orchestrina facevano una violenza orribile, d’indegno stordimento, alla tragica, sconsolata solitudine di quelle poche mummie di avventori.
Zitto zitto, in punta di piedi m’appressai a un cameriere e gli presentai il biglietto per avere indicato il mio posto.
— Ma segga dove vuole, — mi rispose il cameriere. — Vede che non c’è nessuno?
— Già, possibile? È cosí ogni sera?
— Sú per giú…
— Dunque il signor Zuccarello non richiama gente?
— Chi?
— Il signor Zuccarello.
Il cameriere guardò nel programma.
— Ah, già, — disse. — Nossignore, chi vuole che richiami?
Avvilito, presi posto in una poltrona.
La stella italiana, inchinandosi a vuoto tre o quattro volte, si ritirò tra le quinte; l’orchestrina tacque; un silenzio sepolcrale si fece nel caffè sotterraneo.
Mi sorse allora come in un lampo di follia la tentazione di mettermi a battere fragorosamente le mani, per rompere, per fracassare quel silenzio, per far balzare in piedi atterriti quei pochi, taciturni, oppressi avventori, aspiranti morti. Mi avrebbero preso per pazzo? Ma che ero io? A restare lí ancora per poco, in quel vuoto sotterraneo, in quel sile
“La vita nuda” di Luigi Pirandello
2026/06/03
La vita nuda
di
Luigi Pirandello
tempo di lettura: 22 minuti
— Un morto, che pure è morto, caro mio, vuole anche lui la sua casa. E se è un morto per bene, bella la vuole; e ha ragione! Da starci comodo, e di marmo la vuole, e decorata anche. E se poi è un morto che può spendere, la vuole anche con qualche profonda… come si dice? allegoria, già!, con qualche profonda allegoria d’un grande scultore come me: una bella lapide latina: HIC JACET… chi fu, chi non fu… un bel giardinetto attorno, con l’insalatina e tutto, e una bella cancellata a riparo dei cani e dei…
— M’hai seccato! — urlò, voltandosi tutt’acceso e in sudore, Costantino Pogliani.
Ciro Colli levò la testa dal petto, con la barbetta a punta ridotta ormai un gancio, a furia di torcersela; stette un pezzo a sbirciar l’amico di sotto al cappelluccio a pan di zucchero calato sul naso, e con placidissima convinzione disse, quasi posando la parola:
— Asino.
Là.
Stava seduto su la schiena; le gambe lunghe distese, una qua, una là, sul tappetino che il Pogliani aveva già bastonato ben bene e messo in ordine innanzi al canapè.
Si struggeva dalla stizza il Pogliani nel vederlo sdrajato lí, mentr’egli s’affannava tanto a rassettar lo studio, disponendo i gessi in modo che facessero bella figura, buttando indietro i bozzettacci ingialliti e polverosi, che gli eran ritornati sconfitti dai concorsi, portando avanti con precauzione i cavalletti coi lavori che avrebbe potuto mostrare, nascosti ora da pezze bagnate. E sbuffava.
— Insomma, te ne vai, sí o no?
— No.
— Non mi sedere lí sul pulito, almeno, santo Dio! Come te lo devo dire che aspetto certe signore?
— Non ci credo.
— Ecco qua la lettera. Guarda! L’ho ricevuta ieri dal commendator Seralli: Egregio amico, La avverto che domattina, verso le undici…
— Sono già le undici?
— Passate!
— Non ci credo. Seguita!
— …verranno a trovarLa, indirizzate da me, la signora Con… Come dice qua?
— Confucio.
— Cont… o Consalvi, non si legge bene, e la figliuola, le quali hanno bisogno dell’opera sua. Sicuro che… ecc. ecc.
— Non te la sei scritta da te, codesta lettera? — domandò Ciro Colli, riabbassando la testa sul petto.
— Imbecille! — esclamò, gemette quasi, il Pogliani che, nell’esasperazione, non sapeva piú se piangere o ridere.
Il Colli alzò un dito e fece segno di no.
— Non me lo dire. Me n’ho per male. Perché, se fossi imbecille, ma sai che personcina per la quale sarei io? Guarderei la gente come per compassione. Ben vestito, ben calzato, con una bella cravatta elioprò… eliotrò… come si dice?… tropio, e il panciotto di velluto nero come il tuo… Ah, quanto mi piacerei col panciotto di velluto come il tuo, scannato miserabile che non sono altro! Senti. Facciamo cosí, per il tuo bene. Se è vero che codeste signore Confucio debbono venire rimettiamo in disordine lo studio, o si faranno un pessimo concetto di te. Sarebbe meglio che ti trovassero anche intento al lavoro, col sudore… come si dice? col pane… insomma col sudore del pane della tua fronte. Piglia un bel tocco di creta, schiaffalo su un cavalletto e comincia alla brava un bozzettuccio di me cosí sdrajato. Lo intitolerai Lottando, e vedrai che te lo comprano subito per la Galleria Nazionale. Ho le scarpe… sí, non tanto nuove; ma tu, se vuoi, puoi farmele nuovissime, perché come scultore, non te lo dico per adularti, sei un bravo calzolajo…
Costantino Pogliani, intento ad appendere alla parete certi cartoni, non gli badava piú. Per lui, il Colli era un disgraziato fuori della vita, ostinato superstite d’un tempo già tramontato, d’una moda già smessa tra gli artisti; sciamannato, inculto, noncurante e con l’ozio ormai incarognito nelle ossa. Peccato veramente, perché poi, quand’era in tèmpera di lavorare, poteva dar punti ai migliori. E lui, il Pogliani, ne sapeva qualche cosa, ché tante volte, lí nello studio, con due tocchi di pollice impressi con energica sprezzatura s’era veduto metter su d’un tratto qualche bozzetto che gli cascava dallo stento. Ma avrebbe dovuto studiare, almeno un po’ di storia dell’arte, ecco; regolar la propria vita; aver un po’ di cura della persona: cosí cascante di noja e con tutta quella trucia addosso, era inaccostabile, via! Lui, il Pogliani… ma già lui aveva fatto finanche due anni d’università, e poi… signore, campava sul suo… si vedeva…
Due discreti picchi alla porta lo fecero saltare dallo sgabello su cui era montato per appendere i cartoni.
— Eccole! E adesso? — disse al Colli, mostrandogli le pugna.
— Loro entrano e io me ne esco, — rispose il Colli senza levarsi. — Ne stai facendo un caso pontificale! Del resto, potresti anche presentarmi, pezzo d’egoista!
Costantino Pogliani corse ad aprir la porta, rassettandosi su la fronte il bel ciuffo biondo riccioluto.
Prima entrò la signora Consalvi, poi la figliuola: questa, in gramaglie, col volto nascosto da un fitto velo di crespo e con in mano un lungo rotolo di carta; quella, vestita d’un bell’abito grigio chiaro, che le stava a pennello su la persona formosa. Grigio l’abito, grigi i capelli, giovanilmente acconciati sotto un grazioso cappellino tutto contesto di violette.
La signora Consalvi dava a veder chiaramente che si sapeva ancor fresca e bella, a dispetto dell’età. Poco dopo, sollevando il crespo sul cappello, non meno bella si rivelò la figliuola, quantunque pallida e dimessa nel chiuso cordoglio.
Dopo i primi convenevoli, il Pogliani si vide costretto a presentare il Colli che era rimasto lí con le mani in tasca, e mezza sigaretta spenta in bocca, il cappelluccio ancora sul naso; e non accennava d’andarsene.
— Scultore? — domandò allora la signorina Consalvi invermigliandosi d’un subito per la sorpresa: — Colli… Ciro?
— Codicillo, già! — disse questi impostandosi su l’attenti, togliendosi il cappelluccio e scoprendo le folte ciglia giunte e gli occhi accostati al naso. — Scultore? perché no? Anche scultore.
— Ma mi avevano detto, — riprese, impacciata, contrariata, la signorina Consalvi, — che lei non stava piú a Roma…
— Ecco… già! io… come si dice? Passeggio, — rispose il Colli. — Passeggio per il mondo, signorina. Stavo prima ozioso fisso a Roma, perché avevo vinto la cuccagna: il Pensionato. Poi…
La signorina Consalvi guardò la madre che rideva, e disse:
— Come si fa?
— Debbo andar via? — domandò il Colli.
— No, no, al contrario, — s’affrettò a rispondere la signorina. — La prego anzi di rimanere, perché…
— Combinazioni! — esclamò la madre; poi, rivolgendosi al Pogliani: — Ma si rimedierà in qualche modo… Loro sono amici, non è vero?
— Amicissimi, — rispose subito il Pogliani.
E il Colli:
— Mi voleva cacciar via a pedate un momento fa, si figuri!
— E sta’ zitto! — gli diede su la voce il Pogliani. — Prego, signore mie, s’accomodino. Di che si tratta?
— Ecco, — cominciò la signora Consalvi, sedendo. — La mia povera figliuola ha avuto la sciagura di perdere improvvisamente il fidanzato.
— Ah sí?
— Oh!
— Terribile. Proprio alla vigilia delle nozze, si figurino! Per un accidente di caccia. Forse l’avranno letto su i giornali. Giulio Sorini.
— Ah, Sorini, già! — disse il Pogliani. — Che gli esplose il fucile?
— Su i primi del mese scorso… cioè, no… l’altro… insomma, fanno ora tre mesi. Il poverino era un po’ nostro parente: figlio d’un mio cugino che se n’andò in America dopo la morte della moglie. Ora, ecco, Giulietta (perché si chiama Giulia anche lei)…
Un bell’inchino da parte del Pogliani.
— Giulietta, — seguitò la madre, — avrebbe pensato d’innalzare un monumento nel Verano alla memoria del fidanzato, che si trova provvisoriamente in un loculo riservato; e avrebbe pensato di farlo in un certo modo… Perché lei, mia figlia, ha avuto sempre veramente una grande passione per il disegno.
— No… cosí… — interruppe, timida, con gli occhi bassi, la signorina in gramaglie. — Per passatempo, ecco…
— Scusa, se il povero Giulio voleva anzi che prendessi lezioni…
— Mamma, ti prego… — insisté la signorina. — Io ho veduto in una rivista illustrata il disegno del monumento funerario del signore qua… del signor Colli, che mi è molto piaciuto, e…
— Ecco, già, — appoggiò la madre, per venire in ajuto alla figliuola che si smarriva.
— Però, — soggiunse questa, — con qualche modificazione l’avrei pensato io…
— Scusi, qual è? — domandò il Colli. — Ne ho fatti parecchi, io, di questi disegni, con la speranza di avere almeno qualche commissione dai morti, visto che i vivi…
— Lei, scusi, signorina, — interloquí il Pogliani, un po’ piccato nel vedersi messo cosí da parte, — ha ideato un monumento su qualche disegno del mio amico?
— No, proprio uguale, no… ecco, — rispose vivacemente la signorina. — Il disegno del signor Colli rappresenta la Morte che attira la Vita, se non sbaglio…
— Ah, ho capito! — esclamò il Colli. — Uno scheletro col lenzuolo, è vero? che s’indovina appena, rigido, tra le pieghe, e ghermisce la Vita, un bel tocco di figliuola che non ne vuol sapere… Sí, sí… Bellissimo! Magnifico! Ho capito.
La signora Consalvi non poté tenersi di ridere di nuovo, ammirando la sfacciataggine di quel bel tipo.
— Modesto, sa? — disse il Pogliani alla signora. — Genere particolare.
— Sú, Giulia, — fece la signora Consalvi levandosi. — Forse è meglio che tu faccia vedere senz’altro il disegno.
— Aspetta, mamma. — pregò la signorina. — È bene spiegarsi prima con il signor Pogliani, francamente. Quando mi nacque l’idea del monumento, devo confessare che pensai subito al signor Colli. Sí. Per via di quel disegno. Ma mi dissero, ripeto, che Lei non stava piú a Roma. Allora m’ing
“La libertà” di Cesare Pavese
2026/05/13
La libertà
di
Cesare Pavese
tempo di lettura: 10 minuti
L’amico Alessio mi confessa che non ama i bambini. Non perché siano seccanti, mi dice, ma perché soltanto a guardarli si capisce che vivono in un mondo che non è il nostro e vedono sentono ascoltano tutt’altro che noi. Qui sulla spiaggia ce ne sono molti; parliamo, beninteso, di quelli che hanno piú di tre anni, che vanno, che giocano per conto loro. Ce ne sono dei deliziosi, specialmente i biondini; qualcuno strilla, fa lo sciocco, scappa. Ma qualcuno, a volte, si ferma, ritto davanti al mare, guarda la sabbia, la tenta col piede nudo, oppure si siede in attesa: sono queste le pose che arrestano Alessio.
Un vero livore gli danno i piú grandi verso i sei, gli otto anni. Perché questi non soltanto vivono a modo loro ma sanno anche rendersene conto, e lo squadrano dall’alto in basso, valutandolo. I piccini, se non sono convinti della sua faccia, tutt’al piú scappano o si mettono a strillare; ma questi altri non cedono, non hanno motivo di cedere: lo guardano o, peggio, di guardarlo non si degnano.
— E adesso che cosa farai, – dice un giorno a mio figlio, che s’era appeso a un ramo trasversale d’ulivo e non sapeva piú né tornare al tronco né lasciarsi cadere. Finí che si lasciò cadere e poi finse di non potere piú drizzarsi e cominciò a mugolare, e Alessio senz’avvicinarsi lo guardò tra spaventato e astioso.
— Ci ho gusto, – si dissero a vicenda, Alessio con rabbia, e l’altro saltando in piedi, ma fu Alessio che rimase male.
Alessio è sposato ma non ha figli. Sua moglie racconta alla mia che non fanno nulla per non averne. Sono convinto che se avesse un figlio non ci vedrebbe piú che per i suoi occhi, ma tant’è, non ce l’ha, e passa il tempo a odiarne la razza.
— Non è che gli voglia male, – mi disse una volta. Ne avevamo davanti tutta una banda che confabulavano giocando a carte sulla sabbia. – Guarda che facce. Sembrano giocatori di professione. Quello che spaventa in questa gente è che, non essendo responsabili, si comportano come se lo fossero. Perché quello lí magro si è legato il fazzoletto a piegabaffi? Non è soltanto imitazione. Hanno altri motivi. Non li sanno neanche loro. E quando saranno uomini agiranno in conseguenza.
Effettivamente, quando passeggiamo con Alessio, la spiaggia che un momento prima era soltanto baccano e serenità, si trasforma in un limbo di anime inquiete, di attimi silenziosi che isolano ciascuno, piccolo o grande, e gli dànno un’angoscia, un disagio che non appaiono a fiore del volto ma si ricorderanno.
Parlavamo dei bambini. E Alessio è ossessionato dall’idea che, nella sua incoscienza, ogni bambino va sperimentando e auscultando dentro di sé gli istinti, le velleità, le voci che seguirà una volta adulto. Secondo Alessio è mostruoso che in un’età di mero gioco, di umori e capricci irresponsabili, si vada formando, come si forma sott’acqua un corallo, tutto lo schema del contegno futuro. S’infervora in questo discorso. Evidentemente parla di sé.
Mio figlio non ha l’aria di tendere l’orecchio alle voci dell’istinto. È un poco canaglia e burlone, ma non ha doppi fondi. Pensa soltanto a divertirsi e a fare i tuffi. Alessio dice che a sette anni lui era tale e quale.
— Vedi, – mi spiega, – non è che in quest’età si abbia coscienza di se stessi, e si ragioni sui propri atti per chiarirsene il valore. È evidente. Non per niente i ragazzi vivono in un mondo diverso dal nostro. I ragazzi non pensano, agiscono. Per questo si chiamano istintivi. Ma è proprio questa scelta innocente che avviene dentro di loro: per esempio davanti a un pericolo, uno piange, l’altro scappa, l’altro si butta a terra, l’altro fischia; e loro non lo sanno, ma, uomini, faranno lo stesso.
— Macché. E la libertà?
Alessio dice che della libertà se ne infischia e che non vuole sentirne parlare. Ha di queste uscite brusche; e poi, magari dopo mezz’ora, ritorna sul discorso e tende a scusarsi. Ciò gli succede anche con la moglie, che ha l’aria sempre un poco spaventata. — Alessio, – lei dice, – per voler bene ha bisogno di agitarsi. Poi se ne vergogna –. Mia moglie che la conosceva prima del matrimonio, come io conoscevo Alessio, seppe da lei una truce storia di stravizi cui l’amico si dava a ogni intoppo del loro amore. Anch’io ne ero al corrente, ma non l’aveva mica detto a me l’amico che l’amarezza degli stravizi gli serviva a farsi perdonare e redimere dalla fidanzata. Alessio ha gli occhi azzurri, e quand’è avvilito non si può senza commuoversi vedere come li rivolge distratto. E lui lo sa.
L’altro giorno che punii mio figlio perché aveva fatto non so che, Alessio mi chiese: — Dove va, adesso?
— Va sotto la scala a fare il cane bastonato, – risposi. Lui allora, uscendo con me, prese a raccontarmi che quand’era bambino di sei-sette anni faceva lo stesso. — Certe volte ero contento se mi picchiavano, perché cosí mi sentivo disperato e potevo guardare fieramente il cielo, o rinchiudermi col gatto sul balcone e piangergli sulla schiena. Nessuno sapeva che in quel momento tutti i miei, e il paese, e il mondo intero, esistevano soltanto per torturarmi e che questo piacere era cosí grande che non l’avrei cambiato con i baci di nessuno. Potevo farlo allora, era una cosa innocente. Ma chi si accorga di ripeterlo a quindici anni, a diciotto, a venticinque, e nell’avvilimento si lasci andare come una spugna nell’acqua, è ancora un innocente, o è un disgraziato? La natura non si smentisce.
— Diciamo che è un sentimentale.
Alessio storse la bocca. — C’era dei giorni che dicevo «Sí, papà» e intanto pensavo come sarebbe stato bello levargli la cravatta e scannarlo. Questo ti sembra sentimentale?
— Evidentemente.
Ma Alessio sa che scherzo volentieri, e non si offese. Mi disse invece che mio figlio stava assaporando in quegli istanti le sofferenze di tutta la vita futura. Eravamo sulla spiaggia e mi distrassi a guardare i corpi distesi. C’era un gruppo di ragazzi che discutevano qualche loro gioco; riconobbi parecchi amici di mio figlio, ma lui non lo vidi. Cercai mia moglie: era distesa prona sulla sabbia e si rosolava le spalle. Scambiai ancora qualche parola inquieto; poi non mi tenni piu. Dissi ad Alessio di aspettarmi all’ombrellone e tornai a casa.
Ricordo che a Guido avevo dato un secco schiaffo in pubblico, mantenendo il viso impassibile come usa in questi casi; e lo schiaffo era stata la conclusione di un lungo armeggío di occhiate tese intercorso tra noi. Già la sera prima c’era stata tempesta per un’altra monelleria, e ormai capivo che il ragazzo poteva anche trovarsi nello stato d’animo descritto da Alessio. Lo cercai nel cortiletto, nella casa vuota – le camere disordinate e spoglie di quando si è tutti alla spiaggia. Vidi i suoi calzoncini su una sedia, ma lui non c’era.
Infastidito ma col cuore che batteva, stavo per uscire, quando udii uno scricchiolio nel cortile. Levai gli occhi. Come non l’avevo veduto prima? Mio figlio se ne stava appollaiato sul tetto del cesso con le ginocchia sotto il mento, e guardava non guardava me e la strada. Abbronzato com’era aveva un viso impassibile.
— Che fai? – gli chiesi.
Guido lasciò passare un istante e rispose con un grugnito.
— Perché sul cesso?
— Niente.
Si guardò con ostentazione le punte dei piedi. Io non sapevo piú che dire; soprattutto non volevo che capisse che ero venuto a cercarlo.
— Tua madre ti cerca, – dissi.
Guido sorrise sdegnoso. Un sorriso che, cosí di sotto in su, non gliel’avevo mai veduto.
— Non vai a fare il bagno?
— Lasciami stare, – brontolò Guido, e quel sorriso dileguò nel semplice broncio che conosco. Non soltanto sdegnoso ma nel lampo degli occhi c’era stato qualcosa di crudele, di cattivo. Sapevo bene che a parlargliene l’avrei soltanto fatto mentire. E perciò mi accontentai di pigliarlo con le buone e di dirgli che venisse a giocare e aiutarlo a scendere.
Ricordo che Guido fu caritatevole e non ebbe l’aria di trionfare per la sua vittoria. Ma questo è proprio nel carattere descritto da Alessio.
Fine.
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LIBRO PARLATO:
VOCE: Paola Ferrero
DATA: 13/05/2026
QUESTO E-BOOK:
TITOLO: La libertà
AUTORE: Cesare Pavese
DIRITTI D'AUTORE: no
LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet:
https://www.liberliber.it/opere/libri/licenze/
TRATTO DA: Racconti / Cesare Pavese. - Torino : Einaudi, [1994]. - 525 p. ; 20 cm.. - (Einaudi tascabili ; 212).
SOGGETTO: FIC029000 FICTION / Brevi Racconti (autori singoli)
Storia di un pezzo di vetro di Guido Cremonese
2026/03/18
Storia di un pezzo di vetro
di
Guido Cremonese
tempo di lettura: 30 minuti
Il vecchio professore, circondato dai suoi assistenti e dalla studentesca, nel gabinetto di anatomia patologica, tenendo in mano un pezzetto di vetro, una scheggia, concluse la sua dissertazione con queste parole:
— A che cosa è mai attaccata la vita umana!
Poi, volto ad un assistente, gli chiese:
— Hai scritto il cartellino?
— Eccolo – rispose il giovane, porgendogli un pezzo di cartoncino su cui era scritta la storia che univa quel pezzo di vetro al gabinetto dell’illustre professore.
Lo scienziato collocò ogni cosa in una scansìa a metà piena; poi, seguìto dai suoi giovani amici, uscì da quella stanza.
Non appena vide il terreno sgombro da persone pericolose, il pezzo di vetro si guardò intorno, e per prima cosa volse un’occhiata tra ironica e indagatrice ai suoi due vicini. L’uno era un bel pezzo di colesterina, un grosso calcolo epatico; l’altro, un calcolo renale misto di urati e fosfati. Sul piano superiore della scansìa, senza che egli potesse vederlo, un grosso cancro dello stomaco, ubbriaco fradicio dell’alcool in cui era immerso, osservava ogni cosa con apatico senso di superiorità morale.
A dire il vero, il gabinetto non fu troppo entusiasta nel ricevere il nuovo venuto. Un pezzo di vetro: che mai poteva aver che fare, in così nobile consesso di rappresentanti della patologia, un miserabile pezzo di vetro?
Due grosse gambe, per quanto colpite da elefantiasi, minacciavano di prendere a calci il nuovo venuto: un teschio (che da un’apertura lasciava vedere un grosso tumore aderente all’osso) digrignava i denti; mentre un certo numero di intestini, poi, borbottavano delle minacce mal compresse…
Ma il piccolo pezzo di vetro sorrideva, guardava tutti con occhio scintillante, e non aspettava che un’occasione per esplodere.
E questa occasione gliela diede un calcolo biliare suo vicino che lo apostrofò così:
— Che cosa vieni a far qui, tu, miserabile campione di quel regno minerale, inorganico per giunta, che rappresenta un gradino della creazione, l’infimo gradino, sul quale noi tutti siamo passati da migliaia di secoli?
Il vetro gli rispose con molta dignità:
— Anzitutto voi mi dovete rispetto, perchè io sono un vostro antenato di stirpe nobile, di carattere incorruttibile, di un’anzianità incommensurabile, poichè io esisto ab eterno.
— Anche noi! Anche le nostre molecole esistono ab eterno! – urlarono gli altri ad una voce.
— Le vostre molecole: non voi. Inoltre io ho una storia nobilissima che voi neppure immaginate. Tu, giovane calcolo biliare, sei nato e vissuto in un corpo infermo; e malgrado la tua bella apparenza, sei sempre stato in contatto con sostanze… che non voglio nominare. Altrettanto dirò di voi, superbi intestini, che a null’altro siete mai stati buoni che a digerire e a digerir male.
Il pezzo di vetro aveva intenzione di mettere alla gogna tutti i suoi nuovi compagni; ma questi l’interruppero ad una voce:
— La storia! Vogliamo saper la storia!
Il vetro si raccolse un momento; poi, con voce tintinnante, incominciò a narrare.
* * *
— La mia origine è interessante per gli scienziati, che invano la vanno cercando con le loro induzioni; ma voi che non siete scienziati e non comprendete i problemi sull’origine della materia, troverete più interessanti le mie avventure fra gli uomini.
Vi basti sapere che, un tempo, il mondo era tutto un fuoco: un fuoco tanto caldo, che i metalli vi si trovavano allo stato di vapore. Allora non esistevano distinzioni: c’era vita per tutti, e tutti vivevano in una specie di anarchia, liberi da leggi e da legami.
Ma venne il brutto momento in cui alcuni di noi incominciarono a raffreddarsi; e, come sempre accade nelle rivoluzioni, si formarono dei gruppi, delle masse selezionate; gli elementi affini si riunirono, e sorsero le prime associazioni di lotta per l’esistenza, le più antiche che rammenti la storia.
Le reazioni… chimiche, s’intende, erano continue: molti di noi passarono dalla vita ad uno stato di letargo, che il freddo rendeva simile alla morte; e gli elementi più facinorosi – gli alcali e gli acidi – venivano sempre a conflitto, gettando l’anarchia, seminando le esplosioni, pescando nel torbido, per impadronirsi degli elementi più deboli ed assimilarseli.
Il governo provvisorio, costituito da due gas, pensò a metter fine alle guerre civili, soffocando ogni cosa… nell’acqua. L’ossigeno e l’idrogeno, dico, per misura di ordine pubblico, fecero un diluvio: i più si raffreddarono al punto da potersi dire per sempre soggiogati: e quei pochi che ancora lanciavano qualche bomba, erano ormai così ridotti di numero che nessuno si curò più di loro. In questo modo la grande massa della nostra società primitiva, vinta e domata, divenne ben presto, come accade dopo le lotte violente, vittima di pochi audaci. Incominciarono a sorgere i parassiti, i primi composti organici, che, con la scusa del progresso, vivevano a nostre spese. Poi, giustizia volle che altri parassiti facessero altrettanto dei primi.
Così vennero al mondo le prime cellule vegetali, che mangiavano i composti organici (come gli amidi, i cianuri, ecc.); poi vennero le prime cellule animali che, con la solita scusa del progresso, mangiavano le vegetali… e così, di lotta in lotta, sempre mangiando i proprii inferiori in gerarchia, siamo giunti allo stato attuale.
Adesso, è vero, ci prendiamo la rivincita, perchè, con sempre maggior frequenza, diamo l’assalto all’uomo ed a preferenza all’uomo ricco.
Ne siete prova voi, o cancri di tutte le specie, che vi mostrate più spietati con le persone più egoiste e meglio nutrite, stabilendo così un principio di giustissima rappresaglia contro questa gente che, non contenta di mangiare i proprii inferiori, mangia spesso, sotto forme velate, i proprii simili. Di tali birbonate, ai miei tempi, non se ne facevano. Il ferro era amico del ferro: e se poi si adattò a battere l’oro, lo fece per punirlo della sua ignavia e della sua corruzione.
E non è vero che fra noi, servi della gleba, non esista progresso. L’oro, che era un vanerello, è diventato amico della scienza e rende buoni servigi alla fotografia; l’argento è utile in fotografia, in medicina, in tante altre cose… Noi del vetro facciamo delle buone lenti… Il piombo, quel vile traditore, è uno dei pochi che commetta tanti soprusi contro la buona gente, ammazzando, ferendo, avvelenando… e ingannando la gente quando si presta a tingere i capelli. Il birbante!
È per questo che mi sono disgustato del mondo; che mi son dato alla rivoluzione, all’anarchia, e con tanti miei fratelli ho giurato la strage. È per questo che ora sono qui, condannato alla reclusione, per avere avute delle nobili idee di rivendicazione. Ma questo lo dirò dopo, alla fine della mia storia.
* * *
Quando l’idrogeno e l’ossigeno, accordatisi insieme, decisero di metter pace fra i turbolenti con quel po’ po’ di diluvio, io me ne andai a villeggiare su una montagna che, poco tempo dopo, emerse dalle acque.
Presi posto, insieme ad altri amici, in un fianco del monte; e ci riunimmo, per difenderci, formando una bella massa di silice.
Se l’anarchia avesse durato ed io fossi stato ambizioso, avrei potuto unirmi con qualche altro elemento e formare un bel cristallo di rocca; ma i tempi tristi mi insegnarono che la modestia è un elemento di tranquillità.
Rimasi in villeggiatura per un tempo straordinariamente lungo: e, per mio conto, non mi sarei mosso. Ma i soliti anarchici provocarono, un giorno, un’eruzione nel monte e lo fecero saltare con un’esplosione.
Le solite violenze dei sovversivi!
Io ruzzolai in una pianura dove feci la conoscenza dell’uomo.
Questo accadde varie migliaja di anni fa. Non so dirvi quanto tempo rimasi inerte in quella pianura, trasportato ora dalle pioggie, ora dai torrenti. Il destino, che mi ha fatto nascere in Italia, mi ha sempre ricondotto qui, malgrado le infinite mie peregrinazioni.
Un giorno, adunque, mentre mi scaldavo mollemente al sole, un uomo passò, mi vide, mi raccolse, mi portò in una spelonca. Ero un bel pezzo di silice forte e compatta: potevo essere utilizzato.
Infatti egli, con mia somma rabbia, e malgrado la resistenza che gli opposi, mi trasformò in una ascia, senza curarsi del male che mi faceva sfregandomi contro una pietra più dura di me e che con me si mostrò così poco solidale da usurarmi i fianchi. (Come se fossimo uomini l’uno e l’altra!).
A dire il vero, io ho sempre avuto dei principii progressisti: ragion per cui quel buon uomo non potè fare a lungo uso di me. Ai primi atti di ferocia che voleva commettere per mio mezzo mi ribellai; ed un giorno, mentre egli voleva uccidere un suo simile, io preferii spezzarmi anzichè dar mano ad una simile infamia. E fu mercè questa precauzione, per quanto dolorosa, che le mie due parti rimasero lì, per terra, per un tempo lunghissimo.
Contemplavo melanconicamente la marina che mi stava dinanzi; ammiravo le meraviglie naturali di quella terra primitiva (ben diversa dall’attuale), ma non riuscivo a cacciar via da me la noja che mi proveniva per l’isolamento dai miei simili.
Certamente dovettero passare molti anni, prima che io fossi tolto di là: perchè i primi uomini che rividi non erano più armati di pietra, come una volta, ma avevano utensili ed armi di rame.
Era un giorno di tempesta furiosa: tutto, intorno a me, era schianto, rabbia di vento, folgori, pioggia. Dalla marina giungeva lo scrosciar delle onde contro gli scogli; ed ogni tanto la raffica mi portava uno spruzzo di acqua salata.
In quel terribile cozzar di elementi, una nave lottava contro la morte; ed io la vedevo apparire e sparire dietro le onde, prossima ad infrangersi, malgrado l’eroismo dei suoi marinai.
Ma il mio ed il loro destino vollero che essi giungessero a salvamento in un piccolo porto n
“Cinematografo cerebrale” di Edmondo De Amicis
2026/03/04
Cinematografo cerebrale
di
Edmondo De Amicis
tempo di lettura: 30 minuti
Il Cavaliere (come lo chiamavano in casa le persone di servizio) accompagnò fino all’uscio la moglie e le figliuole, che andavano al teatro, poi rientrò nella sala da desinare, s’adagiò sur una poltrona davanti al camino, incrociò le mani sul petto, e pensò: «Come farò ad ammazzare queste tre ore?».
Da molti anni non gli era piú accaduto di dover risolvere una difficoltà di quella natura. Il lavoro dell’ufficio, le faccende di casa, le cure maritali e paterne e gli amici e i giornali gli avevano sempre occupata la giornata cosí pienamente ch’egli non si ricordava d’essere stato mai un’ora, come si suol dire, solo con sé stesso, e non sapeva perciò che cosa fosse il pensare per pensare, senza uno scopo determinato, e tanto meno l’analizzare i propri pensieri, il fare spettacolo della propria mente a sé medesima. I giornali, quella sera, li aveva già scorsi, di legger libri non aveva l’abitudine, e il sonno non gli veniva che verso la mezzanotte. Pensò dunque che il miglior modo di passar quelle tre ore fosse quello di non pensare a niente.
E ci si provò subito, non dubitando della facilità di riuscirvi.
Ma riconobbe ben presto che il non pensare non era possibile fuorché scacciando l’un dopo l’altro tutti i pensieri confusi che gli si presentavano; alcuni dei quali resistevano, come importuni che volessero esser ricevuti a ogni costo; e che questa era una maggior fatica mentale di quella ch’egli voleva scansare. E allora pensò che gli conveniva meglio pensare a qualche cosa.
«Fissiamoci» disse tra sé «in un pensiero piacevole, e il tempo passerà rapidamente». E si fissò nel pensiero del pranzo di Natale, a cui invitava ogni anno parenti e amici. Ma quasi subito altri pensieri non piacevoli si frammischiarono a quello: la morte di un commensale dell’anno scorso, un amico che non poteva piú invitare perché gli aveva fatto un brutto tiro, la cuoca che si sarebbe ubriacata, come soleva a tutte le feste di famiglia.
Cercò di raccogliersi in altri pensieri lieti: gli seguí lo stesso: ciascun di quelli, dopo un poco, si sviava, si confondeva con altri, figliati da lui, od estranei, di tutt’altra natura, che di dolce lo rendevano insipido o amaro.
«Già», pensò scrollando il capo: «bisognerebbe che la mente fosse come una casa di cui potessimo chiudere le porte e le finestre per trattenerci non disturbati con chi ci piace; e invece è una casa aperta da ogni parte, senza battenti e senza imposte, come un edifizio non finito, dove entra chi vuole. Questo è il busillis».
E stette un po’ pensando su quel busillis.
A un tratto comparve a una di quelle finestre il viso d’un suo antico compagno di collegio, che lo meravigliò, poiché da lunghissimo tempo, da vent’anni forse, egli non ci aveva piú pensato. Per tutto quel tempo era rimasto sommerso, come annullato nella sua mente. O in che modo era risorto? E come quello, chi sa quante altre persone e cose e fatti erano sepolti nella sua memoria. C’è dunque un cimitero nella nostra testa, pensò. Quando ricorriamo col pensiero la nostra vita, e crediamo di ricorrerla intera, ne ricordiamo una parte soltanto: un’altra parte, e chi sa quanta, è scomparsa, perduta, come se non l’avessimo vissuta: una parte di noi è già morta! E, cosa strana, di quel viso risuscitato egli non vedeva che la fronte, gli occhi e il naso; la parte inferiore mancava come in una maschera lacerata. Si mise a cercarla; si stancò inutilmente in quello sforzo, e tirò uno sbadiglio sonoro. Quel suono terminò al suo orecchio in una nota da cui, quasi spontaneamente, gli si svolse nel capo il motivo della Marsigliese, ed egli vide intorno a sé uomini feriti, sangue, picche buttate a terra, e lontano moltitudini urlanti, generali impennacchiati, reggimenti che passavano sur un orizzonte oscuro, flagellati dalla pioggia, fra i lampi. E dopo un momento sentí una voce, come d’una persona seduta accanto a lui, che gli domandò: «E se avessero ragione i socialisti?».
Aveva altre volte fatta a sé quella domanda. «Già, e se avessero ragione i socialisti?» ripeté, e alzando gli occhi vide la faccia zazzeruta e barbuta di Carlo Marx sopra il pendolo del caminetto. Ma dall’inquietudine che gli soleva dare quel pensiero lo distrasse subito l’immagine del bel fianco d’una operaia ch’egli aveva osservato anni addietro in un «corteo» popolare del Primo Maggio, e di cui aveva seguito con l’occhio il movimento grazioso e procace fin che era scomparso a una cantonata. Si richiamò alla mente il viso dell’operaia, che aveva veduto di sfuggita, e in quello, con sua sorpresa, ritrovò la parte inferiore del viso del suo compagno di collegio. «Strano!» pensò. «Eppure non si somigliano». Ripensò al compagno: un buon figliuolo, che si rodeva le unghie tutto il giorno: ed egli rivide, come in una mano che gli passasse davanti agli occhi, una di quelle unghie mezze mangiate. Ma dietro a quello gliene comparve un altro, dagli occhi loschi, del quale scacciava sempre l’immagine perché gli ricordava una triste figura ch’egli aveva fatta per cagion sua. La scacciò anche allora. Ma quella ritornò. Per liberarsene, pensò al suo ufficio: ci vide in un angolo quella faccia. Pensò a un’opera in musica che aveva sentito mesi avanti: c’era quel brutto muso sul palco scenico. Corse col pensiero all’Arsenale della Spezia, nella basilica di San Pietro, in mezzo a un ghiacciaio delle Alpi che aveva attraversato da giovane: in ogni luogo vide scintillare quegli occhi loschi. Ne ebbe dispetto, e quasi sgomento. Si ricordò d’una formica che un giorno aveva visto correre disperatamente qua e là, rimbuccarsi, uscir dalla buca, rinascondersi e ricomparire con una formica piú piccola sempre attaccata alla testa che pareva non le dovesse dar requie mai piú. Non si sarebbe piú liberato da quell’immagine odiosa? Era forse quello il principio di una fissazione che l’avrebbe fatto ammattire? A che pensare per liberarsene?
Si chinò, appoggiando i gomiti sulle ginocchia e si mise a osservare le ceneri del caminetto. A poco a poco in quel breve spazio egli vide montagne, valli, pianure, la faccia d’un mondo arso, dove non restava piú traccia di vita. E quello spettacolo di desolazione dandogli tristezza, volle pensare a un paese abitato e florido, ma lontano, in cui il suo pensiero non fosse turbato da alcuna immagine del mondo dov’egli viveva. «Scegliamo» disse tra sé. E pensò la Bolivia. Perché la Bolivia? Non sapeva nulla di quel paese, eccetto che era nell’America. Perché aveva scelto quello e non un altro? Un perché ci era senza dubbio: qualche legame nascosto con le cose che pensava prima. Quello, e non un altro, gli si doveva presentare alla mente. Dunque non aveva scelto. Dunque egli non pensava a quello che voleva; ma a quelle cose a cui era condotto a pensare. Che cos’era quindi la spontaneità, la libertà del pensiero? Che cosa la volontà? E che era lui se non una macchina pensante, che si moveva secondo che i suoi congegni volevano, e di cui egli non era che spettatore? E mentre faceva queste riflessioni, nella mente che gli si cominciava a confondere gli suonò distintamente un nome: «Alcibiade!». Ripeté meravigliato: «Alcibiade!».
Questo nome gli era come uscito da un ripostiglio della memoria improvvisamente aperto; ma non aperto da lui. Alcibiade! Un grand’uomo, un greco, ch’egli conosceva poco: un personaggio del mondo scolastico. E fra i ricordi che subito gli si ridestarono dei primi anni del Ginnasio – visi, banchi, libri, la cameretta dov’egli studiava – vide una sua cuginetta bionda, e riebbe la sensazione della prima volta ch’egli aveva tenuta stretta la mano di lei, dietro il cuscino d’un sofà, su cui fingevano di giocare in presenza dei parenti: una sensazione sconosciuta, vivissima, dolcissima, un rimescolamento profondo di tutto l’essere, come il principio d’una nuova vita. E si ricordò d’aver ricordato un’altra volta cosí tutt’a un tratto e riprovato quella sensazione molti anni addietro in una via erbosa e solitaria della città di Ferrara, dov’era stato di passaggio.
Ferrara! Il nome d’un suo collega d’ufficio di quando era a Firenze: un caro buontempone, con un naso enorme, che aveva un ciuffetto di peli sulla punta. E vide la stanza della trattoria dove desinavano insieme, e il neo che aveva sul mento la figliuola del trattore. Che stranezza! Quel neo lo fece pensare a una macchietta nera ch’egli aveva visto in un piatto quella mattina a colazione, e quel piatto al piattino che teneva il suo giornalaio davanti al finestrino del chiosco, dove i compratori mettevano i soldi. Una curiosa faccia buffa di vecchio satiro quel giornalaio! Ci fissò il pensiero, ed ebbe un’illusione singolarissima. Sentí nel viso proprio la forma di quel viso, e la sentí in modo da parergli che se in quel punto egli si fosse specchiato avrebbe visto nello specchio il giornalaio ridente con quella gran bocca squarciata, come soleva ridere; e come egli aveva visto ridere cento visi, anni avanti, alla stazione di Roma, per una oscenità irresistibilmente comica detta da un operaio affacciato a uno sportello del treno che partiva per Frascati.
Quest’ultimo ricordo aperse nella sua mente una bòtola, da cui saltò fuori la sua cameriera – una fresca ragazza tutta curvilinea – che in presenza di sua moglie egli non guardava mai; e gli apparve non piú vestita che la Venere dei Medici, con un par d’occhi indiavolati. Egli si lasciò andare a poco a poco e si chiuse in un’immaginazione, dalla quale si riscosse poi bruscamente come un uomo colto in flagrante delitto, e pensando a sua moglie, si guardò intorno con occhio inquieto. Ma per quale concatenamento d’idee egli era venuto a quella dal ricordo gentile e poetico della sua cuginetta? Cercò, risalí col pen
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