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Tommaso Scandroglio - BastaBugie.it

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Categories
Country
United States
This podcast has
158 episodes
Language
Italian
Publisher
BastaBugie
Explicit
No
Date created
2020/03/02
Latest episode
2026/02/17
Average duration
8 min.
Release period
8 days

Description

Il professore Tommaso Scandroglio, autore di diversi libri sulla legge naturale, sulla morale e sulla bioetica, sviluppa riflessioni interessanti sui temi più caldi del dibattito contemporaneo

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Usa, cosa ci dice il sondaggio Gallup su abortisti e pro-vita
2026/02/17
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8457 USA, COSA CI DICE IL SONDAGGIO GALLUP SU ABORTISTI E PRO-VITA di Tommaso Scandroglio   Il 23 gennaio scorso si è svolta a Washington l'usuale Marcia per la Vita. L'occasione è opportuna per farsi una domanda: negli States la cultura pro-life sta crescendo o diminuendo? Proviamo a mettere insieme un po' di dati. Partiamo dalle rilevazioni di Gallup, nota agenzia demoscopica, e isoliamo due dati tra i molti. Dal 1995 al 2025 la Gallup ha posto ai suoi intervistati la seguente domanda: «In merito all'aborto, ti consideri pro-scelta [pro-choice] o pro-vita [pro-life]?». A maggio 2025 i pro-choice erano al 51% e i pro-life al 43%. A parte il periodo 2008-2014 in cui la maggioranza si spostava in modo alternato tra i due schieramenti, i pro-choice sono sempre stati in maggioranza, scostandosi dai pro-life per pochi punti percentuali. Una differenza però notevole è avvenuta tra maggio 2021 e maggio 2022. Infatti per i pro-life c'è stato un salto di 8 punti percentuali verso il basso in un solo anno: dal 47% al 39%. Di converso, nello stesso periodo i pro-choice sono balzati dal 49% al 55%. Un simile balzo non si era mai visto (eccetto per il periodo 1995-97, ma a parti invertite). Quale la spiegazione? Nel giugno del 2022 fu emessa la famosa sentenza della Corte Suprema Dobbs vs Jackson Women's Health Organization che cassò la famigerata sentenza Roe vs Wade delegando ai singoli Stati la disciplina normativa sull'aborto. Nei mesi precedenti i social, i media, gli influencer, le lobby abortiste e ovviamente tutto il Partito Democratico scesero in guerra contro l'imminente decisione della Corte Suprema che voleva mandare in soffitta la Roe. Risultato: l'opinione pubblica si orientò a favore dell'aborto. Da allora le due percentuali di favorevoli e contrari all'aborto si stanno gradualmente e nuovamente ravvicinando, anche se attualmente i pro-choice sono ancora sopra la propria media e i pro-life sono ancora sotto la propria media. I SOSTENITORI DELLA LEGALIZZAZIONE Altro quesito della Gallup: «Pensi che l'aborto debba essere legale in ogni circostanza, solo in determinate circostanze o illegale in ogni circostanza?». La rilevazione in questo caso parte dal 1975. In tutto questo periodo i sostenitori della legalizzazione hanno sempre vinto attestandosi sulla media del 53%; al secondo posto si trovano i sostenitori della legalizzazione in qualsiasi circostanza, con una media del 26,5%; e infine i sostenitori del divieto di legalizzazione che si assestano al 17,5%. Anche questa volta l'incombente sentenza della Corte Suprema fece sentire il suo peso: tra maggio 2021 e maggio 2022 i favorevoli alla legalizzazione sempre e comunque salirono dal 32% al 35% continuando un trend in crescita che era iniziato nel 2019. Aumentarono anche i sostenitori della legalizzazione parziale e invece coloro che volevano il divieto di legalizzazione sprofondarono da un 19% del 2021 ad un 13% del 2022. Questi picchi così marcati e repentini non si erano mai visti negli ultimi 50 anni. Oggi i favorevoli alla legalizzazione sempre e comunque sono al 30%, quindi sopra alla media di circa 4 punti; i favorevoli in alcune circostanze sono al 55%, perciò sopra di due punti alla media e i favorevoli al divieto sono al 13%, sotto la media di 4,5 punti. L'andamento degli anni 2022-2025 potrebbe, ma è mera ipotesi, suggerire un ritorno nella media per tutte e tre le categorie nel prossimo futuro. In sintesi: la sentenza Dobbs ha inferocito lo schieramento pro-choice e il risultato è stato uno spostamento sensibile dell'orientamento culturale su posizioni favorevoli all'aborto. Ecco perché su 16 referendum sulle normative abortiste promossi in altrettanti Stati dopo la sentenza Dobbs, 13 hanno visto come vincitori i pro-choice. Lo slittamento verso posizioni liberali ha poi determinato un incremento degli aborti. DIVIETI TOTALI DI ABORTO A tal proposito leggiamo il report #WeCount: «Il numero di Stati in cui l'aborto è stato completamente vietato è aumentato da 9 a luglio 2022 a 14 a giugno 2023. [...] Nel luglio 2022, l'aborto era legale oltre le sei settimane in 39 Stati e a Washington DC, ma questo numero è sceso a 35 entro giugno 2023. [...] Negli Stati con divieti totali di aborto, complessivamente ci sono stati 94.930 aborti clinici in meno», rappresentando una diminuzione del 100%. «Gli Stati in cui è stato praticato l'aborto con alcuni divieti o limitato a sei settimane hanno avuto 114.590 aborti in meno rispetto a quanto ci si sarebbe aspettato in base ai numeri pre-Dobbs». Eppure complessivamente gli aborti non sono diminuiti, ma aumentati: «Rispetto al numero medio mensile di aborti osservati nel periodo precedente alla decisione Dobbs di aprile e maggio 2022, si sono verificati 2.200 aborti cumulativi in più durante i 12 mesi da luglio 2022 a giugno 2023. [...] Negli Stati in cui l'aborto è rimasto legale si è registrato in media un aumento di 9.733 aborti al mese e un totale cumulativo di 116.790 aborti in più in quegli Stati nei 12 mesi successivi a Dobbs rispetto a quanto ci si sarebbe aspettato», questo anche perché se una donna non può abortire nel proprio Stato si trasferisce in un altro. I dati fin qui esposti non comprendono poi l'acquisto di pillole abortive in Internet: nel primo anno dopo la Dobbs c'è stato un aumento di aborti effettuati con questa modalità del 72%, rappresentando l'8% di tutti gli aborti. L'incremento è sempre causato dai nuovi vincoli presenti in alcuni Stati. Azzardiamo un giudizio sintetico su questi dati: la Dobbs non ha incrementato gli aborti, ma ha rinvigorito il fronte abortista e dunque la sua propaganda, conquistando così alla causa sempre maggiori consensi. Questo insegna che non basta una sentenza per far cambiare cuore e menti alle persone. Non solo non basta una sentenza, ma non bastano molti divieti o limitazioni statali, né bastano gli interventi governativi di Donald Trump per limitare gli aborti, seppure siano tutte azioni necessarie. Ricorrendo ad una metafora bellica, potremmo dire che i tre poteri dello Stato - giudiziario, legislativo ed esecutivo - sono stati come la cavalleria che attacca il nemico. Quest'ultimo ha reagito usando la fanteria, ossia l'arma culturale: media, social, lobby, etc. Risultato: i pro-choice non solo hanno respinto il nemico che voleva conquistare terreno, ma hanno fatto perdere a quest'ultimo alcuni suoi territori. Cosa dunque è mancato? La fanteria dei pro-life, ossia un sostegno alla cavalleria con gli strumenti della persuasione culturale. Corte Suprema, alcuni Stati e il governo hanno fatto qualcosa, a volte molto, e dovevano farlo, ma non è stato sufficiente. Senza un cambio valoriale delle coscienze, la spinta abortista troverà sì dei nuovi ostacoli, ma non insuperabili.
Partorisce una bimba non sua: il problema all'origine è la Fivet
2026/02/17
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8456 PARTORISCE UNA BIMBA NON SUA: IL PROBLEMA ALL'ORIGINE E' LA FIVET di Tommaso Scandroglio   Partorisce una bambina non sua. Non è un caso di maternità surrogata, ma ci siamo vicini. Tiffany Score e Steven Mills avevano congelato tre embrioni nel 2020 presso il Fertility Center di Orlando, in Florida. Nel 2025 decidono che è arrivato il momento di impiantare uno di quegli embrioni nell'utero di Tiffany. La bambina, di nome Shea, nasce l'11 dicembre scorso, ma si capisce subito che qualcosa non è andato per il verso giusto. Infatti ha la pelle scura e invece la coppia ha la pelle bianca. Naturalmente si sottopongono anche al test genetico, che conferma la prima impressione: quella bambina non è biologicamente figlia né di Tiffany né di Steven. Da qui un paio di domande semplici semplici: di chi è figlia? E i loro figli-embrioni dove sono? Passa qualche giorno e la coppia ormai si è affezionata alla bambina, bambina «che amiamo più di quanto le parole possano esprimere», hanno scritto in un post su Facebook. È evidente: se la porti in grembo per nove mesi non può che accadere questo, sia per la donna che per l'uomo che le è accanto. Da qui il loro timore che i genitori biologici la possano reclamare da un giorno all'altro per portarsela via. Nello stesso tempo vogliono comunque individuare i suoi veri genitori per soddisfare un «obbligo morale», per usare una loro espressione. Infine, per chiudere, Tiffany e Steven sono angosciati per la sorte dei loro figli allo stadio di embrioni perché non sanno che fine hanno fatto: sono ancora congelati? Sono andati dispersi o distrutti? Oppure anche loro sono stati impiantati nell'utero di una donna che non è loro madre? La loro angoscia è anche sana perché rivela il segreto di Pulcinella: se soffri per loro significa che sono già figli, sono già esseri umani. Avete mai visto una persona angosciarsi per un grumo di cellule? Superfluo aggiungere che la coppia ha intentato una causa legale contro la clinica. Qualcuno potrebbe non scandalizzarsi granché: ogni tanto capita uno scambio di bambini appena nati. In fondo non ci sarebbe poi così tanta differenza tra un errore che riguarda una provetta e uno che riguarda una culla. Giudizio non condivisibile. A parte il fatto che anche un scambio di neonati è anch'esso grave, nel caso in questione la gravità aumenta. Qui abbiamo una bambina che per nove mesi si è formata nelle viscere di una donna, che ha intessuto la sua vita biologica, ma anche psicologica e sociale, con quella della madre, facendosi già amare come figlia dalla coppia. Inoltre, se nello scambio dei bebè nelle culle, qualora l'errore venisse scoperto nell'immediato, la svista è in genere riparabile, in questo caso invece la bambina, forse agevolmente, potrà trovare i suoi genitori biologici, ma, da quello che emerge, non così facilmente Tiffany e Steven potranno recuperare i loro figli. In breve, è più facile rintracciare un neonato che un embrione. A margine: pensate se lo scambio di embrioni avesse riguardato non una bambina di colore, ma una bambina con la pelle chiara. Nessuno probabilmente se ne sarebbe mai accorto. Al di fuori dei parti da provetta, se il neonato ha la pelle scura e i genitori sono invece bianchi si pensa subito ad un tradimento della donna. Anche nel nostro caso però un tradimento c'è stato. È quello dell'ordine naturale delle cose il quale esige che un bambino nasca da un atto d'amore fisico tra una madre e un padre, un atto che principia la vita nel ventre di lei, la qual vita si svilupperà sempre nel suo ventre, lontano da provette, microscopi e freezer. E qui sta il punto di questa vicenda degli equivoci: se tocchi la genesi della vita, gli effetti provocati dai tuoi errori, dato che scaturiscono dal principio del processo procreativo, si moltiplicano in modo logaritmico, si sommano tra loro e, come una valanga, diventano sempre più grandi e si allargano a macchia d'olio. E infatti eccoci qui a contare i danni: tre bambini dispersi o morti o ancora congelati o già dati alla luce ma non dalla loro madre; uno stato d'ansia dei loro genitori in merito alla loro sorte; una bimba che non è figlia di chi l'ha partorita e che forse non crescerà con i propri genitori biologici perché o non si troveranno o non vorranno più una bambina cresciuta nel seno di un'altra donna; l'incertezza di altre coppie che ora potrebbero sospettare di aver portato a casa un bambino non loro e via delirando. I media hanno riportato questa notizia a motivo del suo profilo bizzarro, soprattutto accentuato dal colore della pelle della bambina che nelle foto stride in modo evidente con la bianchezza della pelle della coppia. Tutti si sono giustamente indignati per questo errore. Eppure questo errore è nulla rispetto alla morte dei fratellini della piccola Shea, il cui numero rimarrà per sempre imprecisato, che sono stati sacrificati affinché lei nascesse. Non si è registrata poi nessuna indignazione per i tre figli in azoto liquido che la coppia statunitense ha lasciato in laboratorio per cinque anni e che forse giacciono ancora lì e per gli altri loro fratellini morti anche loro sotto la scure della fallacia di queste tecniche. E questi non sono errori dettati da imperizia, distrazione o mancanza di diligenza, ma atti malvagi compiuti consapevolmente.
L'ultima folle violenza giudiziaria: cambia sesso a 13 anni
2026/02/17
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8455 L'ULTIMA FOLLE VIOLENZA GIUDIZIARIA: CAMBIA SESSO A 13 ANNI di Tommaso Scandroglio   Svetonio racconta che l'imperatore Caligola nominò senatore il suo cavallo Incitatus. Se un cavallo può diventare senatore per mano di un imperatore, una bambina può diventare un bambino per volontà di un giudice. La storia, raccontata dal Resto del Carlino, è questa ed è semplice: lei è una ragazzina di 13 anni ed ha una sorella gemella. Uguali in tutto fuorché nella volontà di rimanere nel sesso riconosciuto alla nascita. Ecco allora intraprendere, con il necessario benestare dei genitori, un iter psicologico e ormonale che poi l'ha portata davanti al giudice. Infatti la legge 164/82 permette la rettificazione sessuale, ossia il cambio del nome e del sesso anagrafico, solo grazie al giudizio positivo del giudice che deve verificare le intervenute modificazioni dei caratteri sessuali del richiedente. Nel caso della ragazzina di 13 anni questo giudizio positivo è arrivato dal tribunale di La Spezia. In Italia mai era avvenuto che una minore di così tenera età fosse riuscita ad ottenere il placet per "cambiare" sesso. Il tribunale, valutando «il percorso psicoterapico seguito con costanza, le terapie ormonali praticate con successo e la matura gestione del disagio sociale conseguente al processo di cambiamento» ha accolto il ricorso presentato alla Procura dai genitori, «nella convinzione che (la ragazzina) abbia maturato una piena consapevolezza circa l'incongruenza tra il suo corpo e il vissuto d'identità come fino ad ora sperimentato», così «da consentirle di concludere, altrettanto consapevolmente un progetto volto a ristabilire irreversibilmente uno stato di armonia tra soma e psiche nella percezione della propria appartenenza sessuale». GRADO DI MATURITÀ Viene da domandarsi: ma se una ragazzina di 13 anni può "cambiare" sesso perché non potrebbe anche sposarsi? O perché non potrebbe acquistare casa? Guarda caso i minorenni diventano di colpo capaci giuridicamente di agire solo in certi frangenti. Pensiamo ad esempio all'aborto. L'obiezione è dietro l'angolo: in questo caso si tratta di trattamento sanitario e quindi la decisione è stata dei genitori i quali agiscono come rappresentanti legali del minore. Vero, ma discriminante è stata la valutazione del giudice sul grado di maturità della ragazzina. Ora quale grado di maturità può avere una 13enne soprattutto se deve decidere non a quale scuola superiore vorrebbe iscriversi, ma in merito ad alcuni trattamenti incidenti sul suo corpo e psiche che spesso sono irreversibili? Inoltre, come faceva presente il Centro studi Livatino in un documento del 2018, «un minore in età prepuberale che si trovi in "condizione frequentemente accompagnata da patologie psichiatriche, disturbi dell'emotività e del comportamento"» può esprimere un consenso valido? «Come possono i professionisti del settore garantire che il consenso di un preadolescente affetto da disforia di genere sia "libero e volontario"?». Si rischia cioè di acconsentire ad una volontà disturbata. Infine apprendiamo che la piccola aveva assunto la triptorelina, il famigerato bloccante della pubertà. Un preparato che non fa sviluppare i caratteri sessuali secondari (nei maschi: crescita del pene e dei testicoli, la comparsa dei peli pubici, cutanei e della barba, etc.; nelle femmine: lo sviluppo delle ghiandole mammarie, l'allargamento del bacino, la comparsa di peli pubici ed ascellari, etc.). Ora è acclarato che lo sviluppo psicologico viene grandemente aiutato dallo sviluppo fisico. Io maturo anche perché sento il mio corpo maturare. In particolare la sua maturazione mi aiuta grandemente a percepirmi psicologicamente maschio o femmina, a superare proprio quelle confusioni identitarie che la triptorelina vorrebbe risolvere ed invece acuisce. Bloccare il corpo è bloccare la maturità dei bambini. E dunque il tempo passa, ma la bambina che a 10-12 anni ha subito il blocco della pubertà rischia di ritrovarsi ancora decenne per molti anni a seguire.  IN TUTTO IL MONDO SI FA MARCIA INDIETRO Eppure il giudice ha dato il suo benestare. Lo ha dato mentre in tutto il mondo si fa marcia indietro in merito al "cambio" di sesso dei minori. Infatti la Norvegia, la Svezia, alcuni Stati federati Usa, la Finlandia, l'Australia, la Francia e soprattutto il Regno Unito hanno o stanno chiudendo le cliniche per il "cambio" di sesso dei minori. In particolare nel Regno Unito grazie alla cosiddetta Cass Review, una revisione indipendente commissionata dal Servizio Sanitario Nazionale, si è arrivato al divieto di qualsiasi trattamento sui minori, criticando l'approccio affermativo, ossia un approccio clinico che conferma il minore nella sua volontà di "cambiare" il sesso. Questo perché ormai sono di dominio pubblico i diversi danni che si recano ai minori (ma anche ai maggiori di età) a causa di questi trattamenti. Sul piano fisico i rischi possono essere i seguenti: ictus, aumento degli zuccheri nel sangue, costipazione, diarrea, capogiri, mal di testa, vampate, perdita dell'appetito, nausea, insonnia, fastidi allo stomaco, stanchezza o debolezza, vomito, alta pressione, trombi, infarto, diabete, cancro, ipertensione endocranica idiopatica che provoca mal di testa, visione doppia e persino perdita permanente della vista, osteoporosi, danni al fegato, alla crescita, infertilità ed emorragie vaginali. Sul piano psicologico, i rischi possono essere i seguenti: scoppio della libido per le donne che assumono testosterone e mancanza di libido spesso per maschi, sbalzi di umore, atti di autolesionismo, mancanza di sviluppo psicologico, emotivo e cognitivo (calo del QI), lesione della memoria, stati di ansia e panico, disturbo da deficit di attenzione/ iperattività, tic nervosi, disturbo borderline di personalità, disturbi d'ansia, disturbo dello spettro autistico e disturbo post-traumatico da stress, depressione, anoressia, stati psicotici, suicidi e tentati suicidi. Senza poi contare che, citando il documento Gender ideology harms children - L'ideologia gender fa male ai bambini del Collegio americano dei Pediatri, «secondo il DSM-V [Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali], fino al 98% dei bambini con confusione di genere e fino all'88% delle bambine con confusione di genere accettano il proprio sesso biologico dopo che attraversano naturalmente la pubertà».
L'ottimo è nemico del bene
2026/02/17
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8454 L'OTTIMO E' NEMICO DEL BENE di Tommaso Scandroglio   A volte vogliamo tutto e alla fine stringiamo in mano nulla. Si punta all'ottimo, ma non riusciamo a raggiungere nemmeno il "meglio" o il "buono". Addirittura in alcuni casi ci troviamo in una situazione peggiore della precedente. Pensiamo ad un padre di famiglia che riprende la figlia per ogni suo minimo errore perché desidera che sia perfetta, inappuntabile. Alla fine la figlia cede all'esasperazione, si ribella al padre, volutamente non gli obbedisce più in nulla e fa esattamente e sempre l'opposto di quanto lui le chiede di fare. Si cerca l'ottimo, si ottiene il pessimo. Virtù principe per evitare di fare il passo più lungo della gamba è la prudenza che individua lo strumento migliore per ottenere, nella situazione data, il maggior bene possibile, che a volte non coincide con l'ottimo. Alcuni "ottimi", ossia alcuni fini eccelsi, sono possibili per tutti gli uomini e quindi impossibili per nessuno: la santità. Altri sono possibili solo per alcuni e quindi, a rovescio, impossibili per altri: vincere le Olimpiadi non è da tutti. Da ultimo, altre finalità non sono possibili a nessuno e quindi impossibili a tutti, sono mete che rimarranno sempre irraggiungibili per chiunque: essere onnipotenti. Dunque a volte l'impossibilità è legata alla singola persona, alle sue capacità personali. Parliamo di impossibilità relativa: voler vincere la gara dei 100 metri alle Olimpiadi avendo 90 anni. A volte l'impossibilità è invece legata alla natura umana. Si può parlare di impossibilità assoluta. Ad esempio voler essere onnipotenti è un fine impossibile da ottenere in quanto uomini. È invece nella natura di Dio essere onnipotente. In entrambi i casi possiamo dire che il mezzo non è in alcuno modo adeguato al fine, sia che si parli di capacità naturali che personali.  In merito all'impossibilità relativa, potremmo precisare che il fine è umanamente in sé possibile, ma diventa concretamente impossibile da soddisfare per le modalità adottate: un fisico di un novantenne non è "mezzo" adatto a vincere le Olimpiadi. Dunque esiste un fine per natura impossibile e un fine per natura possibile, ma a volte impossibile da soddisfare per i mezzi scelti.  VERSANTE MORALE Tutto questo sul piano descrittivo-fattuale. Spostiamoci ora sul piano prescrittivo-etico. Sul versante morale Tommaso d'Aquino ricorda una evidenza: «le cose impossibili non sono oggetto di elezione» (Summa Theologiae, I-II, q. 13, a. 5 c.), cioè non si può scegliere l'impossibile, l'ottimo impossibile da ottenere. Dunque sarebbe irragionevole perseguire un fine impossibile (assolutamente o relativamente impossibile). Ma se l'impossibilità di un'azione è irragionevole, ciò comporta che non solo tentare l'impossibile non è un dovere morale - «Nessuno è tenuto all'impossibile» (Tommaso d'Aquino, Scriptum super sententiis, lib. IV, d. 10, q. 1, a. 4, qc. 5, arg. 2) - ma addirittura è un male morale da cui astenersi, proprio perché contraddice la ragione. Conclusione: ci si deve astenere dall'impossibile, dall'ottimo irraggiungibile e si deve scegliere il maggior bene possibile. Quindi è compito della ragione saper distinguere tra obiettivi possibili (realistici) e obiettivi impossibili (irrealistici) e tra mezzi che rendono possibile raggiungere l'ottimo e mezzi che rendono impossibile raggiungere l'ottimo. Spieghiamo meglio perché è irrazionale voler l'impossibile (il soggetto poi sarà incolpevole se, senza sua responsabilità, non sapeva che il fine era impossibile). Lo illustra molto bene sempre l'Aquinate: «un atto che parte da una buona intenzione può diventare illecito, se è sproporzionato al fine» (Summa Theologiae, II-II, q. 64, a. 7 c.). Lo scalatore che, preso dalla foga di raggiungere la vetta, cade nel crepaccio, perseguiva un fine possibile ed anche moralmente lecito - ad esempio: scalare l'Everest per dare prova di superare i propri limiti, per ammirare il panorama sul tetto del mondo, etc. - dunque era animato da una buona intenzione, ma nel concreto non ha adottato le modalità di scalata congrue al fine: si è fatto prendere dalla foga. Questa modalità ha trasformato la natura dell'atto: da "dare prova di superare i propri limiti" a "attentare alla propria vita". Esponendosi a così rilevanti rischi per la salute e la vita a causa delle modalità scelte per scalare, l'atto, da buono che era, è diventato malvagio perché non è moralmente lecito esporre la propria vita ad un pericolo mortale se non per giustificati motivi, ossia, sempre in ossequio al principio di proporzione, per fini adeguati. Parimenti per l'impossibilità assoluta: la natura umana non è lo "strumento" adatto per fini che esulano dalle nostre capacità naturali (es.: onnipotenza).  C'è da appuntare che Tommaso scrive: «un atto [...] può diventare illecito, se è sproporzionato al fine». L'Aquinate non scrive che l'atto, se è sproporzionato, è sempre illecito. Dunque la sproporzione tra mezzi e fine non qualifica sempre l'atto come illecito. Infatti vi sono sproporzioni che rimangono nell'ambito del lecito perché la ragione le giudica comunque buone: apprezzando i maggiori effetti positivi direttamente ricercati e tollerando i minori effetti negativi non voluti, giudica l'atto globalmente inteso come efficace e quindi moralmente buono. Ad esempio un farmaco cura una certa patologia, ma produce necessariamente alcuni lievi effetti collaterali. La proporzione perfetta tra fine perseguito (l'ottimo ricercato, ossia la guarigione) e modalità per lucrarlo (somministrare un farmaco) sarebbe stata raggiunta se il farmaco non avesse provocato nessun effetto collaterale. Provocandolo, invece, le modalità per soddisfare il fine non sono perfettamente proporzionate al fine, ma ciò nonostante sono moralmente buone perché i benefici superano i danni: l'atto è assai buono seppur non ottimo. Di contro chi sceglie mezzi non congrui per soddisfare fini possibili (scalare l'Everest in un giorno) sicuramente compie un'azione moralmente riprovevole, perché l'impossibilità dei mezzi ci rivela che le modalità scelte sono grandemente sproporzionate ai fini. Perciò l'atto da astrattamente buono si trasforma in cattivo, come spiegato prima. In questo caso l'ottimo è nemico del bene perché si compie il male. OBIETTIVI REALISTICI Parliamo ora degli obiettivi realistici di grado sommo (l'ottimo) e degli effetti prodotti quando non usiamo i mezzi consoni a tali obiettivi. Ciascuno di noi ha il dovere morale di tendere al perfezionamento della propria persona, intesa in senso globale. Sforzarsi di essere perfetti in ambito spirituale, culturale, fisico, etc. è ciò che ci ha comandato di fare lo stesso Gesù: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). Detto in altri termini: dobbiamo puntare all'ottimo. Ma, ed è questo il punto importante, quasi sempre la vetta dell'ottimo si conquista metro dopo metro. Senza poi contare che la perfezione è, per così dire, sempre perfettibile. Ad esempio se una persona è già molto caritatevole potrà comunque sempre perfezionare questa sua virtù, anche se già espressa in grado elevato. Dunque all'ottimo in genere si giunge con una marcia di avvicinamento spesso assai lunga. È impossibile raggiungere in un solo giorno la cima dell'Everest dal campo base situato a valle. Perciò colui che persegue l'ottimo sempre impossibile da ottenere (impossibilità assoluta) o l'ottimo impossibile da ottenere in certi modi (impossibilità relativa) rischia, come appuntato prima, di ottenere poco o nulla o addirittura di subire un danno. Per esemplificare usiamo il caso dello scalatore che vuole raggiungere la cima dell'Everest in un giorno solo. Nel primo caso prova a raggiungere la vetta, non ci riesce, ma comunque ha compiuto un bel tragitto. Nel secondo caso non parte nemmeno dal campo base perché i suoi compagni di cordata si sono rifiutati di intraprendere una spedizione così folle. Nel terzo caso la necessaria foga della scalata per arrivare in vetta in un giorno lo porta a perdere un appiglio e a cadere in un crepaccio fratturandosi una gamba. Potremmo allora concludere che l'ottimo a volte è nemico del bene e quindi amico del nulla e del male. Quindi i fini possibili ed eccelsi - l'ottimo - devono essere soddisfatti per il tramite di mezzi adatti al fine, mezzi necessariamente eccelsi anch'essi, altrimenti il fine possibile diventa impossibile da soddisfare per colpa delle modalità non adeguate. In buona sostanza, relativamente alle modalità per conseguire l'ottimo, occorre essere realisti. Il principio di realtà trova una sua significativa pertinenza anche nell'ambito politico. Il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace nel suo Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa annota: «Il fedele laico è chiamato a individuare, nelle concrete situazioni politiche, i passi realisticamente possibili per dare attuazione ai principi e ai valori morali propri della vita sociale» (LEV, Città del Vaticano, 2004, n. 568). Tradotto: occorre rifuggire le utopie. Un caso in cui non si è seguito questo principio è il seguente. A seguito di una pronuncia della Corte Suprema statunitense (Webster v. Reproductive Health Services - 1989) che permetteva ai singoli Stati di intervenire in materia di accesso alle pratiche abortive in modo più restrittivo di quanto previsto dalla sentenza Roe v. Wade - 1973 che aveva legalizzato l'aborto negli USA, in Louisiana si propose un disegno di legge (Human Life Act, 1990) sì lecito dal punto di vista morale, ma eccessivamente pretenzioso. Tale disegno di legge non passò e si perse così l'occasio
Avvenire appoggia la transessualità dei minori
2026/02/17
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8453 AVVENIRE APPOGGIA LA TRANSESSUALITA' DEI MINORI di Tommaso Scandroglio   Ci risiamo. Avvenire scrive nuovamente a favore della transessualità, addirittura della transessualità dei minori. Lo fa affidandosi come di consueto alla penna di Luciano Moia, da anni assegnato d'ufficio alle questioni arcobaleno. Nell'articolo Come si cresce un figlio che non riesce a riconoscersi nel proprio corpo, Avvenire racconta due casi di minori con disturbi nello spettro dell'identità psicologica sessuale, che il giornale chiama "identità di genere", espressione che è di carattere ideologico. In un caso la minore ha deciso di non "cambiare" sesso. Moia usa il termine "desistenza" per indicare tale scelta, quasi ad alludere ad una resa dal sapore negativo di fronte al richiamo naturale a vivere secondo il proprio sesso biologico. Un deporre le armi obtorto collo nei confronti del nemico natura. Il secondo caso riguarda un ragazzo che poi è diventato all'anagrafe Chanel, ma che Avvenire indica sempre al femminile quasi che la sua condizione attuale sia quella autentica. La narrazione di questo caso è descrittiva, senza aggiunte, che sarebbero doverose, di rilievi critici. Chanel «ha imboccato serenamente la strada dell'affermazione di genere e ora è una adolescente che vive con maggior serenità la propria». L'articolo è un compendio del manuale del bravo rivoluzionario in casa cattolica. Infatti in esso sono presenti alcune strategie comunicative abbastanza diffuse in certi ambienti di casa nostra per inoculare il virus dell'omo e transeresia nel cattolico medio. In primo luogo non si citano mai gli argomenti contra. Tali argomenti sono di tre tipologie. La prima: gli studi scientifici che si oppongono alla transessualità. C'è da dire che alcuni studi nel pezzo di Avvenire vengono citati, ma sembrano quasi essere validi solo per chi decide di non voler "cambiare" sesso. Seconda tipologia: i principi di carattere etico che provano che il tentativo di "cambiare" sesso è contrario alla morale naturale. Terza tipologia: la Bibbia e il Magistero che condannano tale scelta e che pongono chi è a favore della transessualità fuori dalla dottrina cattolica. In breve, chi sostiene la bontà del "cambio" di sesso non può dirsi cattolico. La strategia è furba e iniqua: non si illustrano le obiezioni che il lettore non conosce e così si ha più agio nel perorare la propria tesi. NON VI SONO PRINCIPI MORALI Eliminati i principi morali, i riferimenti scritturistici, il Magistero e pure la scienza, non rimane che, per sostenere la validità morale della transessualità, l'esperienza concreta. Si chiama fenomenologia etica: il reale in quanto reale si autogiustifica eticamente. Tutto quello che succede, per il fatto stesso che succede, è buono. «È con questo atteggiamento, lontano dalle contrapposizioni ideologiche e attento alla concretezza delle vite...». Questa frase di Moia è in tal senso illuminante: non vi sono principi morali che possano regolare le singole circostanze di vita, ma ogni circostanza ha valore morale a sé. Scriveva il Nostro in un precedente articolo sempre sulla transessualità: «questioni che [...] sarebbe assurdo pensare di definire con una norma valida per tutte le circostanze». Dunque, ciò che non è prassi, fenomeno, concretezza è astrazione, ideologia. Conta solo il particolare esistenziale: l'esperienza a posteriori vince sulla norma che è sempre un a priori. Non c'è un fatto che possa trovare soluzione alla luce di valori previ, ma esiste solo il fatto stesso che si autoassolve o si autocondanna. Secondo tale visione, sono i casi concreti che ci indicano il bene e il male. Bene equivarrà all'utile, al piacere e dunque, tornando al nostro caso, alla soddisfazione di aver intrapreso un certo percorso. Il giudizio etico in definitiva è demandato alla percezione del singolo. Solo chi abita il fatto è giudice del fatto stesso. Gli altri sono incompetenti proprio perché estranei a quell'esperienza particolare: «Ascoltando le due mamme, con il rispetto necessario per ogni situazione familiare segnata dalla complessità, è facile convincersi che esiste un limite oltre il quale chi guarda dall'esterno non ha il diritto di andare», scrive Moia, che così conclude: «Non si tratta di stabilire chi ha vinto e chi perso [tra le due scelte]. Non siamo a una gara sportiva. E neppure decidere chi ha fatto bene e chi ha fatto male». Non c'è sospensione di giudizio morale per mancanza di informazioni fattuali, ma divieto di giudizio morale, giudizio demandato solo ai diretti interessati. Ecco allora che bisogna tuffarsi nell'infinita varietà delle biografie di questi ragazzi per discernere caso per caso, alla luce dei percepiti soggettivi, se la scelta è stata eticamente valida o no. E dunque, sempre secondo Avvenire, «la questione dell'identità di genere [...] non consente semplificazioni. È un terreno complesso». Parimenti, sulla vicenda della ragazzina tredicenne a cui il tribunale di La Spezia ha dato il benestare per "cambiare" sesso non possiamo appellarci a principi morali né tantomeno alla Rivelazione e al Magistero, ma la "verità" etica è nascosta nelle pieghe della vicenda stessa. Chi riuscirà ad analizzare con pazienza questo articolato vissuto potrà alla fine arrivare ad una sicura determinazione morale: «Nessuno di noi ha letto i referti degli specialisti - una documentazione amplissima - che hanno convinto i giudici a fare quella scelta», commenta Moia. INDICARE A CHI SOFFRE IL MOTIVO PER CUI SOFFRE Ma proseguiamo. Oltre alla comodità di non citare i giudizi contrari - Magistero compreso - oltre alla fenomenologia etica che tappa la bocca a chi non è coinvolto direttamente nel vissuto di questi ragazzi, un'altra tattica è quella dell'etica pietista: chi soffre ha sempre ragione. L'immediato corollario è il seguente: chi contesta chi soffre non solo ha torto, ma è senza cuore. Cioè, se tu sei contrario alla transessualità hai un cuore di pietra perché non conosci la sofferenza patita da questi ragazzi e dalle loro famiglie. Così Avvenire: «Nessuno ha assistito al lungo e certamente tormentato percorso di due genitori. [...] L'altra [ragazza], dopo verifiche e interrogativi la cui drammaticità è impossibile da sintetizzare in poche righe [...]; [il percorso] non ha risparmiato a Chanel momenti amari, sia nel rapporto con i compagni di scuola, sia con la comunità parrocchiale della diocesi di Padova dove la famiglia vive. A parole tanti attestati di vicinanza e di solidarietà, nella realtà una presa di distanza che di fatto ha spesso confinato la famiglia in una condizione di solitudine. [Occorre andare] oltre le polemiche. Perché chi ancora vorrebbe ridurre le questioni di genere a una lotta tra fazioni - pro o contro il mondo trans - mostra di non comprendere il dramma vissuto da questi ragazzi, da queste ragazze, e dalle loro famiglie. Ascoltiamoli prima di giudicare». Facciamo il caso di un ragazzino che per drammi familiari, per ambiente sociale degradato dove è cresciuto soffrendo molto si sia dato al furto. La sofferenza del ragazzo, assai comprensibile, dovrebbe giustificare il furto? Dovrebbe trattenerci dal giudicare il furto come atto malvagio? No, di certo. L'amore per il prossimo, che secondo Moia manca a chi critica la transessualità, non esclude da una parte vicinanza a chi soffre e su altro versante chiarezza nell'indicare a chi soffre il motivo per cui soffre e quindi la via di uscita per non soffrire più: via di uscita che non è mai confermare la persona sofferente nella sua scelta di "cambiare" sesso, perché, come gli studi attestano, questa scelta non farà altro che peggiorare la sua situazione. La realtà sessuata non è mai sbagliata, semmai è la mente che può errare. Ultima considerazione. Avvenire è quotidiano della Conferenza episcopale italiana e questo articolo rispecchia fedelmente il suo orientamento in tema, così come ha ricordato lo stesso Moia citando uno stralcio del documento finale dell'assemblea sinodale della Chiesa italiana: «Le Chiese locali, superando l'atteggiamento discriminatorio a volte diffuso negli ambienti ecclesiali e nella società, si impegnino a promuovere il riconoscimento e l'accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender, così come dei loro genitori, che già appartengono alla comunità cristiana». Come avevamo già appuntato a suo tempo, la Cei chiede non solo vicinanza alle persone omosessuali e transessuali, ma di riconoscere come valido il loro orientamento. Dunque, è inutile chiedere al capo di riprendere un suo dipendente, dato che questi non ha fatto altro che obbedire ai suoi ordini.
Lo stratagemma della corte UE per imporre le "nozze" gay
2026/02/17
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8417 LO STRATAGEMMA DELLA CORTE UE PER IMPORRE LE ''NOZZE'' GAY di Tommaso Scandroglio   Mentre l'anticultura woke ripiega in ordine sparso al di là dell'Atlantico, in Europa sembra non spegnersi la sua spinta rivoluzionaria. Ne è un esempio l'ultima sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea che riguarda i "matrimoni" omosessuali. Il caso è questo: due cittadini polacchi si "sposano" in Germania, dato che la Polonia non riconosce il cosiddetto matrimonio egualitario. Tornati in patria vorrebbero che la loro unione venisse riconosciuta anche dagli uffici dello Stato civile. Ma giustamente il comune di residenza dei due nega il riconoscimento. Ne nasce una vertenza che, appunto, approda alla Corte di Giustizia. Quest'ultima ha così sentenziato: «Gli Stati membri sono [...] tenuti a riconoscere, ai fini dell'esercizio dei diritti conferiti dal diritto dell'Ue, lo stato civile legalmente contratto in un altro Stato membro». Dunque la Polonia, così come tutti gli altri Stati, compresa l'Italia, deve riconoscere il "matrimonio" gay contratto in un altro Stato, sebbene non sia costretta ad avere una legge sulle "nozze" arcobaleno. E qui abbiamo già una prima contraddizione: se uno Stato è obbligato a riconoscere i singoli "matrimoni" omosex, perché non dovrebbe anche dotarsi di una legge per legittimare, in generale, le "nozze" omosessuali? Se la mancanza di riconoscimento dei "matrimoni" tra persone dello stesso sesso celebrati all'estero lede, come vedremo, il rispetto della vita privata e familiare, questa lesione non dovrebbe sussistere anche per tutti i cittadini omosessuali che vorrebbero "sposarsi" in patria, ma non possono farlo perché manca una legge? LA CONTRADDIZIONE È evidente la contraddizione, contraddizione che la Corte non ha voluto superare perché non poteva superarla, ben sapendo che sul tema "matrimonio" ogni Stato è sovrano. Ma, aggiungiamo noi, se su tale materia lo Stato è sovrano, perché imporgli di riconoscere un vincolo contratto all'estero che lo Stato stesso rigetta e su cui solo lui, e non l'Europa, può decidere se legittimare o no? Perché dunque affermare che i "coniugi" omosex «in virtù del matrimonio, devono avere la certezza di poter proseguire tale vita familiare al momento del ritorno nel loro Stato membro di origine»? Questa catena di contraddizioni si può forse spiegare nel modo seguente: la Corte procede per gradi. Iniziamo ad obbligare gli Stati a riconoscere i singoli "matrimoni" celebrati all'estero e poi arriveremo ad obbligarli ad avere una legge ad hoc. Per quale ragione la Corte di Giustizia ha imposto alla Polonia, come agli altri Stati, di riconoscere le "nozze" gay celebrate in un altro Stato? Per due motivi. In primo luogo perché la mancanza di riconoscimento violerebbe la libertà di circolazione dei cittadini UE da uno Stato all'altro, come previsto dall'Accordo di Schengen. Nostro commento: una cosa è tutelare la libertà di circolazione, un'altra è essere obbligati a riconoscere uno status che per un Paese è contrario all'ordine pubblico e all'identità nazionale. Facciamo un esempio: vi sono Stati che concedono lo status di rifugiati politici a soggetti giudicati dal proprio Paese di origine come criminali. Applicando il criterio indicato dalla Corte di Giustizia che fa riferimento alla libertà di circolazione, questi soggetti, tornati in patria, non dovrebbero finire in carcere. Il riferimento alla libertà di circolazione è dunque pretestuoso: in altri termini, negare il riconoscimento di coppia coniugata non impedisce alla coppia gay di girare per l'Europa. Inoltre il caso si riferisce non ad una coppia gay tedesca "sposata" in Germania che gira per l'Europa, ma ad una coppia residente stabilmente in Polonia che era andata in Germania solo per "sposarsi" e poi ha fatto ritorno in patria. Dunque, l'appello alla libertà di spostamento è doppiamente pretestuoso. CONTROLLI PREVENTIVI ASFISSIANTI Il secondo motivo per cui la Corte di Giustizia ha bacchettato la Polonia fa riferimento alla violazione della tutela della vita privata e familiare, ex art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. In origine questo articolo voleva tradurre in norma il seguente principio: tanto Stato quanto è necessario. E dunque "No" all'ingerenza dello Stato nella vita privata delle persone e delle famiglie. "No" ai controlli preventivi asfissianti sugli aspetti più minuti della vita. "No" al principio di ausiliarietà, dietro cui si cela la volontà di esautorare la famiglia dai propri compiti per sostituirsi ad essa. Ora, la locuzione "tutela della vita privata e familiare" in mano ai giudici europei ha avuto negli anni una interpretazione estesissima. Ad esempio, si ritiene violato questo principio se lo Stato non permette sempre e comunque l'aborto, la fecondazione artificiale, l'eutanasia, eccetera. In accordo a questa esegesi, lo Stato viola l'art. 8 se non riconosce i "matrimoni" gay. Ma in questo caso l'ordinamento non viola la libertà personale quando decide che alcune scelte sono contrarie al bene della persona, perché la libertà è tale solo se connessa al bene autentico. Dunque, non regge la critica dei giudici della Corte quando affermano che il mancato riconoscimento provocherebbe «gravi inconvenienti amministrativi, professionali e privati». Li provoca proprio perché hai violato la legge. Se non volevi tali inconvenienti non dovevi "sposarti". In breve, come già accennato, l'Unione Europea oggi chiede il riconoscimento dei "matrimoni" gay avvenuti all'estero affinché domani ogni Paese possa dotarsi di una norma legittimante tali unioni. L'azzurra bandiera dell'UE sta diventando sempre più arcobaleno.
Provetta letale, le malattie dei padri ricadono sui figli
2026/01/13
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8416 PROVETTA LETALE, LE MALATTIE DEI PADRI RICADONO SUI FIGLI di Tommaso Scandroglio   Le colpe dei padri ricadranno sui figli. A volte anche le malattie dei primi ricadranno sui secondi. A seguito di un'attività investigativa svolta da 14 emittenti pubbliche, si è scoperto che quasi 200 bambini, concepiti tramite fecondazione artificiale, sono nati dallo sperma di un unico "donatore", il quale è portatore di una mutazione del gene Tp53. Questa mutazione può far insorgere nel 20% di questi bambini la sindrome di Li Fraumeni la quale aumenta fino al 90% il rischio di contrarre dei tumori nell'infanzia e il tumore al seno per le donne. L'uomo ha iniziato a "donare" il suo sperma nel 2005 e si è fermato nel suo desiderio di emulare Abramo nel 2022. La Banca europea del seme ha reso noto che l'uomo non è malato e che il suo seme è stato utilizzato da 67 cliniche in 19 Paesi per far nascere 197 bambini. Circa 200 bambini a cui bisogna sommare almeno altri duemila bambini morti durante le tecniche di fecondazione artificiale. Il calcolo riguardo ai bambini venuti alla luce è sicuramente in difetto perché non tutti i Paesi hanno comunicato i dati relativi a questo caso. 67 di quei 197 bambini sono stati già sottoposti ad esame e in 23 di loro è stata rinvenuta la maledetta mutazione. A dieci di loro è stato diagnosticato un tumore e alcuni sono già morti. Per gli altri, come già accennato, il rischio di ammalarsi gravemente è elevatissimo. Clare Turnbull, genetista oncologa presso l'Istituto di ricerca sul cancro di Londra, ha dichiarato alla BBC: «Quella della sindrome di Li Fraumeni è una diagnosi terribile. È molto difficile da accettare per una famiglia, è pesante convivere con la probabilità di sviluppare un cancro». I genitori sono infatti obbligati per molti anni a sottoporre i figli ad esami per individuare in modo precoce eventuali tumori. Si vive con la spada di Damocle sulla testa e spesso quella spada cade impietosa. UN PROBLEMA DUPLICE La levata di scudi è stata immediata. Il problema sarebbe duplice: a livello internazionale e nazionale si permetterebbero troppe "donazioni" da un unico soggetto. Secondo: occorrono screening più accurati. Partiamo dal primo inciampo il cui ragionamento è semplice: meno concepimenti, meno bambini ammalati. Ciò non corrisponde al vero: se si diminuiscono i concepimenti da un unico donatore si aumenteranno per compensazione i concepimenti da più donatori, anch'essi portatori eventualmente della stessa o di altre patologie genetiche. In secondo luogo e andando al nocciolo del problema, parrebbe che la malvagità della fecondazione eterologa risiederebbe nel numero di "donazioni". Sarebbe una questione quantitativa e non qualitativa, ossia riferibile alla qualità dell'atto, al cosa è la fecondazione extracorporea. Ma il vero problema etico non è nel grado dell'atto - individuare la soglia oltre la quale il numero di "donazioni" diventa moralmente illecito - bensì nella specie dell'atto - è la fecondazione artificiale in sé ad essere atto moralmente illecito: il numero rende "solo" più grave l'illecito. In merito all'esigenza di esami più accurati sui gameti, risponde Allan Pacey, già direttore della Sheffield Sperm Bank e ora è vicepreside della Facoltà di Biologia, medicina e salute all'Università di Manchester: «Non è possibile effettuare screening per tutto, accettiamo solo l'1% o il 2% degli uomini che si candidano come donatori di sperma nell'attuale sistema di screening, quindi se lo rendessimo ancora più rigoroso non ne avremmo più nessuno», racconta sempre alla BBC per spiegare che per prassi non viene ricercata la mutazione Tp53 al pari di moltissime altre. Dunque non rendiamo più rigorosi i controlli altrimenti non possiamo più vendere l'eterologa a nessuno e lasciamo invece che i rischi sulla salute ricadano sui bambini. D'altronde il ragionamento è coerente: se con la fecondazione artificiale espongo più del 90% dei concepiti ad un rischio mortale perché tenere indenne da questo stesso rischio i sopravvissuti alla provetta? L'ORIGINE DEL DRAMMA DELLA PROVETTA Qual è invece il peccato originale di questo dramma della provetta? Non sta essenzialmente nel numero di filiazioni per procura, né negli screening genetici, bensì nelle stesse tecniche di fecondazione extracorporea. La generazione a seguito del rapporto sessuale riduce di molto il rischio di trasmettere tare genetiche. Infatti madre natura, o Dio Padre a seconda del proprio grado di maturazione spirituale, seleziona già il migliore (almeno sulla carta) spermatozoo per fecondare. La tanto decantata selezione naturale darwiniana qui viene abbandonata a favore di una selezione artificiale che è assolutamente fallace, perché è quasi impossibile trovare tra centinaia di milioni di spermatozoi il più talentuoso perché il più sano. Siamo tutti per il bio, ma non quando si parla di figli. Il bio-figlio viene sostituito dal tecno-figlio e i risultati sono questi. È inevitabile: stante l'inscindibile unità di spirito e corpo, quando violiamo una legge metafisica i danni si ripercuotono anche nel mondo fisico. Il disordine morale si riverbera nel disordine fisico. Violate il principio morale secondo il quale solo dall'abbraccio amorevole tra marito e moglie è lecito che nasca un figlio e avrete figli ammalati - e non solo della sindrome di Li Fraumeni, ma anche di moltissime altre patologie (clicca qui qui, qui e qui) - avrete centinaia di figli di un unico padre e centinaia di fratellastri sparsi per il mondo, ledendo così il diritto nativo di ogni bambino di crescere con il proprio padre e con i propri fratelli e ferendo a morte l'istituto della famiglia qui polverizzato in una congerie di relazioni solo biologiche e non più sociali, solo genetiche e non più affettive. È proprio vero: le colpe dei padri ricadranno sui figli.
Eutanasia chiama eutanasia: cosa spiega il boom canadese
2026/01/13
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8413 EUTANASIA CHIAMA EUTANASIA: COSA SPIEGA IL BOOM CANADESE di Tommaso Scandroglio   16.499. Sono i decessi per eutanasia avvenuti in Canada nel 2024 secondo il Sesto rapporto annuale sull'assistenza medica al suicidio (MAID). Dal 2016, anno di legittimazione del suicidio assistito, ad oggi i decessi per MAID ammontano ad oltre 76mila. 16.499 decessi per eutanasia corrispondono al 5,1% di tutti i decessi. Ciò vuol dire - dato ancor più amaramente interessante - che un decesso su 20 in Canada avviene a causa di trattamenti eutanasici. Il report ci informa che le richieste respinte ammontavano a 6.036. Rispetto al 2023 c'è stato un aumento di decessi per suicidio assistito del 6,9%, un aumento che numericamente è sempre in crescita dal 2019, primo anno di rilevazione. La maggior parte delle persone morte per MAID, il 95,6%, aveva poco tempo da vivere. Quel 4,4% di persone suicidatesi sebbene non fossero sul punto di morire sembra una percentuale da poco ma corrisponde a 732 persone, segnando un +17,12% rispetto al 2023, persone perlopiù affette da disabilità. Come spiegare questi numeri? E, più in generale, come spiegare il fenomeno dell'eutanasia che nel mondo, seppur a velocità diverse, sta sempre più dilagando? Le motivazioni sono plurime. Qui accenniamo solo ad alcune. In primo luogo si fa sempre più fatica a considerare la persona custode di una preziosità intrinseca incommensurabile al di là della maggiore o minore perfettibilità fisica, al di là delle patologie da cui può essere affetta, al di là della sofferenza patita, al di là della capacità di svolgere alcune funzioni quali il linguaggio, la coscienza di sé e del mondo intorno a sé, l'autonomia etc. Il giudizio morale viene calibrato secondo il criterio della qualità della vita, non secondo il criterio della dignità intrinseca della persona, dignità che è assoluta, ossia svincolata da parametri come salute ed efficienza. LA COSCIENZA COLLETTIVA Queste categorie qualitative, invece, sono state fatte proprie in modo profondo dalla coscienza collettiva tanto che gli stessi pazienti non solo giudicano le proprie esistenze malate ormai non più degne di essere protratte nel tempo, ma reputano le stesse come un fardello insopportabile da far portare a parenti ed amici, i quali, loro stessi, non sono più disposti a sopportare tale carico di sofferenza ed assistenza ed a supportare il proprio caro fino alla fine. Il secondo nodo quindi è dato dall'individualismo radicale, ambiente asfittico in cui siamo immersi tutti noi ogni giorno. La concentrazione dell'universo nel nostro ombelico ci fa percepire gli altri o come nemici del nostro benessere, se ci possono danneggiare, o come alleati per il nostro benessere, se possono tornarci utili. Ovvio che il nonno morente non può che rientrare nella prima categoria. L'eutanasia diventa quindi risorsa per tutelare il nostro dorato egoismo: la morte anticipata significa anticipare altresì il ritorno alla nostra vita, ai nostri agi, ai nostri progetti, ai nostri divertimenti, etc. L'eutanasia è sempre preceduta dall'abbandono affettivo, ancor prima che clinico. Chi sta morendo, ma è circondato da affetto, aspetta la morte, non le corre incontro. Chi si sente solo già si sente morto. C'è un dato nel report canadese che ce lo conferma: quasi tre quarti (74,1%) delle persone decedute per MAID hanno ricevuto cure palliative. Una certa propaganda pro-life, anche italica, afferma che più si estendono le cure palliative meno richieste di eutanasia avremo. Bisogna capirsi. Se per cure palliative si intende - come si dovrebbe - le terapie antalgiche, ossia contro il dolore, e la cura totale della persona, comprendendo anche la vicinanza affettiva, allora quella dinamica inversamente proporzionale prima descritta è vera: più cure palliative significa meno eutanasia. Ma qualora per cure palliative si intendessero solo le somministrazioni di oppiacei o similia, allora le richieste di morire non diminuiranno. Ed infatti sebbene la quasi totalità dei richiedenti MAID si fosse sottoposta a cure palliative, ossia a terapie antalgiche, ciò non ha impedito di anticipare la loro morte con l'eutanasia. Perché gli oppiacei tolgono il dolore fisico, ma per il dolore dell'anima, che è quello che ti fa desiderare di morire, servono gli abbracci e sguardi in cui tu riconosci ancora il tuo valore perché ti senti amato. Dobbiamo poi ricordarci di quel quasi 26% che ha voluto morire e non ha avuto bisogno di cure palliative, ciò a testimonianza che il dolore fisico non è il discrimen vero, bensì è la sofferenza psicologica a fare la differenza. IL FENOMENO DEL CONTAGIO SOCIALE L'eutanasia sta crescendo in Canada come nella coscienza di molti anche grazie al cosiddetto fenomeno del contagio sociale. Più se ne parla, più si pratica. Più si pratica, più persone prenderanno esempio da chi ha compiuto queste scelte. La diffusione di un costume porta alla sua normalizzazione sul piano morale. Un altro fattore adiuvante la pratica dell'eutanasia è sicuramente la sua legalizzazione. Ogni norma educa o diseduca il cittadino. Il ragionamento è tanto semplice quanto erroneo: se c'è una legge sul suicidio assistito, vuol dire che questa pratica è anche moralmente praticabile. La depenalizzazione di una pratica - dunque nel nostro caso evitare di mandare in carcere chi aiuta qualcuno a togliersi la vita - non fa che incentivare la pratica stessa. È contraddittorio quindi affermare che per debellare un certo fenomeno è necessario depenalizzarlo o addirittura legittimarlo. Un penultimo motivo, tra i diversi, che qui vogliamo rammentare in merito all'incentivazione della pratica dell'eutanasia è da rinvenirsi nella perdita del senso della sofferenza. Scriveva nel 2016 il cardinal Elio Sgreccia: «La risposta del mondo secolarizzato di fronte alla sofferenza è ben preciso: quello del rifiuto. Ciò vuol dire che la sofferenza deve essere combattuta e dominata in tutti i modi e, quando non è più suscettibile di guarigione, deve essere rifiutata la vita provocando la morte. [...] L'atteggiamento di rifiuto della sofferenza, a modo di negazione, porta così la cultura ad eliminare il sofferente come portatore di sofferenza, destituendolo della sua dignità di persona» (Sofferenza e morte nella cultura contemporanea, in Congregazione per la Dottrina della Fede, Sull'eutanasia, LEV, pp. 50 e 55). La sofferenza può acquistare valore solo se intendiamo l'uomo un essere spirituale, solo se la prospettiva è metafisica. Unicamente uno sguardo trascendente può assegnare significato a ciò a cui la ragione non riesce per sue sole forze a dare senso. Il dolore può essere accettato e offerto al fine di diventare prezzo di riscatto per i propri peccati e per i peccati altrui. Anche il dolore altrui inconcepibile e umanamente devastante come quello dei bambini può essere offerto a Dio e comunque anche in esso c'è sicuramente un valore, perché nulla esce dalle mani provvidenziali di Dio. Tutto egli vuole o permette per un bene maggiore. Ma l'uomo contemporaneo, e così arriviamo all'ultimo motivo della diffusione dell'eutanasia, è ateo per definizione. La sofferenza, chiusa nella prospettiva immanente del mondo, è di per sé insensata. Se poi Dio non c'è, il senso di questa esistenza termina con la nostra morte e dunque una esistenza che reca con sé più affanni che benedizioni, più angustie che soddisfazioni è una esistenza che non vale più la pena di vivere. È una vita già morta in sé.
Intervista col santo, i rischi dell'IA (che ci avvicina a Matrix)
2026/01/13
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8414 INTERVISTA COL SANTO, I RISCHI DELL'IA CHE CI AVVICINA A MATRIX di Tommaso Scandroglio   Il ricco epulone doveva morire ai nostri giorni. Se fosse successo, avrebbe chiesto all'Università di Padova di poter parlare lui o di far parlare Lazzaro con chi non era ancora morto, scavalcando così il duro divieto di Abramo, che gli negò ogni forma di comunicazione con quelli che erano ancora nell'Aldiquà. Infatti, grazie all'Intelligenza Artificiale (IA), alcuni ricercatori dell'università patavina sono riusciti a far parlare un defunto. Ma non un defunto qualsiasi, bensì San Carlo Acutis. All'interno del progetto di ricerca chiamato Memoria digitale e narrazione del sacro: il caso Carlo Acutis che vorrebbe ricreare avatar di defunti per poter interloquire con loro, i ricercatori hanno realizzato un chatbot - un software che simula la conversazione umana - chiamato Io sono Carlo. In breve hanno addestrato questo programma di IA facendogli leggere quattro volumi di Antonia Salzano, madre di Carlo, e un bel po' di sana dottrina cattolica. Il risultato è stata una intervista al trapassato Carlo pubblicata sul Corriere della Sera. Le domande vertevano sull'Aldilà e i suoi ospiti, su come era Dio, se c'era l'Inferno et similia. Il Carlo robotizzato ha risposto in modo diligente, ricordando la dottrina di sempre su queste tematiche infarcendo le risposte con alcuni passaggi autobiografici. Il tutto in uno stile giovane e fresco, ben adatto ad un 15enne che tale, a quanto pare, dovrebbe rimanere per sempre anche in Cielo. UN CLONE DIGITALIZZATO A scanso di equivoci: il Carlo che rispondeva alle domande non è il Carlo che ora è in Paradiso, bensì è un clone digitalizzato di quel Carlo, un pappagallo che ripete con un certo ordine logico ciò che i suoi sviluppatori gli hanno dato in pasto da leggere. Detto ciò interroghiamoci su questo esperimento mediatico, dove i medium sono i ricercatori e lo spirito evocato appare grazie all'IA. La Chiesa ammonisce dal parlare con i defunti. Ma in questo caso tutti dovrebbero essere ben coscienti che quel Carlo finito sul Corsera non è il defunto da poco canonizzato, ma una copia. Abbiamo usato il condizionale perché in questa simulazione si nasconde il vero pericolo per le anime delle persone.  Infatti leggendo l'intervista si ha proprio l'impressione che sia Carlo Acutis in spirito e anima, ma non in carne ed ossa, a rispondere. Le risposte rispecchiano così fedelmente l'immagine che noi tutti ci siamo fatti di quell'adolescente, che non appaiono verosimili, bensì vere. E qui sta l'inganno: la coscienza che si tratti solo di un robot addestrato a rispondere a comando e in modo genuino viene scalzata dalla suggestiva percezione che l'interrogato sia realmente l'Acutis. L'autenticità del modo soppianta l'autenticità della persona. Il mezzo si antropomorfizza. Se poi pensiamo che la ricerca vorrebbe espandere l'esperimento ad altri de cuius anche non noti, il rischio aumenta in modo esponenziale. Se infatti la mamma che ha perso un figlio farebbe di tutto per poter parlare ancora con lui, l'IA offrirebbe a lei uno straordinario succedaneo per lenire le sue sofferenze. Ma, ecco il punto, si tratterebbe di una illusione. MATRIX I want to believe it, direbbero gli anglofoni, ossia voglio crederci anche se so che è tutta una finzione. Meglio una finzione ben apparecchiata, che la cruda e spietata realtà. La realtà virtuale è migliore di quella attuale. È il vecchio tema di Matrix: pillolina blu o rossa.  Vivere in un'appagante falsità o scorticarsi il cuore rimanendo incastrati in una realtà spietata? Ecco allora che l'Intelligenza Artificiale ha creato per davvero un paradiso altrettanto artificiale. Non esistono solo più le droghe per fuggire dalla realtà, ma anche gli algoritmi che rimpastano scritti, video e audio del passato per generare un compiacente presente, un presente che può parlarci anche al di là della morte. Ed eccoci ad una seconda illusione: l'IA diventa uno strumento per eternarci, per sfuggire alla decomposizione della memoria, per spiritualizzarci rendendoci sempre vivi e presenti grazie ad un click sulla tastiera. Per i nostri posteri saremo sempre raggiungibili infrangendo le barriere del tempo e anche quelle della sensatezza. Ma vi è una terza illusione, l'illusione più grande, che è quella di credere che l'IA possa tutto. A ChatGPT si chiedono consigli d'amore, su come uscire dalla depressione, spiegazioni sul senso della vita, notizie attendibili sull'Aldilà posto che esista. Se con la rivoluzione industriale abbiamo delegato alle macchine la fatica, con la rivoluzione digitale abbiamo inizialmente delegato alla tecnologia la ricerca di informazioni, ora con l'IA abbiamo delegato il pensiero. Ossia il giudizio, il ragionamento. Dovrebbe essere evidente che un Carlo Acutis che ci risponde sullo schermo di un pc è solo teatro, seppur teatro 2.0. Ma il fatto che si vuole credere alla finzione è segno che abbiamo abdicato alla ragione. Ormai funzione sempre più appaltata agli algoritmi. Una volta ci si affidava ai santi, certi che ci ascoltavano anche se non ci parlavano. Oggi ci si affida all'IA che fa le veci dei santi, santi parlanti, pensando poi che faccia miracoli. Ma miracoli non sono. Assomigliano più a miraggi, ad allucinazioni.
Bacio gay al concerto di capodanno, una bomba contro la cultura
2026/01/13
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8412 BACIO GAY AL CONCERTO DI CAPODANNO, UNA BOMBA CONTRO LA CULTURA di Tommaso Scandroglio   Il famoso Concerto di Capodanno a Vienna, eseguito dai Wiener Philharmoniker, è stato sequestrato dall'ideologia LGBT. Infatti il direttore d'orchestra Yannick Nézet-Séguin (nella foto), apertamente gay, ha dapprima eseguito un pezzo dal titolo inequivocabile: Rainbow Waltz, ossia il Valzer arcobaleno. E poi, durante la celebre Marcia di Radetzky, brano obbligato di ogni Concerto di Capodanno, è andato a baciare sulla nuca il proprio compagno Pierre Tourville, violinista dei Wiener che stava eseguendo la marcia. Correttamente il sito Gay.it appunta: «Che lo si voglia o no, rendere visibile un amore gay in un contesto come quello del Concerto di Capodanno di Vienna è un atto politico. Non perché porti con sé uno slogan, ma perché normalizza ciò che per secoli è stato rimosso». Il messaggio politico volto a normalizzare ancor di più l'omosessualità è stato dirompente per più motivi. In primis il Concerto viennese è il paradigma della tradizione, concerto che si svolge nel tempio della tradizione viennese: la sala dorata del Musikverein di Vienna. Il bacio gay è in questa prospettiva terrorismo puro, atto violento che rivoluziona la tradizione perché la uccide, ne contesta in radice tutti i suoi valori, tra cui ovviamente la diversità uomo e donna e l'attrazione reciproca, la famiglia naturale e molto altro. Ecco allora spiegata la scelta non solo di baciare il compagno, a lui unito civilmente, durante il concerto, ma proprio durante la Marcia di Radetzky, pezzo per antonomasia tradizionalissimo. I prodromi di questo approccio dinamitardo e compiaciuto nella sua volontà di scioccare erano già nell'aria: il pubblico che applaude in momenti vietati, l'orchestra che canta e soprattutto l'attore-direttore che si mette a dirigere dalla platea, convinto che tutto ciò che è rottura sia eticamente valido, tutto ciò che rompe gli schemi è liberatorio perché al di là dei limiti si esprimerebbe l'autenticità personale. Su altro fronte il Concerto di Capodanno si svolge nell'atmosfera, meglio: nel contesto della felix Austria. Tutto trasuda Austria imperiale. Austria felice anche perché l'impero degli Asburgo è stato radicalmente e profondamente cattolico. Il bacio omosessuale allora vandalizza anche questo ambiente culturale e di fede che è strettamente connaturato alle musiche eseguite durante il Concerto di Capodanno. Chiara è stata dunque la volontà di violentare l'anima della nostra storia intessuta di identità cristiana e ordine divino. Un gesto deflagrante anche sotto la prospettiva spirituale. Il bacio gay scambiato non da due comparse qualsiasi, ma da due attori del Concerto allora è volutamente e consapevolmente omicida: uccide la tradizione, il portato culturale più sanamente occidentale, la nobilità, il pudore, il decoro - tre anime proprie del Concerto di Capodanno e dei Wiener - e soprattutto la fede cattolica di un Paese e di un Continente. Il gesto letale però è stato astutamente indorato grazie agli stucchi e, per l'appunto, agli ori della sala, grazie alla musica classica che in quel Concerto più classica non potrebbe essere, una musica esuberante, allegra, festante. In quella cornice così brillante la bomba sganciata dal direttore è stata percepita come un innocuo e divertente petardo di fine d'anno, una trovata che ben si poteva inserire in quel clima di baldoria musicale. A margine: guai se a scambiarsi quel bacio fosse stato il direttore e sua moglie. Sarebbe stato giudicato perlomeno inopportuno. Ma ai gay tutto è scusato, anzi tutto è grato. La storia si ripete: Gesù fu tradito da un bacio ed un bacio oggi tradisce la nostra storia.
Denatalità, le motivazioni culturali che non si vuol riconoscere
2026/01/13
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8415 DENATALITA', LE MOTIVAZIONI CULTURALI CHE NON SI VUOL RICONOSCERE di Tommaso Scandroglio   La denatalità morde sempre di più in Europa: 1,18 figli per donna in Italia, 1,62 in Francia, 1,1 in Spagna, 1,35 in Germania e 1,41 in Gran Bretagna. Constatato questo scenario desolante, il Sole 24 Ore ha pensato bene di commissionare a Noto Sondaggi un'indagine demoscopica sul tema denatalità per metterne in luce le cause. L'indagine ha riguardato un campione di giovani tra i 18 e i 35 anni che vivono in Italia, Spagna, Germania, Gran Bretagna e Francia. Il succo del sondaggio è questo: i giovani e giovanissimi italiani sono molto meno pro-family dei loro coetanei europei e i motivi sono culturali. Analizziamo qualche dato. Alla domanda se si intende avere un primo figlio o altri figli il 42% dei giovani italiani risponde «Forse, ma non ho progetti concreti», quando invece la maggioranza seppur relativa degli altri Paesi (circa un terzo degli intervistati) dichiara che pensa di avere un figlio entro i prossimi 3-5 anni. E quei pochi italiani che intendono avere figli li vogliono in un numero inferiore rispetto a quello indicato da spagnoli, francesi, tedeschi e inglesi. Per la maggior parte degli italiani (57%) non si mettono al mondo più bambini per motivi economici (siamo superati in questo giudizio solo dai tedeschi). I motivi culturali sono indicati solo dal 13% del campione (tale percentuale è più bassa rispetto a quella indicata dagli altri Paesi). Va da sé che per i giovani italiani i rimedi passano attraverso gli incentivi economici e la riorganizzazione del lavoro. All'ultimo posto troviamo i cambiamenti culturali. Ma, come vedremo, i motivi culturali in realtà sono al primo posto secondo il giudizio degli stessi intervistati. Un'altra domanda è rivolta solo a chi non ha figli o non li vuole avere: perché non li cerchi? Indichiamo solo le prime quattro risposte più gettonate: costo della vita (41%); mancanza di un partner stabile (39%); libertà personale e carriera (37%); instabilità lavorativa (30%). E chi ha deciso di non avere figli dichiara, nel 60% dei casi, che è frutto di una decisione autonoma, presa perché lo rende felice. Ecco che accanto a motivazioni di carattere economico iniziano ad occhieggiare altre motivazioni di carattere psicologico e sociologico. NON AVERE FIGLI Queste differenti motivazioni iniziano a consolidarsi quando si chiede di indicare i fattori più significativi che influenzano la decisione di non avere figli (le percentuali qui indicate sono sempre maggiori rispetto agli altri Stati): costi (78%); incapacità di conciliare famiglia e lavoro (77%); insicurezza sul lavoro (71%); incertezza sul futuro (70%); stile di vita (60%); mancanza di supporto familiare (58%); limitazione della qualità di vita personale (52%); immaturità personale (50%). Le motivazioni di carattere sociale e psicologico per decidere di non avere figli poi emergono ancora più chiaramente dalle seguenti affermazioni: il 58% è d'accordo che avere figli è una tappa della vita adulta (ma in questo giudizio arriviamo penultimi rispetto agli altri Paesi); le persone oggi privilegiano la libertà personale alla genitorialità (64%); la genitorialità è una delle molte forme di realizzazione personale (70%); oggi si è meno propensi a ridefinire la proprie priorità personali per diventare genitori (64%); oggi è difficile conciliare la famiglia con l'autorealizzazione (70%); le aspettative sociali influenzano ancora grandemente la decisione di avere figli (62%). In merito al contesto sociale in cui abitiamo, gli italiani sono più critici rispetto agli altri cittadini europei verso il sistema Paese in cui vivono sempre relativamente al tema della genitorialità: le politiche sulla natalità, il contesto lavorativo e sociale, le istituzioni etc. non aiuterebbero a sufficienza. In particolare, per il 72% del campione (negli altri Paesi le percentuali sono nettamente inferiori) la società non valorizza adeguatamente la genitorialità rispetto alla realizzazione personale e professionale. Quindi è un'accusa verso la mentalità diffusa, ma poi nelle risposte che abbiamo già indicato, sono gli intervistati stessi che si adeguano a questa mentalità anti-natalità. Insomma imputano agli altri un errore che sono loro stessi a compiere. UNA SINTESI Proviamo a fare una sintesi di tutti questi dati. Il campione ha indicato nelle motivazioni economiche le prime cause che dissuadono dall'avere un figlio. Poi vengono indicate altre cause non strettamente di carattere economico: mancanza di un partner stabile, limitazione della libertà personale, carriera, mancanza di un supporto familiare, immaturità, paura del futuro, clima sociale che non valorizza la genitorialità, mancanza di politiche adeguate. Le motivazioni economiche e le altre di carattere sociale e psicologico possono essere collegate tra loro? Sì. Se confrontiamo tutte le risposte osserviamo che nella coscienza collettiva il figlio non vale così tanto da sacrificare libertà personali, aspirazioni, carriera. Tanto è vero che chi non ha figli è felice di non averli, anche perché parte del campione è così giovane che non si vede ancora come padre e madre. Ne avevamo già parlato a suo tempo: «supponiamo che Tizio non voglia comprare una Ferrari perché non vuole spendere 1.000 euro per acquistarla. Tutti gli diremmo che è un pazzo e che sta perdendo una grande occasione. Il gioco vale assolutamente la candela. Tizio adduce motivazioni economiche, ma il problema di Tizio sta nel fatto - vera causa del mancato affare - che è stato incapace di riconoscere il valore di una Ferrari». Il figlio, nel percepito collettivo, toglie quelle risorse economiche utili per la propria realizzazione personale. Allora la causa prima della denatalità non sono i soldi, ma la mancanza del riconoscimento della preziosità del figlio. Questo, per così dire, errore di stima non è così incidente nel resto d'Europa. Sono gli stessi intervistati ad ammettere che i soldi non sono la vera motivazione per non avere figli: per molti diventare genitore non è una tappa fondamentale dell'esistenza; le persone oggi privilegiano la libertà personale alla genitorialità; diventare genitori è una delle molte forme di realizzazione personale e non una delle più eccelse (Nb: 70%); vi sono altre priorità rispetto alla genitorialità; oggi è difficile conciliare la famiglia con l'autorealizzazione, dimentichi del fatto che è nella famiglia che ti realizzi e che quest'ultima non è nemica della tua felicità, ma componente essenziale della stessa; l'orientamento culturale non è sicuramente pro-family. Dunque le motivazioni culturali, che solo il 13% del campione considera scriminanti nella decisione di avere dei figli quando a lui viene posta una domanda diretta sul tema, sono in realtà determinanti, a detta degli intervistati stessi quando si chiede un loro parere su differenti motivazioni sociali e culturali che portano all'inverno demografico. E dunque è la cultura diffusa che ci ha insegnato almeno due cose: prima veniamo noi e poi i figli, perché questi possono essere nemici della nostra felicità. Secondo: i figli sono un accessorio, non parte essenziale della nostra vita.
Cosa dicono gli astri per il 2026
2026/01/13
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8411 COSA DICONO GLI ASTRI PER IL 2026 Oroscopo per tutti i segni zodiacali cattolici (o simil tali) di Tommaso Scandroglio   PROGRESSISTA Avrai la Luna sempre più di traverso. Il futuro è gravido di incognite dato che negli ultimi mesi non hai ospitato più Saturno, dio del Tempo. Infatti sarà sempre meno il tuo tempo: l'allineamento favorevole dei pianeti non si ripresenterà più se non in modo sporadico. Concentrati sui risultati ottenuti e cerca di preservarli perché il Sole non sarà più nella tua casa. Dovrai metterti in discussione e applicare molto discernimento. Attento a non cadere in vecchi vizi - prendersela con i dogmi e la rigidità dottrinale - perché saranno solo palliativi che non ti potranno soddisfare. SEDEVACANTISTA Il segno del Leone ti porterà a confermare nuovamente le tue idee. Il 2026 segnerà un'ulteriore tappa di allontanamento da tutto il sistema solare cattolico. In amore non avrai delusioni dai tuoi fedelissimi e se li frequenterai aumenterà la tua autostima. I nemici di una volta continueranno a farti guerra, ma non devi temere perché le tue tesi si confermeranno da sole come è sempre accaduto. La tua maggior soddisfazione sarà la consapevolezza che senza un capo potrai, come sempre, darti all'autogestione della fede. Il nuovo anno sostanzialmente non porterà a grandi cambiamenti e di questo, in fondo, sarai contento. PERIFERICO Nettuno, l'ultimo pianeta del sistema solare, sarà nella tua casa anche nel nuovo anno come è sempre accaduto negli anni precedenti. Dato che «i poveri li avete sempre con voi» tu starai tutto l'anno con loro. In amore sarai ricambiato solo da chi avrà meno di te e nemmeno gli amici più stretti ti faranno capire l'inganno in cui sei caduto. La grande socialità del tuo carattere sarà rinvigorita in primavera ed estate perché tornerai a bordo di qualche nave battente bandiera ONG. La tua attitudine ad uscire dalla tua comfort zone sarà confermata pienamente, così come sarà confermata la tua abitudine a rompere le comfort zone altrui. I recenti cambiamenti ecclesiali non ti faranno cambiare idea sul fatto che la giustizia sociale viene prima della giustizia divina. TUCHIANO Non è detto che continuerai a fare il lavoro che stai svolgendo ora e, se lo perderai, non sarà da te ben accetto. Non solo hai Saturno contro, ma molti altri suoi satelliti. Il Sole ha lasciato da qualche mese la tua casa e avrai sempre più la sensazione di entrare in un cono d'ombra. Anche se uscirai di scena i posteri si ricorderanno delle tue azioni, ma il ricordo non sarà sempre benevolo. Chi è nato sotto questo segno vivrà un 2026 sempre all'insegna delle contraddizioni e si troverà spesso a dover precisare ciò che ha detto perché frainteso. Gli amici di un tempo scemeranno sempre più e lo spettro della solitudine diventerà sempre più reale man mano che i mesi trascorreranno, facendosi preoccupante alla fine del 2026. TRADIZIONALISTA Il primo di Gennaio hai brindato entusiasta al 1026. Ogni anno che passa tu arretri di un anno e ti piace pensare al futuro come nuova occasione per celebrare il passato. Il prossimo anno ci sarà un allineamento quasi perfetto dei pianeti e anche delle pianete. Il vetus ordo uscirà sempre più dall'influenza nefasta di Giove pluvio e si avvicinerà al Sole. La tua famiglia si allargherà e accoglierà ben due bebè: il primo lo chiamerai Tommaso e il secondo Aquino. Il 2026 sarà il tuo anno. Non rallenterai il passo e avrai la percezione di avere tutto in pugno e di poterti giocare le carte migliori. Ti sembrerà di avere a portata di mano il successo pieno. Attento però a non farti prendere la mano altrimenti rischi di chiedere ad un passante qualsiasi dove è la fermata del tram più vicino in latino. GREEN Al pari di altri segni, Saturno non sarà più nella tua casa come negli anni scorsi e il tuo tempo ti sembrerà finito. Ma se in casa cattolica ti accorgerai di essere sempre meno ascoltato, potrai rivolgerti ad altre istituzioni, in primis all'Unione europea, che sentirai sempre più come tua casa comune più che la Chiesa cattolica. Ti farai prendere spesso dalla nostalgia ricordando i bei tempi quando la Pachamama entrò a San Pietro e quando furono proiettate immagini ferine sulla facciata di San Pietro. Più che rinverdire i ricordi - è proprio il caso di dirlo - farai meglio a coltivare il tuo orticello usando del Poverello di Assisi come stampella per tentare di avere una certa visibilità. Il Sole si allontanerà sempre più dalla tua casa e quindi sempre più ti sarà difficile difendere la tesi del surriscaldamento globale. INDIETRISTA Anche e soprattutto nel 2026 continuerai a tenerti stretto il tuo lavoro di sarto che lavora con uncinetto per realizzare splendidi pizzi e merletti. La parola d'ordine per il nuovo anno sarà: speranza. La costellazione del Leone infatti ti porterà fortuna e le tue relazioni sociali aumenteranno di numero e qualità. Potrai finalmente tirare fuori dalla credenza della nonna vecchi dogmi e antichi precetti, andati fuori moda solo perché la moda è andata fuori di testa. A metà anno Marte, dio della guerra, entrerà in congiunzione con Venere, dea della fertilità, e risultati non tarderanno ad arrivare: battagliando con coraggio porterai a casa molti successi inaspettati. Ma attento all'orgoglio e alla presunzione. Venere è pur sempre una dea invidiosa. ZUPPIANO Sarà proprio un anno No, con alcune eccezioni. Avrai contro non solo tutti i pianeti del sistema solare, ma anche buona parte dei pianeti di altri sistemi stellari. Comunque sia l'influsso degli astri sarà più efficace di quello della sana dottrina. Ciò che ti salverà sarà il tuo atteggiamento disincarnato verso la realtà e la fiducia che i capi possono pure cambiare, ma il ventre molle della Chiesa no. In amore l'idillio con i poveri, i senza tetto, i migranti, i disoccupati continuerà a patto che ne parli solo e non li frequenti. Se nel 2026 ti terrai lontano, come sempre hai fatto, dalla verità eviterai di scottarti. Forti delusioni verranno dai tuoi fratelli nella fede dotati di buon senso. Riceverai il premio 194 per aver difeso una legge omicida. OMOERETICO Se vivi negli Usa gli astri ti consigliano per il 2026 di migrare in Europa, in specie in Germania. Il tuo segno è in fase decisamente calante e il futuro più che essere color arcobaleno è grigio. Nonostante questo la gaiezza di spirito, infusa in te da Giove il gioviale, l'ottimismo, la fiducia in te stesso, nonché l'orgoglio di sentirsi il perfetto ibrido tra un cattolico e un gay ti porteranno nelle piazze di tutta Italia a sfilare seminudo e completamente spogliato di ogni ritegno. Accoglierai nella tua parrocchia più che le persone omosessuali e transessuali le loro idee certo che se non Dio, ma almeno Eros sarà dalla tua parte. In amore tutti ti ameranno come sei e forse non sarà un bel risultato. ECUMENISTA Il 2026 ti darà nuova spinta a diventare sempre più il globetrotter del cattolicesimo. Molti viaggi ti attendono e ti confermeranno nella tua tesi secondo la quale una religione vale l'altra e la migliore è la sintesi di tutte. Nessun pianeta ti sarà contro perché tu dimostrerai di essere amico di tutti loro, anche perché, a proposito di Giove, Venere e Marte, sosterrai che pure il paganesimo debba venire riconosciuto nel suo valore. Ogni mese troverai semina verbis dove gli altri avranno invece individuato solo errori ed orrori. In amore riuscirai soprattutto in ambito familiare dato che tutti siamo fratelli di tutti. INCLUSIVO La nostalgia sarà il tratto caratteristico del tuo 2026. Todos, todos, todos saranno i tuoi tre pianeti del ricordo. Tu inclusivo ti chiuderai sempre più a riccio perché non sopporterai la vista del segno del Leone vestito da Papa, simbolo di un'appartenenza che per te vorrà dire esclusione. Dovrai trovare un equilibrio interiore tra un passato glorioso e un futuro incerto. Per paradosso ti sentirai sempre più escluso da una cultura cattolica che forse virerà verso una difesa della propria identità e sempre più incluso tra gli ignorati. Troverai consolazione pregando sulla tomba di Papa Francesco. CATTOLICO Nulla per te cambierà quest'anno, come nulla è cambiato negli ultimi duemila anni. Continuerai a recarti alla Santa Messa, a comunicarti, a confessarti, a pregare il rosario, a sposarti, a fare figli, ad alimentarti con la sana dottrina. Anche quest'anno non ti importerà nulla degli astri, eccezion fatta dell'Astro del ciel, perché il domani è nelle mani di Dio e perché sei certo che è il libero arbitrio docile alla grazia che ci fa felici o, perlomeno, a posto con la propria coscienza. Anche quest'anno verrai deriso, insultato, ignorato, non compreso, perseguitato, non perché avrai contro Saturno, ma perché avrai contro tuo fratello, tua madre, tuo figlio, il tuo capo, il tuo collega e il tuo amico. Il 2026 per te sarà un anno di grazia perché «tutto concorre al bene per coloro che amano Dio». Infine per te l'unico futuro che conterà è quello dopo la morte, un futuro per il quale anche nel 2026 ti batterai con tutte le tue forze.
Natalità, dietro il calo c'è la generazione degli uomini senza
2025/11/04
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8344 NATALITA', DIETRO IL CALO C'E' LA GENERAZIONE DEGLI UOMINI SENZA di Tommaso Scandroglio   Previsioni del tempo sulla natalità. Si prevede che l'anno prossimo la temperatura della fecondità femminile scenda ancora, dall'1,18 figli per donna (o per coppia) nel 2024 - ennesimo minimo storico per il nostro Paese - al 1,13 per il 2025. Secondo gli ultimi dati Istat, dal 2023 al 2024 le nascite sono calate del 2,6%, ossia 10 mila bebè in meno. L'anno scorso tra fiocchi rosa e azzurri siamo arrivati a 370 mila nascite. Dal 2008 le nascite sono diminuite del 35,8%. Insomma mancano all'appello più di un terzo degli Italiani dal 2008. Gli stranieri figliano di più, ma nel tempo sempre meno anche loro: prova indiretta che non è il reddito la scriminante per mettere al mondo i figli, dato che gli stranieri guadagnano meno, ma è soprattutto il contesto culturale in cui vivi a determinare se mettere al mondo un figlio oppure no. La nostra forma mentis sta plagiando anche gli islamici. Quali i motivi di queste basse temperature dove la vita fa fatica a germogliare? L'Istat, in primis, indica il fatto che il numero di giovani si assottiglia nel tempo. Insomma la denatalità è un cane che si morde la coda. La denatalità genera se stessa. In secondo luogo vi sono diversi fattori che concorrono alla glaciazione demografica: «L'allungarsi dei tempi di formazione, le condizioni di precarietà del lavoro giovanile e la difficoltà di accedere al mercato delle abitazioni, che tendono a posticipare l'uscita dal nucleo familiare di origine, a cui si può affiancare la scelta di rinunciare alla genitorialità o di posticiparla». Noi aggiungiamo l'aumento della sterilità e infertilità tra i giovani e l'aborto: nel mondo tre gravidanze su dieci finiscono in aborto e sei gravidanze indesiderate su dieci fanno la stessa fine. Puntiamo la lente d'ingrandimento però su una motivazione indicata dall'Istat: la scelta di rinunciare alla genitorialità. Motivazione che dice tutto e dice niente. Crediamo che dietro questa motivazione si celino quattro "senza" che affliggono l'uomo post-moderno. Costui vive, anzi sopravvive, senza natura, senza gli altri, senza storia e senza Dio (l'"altro" per eccellenza). 1) SENZA NATURA Senza natura: i nostri contemporanei occidentali vivono in costante lotta contro la propria natura. Questa inclina le persone a sposarsi e dunque a diventare coniugi e poi genitori. Però questa inclinazione alla genitorialità incontra diversi ostacoli. Ad esempio collide con la famigerata emancipazione femminile. Purtroppo la donna ne ricava solo una indipendenza della propria identità materna, che è caratteristica naturale ineludibile scritta a lettere di fuoco in ogni cuore femminile. E dunque si evira di un tratto essenziale della sua persona. L'emancipazione sociale diventa emancipazione metafisica dalla natura, dalla struttura ontologica più profonda che ci definisce anche come padri e madri. L'intimo richiamo a diventare ciò che siamo (Pindaro) è sopraffatto dal richiamo tutto esteriore del mondo che ci vuole stranieri a noi stessi, ossia professionisti di successo, inesausti edonisti, icone social. L'affermazione di sé conduce in realtà alla negazione di sé. La tensione solipsistica all'autenticità sfocia nella menzogna perché si contraddice la propria vocazione naturale. La sfibrante corsa alla realizzazione finisce per ingabbiarsi nel modello dell'eterogenesi dei fini: quanti amici, parenti e conoscenti che masticano il pane raffermo del rimpianto, della mancanza di realizzazione personale. E non si accorgono che questa passa anche dai vagiti di un bambino. 2) SENZA GLI ALTRI E così arriviamo al secondo "senza": senza gli altri. I nostri contemporanei hanno dimenticato che il "sé" si costruisce con l'altro da sé. E il figlio è il primo "altro" per prossimità insieme al coniuge. E non è un "altro" che è solo nemico del tuo tempo, dei tuoi spazi, delle tue relazioni, delle tue opportunità, delle tue energie - tutti aspetti di cui i figli sono oggettivamente voraci - ma amico di te perché chiede e dà amore. Il viandante del XXI secolo è un essere irrelato, una monade ego-centrata e di per sé sussistente, un buco nero che inghiotte anche la più accecante luce, compresa quella che si sprigiona dopo un parto. Tutto è centrato su se stesso, tutto s'incardina sull'Io, non c'è altro al di fuori di sé. È onnivoro di sé, è il narciso tanto innamorato di sé quanto deluso da sé e dopo la sua morte non vede niente, semplicemente perché egli più non sarà. Tutto finirà con lui. Quindi sarebbe irragionevole programmare una discendenza. La bulimia di sé porta alla solitudine anche per mancanza di figli. Gesù è stato folgorante: «Il chicco di grano che non muore rimane solo» (Gv 12, 24). Poteva dirci che chi non muore a sé stesso, al proprio egoismo, al proprio disperante e delirante individualismo non entrerà nel Regno dei Cieli, non è degno di seguirLo, non fa la volontà del Padre. No, niente di tutto questo: Gesù indica una conseguenza antropologica, spietatamente esistenziale. Hai cercato per tutta la tua vita te e solo te e sei rimasto solo. Senza figli e a volte senza un uomo o una donna che ti possa amare. Hai cercato te e alla fine non ti sei trovato. Come stringere in un pugno della sabbia e vederla scappare via dalle dita. Più stringi, più la tua vita ti sfugge. «Chiunque vorrà salvare la propria vita, la perderà» (Mt 16, 25). Non è solo un monito per l'Aldilà, ma anche per l'Aldiquà. 3) SENZA STORIA L'uomo post-moderno è poi senza storia. Siamo tutti degli spiantati, sradicati perché esseri astorici. E siamo senza storia perché hanno ucciso la tradizione, che è l'anello nuovo del tempo saldato al termine di una catena di altri e precedenti anelli la cui sequenza si perde nella notte luminosa dei tempi. Senza radici non c'è fusto e non ci sono rami protesi nel futuro. Senza passato l'uomo è una incognita a se stesso perché non può posizionarsi sull'asse temporale. Senza riferimenti non possiamo muoverci in nessuna direzione. Come persi in un piatto deserto. Quante persone vivono inconsapevoli di sé, senza senso, senza rotta esistenziale, vivendo alla giornata perché c'è solo l'oggi, orfano dello ieri e del domani? Un uomo anonimo. E come chiedere a quest'uomo di generare, se lui stesso nel suo intimo è sterile di vita? Come protendersi nel futuro se non sa da dove viene, proprio perché gli alchimisti del pensiero contemporaneo sono stati attentissimi a cancellare ogni traccia del suo passato affinchè si muova sul palcoscenico di questo mondo in modo smarrito. Un uomo così frastornato, svuotato della sua dimensione storica, delle sue tradizioni, delle sue consuetudini, della sua narrazione generazionale e dunque familiare potrà mai regalarsi un futuro in formato bambino? Certo che no. Privo delle quinte della storia come potrà essere attore del suo tempo, calcare le scene del suo presente e quindi come potrà proiettare se stesso nel futuro con la sua prole? Per costui il futuro non è promessa da realizzare, ma condanna da scampare. 4) SENZA DIO Infine i nostri compagni di viaggio verso l'eternità non sanno che c'è un'intera eternità ad attenderli. Sono uomini senza Dio. Togli Dio, togli il Padre e dunque togli tutti i padri, tutti i genitori. Chiusa la fonte della vita a monte, a valle i campi non daranno frutto perché non più irrigati. Soffocata la voce di Dio nella coscienza collettiva, si è spenta anche la voce della Provvidenza. Ed ecco sorgere la paura: la nemica numero uno dei figli. Ce la faremo? Quanto costa un figlio? Mi sento pronta ad essere madre? Non è meglio aspettare di avere un contratto a tempo determinato, di aver pagato almeno mezzo mutuo, di risolvere i problemi di salute di mio padre, di ambientarci in questa nuova città? Tu aspetti, ma il ticchettio dell'orologio biologico non aspetta. Eliminato Dio, il domani si oscura e diventa solo una minaccia, una profezia infausta, uno stato di allerta continuo, un rischio di incalcolabile portata. Nulla più concorre al bene per chi ama Dio, proprio perché non si ama Dio. Il "crescete e moltiplicatevi" pare una favoletta per quegli uomini-bambini che credono ancora in un Dio che non ci farà mancare nulla. Diventa un mito il desiderio di riempire il Cielo con i propri figli per donare la felicità eterna a persone nuove di zecca che senza il nostro "Sì" non ci sarebbero mai state. Il figlio come figlio di Dio è oggi concetto assolutamente estraneo, radicalmente alieno alla sensibilità collettiva. Senza la trascendenza, l'immanenza si esaurisce nel non senso. E brancolando nel buio dell'esistenza, perché priva del suo senso ultimo e definitivo, come si potrebbe mai mettere al mondo un figlio? Quest'ultimo non sostanzia in sé anche un afflato divino? Quest'ultimo, in un certo qual modo, non perpetua l'esistenza dei genitori sulla Terra (e non solo con la propria memoria) e non li eterna in Cielo? Cancellate nell'uomo la sua natura, le sue relazioni, la sua storia e Dio e lo priverete anche dei suoi figli.
Scelta di campo della Cei, appoggiare i gay pride
2025/11/04
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8338 SCELTA DI CAMPO DELLA CEI: APPOGGIARE I GAY PRIDE di Tommaso Scandroglio   È stato pubblicato dalla Cei il Documento di sintesi del cammino sinodale, dal titolo Lievito di Pace e di Speranza, che sarà votato il prossimo 25 ottobre dalla Terza assemblea sinodale delle Chiese in Italia. Molti i temi trattati. Concentriamo il focus sulle tematiche LGBT. Nel paragrafo La cura delle relazioni della Parte I si possono leggere alcune indicazioni operative: «Che le Chiese locali e le Conferenze Episcopali Regionali promuovano percorsi di accompagnamento, discernimento e integrazione nella pastorale ordinaria di quanti desiderano fare cammini di maggiore integrazione ecclesiale, ma sono ai margini della vita ecclesiale e sacramentale a causa di situazioni affettive e familiari stabili diverse dal sacramento del matrimonio (seconde unioni, convivenze di fatto, matrimoni e unioni civili, etc.)». Prima interpretazione di questo passo secondo un approccio esegetico letterale: buona cosa quella di tentare di integrare ad esempio in parrocchia i divorziati, i conviventi, i coniugati solo civilmente, le coppie omosessuali unite civilmente. Integrarli, aggiungiamo noi, non significa però ad esempio affidare loro responsabilità significative in parrocchia, sia perché possono essere inadeguati (un convivente non può fare catechismo ad esempio, figuriamoci una persona che pratichi l'omosessualità), sia per evitare lo scandalo, ossia che si possa interpretare l'affidamento di responsabilità a queste persone come un placet alla loro condizione contraria alla morale naturale. Inoltre integrarli, accompagnarli, accoglierli comportano che il parroco e gli altri fedeli devono - è un obbligo morale - persuaderli, nel modo miglior possibile, sul fatto che continuare a vivere secondo quelle condizioni non fa il loro bene perché in contrasto con il volere di Dio. Queste due riflessioni, tra le molte che si potrebbero articolare su questo punto, mancano completamente nel documento della Cei, ergo è inevitabile leggere il passo sopra citato secondo un diverso approccio esegetico: nella Chiesa cattolica non solo c'è posto per tutti - e questo è doveroso - ma c'è posto per tutto: adulterio, omosessualità, fornicazione, etc. La CEI sposa questa deriva di matrice schiettamente Bergogliana. L'APPROCCIO INCLUSIVO VERSO IL PECCATO La correttezza di questa interpretazione è suffragata anche da un precedente passaggio in cui la CEI scrive: «Non vogliamo rinunciare a tenere ben presente che "lo sguardo di fede rifugge le rigide categorie e domanda di accogliere le sfumature, comprese quelle che a occhio nudo non si vedono" (CEI, Lineamenti per la prima Assemblea sinodale - LAS - 2024, 6)». Le sfumature - che sfumature non sono perché sono toni scuri di colore nettamente distinto dal bianco della santità - dell'omosessualità praticata, dell'adulterio, etc. non vanno accolte, ma rigettate. Si può e si deve accogliere il peccatore, non il peccato. Sarà pure una categoria concettuale rigida, ma date la colpa alla verità che spesso rigida lo è. L'approccio inclusivo verso il peccato che orienta queste indicazioni della CEI non può che essere applicato anche al successivo punto programmatico: «Che le Chiese locali, superando l'atteggiamento discriminatorio a volte diffuso negli ambienti ecclesiali e nella società, si impegnino a promuovere il riconoscimento e l'accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender, così come dei loro genitori, che già appartengono alla comunità cristiana». Innanzitutto una nota terminologica. Le persone omosessuali sono diventate persone omoaffettive. Mettere l'accento sull'affetto, sul sentimento predispone meglio il cattolico ad accettare l'omosessualità. In secondo luogo il termine "transgender" è ideologico (così come la locuzione "identità di genere" che ricorre successivamente): occorre parlare di persone transessuali. Il "genere" - "gender" in inglese - è la percezione dell'appartenenza ad un sesso che ha una persona. È  un dato soggettivo e quindi può essere fallace. Il sesso invece è un dato oggettivo e dunque di suo è veritiero: occorre riconoscere il sesso e dunque adeguare la propria percezione a tale riconoscimento. Quindi usare la parola "transgender" significa sposare l'etica LGBT: sono io che mi scelgo il sesso. Ma veniamo al rilievo più importante: la CEI parla di "riconoscimento" delle persone omosessuali e transessuali e delle loro famiglie. Non crediamo che per "riconoscimento" si debba intendere la scoperta che Tizio sia omosessuale o la consapevolezza che Tizio sia transessuale e che Caio e Sempronia siano i genitori di Tizio. Perché mai la CEI dovrebbe incoraggiare un dossieraggio ecclesiale delle persone omosessuali e transessuali? Suonerebbe come una schedatura. Pare evidente che per "riconoscimento" si debba invece intendere "accoglimento senza riserva dell'orientamento omosessuale e della transessualità, appoggiando le famiglie in questo senso". REALTÀ PASTORALI DICHIARATAMENTE PRO-LGBT Questa interpretazione è avvalorata dal seguente passaggio presente nel paragrafo L'attenzione per la dimensione affettiva: «Che le Chiese locali [...] avviino [...] équipe che valorizzino le buone prassi pastorali già in atto e che coordinino nuovi percorsi di formazione alle relazioni e alla corporeità-affettività-sessualità - anche tenendo conto dell'orientamento sessuale e dell'identità di genere - soprattutto di preadolescenti, adolescenti e giovani e dei loro educatori; c. che le Chiese locali vigilino e operino affinché nei vari contesti formativi [...] non avvengano forme di abuso psicologico, spirituale e di coscienza, anche nell'ambito dell'orientamento sessuale». Qui la CEI si sta riferendo a quelle iniziative e realtà pastorali dichiaratamente pro-LGBT come il Progetto Gionata. Ma c'è di più e c'è di peggio: la CEI qualifica la persuasione alla conversione per le persone omosessuali, chiedendo loro di abbandonare questa condizione contraria alla propria dignità personale, come abuso psicologico, spirituale e di coscienza. La CEI sposa quindi l'approccio affermativo tipico di una certa psicologia contemporanea: ti senti gay? Va bene così e non ti dico nulla, altrimenti ti sto facendo violenza. Si potrebbe obiettare che la CEI non scrive esplicitamente che proporre l'abbandono dell'omosessualità rappresenti un abuso, ma, lo ripetiamo, stante l'assenza completa nel documento dei riferimenti dottrinali che qualificano l'omosessualità e la transessualità come condizioni intrinsecamente disordinate, non si può che concludere che la CEI veda ogni proposta volta alla riscoperta della propria eterosessualità come un sopruso. Anche questa interpretazione riceve l'avallo da parte di un altro passaggio del documento della CEI che non può che essere la conclusione logica dei passaggi precedenti: «Che la CEI sostenga con la preghiera e la riflessione le "giornate" promosse dalla società civile per contrastare ogni forma di violenza e manifestare prossimità verso chi è ferito e discriminato (Giornate contro la violenza e discriminazione di genere, la pedofilia, il bullismo, il femminicidio, l'omofobia e transfobia, etc.)». Qui la CEI appoggia i Pride e chiede di pregare per la loro buona riuscita. Anche in questo caso si potrebbe obiettare: la CEI, in realtà, vuole appoggiare solo quelle iniziative civili volute per combattere le reali ed ingiuste discriminazioni a danno di omosessuali e transessuali, rifuggendo da qualsiasi deriva ideologica. Risposta: dove sono queste iniziative? Non esistono. La CEI parla di "giornate" e, in merito ai temi LGBT, esistono solo le giornate e il mese dell'orgoglio LGBT. Perciò la CEI appoggia esplicitamente i Pride. Questa è la verità. Tra l'altro, per rifuggire ogni rischio di fraintendimento avrebbe dovuto criticare esplicitamente i Pride, che sono pure blasfemi e sacrileghi, mettendo così in chiaro che il suo sostegno andava solo ad altre iniziative di diversa natura. Dunque la CEI in questo documento prosegue nel suo intento di tentare di coniugare omosessualità, transessualità e fede cattolica. Nota di BastaBugie: Andrea Zambrano nell'articolo seguente dal titolo "Inadeguato e ambiguo»: vescovi fuori dal coro sinodale gay friendly" mette in evidenza il pensiero dei vescovi Paccosi (San Miniato): «Inadeguato il riconoscimento delle unioni omoaffettive» e Suetta (Sanremo): «La Cei non può cambiare la dottrina, proporrò di rettificare i passaggi ideologici sui diritti degli omosessuali». Per la Cei è uno smacco. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 28 ottobre 2025: C'è chi dice no. Appena un giorno di vita e il documento di sintesi del cammino sinodale delle Chiese in Italia viene scaricato da due vescovi. Se il buon giorno si vede dal mattino, per la Cei non sarà semplice far approvare così com'è il controverso testo votato pomposamente da quasi 800 delegati incaricati dalle Diocesi. Da qui alla votazione del testo che verrà sottoposta all'Assemblea Generale della Cei di metà novembre, potrebbero essere molti altri i vescovi che chiederanno di modificare alcune parti. Soprattutto quelle che ridisegnano la morale sessuale circa il rapporto con l'omosessualità. E soprattutto da ieri che non uno, ma ben due vescovi sono usciti allo scoperto per prendere le distanze, annunciando una richiesta di modifica. Sotto accusa sono principalmente quei passaggi in cui si parla del «riconoscimento delle unioni omoaffettive» e dove si parla di veglie contro l'omofobia e si riconosce il gender. Il primo a prendere posizione è monsignor Giovanni Paccosi che ha pubblicato sul s
Non fa parte della kultura, la colpa di Beatrice Venezi
2025/11/04
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8342 NON FA PARTE DELLA KULTURA, LA COLPA DI BEATRICE VENEZI di Tommaso Scandroglio   Venezi. Pareva che il suo destino fosse impresso nel suo nome. Ma non è stato così. Partiamo da Amleto, sì da Amleto che, monologando tra sé, valutava le favorevoli opportunità offerte da «un semplice stiletto» anche quando «il merito paziente riceve disprezzo dagli indegni». Ora non sappiamo se il direttore d'orchestra Beatrice Venezi sia adorna di sufficiente merito per essere confermata nel ruolo di direttore musicale del Teatro La Fenice di Venezia. Non lo sappiamo perché sprovvisti della competenza necessaria per pronunciarsi. Ma sappiamo che la Venezi non ha nascosto simpatie destrofile e questo basta per impedirle di assumere qualsiasi ruolo di rilievo in Italia. La cronistoria è la seguente: il 22 settembre scorso, con uno scarno comunicato stampa, la Fondazione del teatro, presieduta dal sindaco Luigi Brugnaro, rendeva noto che la Venezi dal 2026 avrebbe ricoperto l'incarico di direttore musicale del Teatro, ruolo che comporta l'interfacciarsi con gli orchestrali e cantanti e la definizione dei programmi. Passano pochi giorni e gli orchestrali del teatro scrivono al sovraintendente della Fondazione, Nicola Colabianchi. La prima doglianza è questa: «Abbiamo appreso esclusivamente tramite la stampa della Sua decisione». Insomma niente consultazione con i musicisti e i sindacati. Colabianchi risponde dicendo che c'era il fondato «timore di continue e ripetute polemiche che avrebbero potuto interferire nel processo di scelta», polemiche che puntualmente si sono verificate. Insomma, il sovraintendente aveva previsto che la nomina della Venezi sarebbe stata osteggiata sin dall'inizio e dunque aveva tagliato corto. IL VERO MOTIVO Ma il vero motivo del rifiuto della Venezi è un altro, scrivono i professori di orchestra: «La nostra contrarietà alla nomina di Beatrice Venezi deriva esclusivamente dal profilo professionale del direttore musicale designato. Il Direttore Venezi non ha mai diretto né un titolo d'opera né un concerto sinfonico pubblico in cartellone alla Fenice. Il suo curriculum non è minimamente paragonabile a quello delle grandi bacchette che, in passato, hanno ricoperto il ruolo di Direttore Musicale di questo Teatro. Venezi non ha mai diretto nei principali teatri d'opera internazionali, né il suo nome compare nei cartelloni dei più importanti festival del panorama musicale mondiale. Dove si manifesta dunque il 'talento internazionale' che dovrebbe essere alla guida della Fenice? Quali prospettive di relazioni di alto profilo nel mondo musicale apre questa nomina?». Venerdì scorso le maestranze del teatro hanno proclamato uno stato di agitazione. I dipendenti della Scala, del Petruzzelli di Bari, del Regio di Torino, del Maggio di Firenze hanno manifestato la loro solidarietà ai compagni di Venezia. Infine, sabato scorso, gli orchestrali hanno organizzato dentro il teatro un volantinaggio anti-Venezi prima di un concerto. Sin qui i fatti. Ora entriamo nel merito. Prima, il merito musicale della Venezi. In effetti la musicista non ha calcato i podi delle orchestre più blasonate al mondo, forse anche perché ha solo 35 anni, e non hai mai diretto nulla alla Fenice. Per tanti suoi colleghi di pari età - è proprio il caso di dirlo - la musica è diversa: sono chiamati a destra e a manca in teatri prestigiosi, innanzitutto proprio perché sono giovani. È una strategia di marketing: il giovane attira perché viene spesso dipinto come un enfant prodige, quando invece non di rado manca di preparazione e, ovviamente, di esperienza. Ma poco importa: si preferisce il virgulto all'olivo secolare. Un secondo motivo per cui diversi colleghi della Venezi hanno avuto più fortuna in giro per il mondo e in Italia sta nel fatto che si sono schierati dalla parte giusta della Storia. DIRETTORE E NON DIRETTRICE E qui entriamo nel vero merito della vicenda: la Venezi è di destra e non di sinistra. È questo il peccato originale di tutta questa vicenda. La preparazione non c'entra nulla. C'entra solo il colore politico della sua bacchetta. Venezi in questo senso non ne ha fatta una giusta. La prima è stata quella di essere figlia di un dirigente nazionale di Forza Nuova. Poi è stata nominata consigliere per la musica dall'allora ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. Non paga, non si è vergognata nell'affermare che preferisce essere chiamata "direttore" e non "direttrice", chiara preferenza linguistica fascista... Ha poi ammesso di essere di destra. E infine il presidente della Fondazione che l'ha nominata, il sindaco Brugnaro, appartiene al centrodestra. Ce n'era abbastanza per chiederne l'espulsione dall'Italia. La Venezi, agli albori della sua carriera quando le sue simpatie politiche non erano ancora note, veniva incensata anche dai media mainstream perché donna e pure una bella donna. Era il paradigma perfetto da promuovere contro il patriarcato nei teatri. Ma poi ci si accorse che era una serpe in seno e da qui la firma alla sua condanna a morte professionale. La sinistra è noiosamente prevedibile. Il piano gramsciano che esige la colonizzazione della cultura italiana in ogni suo aspetto - scuola sin dai nidi, università, ricerca, teatri, cinema, conservatori, scuole d'arte, di recitazione e coreutiche, editoria, giornali compresi, e anche Chiesa cattolica - deve spingersi fino al più totale e radicale monopolio di ogni spazio dove si fa cultura. E infatti la nostra kultura è profondamente progressista e liberale. Orchestrali e sindacati berciano contro la lottizzazione dell'arte semplicemente perché per una volta tanto sul podio non c'è un nipotino di Marx, perché l'egemonia rossa delle assunzioni nei ruoli chiave è incappata in una eccezione. Davvero senza vergogna e pudore. Infatti tutti sanno, ma davvero tutti, che per arrivare a ricoprire certi ruoli un tempo dovevi essere tesserato del PCI e, oggi, mostrare senza ombra di dubbio di aderire alla linea ideologica di area levantina. Il curriculum, la preparazione, l'esperienza, il talento, ammesso e non concesso che ci siano, vengono dopo, molto dopo. Perché se sei rosso sei normale, una brava persona, ma se non sei allineato sei fascista. Prima dell'inizio del concerto di Capodanno 2024 al teatro dell'opera di Nizza, la Venezi venne fischiata - un dissenso intelligentemente preventivo espresso appunto prima che si udisse una sola nota - e fu esposto uno striscione con scritto: «Niente fascisti all'opera, niente opera ai fascisti». Dunque, la quasi certa bocciatura della Venezi non dipende innanzitutto da come tiene in mano la bacchetta, ma dal fatto che la musica che vuole dirigere è in realtà diretta da altri. Ed è lei che deve eseguire la parte secondo le loro indicazioni. Qui i veri direttori d'orchestra sono stati già nominati da un pezzo e non si schioderanno mai dal loro podio.

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