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Donna&Leadership Journal

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Categories
Country
United States
This podcast has
84 episodes
Language
Italian
Explicit
No
Date created
2019/12/01
Latest episode
2026/09/09
Average duration
16 min.
Release period
61 days

Description

Ciao e Benvenuta nella serie Podcast “Donna & Leadership Journal”. In ogni puntata troverai un’articolo della nostra rivista fatta dalle Donne per le Donne, preparato appositamente per te per guidarti a realizzare la migliore versione della donna che è già in te. Buon Ascolto!

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Gli uomini che mi hanno camminato a fianco
2026/09/09
AccantoC'è una parola che ho imparato tardi, e che ha cambiato il modo in cui guardo agli uomini della mia vita. La parola è «accanto».La imparai, senza saperlo, da giovanissima. Avevo appena cominciato a collaborare con un professionista, in uno studio, all'inizio di tutto — con quella miscela di ambizione e insicurezza che hanno le ragazze a cui nessuno ha ancora detto quanto valgono. E lui, un giorno, mi disse una cosa che non mi aspettavo.Mi disse che ero tagliata per l'indipendenza. Che avevo una propensione alla crescita — personale e professionale — che in un ruolo circoscritto si sarebbe sprecata. Usò proprio quella parola: sprecata. Mi disse che dovevo prendere sul serio l'idea di lavorare in proprio, di non lasciarmi contenere.Ci penso ancora, a quella frase. Perché quell'uomo non aveva alcun interesse a dirmela — anzi. Ero una giovane collaboratrice appena arrivata: la cosa più comoda, per lui, sarebbe stata tenermi dov'ero. Invece mi ha indicato la porta. Mi ha vista più grande dello spazio in cui mi trovavo, e me l'ha detto prima che lo vedessi io.Mi sono sentita riconosciuta. Non aiutata, non protetta: riconosciuta. Nella mia voglia di imparare e di migliorare, e in quella spinta all'autonomia che avevo dentro fin da bambina, e che fino a quel giorno avevo quasi considerato un difetto da correggere. Lui la chiamò per nome, e la chiamò talento. È una cosa diversa dall'aiuto, ed è più rara.Ci ho messo anni a capire cosa aveva fatto, quel giorno. Non si era messo davanti a me a proteggermi, né dietro a spingermi. Mi aveva camminato accanto per un tratto — il tempo di indicarmi una direzione — e poi mi aveva lasciata andare. Non davanti, non dietro. Accanto. Alla stessa altezza, nella stessa direzione, allo stesso passo. È una postura rara, e quando la incontri la riconosci subito, perché è l'unica in cui non devi né difenderti né appoggiarti. Eppure — devo confessarlo — per una lunga stagione della mia vita, dopo di lui, quella postura ho smesso di saperla vedere. Mi ero costruita, come tante donne della mia generazione, dentro un'idea precisa: che per essere forte dovessi bastarmi. Che chiedere fosse debolezza. Che un uomo che mi aiutava mi stesse, in qualche modo, togliendo qualcosa. Mi sbagliavo. E per capirlo ho dovuto tornare proprio lì, a quello studio, a quella parola — sprecata — detta da qualcuno che non ci guadagnava niente. Questo articolo è la terza tappa di un viaggio. A maggio abbiamo mappato le Radici: le donne che ci hanno fatte donne. A luglio le Sorelle: quelle che abbiamo scelto. Adesso viene la parte più scomoda, e forse per questo la più necessaria — gli alleati. Gli uomini che ci hanno camminato accanto. E quel maschile che vive anche dentro di noi, e che troppe di noi hanno imparato a temere invece che ad abitare.
Le sorelle che ho scelto sulla sorellanza vera e su quella mancata
2026/07/16
C’è stata un’amica, e c’è stata una conversazione, e c’è stato un istante preciso in cui ho capito che stavo facendo la cosa sbagliata credendo di fare la cosa giusta. Eravamo nel nostro locale preferito, quello della pausa pranzo. Davanti a noi due creme di zucca fumanti, troppo calde per essere mangiate subito. Lei mi stava confidando una cosa dolorosa, di quelle che si raccontano a voce bassa anche quando intorno non c’è nessuno che ascolti. E mi stava chiedendo aiuto. Io le ho dato quello che avevo. Le ho detto di prendersi il tempo. Di riflettere, di informarsi, di confrontarsi con qualcuno che ne sapesse più di noi. Di considerare che potesse esistere un approccio diverso da quello che aveva già deciso, e forse una strada alternativa che nessuna delle due aveva ancora visto. Lei ha risposto: «Ora non posso perdere tempo». Perdere. Non «non ho tempo»: non posso perderlo. Io le stavo offrendo esattamente l’unica cosa che le serviva, e per lei quella cosa era uno spreco. La riflessione come ritardo. Il confronto come lusso. La sosta come debolezza.
Restare - Quando una madre sceglie di non andarsene
2026/05/08
Te lo ricordi quel mo-mento? Forse era una mattina presto, prima che la casa si svegliasse.  O una sera,quando i bambini dormivano da pochi minuti e tueri ancora seduta in cucina con la luce bassa.  Forse eri davanti al computer, con una mail aperta che chiedeva una risposta. O nel parcheggio dell’asilo, con il motore ancora acceso, le mani sul volante. Il coraggio di iniziare quella caccia — questo è ciò che separa un’esistenza banale da una più incantata.” Era il momento incui hai capito che dovevi decidere. Restare al tuo lavoro così come era, ridurlo, cambiarlo.Oppure fermarti del tutto. Nessuno ti aveva costretta a quel bivio.  Eppure eri lì,sola, a fare i conti con una scelta che il mondo intorno a te non vedeva, ma che dentro era enorme.Se sei una di quelle donne che, in quel momento,hanno deciso di restare —anche solo per ora, anche con dei dubbi — questo articolo è per te. Perché di te, e di noi, si parla pochissimo.
Come trasformare la diffidenza in alleanza strategica senza negare le sfide reali
2026/03/07
Il momento in cui tuttoè cambiato Sara lo ricorda ancora con precisione.  Era seduta nella sala riunioni, preparata come sempre, con dati solidi e una proposta che avrebbe potuto risolvere il problema di budget che attanagliava il suo team da mesi.  Quando è arrivato il suo turno, ha presentato la sua analisi.  Marco, il collega con cui aveva sempre avuto un rapporto cordiale ma distante, l’ha ascoltata in silenzio. Poi è successa la cosa che Sara non si aspettava. Quando il direttore ha iniziato a smontare la sua proposta senza nemmeno guardarla negli occhi,Marco si è sporto in avanti e ha detto: “Scusa, Andrea,ma penso che non abbiamo colto il punto centrale di quello che Sara sta dicendo. Se guardiamo i numeri nel dettaglio...” E poi ha rifatto esattamente quello che Sara aveva appena presentato,parola per parola, dando a lei tutto il credito.
Ambizione non è una parolaccia riprendiamoci il diritto di voler crescere
2026/01/11
C’è una parola che molte di noi hanno imparato a sussurrare, a nascondere, a minimizzare. Una parola che, quando pronunciata ad altavoce, rischia di farcisembrare “troppo”:troppo aggressive, troppo egoiste, troppo pocofemminili. Quella parola è ambizione. Mentre per un uomo dire“sono ambizioso” suona come un’affermazione di forza, di determinazione, di legittimo desiderio di crescita, per una donna quella stessa frase porta con sé un peso diverso. Rischia ditrasformarsi in un’etichetta: arrivista, fredda, privadi empatia.  Come se volercrescere professionalmentefosse incompatibile con l’essere donna, madre, partner,amica. Ma è davvero così? Ostiamo semplicemente pagando il prezzo di stereotipi culturali così radicati da diventare invisibili? I numeri che raccontanouna storia diversa Iniziamo dai fatti. Contrariamente a quanto sicrede, le donne non sono meno ambiziose degli uomini. Secondo una ricercadi Egon Zehnder, una delle principali società di consulenza globale in ambito di talent management, le aspirazioni verso posizioni di C-suite (i vertici aziendali) sono oggi praticamente paritarie: il 27% delle donne aspira a raggiungere il C-suite, rispetto al 31% degli uomini. Una differenzaminima che smonta il mitodell’”ambition gap” – il presunto divario di ambizionetra i generi.
Condizionata per il controllo la neuroscienza di chi non riesce a delegare
2025/11/21
Dal condizionamento sociale alla leadership consapevole: riprogramma il tuo rapporto con la delega Sei lì, ancora una volta, alle 23:00 di sera.  Stai rileggendo per la terza volta l’email che il tuo collaboratore ti ha inviato per approvazione. C’è qualcosa che non ti convince. Il tono non è proprio quello giusto. Forse dovresti riscriverla tu. Ci metteresti dieci minuti, lui ne ha impiegati trenta e il risultato non è comunque quello che volevi. “Lo faccio io”, ti dici. Di nuovo.  E mentre riapri il documento per l’ennesima modifica, una vocina nella tua testa sussurra: ”Forse il problema non è lui. Forse il problema sono io.” Se questa scena ti suona familiare, continua a leggere. Perché quello che stai per scoprire cambierà radicalmente il modo in cui vedi te stessa come leader.  Non è un difetto caratteriale: è il tuo sistema nervoso che parla.  Lascia che ti tolga subito un peso: la tua difficoltà a delegare non è colpa tua. Non sei “troppo perfezionista”. Non sei “una maniaca del controllo”. Non ti manca “fiducia negli altri”.
Il coraggio della vulnerabilità come le donne stanno rivoluzionando il concetto di forza
2025/09/22
Quando pensiamo alcoraggio, spesso ci viene in mente un’immagine stereotipata: qualcuno che affrontail pericolo senza paura, che non mostramai debolezza, che procede imperterrito verso i propri obiettivi. Ma se vi dicessi che questa concezione del coraggio non solo è limitante, ma sta anche frenando il potenziale femminile nel mondo della leadership e dell’innovazione? È tempo di ripensare radicalmente cosa significhi essere coraggiose nel 2025. E le donne, con la loro capacità innata di abbracciarela vulnerabilità come fonte di forza, stanno guidando questa rivoluzione silenziosa ma potentissima. La paura mascherata daperfezione Partiamo da un dato chedovrebbe farci riflettere:le donne rappresentanoil 58,4% della forza lavoro globale, eppure detengono solo il 30% delle posizioni di leadership senior.  Più impressionante ancora, solo 52delle 500 aziende Fortune sono guidate da donne, un misero 10,4% del totale.
Quella vocina interiore che ti dice non sei abbastanza come liberartene una volta per tutte
2025/07/15
Care amiche, quante volte vi è capitato di raggiungere un traguardo importante, di ricevere complimenti sinceri e, nonostante tutto, di sentire una vocina interna sussurrare: ”Non è merito tuo,è stata fortuna. Prima o poi ti scopriranno!”? Se questa sensazione vi suona familiare, benvenute nel club (purtroppo molto affollato!) della Sindromedell’Impostore. Di recente ho visto un video particolare su questo tema in cui la dottoressa RobertaMilanese, psicologa, psico-terapeuta, coach ne ha parlato. Oltre a lei anche Maria Cristina Nardone lo illustra nei percorsi di formazione in Counsel Coching Strategico e non poteva mancare nella Accademia di Leadership Femminile di cui occupo. Questo tema è più che mai attuale in un mondo che ci chiede sempre di più,spingendoci a superare li-miti che spesso non sappiamo nemmeno di avere. Vediamo insieme di cosa si tratta. La sindrome dell’impostore è una forma di auto-sabotaggio che porta a non riconoscere i propri successi, vivendoli come frutto di fortuna o inganno piuttosto che di reali competenze. Si manifesta con la convinzione persistente di non essere all’altezza, nonostante le evidenze oggettive del contrario, e con la paura di essere scoperti come “impostori”. Il Giudice Più Severo? È Dentro di Te! La Sindrome dell’Impostore è subdola,quasi invisibile. Non è la classica paura del giudizio altrui. Qui, il giudice più implacabile siamo noi stesse. È quella vocina interna,quel tribunale spietato che ci condanna costantemente: Non hai fatto abbastanza, non l’hai fatto bene, non l’hai fatto al momento giusto. E il verdetto è sempre lo stesso: siamo inadeguate.
Soft skill da madre: il master che nessuno racconta
2025/05/09
Diventare madre è una delle esperienze più trasformative nella vita di una donna. Eppure, nel mondo del lavoro, la maternità viene spesso percepita come un’interruzione. Le donne che rientrano dopo un periodo di assenza per congedo si sentono talvolta spaesate, insicure, meno efficaci. È come se il tempo trascorso lontano da scrivanie, riunioni e progetti le avesse rese “meno” professioniste. Ma è davvero così? La risposta è no.  Non solo non sono meno capaci: spesso, tornano con un bagaglio più ricco, un pensiero più complesso, una leadership più umana. Solo che nessuno glielo dice. Nessuno glielo riconosce. E allora è importante farlo qui: la maternità non è una parentesi vuota. È un master di vita e di competenze, che può arricchire anche il lavoro, se le donne (e le aziende) imparano a vederlo per ciò che è.
Leadership femminile - fare carriera senza rinunciare a se stesse
2025/03/29
Secondo una ricercacondotta dall’OsservatorioAxL (Agenzia per il La-voro) le donne hanno unforte desiderio di crescerenel lavoro e di riscontra-re la valorizzazione delleproprie competenze. L’indagine è stata fattasu circa 2.500 persone dicui il 59% composto dadonne.  Per le donnel’86% dichiara di esse-re interessata alla cre-scita professionale edil 44% di esse vorrebbevenisse rispettato l’e-quilibrio con la vitaprivata; la percentualeè diversa per gli uomodove il 92% è interes-sato alla crescita pro-fessionale ed il 35% alrispetto dell’equilibriocon la vita privata. Altro dato molto inte-ressante è che tra i giovanidai 18 ai 24 anni ben il 59%ha una divisione dei cari-chi di lavoro della famigliacon il proprio partner, lafascia di età tra i 25 e 34anni la percentuale è del49%, tra i 35 anni e i 44anni la percentuale è del39% e per la fascia di etatra i 45 e i 54 anni è il 34%.
Dovere o volere-non c'è solo il bianco o nero
2025/01/17
Il conflitto tra ciò che si sente di dover fare e ciò che si vorrebbe realmente fare è una sfida comune, ma che spesso assume contorni particolari per le donne. Ruoli sociali tradizionali, aspettative culturali e responsabilità familiari portano molte donne a vivere in una costante tensione tra il “dovere” verso gli altri e il “volere” legato ai propri desideri e aspirazioni. Per secoli, le donne sono state educate a mettere al primo posto il benessere degli altri – famiglia, partner, figli, comunità – relegando spesso i propri desideri in secondo piano. Questo ruolo, radicato nella cultura e nella società, ha generato un senso di “dovere” che molte donne sentono come ineludibile. Secondo lo psicanalista Carl Gustav Jung, questa dinamica può essere legata al principio del “dovere archetipico”, che spinge molte donne a sacrificare il proprio sviluppo personale per rispondere alle aspettative altrui. Lo psicologo Abraham Maslow, con la sua “piramide dei bisogni”, sottolinea che l’autorealizzazione è spesso relegata in fondo alle priorità quando i bisogni di base (di altri) monopolizzanon il tempo e le energie
Una nuova attività-dal sogno all'azione
2024/11/20
Ci sono momenti nella vita di tutte noi, sia da giovani donne sia da donne con più esperienza di vita, in cui avvertiamo un desiderio di creare o cambiare qualcosa nella nostra vita pro- fessionale. Quando siamo più giovani, ci capita di farci influenzare da quello che vediamo fare dagli altri, ci creiamo una proiezione del nostro futuro sulla base degli esempi che incrociamo o delle aspettative di altri che ci stanno a cuore.  In questa situazione creare una propria attività non sempre rappresenta quello che potenzialmente vorremmo fare ma quello che ci sentiamo di poter fare. Nello stesso tempo, in età più matura, dopo alcune esperienze lavorative, magari anche disastrose, e con altri impegni familiari che si sono nel frattempo affiancati alla vita professionale, diventa ancora più “problematico” concedersi di sognare di cambiare rotta o fare qualcosa di diverso dal lavoro che facciamo.
Scoprire il proprio potenziale e realizzarlo. È possibile?
2024/09/12
Ognuna di noi, prima o poi, ha avvertitoo avverte un forte desiderio di esprimersi,di realizzare qualcosao, al contrario, vive lafrustrazione di nonsentirsi realizzata. Nella fase di vita degli studi, di preparazione al proprio futuro professionale, di sogni ad occhi aperti sulla futura vita adulta ci si mette tanto di quello che si “spera” possa renderci felici o ci si basa su ciò che conosciamo di altri o di esempi che da fuori ci aprono a possibili scenari. Quando mi capita di fare la domanda: “Cosa avresti voluto fare quando eri più piccola?”, le risposte sono per lo più lontane da quello che inrealtà si sta facendo.
Le soft skill femminili una risorsa preziosa per il mondo del lavoro
2024/07/06
Ci sono soft skillfemminili? Iniziamo chiarendo cosa sono le soft skill e perché sono molto importanti nell’attuale scenario del business e nel lavoro. Se dovessimo fare un parallelo con il nostro smartphone potremmo dire che le soft skill sono tutte quelle applicazioni che ci permettono di ottenere funzioni diverse dal nostro cellulare e che possiamo implementare quanto vogliamo. Nello stesso tempo un cellulare senza un sistema operativo e una componente elettronica non può neppure essere acceso. Questo significa che affinché qualcosa funzioni ci deve essere da una parte la componente hard, che chiameremo in questo caso hard skill, ed una componente soft, che corrisponde alle soft skill. Nel nostro mondo moderno, molti aspetti hard sono svolti da computer, macchine elettroniche e sistemi informatici. Per esempio nell’ambito della casa, con l’invenzione prima della lavatrice, poi della lavastoviglie edi altri elettrodomestici, oramai tanto lavoro hard è svolto proprio da questi nuovi strumenti.
Casalinga un mestiere che non si smette mai di fare
2024/05/09
In Italia, il ruolo delle donne casalinghe è ancora ampiamente diffuso, con circa 7 milioni e 338 mila donne che dedicano il loro tempo alle faccende domestiche e alla cura della famiglia. Nonostante il loro contributo sia fondamentale per il benessere familiare e sociale, spesso queste figure vengono sovraccaricate di lavoro, sottovalutate e non adeguatamente riconosciute. Numero di casalinghe: Secondo l’Istat (2016), circa il 15% delle donne tra i 15 e i 64 anni in Italia è casalinga. La percentuale sale al 22% nel Mezzogiorno. Età: L’età media delle casalinghe è di 60 anni, ma il fenomeno è in crescita anche tra le giovani (8,5% sotto i 35 anni). Livello di istruzione: Il 74,5% delle casalinghe ha al massimo la licenza media inferiore. Situazione familiare: Il 42,1% delle casalinghe vive con figli, un quarto in coppia senza figli e il 19,8% dasola.

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