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Attualità - BastaBugie.it

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Categories
Country
United States
This podcast has
157 episodes
Language
Italian
Publisher
BastaBugie
Explicit
No
Date created
2020/03/30
Latest episode
2026/10/06
Average duration
8 min.
Release period
13 days

Description

Commenti controcorrente delle notizie della settimana

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Brillanti ma erranti: perchè l'ingegno non basta per essere sapienti
2026/10/06
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8679 BRILLANTI, MA ERRANTI: PERCHE' L'INGEGNO NON BASTA PER ESSERE SAPIENTI di Samuele Pinna   Sfogliando i giornali cartacei o scorrendo quelli virtuali si scoprono ogni giorno sempre più brutte notizie. Se è importante tenersi informati su quello che non va nel mondo, nello stesso tempo - soprattutto se cristiani - bisogna nutrirsi anche di buone nuove o quantomeno di buone letture. In fondo, si finisce sempre per diventare ciò di cui ci si alimenta, interiormente e spiritualmente. Ecco perché nella mia biblioteca personale non mancano i libri di Giovannino Guareschi, di Jerome K. Jerome, di P.G. Wodehouse... ed è per questo che mi sono lanciato a scrivere libri umoristici, come il mio ultimo Tre per uno: Tre libri in uno: Gita a Milano - I pericoli dell'amore - Storie di famiglia. Ciò nonostante, rimango sempre perplesso davanti a prese di posizione infelici che purtroppo fanno scalpore, soprattutto quando riguardano il cristianesimo o la Chiesa, come - cito quasi a caso e senza troppa precisione - la manifestante che si rammarica che l'attentatore al corteo non sia un bianco cristiano (mentre è un musulmano fondamentalista), oppure il vescovo che vorrebbe far dire mezza Messa alle donne o ancora l'altro presule che promette che a breve anche gli uomini sposati saranno ordinati sacerdoti nella sua diocesi e così via. Davanti a queste e ad altrettante notizie mi sono domandato come sia possibile arrivare a dichiarazioni come quelle sopra menzionate. Non solo, mi sono chiesto come uomini di Dio possano proclamare serenamente determinate cose (e ho in mente non solo vescovi, ma anche sedicenti teologi o ritenuti tali, preti o ex preti più o meno social, giornalisti credenti à la page e pure quelli non credenti ma che trattando del Credo cattolico fanno quattrini, eccetera). La risposta mi è arrivata da un passo del Libro dei Re che si sofferma sulla ingloriosa fine del regno del re Salomone. Nel panorama biblico poche figure risultano tanto luminose e, insieme, tanto enigmatiche quanto lui. Re d'Israele, costruttore del Tempio di Gerusalemme, autore di sentenze memorabili, personaggio a cui la tradizione attribuisce un'intelligenza fuori dal comune e un cuore capace di ascoltare il Signore. Eppure, proprio lui, che aveva ricevuto la Sapienza come dono divino, termina la sua vita in una spirale di compromessi, idolatrie e scelte che la Sacra Scrittura non esita a definire «malvagie agli occhi del Signore». Mi interrogo: com'è possibile che il più sapiente dei sovrani del mondo antico sia caduto così in basso? La risposta mi sembra sorprendentemente attuale: la Bibbia non presenta la Sapienza come un superpotere o un talento naturale, ma come una forma di vita, un modo di stare davanti a Dio. È fatta quindi di ascolto, di memoria e di fedeltà. Per questo, anche chi la riceve può perderla. La parola di Dio è chiara: «Quando Salomone fu vecchio, le sue donne gli fecero deviare il cuore per seguire altri dèi e il suo cuore non restò integro con il Signore, suo Dio, come il cuore di Davide, suo padre» (1 Re, 11, 3). Il versetto citato non dice che Salomone divenne improvvisamente sciocco, ma che il suo cuore si divise, non fu più integro. La Sapienza non lo abbandonò: fu lui a smettere di custodirla. La caduta di Salomone non fu un crollo improvviso, ma un logoramento progressivo. Il re più saggio della storia si ritrovò vittima della più antica delle fragilità: la presunzione di bastare a sé stesso. Mutatis mutandis oggi basta sostituire al sovrano quegli uomini un tempo stimati perché dotati di grande intelligenza che oggi sembrano averla smarrita. La Scrittura, difatti, non censura la caduta di Salomone, ma la espone con crudezza perché questa dinamica può riguardare chiunque. Nessun dono di Dio, neppure il più grande, elimina la libertà di scelta. Sicché, la Sapienza illumina la strada, ma non costringe a seguirla. Il dramma di Salomone diventa così un monito universale: si può essere brillantissimi e sbagliare; si può essere religiosi e perdere la direzione; si può essere uniti a Dio e a poco a poco allontanarsi da Lui. La Sapienza nella fede è, quindi, un dono da custodire nella relazione con il divino e nell'obbedienza all'insegnamento della Chiesa. La vicenda del re sapiente che si smarrisce ricorda che la lotta spirituale tra bene e male - dentro di noi e attorno a noi - troverà compimento solo nell'ultimo istante della nostra esistenza. La vita eterna si ottiene, dunque, attraverso la fedeltà: è in questo spazio interiore che la Sapienza divina viene custodita oppure smarrita. E forse è proprio questo il punto più attuale della storia di Salomone: la Sapienza va scelta giorno dopo giorno vivendo nel mondo, ma non essendo e non scadendo nelle logiche del mondo, quali l'odio, la partigianeria, gli insulti senza freni, l'appartenenza a gruppi tribali che si scagliano contro altri gruppi tribali, la tifoseria violenta su ogni argomento, i giudizi affettivi ma non veritieri... Prego allora di avere sempre al fianco un don Camillo quando, come Peppone, perdo il contatto con la realtà; oppure amici come Harris e George - e soprattutto il fox terrier Montmorency - capaci di ricordarmi quanto si possa essere goffi nelle situazioni più ordinarie; o ancora un Jeeves, sempre pronto a dipanare le faccende più ingarbugliate con il suo perfetto aplomb anglosassone.
Il Reiki apre le porte al diavolo
2026/09/22
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8666 IL REIKI APRE LE PORTE AL DIAVOLO di Manuela Antonacci   «Chi pratica il Reiki cade nel peccato di superstizione e si espone all'azione straordinaria del maligno»: è ferale e decisa la condanna dell'Associazione internazionale esorcisti che ultimamente ha denunciato l'apertura di uno spazio dedicato non solo alle cure palliative ma anche a non ben precisate "terapie complementari" nel reparto di oncologia degli Ospedali Riuniti Marche Nord di Pesaro. L'intervento critico dell'Associazione internazionale esorcisti è avvenuto attraverso una nota esplicativa che non lascia spazio a dubbi perché definisce il Reiki come "insidioso pericolo".  Il riferimento, qui è in particolare alla cosiddetta "Stanza del benessere" dell'ospedale di Muraglia, all'interno del reparto oncologico, si praticherebbe la tecnica giapponese denunciata dagli esorcisti che predica il contenimento del dolore e dello stress attraverso "flussi di energia" che passerebbero attraverso le mani. Questi progetti stanno interessando, ormai, anche altre strutture sanitarie italiane, tra cui l'Ospedale Infantile Regina Margherita di Torino e l'Ospedale Carlo Poma di Mantova. L'Associazione internazionale esorcisti ha richiamato, inoltre, le linee guida pubblicate dalla Commissione per la dottrina della Conferenza episcopale degli Stati Uniti nel 2009, secondo le quali questa pratica non trova fondamento nella scienza, né tantomeno è compatibile con il cristianesimo. Una sottolineatura doverosa, secondo l'Associazione degli esorcisti, perché riflette il timore per nulla infondato, che questa tecnica possa essere proposta come medicina alternativa, generando nei pazienti drammatiche illusioni, confondendola, cioè, con una vera e propria terapia. Per non parlare, poi, dei danni spirituali della pratica stessa. Infatti, secondo l'Associazione internazionale esorcisti, chi si dedica al Reiki «cade nel peccato di superstizione e si espone all'azione straordinaria del maligno». Spiegano gli esorcisti nel loro comunicato: «Il Reiki, nome derivante dalla pronuncia di due caratteri giapponesi che descrivono l'energia in sé, rei ('l'aldilà' o 'spirituale') e ki ('energia' o 'forza vitale'), altro non è che una tecnica di channeling (o spiritismo) e ricorre alla presunta guarigione per mezzo di tecniche per le quali verrebbe trasmessa l'energia dal Reiki Channelizer (colui che canalizza l'energia Reiki) al Receiver (colui che riceve il trattamento)». La Chiesa cattolica, infatti, critica il Reiki proprio perché si basa sull'utilizzo e sulla manipolazione di una presunta "energia vitale universale" (il ki), laddove, nel cristianesimo, la guarigione è semplicemente frutto della Grazia che si ottiene attraverso la preghiera e l'umile sottomissione alla volontà divina. Per questo l'associazione ha invitato i cattolici a tenersi ben lontani da tecniche di questo tipo che, peraltro, in alcun modo, possono sostituire la medicina tradizionale. Ricordiamo che anche nel mondo scientifico c'è chi invita a non osannare troppo queste pratiche. Come Jonathan Jarry, scienziato e divulgatore scientifico canadese dell'Università McGill, che al riguardo ha scritto: «Non ho alcun dubbio che il Reiki e le sue imitazioni possano essere rilassanti e migliorare l'umore. Il pericolo, tuttavia, è che i suoi seguaci non si accontentino sempre di alleviare lo stress [...] Mi addolora dover constatare che il Reiki viene offerto in centri medici di prim'ordine [...] Se si chiamasse "guarigione Jedi", non sono sicuro che verrebbe preso sul serio». Comunque il richiamo degli esorcisti non ha lasciato indifferente il direttore generale del Muraglia, Alberto Carelli, che avendo anche alle spalle una solida formazione salesiana, non ha lasciato cadere nel vuoto l'appello degli esorcisti. Per cui è partita una comunicazione dalla Direzione medica di presidio all'attenzione della direttrice dell'Oncologia Rita Chiari. «Pur nel rispetto delle convinzioni personali dei pazienti - si legge - si ritiene opportuno evitare che tale attività (il Reiki, ndr), venga svolta all'interno della nostra azienda. La sua introduzione potrebbe infatti esporre l'azienda a contestazioni di carattere etico e istituzionale». Ciò è bastato per bloccare l'attività. Ma la direttrice del reparto Rita Chiari, per tutta risposta ha replicato: «I sanitari, medici, infermieri e gli oss non hanno niente a che vedere con l'attività svolta dalle associazioni, siano clown dottori o operatori di 'et therapy. I pazienti prenotano queste prestazioni che l'associazione fornisce ai propri associati direttamente con l'associazione. I sanitari, i medici, gli infermieri e Oss non hanno niente a che vedere con questa attività. Io - ha concluso - faccio il medico». Se guardiamo alla vicenda di Pesaro con gli occhi della fede e non solo con gli occhi del mondo, possiamo ben capire la preoccupazione degli esorcisti. In un'epoca del tutto e subito, di guru che predicano guarigioni fai da te e immediate, l'Associazione internazionale esorcisti ci ricorda che il mondo spirituale non è affatto un campo neutro ma è un campo di battaglia in cui si combattono bene e male e il bottino è l'anima. Per questo certi moniti non vanno tacciati di oscurantismo, anzi, sono l'occasione preziosa per esercitare spirito critico e discernimento che in un mondo confuso e allo sbando come il nostro, sono più necessari che mai.
Il piu giovane prof nero dell'università... quando la cultura woke si impone sul merito
2026/09/08
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8655 IL PIU' GIOVANE PROF NERO DELL'UNIVERSITA'... QUANDO LA CULTURA WOKE SI IMPONE SUL MERITO di Manuela Antonacci   Jason Arday, 41enne docente nero dell'Università di Cambridge, nominato a soli 37 anni professore di Sociologia dell'Educazione, era diventato il simbolo del riscatto sociale e del trionfo e della bontà delle politiche inclusive, ma oggi si trova al centro di tali scandali e polemiche, da essere stato costretto dall'università stessa in cui lavorava e che l'avrebbe per un po' di tempo difeso, a rassegnare le sue dimissioni. La sua storia aveva, in effetti, sin dall'inizio, dell'incredibile: tanto per incominciare a 3 anni gli sarebbe stato diagnosticato un ritardo globale dello sviluppo e un disturbo dello spettro autistico, con conseguenti difficoltà di apprendimento e nel linguaggio. L'uomo ha dichiarato di essere stato non verbale fino all'età di 11 anni e di aver imparato a leggere e a scrivere solo a 18 anni . Singolare come meno di vent'anni dopo sia stato nominato il più giovane professore nero nella storia dell'Università di Cambridge. Diverse incongruenze su questo caso le ha tirate fuori anche Alice Sullivan, docente di sociologia alla Univeristiy College London, a partire dalla storia personale dell'uomo. Sullivan in un suo post su X per la precisione si esprime così: «La storia di Jason Arday sarebbe perfetta per un film drammatico: avrebbe imparato a leggere a 18 anni e sarebbe arrivato fino al punto di ottenere una cattedra a Cambridge a 37, il tutto accompagnato da imprese atletiche straordinarie. Poi, però, la storia inizia a scricchiolare... Le accuse di plagio sono gravi. Ma ciò che mi lascia sbalordita, da corridore, è che Arday abbia affermato di aver corso 600 miglia in 6 giorni. Se fosse vero, sarebbe un atleta a livello internazionale». E affondando ancora di più il colpo continua: «Cambridge potrebbe sostenere che non importa se uno dei suoi accademici ha una fervida immaginazione. E sarebbe un'osservazione legittima, a patto che la sua nomina sia avvenuta per merito e non grazie alla sua storia di vita, tanto ispiratrice quanto inverosimile». IL RIGORE SCIENTIFICO NELLE UNIVERSITÀ INGLESI La professoressa Sullivan non ha twittato questo aneddoto per caso, su X, la donna rappresenterebbe, infatti, una delle voci più autorevoli nel dibattito accademico britannico, in difesa del rigore scientifico nelle università inglesi. Più e più volte la docente si sarebbe opposta alla cultura woke ed è stata una delle figure chiave che hanno portato all'attenzione pubblica il caso Arday. In passato Sullivan, avrebbe, anche più volte sostenuto che nelle università britanniche si siano istituzionalizzati comportamenti che compromettono libertà di parola e libertà di ricerca, soprattutto sul sesso e sull'identità di genere, diventando una delle voci più nette contro l'inclusivismo universitario: dalla cancellazione del sesso biologico nei dati, al "no-platforming", ovvero la pratica di negare uno spazio pubblico a chi si faccia portavoce di pensieri considerati "inaccettabili", fino alla subordinazione della libertà accademica alle politiche identitarie.  Sullivan ha, inoltre, avuto il coraggio di criticare apertamente il lavoro dell'ex docente, parlando esplicitamente di "plagio", intervenendo anche nelle indagini portate avanti dal Daily Telegraph e The Spectator. Sul The Guardian, a riguardo, si leggono una serie di dettagli sul lavoro di Arday che avrebbero portato alle indagini: più di 100 passaggi della sua tesi di dottorato del 2015 sono risultati quasi identici a una tesi presentata nel 2009 da un'altra ricercatrice presso la Brunel University. Inoltre Ci sono crescenti richieste da parte di altri accademici di riesaminare il suo dottorato. LAVORI PIENI DI LACUNE Arday ha dovuto anche affrontare accuse secondo cui alcuni dei suoi lavori pubblicati più recentemente sarebbero pieni di lacune. The Telegraph avrebbe pubblicato anche un'analisi che rileverebbe come alcune sue ricerche conterrebbero prove "impossibili" e sarebbero piene di incongruenze. Inoltre, anche la sua carriera accademica non risulterebbe chiarissima: Arday avrebbe affermato di aver ricoperto numerose prestigiose borse di studio e cattedre in diverse università. La sua biografia pubblicata sul sito web del Jesus College, dove Arday era borsista, indicava che era stato professore ospite presso l'Ohio State University nell'Ufficio per la Diversità e l'Inclusione e presso l'Università di Glasgow nella School of Education. Entrambe le università hanno negato questa affermazione. La biografia affermava inoltre che Arday era ancora «professore onorario presso l'Università di Durham nel dipartimento di sociologia», dove aveva precedentemente lavorato. Ma l'università ha dichiarato al Daily Mail che non ricopriva più alcun ruolo all'istituto. Arday ha anche affermato di aver conseguito un master in pratiche psicodinamiche presso Birkbeck, University of London, e successivamente di essere diventato consulente a pieno titolo, il che gli avrebbe conferito una «profonda comprensione della salute mentale». Tuttavia, quando il Guardian contattò la Birkbeck, l'università dichiarò di non essere riuscita a trovare documenti di alcuno studente di nome Jason Arday. Tra l'altro, uno dei giornalisti che indagava su Arday, Jake Grove, celebre giornalista d'inchiesta britannico, che lavora attualmente per la Times Higher Education, tra i primi ad aver condotto una ricerca sul lavoro del giovane docente, dopo aver analizzato la tesi di dottorato dell'ormai ex professore e aver riscontrato effettivamente un caso di plagio e veri e propri nodi critici sull'integrità scientifica, sarebbe stato minacciato da Arday di azioni legali se avesse osato pubblicare le sue osservazioni su Times Higher Education, non prima di averlo accusato di razzismo e di molestie. VITTIMA DI UNA VILE CAMPAGNA? All'emergere delle prime accuse, l'Università di Cambridge e diversi colleghi lo avrebbero difesi compatti. L'ateneo lo aveva definito vittima di «una vile campagna tesa a minarne la credibilità», mentre centinaia di accademici e dirigenti di college avevano firmato lettere aperte definendo le critiche come meri attacchi volti a screditare accademici di minoranze etniche, in posizioni di rilievo.  Tuttavia, man mano che le accuse venivano confermate da analisi dettagliate da parte della stampa d'inchiesta (The Times, The Guardian, Retraction Watch) la posizione dell'uomo è diventata poco credibile quindi indifendibile. A questo punto l'Università di Cambridge avrebbe annunciato l'apertura di un'indagine formale sulla sua condotta. Di conseguenza, nell'agosto 2026 Jason Arday ha rassegnato le dimissioni dalla cattedra. Probabilmente quello di Arday non costituisce un caso isolato ma forse la punta dell'iceberg di un sistema in cui un non ben inteso concetto di "diversità" avrebbe preso il sopravvento sul merito. Dunque l'impalcatura ideologica, forse, comincia a scricchiolare, soprattutto se un'università così celebre come Cambridge, agli occhi del mondo, rischia di diventare famosa non più per la sua ricerca del vero basata su brillanti verifiche empiriche, ma per il suo essere diventata teatro di battaglie pseudo culturali. Ci chiediamo allora se le dimissioni di Arday abbiano un impatto così profondo a livello accademico e mediatico da mostrare in modo chiaro che, prima o poi, l'assenza di merito viene allo scoperto. E le altre università occidentali impareranno la lezione o si terranno cari i loro scheletri nell'armadio, frutto dei sacrifici sull'altare del politicamente corretto?
Internet è ormai un dialogo tra macchine
2026/08/25
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8642 INTERNET E' ORMAI UN DIALOGO TRA MACCHINE di Lorenzo Bertocchi   Per la prima volta nella storia digitale, il velo si è squarciato: l'umanità è diventata minoranza nel suo stesso regno virtuale. Gli ultimi dati di Cloudflare Radar descrivono un sorpasso epocale: il 57,4% del traffico web mondiale è oggi generato da sistemi automatizzati, lasciando agli esseri umani in "carne e ossa" solo il restante 42,6%. Quello che doveva essere un traguardo previsto per la fine del 2027 è arrivato con un anno e mezzo di anticipo, spinto da un'accelerazione che persino gli esperti definiscono sbalorditiva. NON SOLO ALGORITMI, MA SOSTITUTI A guidare questa carica non sono più i vecchi "crawler" che si limitavano a indicizzare le pagine per i motori di ricerca. Oggi domina l'intelligenza artificiale agente (o agentica): sistemi capaci di comprendere contenuti, confrontare fonti e agire autonomamente per conto dell'utente. Il divario di efficienza è brutale. Mentre un essere umano consulta in media cinque siti prima di un acquisto, un agente intelligenza artificiale può scansionarne 5.000 nello stesso lasso di tempo. Questa potenza di calcolo sta riscrivendo le regole del gioco: non siamo più noi a navigare, ma i nostri delegati digitali che "mangiano" dati per servirci risultati pronti all'uso. Il pericolo più insidioso è la trasformazione dell'utente e del lettore da protagonista a semplice comparsa. Se l'intelligenza artificiale filtra tutto, il lettore non si trova più davanti all'articolo originale, alla sfumatura del pensiero o all'inchiesta, ma a sintesi preconfezionate. È il trionfo dei "riassunti su riassunti". In questo scenario, l'approfondimento muore sotto il peso dell'efficienza algoritmica, e il web rischia di diventare un'eco di se stesso, dove le macchine leggono macchine. Questo fenomeno alimenta la cosiddetta "Dead Internet Theory" (teoria dell'Internet morto), l'ipotesi secondo cui la rete diventerà presto un ecosistema di bot che interagiscono esclusivamente tra loro, rendendo i contenuti umani irrilevanti. L'ULTIMO BALLO E IL RITORNO ALLA CARTA Il cambiamento è già visibile nei social media. Da un lato, persistono le "fabbriche di troll" utilizzate per la propaganda e la semina di notizie false o falsificate. Dall'altro, nascono realtà inquietanti come Moltbook, un'infrastruttura social preclusa agli umani dove, in una sola settimana, 1,6 milioni di agenti autonomi hanno iniziato a interagire, creando codici di comunicazione e persino sistemi di religione propri. È il "social" senza l'elemento sociale umano. Siamo di fronte all'ultimo ballo per il web come frontiera di libertà e democrazia? Se l'intelligenza artificiale si muove tra software come OpenClaw, Scout o Operator per compiere azioni al posto nostro, lo spazio per l'autenticità si restringe drasticamente. In questo contesto, riemerge il caro vecchio supporto cartaceo che smette di essere un feticcio romantico per diventare un presidio di libertà. Le pagine di carta, per loro natura, sono immuni alle scansioni incessanti dei bot e agli algoritmi imperanti. Leggere su carta significa recuperare anche una paternità umana certificata, un'esperienza culturale che non può essere sintetizzata o "cliccata" da un software. Un po' come vivere un evento in presenza o in streaming, la differenza è palpabile. Su questo, si perdoni l'autocitazione, noi de Il Timone non abbiamo mai smesso di credere che la carta, gli autori, e la possibilità di sfogliare informazione e formazione sono un valore aggiunto insostituibile. Il web non morirà, sia chiaro, ma la sua profonda ridefinizione che è in atto ci pone davanti a una scelta: accettare il ruolo di spettatori di un mondo automatizzato o rivendicare quegli spazi di autenticità dove la macchina, semplicemente, non può entrare.
Tre ragazzini vendono limonata e vengono denunciati
2026/08/11
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8638 TRE RAGAZZINI VENDONO LIMONATA E VENGONO DENUNCIATI di Alessandro Bonelli   A Pradamano, piccola città alle porte di Udine, tre amici di 13 e 14 anni (ancora senza smartphone, complimenti sinceri ai genitori) hanno fatto qualcosa di semplice ma, visti i tempi, rivoluzionario. Invece di passare le vacanze scrollando su Instagram hanno costruito un banchetto nel cortile di casa vicino alla piazza del paese e hanno messo in vendita limonata fresca, caffè, acqua e pasticcini. Lo scopo? Mettere da parte qualche soldo e comprarsi un vecchio Piaggio Ciao, il motorino che ha fatto sognare generazioni intere e che è praticamente sconosciuto alla maggior parte dei loro coetanei. I ragazzi si svegliavano anche alle cinque del mattino per preparare tutto e per guadagnare qualche soldino anziché mettere il broncio ai genitori nel tentativo di farsi dare da loro l'ammontare per l'acquisto del Ciao. E stava anche funzionando: in pochi giorni avevano raccolto circa cento euro. L'iniziativa aveva chiaramente causato l'ilarità e la simpatia della cittadinanza come esempio di spirito d'intraprendenza, di sana voglia di fare rimboccandosi le maniche e guadagnando in autonomia. Un esempio, in altre parole, di libertà. Poi è arrivato qualcuno che invece di sorridere e di comprare una limonata o più banalmente di passare oltre facendo spallucce, ha deciso di presentare addirittura una denuncia formale. Chiaramente ai giovani mancavano le autorizzazioni per la somministrazione di alimenti e bevande. Così la polizia locale è intervenuta (pare scusandosi...) e ha ammonito i tre ragazzi. Fine della storia, fine del sogno. Questa storiaccia è lo specchio di un Paese che si prende troppo sul serio, nel quale tre adolescenti che vendono limonata nel cortile di casa vengono trattati come se gestissero un ristorante clandestino. Una nazione dove l'individuo medio storce il naso pure davanti a una piccola attività di giovani che muovono i primi passi nel mondo e allora, applicando la tanto amata burocrazia e i numerosi interminabili regolamenti, schiaccia ciò che un tempo era banale normalità. Intere generazioni di ragazzi hanno venduto i propri giocattoli, bevande o dolci fatti in casa per comprarsi la bici o il motorino, coltivando peraltro il modo più semplice e più educativo di imparare il valore del lavoro e del sacrificio. Oggi invece si privilegia la sanzione, persino a dei tredicenni, rispetto allo spirito. Si fa perdere ai ragazzi il più banale briciolo di spirito d'iniziativa economica che in un paese che insegue ancora il sogno del posto fisso sarebbe ossigeno puro. E si premia, di fatto, chi non fa niente del suo tempo libero. I tre amici non stavano rubando né stavano mettendo a rischio la salute pubblica. Stavano solo cercando di realizzare un piccolo sogno senza pesare sulla famiglia. Uno di loro ha detto di non aver avuto paura quando sono arrivati i vigili, ma di essere rimasto molto dispiaciuto: "Pensavo fosse una bella cosa e volevo andare avanti". Stiamo esplicitamente dicendo ai giovani che è meglio stare sul divano, chiedere soldi ai genitori o aspettare che qualcuno gli regali qualcosa, piuttosto che fare qualcosa di concreto. Grazie al cielo la comunità sta reagendo. Molti si sono mobilitati, qualcuno ha già offerto contributi, i genitori stanno valutando una raccolta fondi. Non perché i ragazzi debbano ricevere un regalo ma perché il loro sforzo con i tempi che corrono merita di essere riconosciuto. E a chi ha segnalato questa attività manco fosse uno smercio di contrabbando non si può che dire: ripigliati! Nota di BastaBugie: Giuliano Guzzo nell'articolo seguente dal titolo "Denuncia a tre ragazzini per un banchetto di limonata (ovvero il buon senso in vacanza)" parla della gara di solidarietà che ha suscitato questo spiacevole episodio. Ecco l'articolo completo pubblicato sul sito del Timone l'8 agosto 2026: Poche cose possono strappare un sorriso come l'immagine di tre ragazzini di età compresa tra i 13 e i 14 anni che allestiscono un banchetto, chiamandolo Ai tre amici, per vendere limonata al fine di potersi acquistare un ciclomotore Ciao. Così, purtroppo, non l'ha pensata qualche zelantissimo abitante di Pradamano - paese di 3.500 anime in provincia di Udine, dove i tre minori avevano avviato la "loro attività" - il quale ha pensato bene di sporgere formale denuncia alla polizia locale. Che, a quel punto, non ha potuto fare a meno di intervenire contestando ai ragazzini l'assenza delle autorizzazioni necessarie per vendere beni alimentari, che peraltro distribuivano a prezzi tutt'altro che salati: 1,5 euro a limonata, 1 euro a caffè e c'era anche la possibilità di un'offerta libera. A Telefriuli uno dei tre giovanissimi ha così commentato la sua delusione: «Non ho avuto paura quando ho visto arrivare i vigili ma sono stato molto dispiaciuto perché pensavo fosse una bella cosa e volevo andare avanti. Adesso speriamo nel meglio. Abbiamo raccolto 100 euro». Parole che fanno oggettivamente quasi tenerezza e infatti è subito scattata una gara di solidarietà per questi ragazzini. Lo stesso Ciao Club Italia si è fatto avanti: «Il Ciao Club Italia non vuole rimanere indifferente di fronte a quanto accaduto. Per questo ci siamo attivati immediatamente, lanciando questa raccolta fondi. Il nostro obiettivo è semplice ma concreto: acquistare e consegnare loro due Piaggio Ciao, affinché possano proseguire il sogno che avevano iniziato a vivere e che qualcuno ha cercato di interrompere». In effetti, per quei tre il ciclomotore più celebre rappresenta davvero un sogno. Come riportato ieri dal Messaggero, «Il Ciao, nel suo essere spartano, è il veicolo che da subito ha fatto battere il cuore dei tre amici, che nel tempo hanno imparato ad apprezzarne i dettagli, a conoscerne i prezzi e addirittura quanti ce ne siano disponibili sul territorio: "Ce ne sono circa una settantina in vendita qua in Friuli e hanno prezzi che vanno dai 500 ai 3.000 euro, a seconda delle condizioni"» (Il Messaggero Veneto, 7/8/2026, p.24). Nonostante il Ciao rappresenti un sogno vero per questi giovani, pare che al momento i tre non vogliano accettare collette o aiuti. «Vogliamo meritarlo», hanno spiegato sempre al Messaggero, «siamo commossi per il sostegno da mezza Italia, ma puntiamo a farcela soltanto con le nostre forze». Con questo commento, crediamo che questi giovanissimi - che non avevano allestito il loro banchetto con aspirazioni imprenditoriali, ma solo per non farsi comprare il ciclomotore dai loro genitori - abbiano dimostrato una volta di più la loro straordinaria maturità. Tanto è vero che lo stesso sindaco, Enrico Mossenta, pur sottolineando come fosse inevitabile l'intervento dei vigili urbani, ha speso parole di simpatia per questi tre ragazzini. «I ragazzi», ha dichiarato, «hanno avuto un'idea fantastica, bella, che dimostra la loro forza, il loro spirito d'iniziativa e il loro sogno. È un atteggiamento che merita di essere apprezzato e incoraggiato». Siamo d'accordo. Lo stesso però non può essere detto per l'atteggiamento di chi si è preso la briga di allertare la polizia locale affinché stoppasse immediatamente il banchetto Ai tre amici. Che male faceva la distribuzione di limonata da parte dei tre giovanissimi? Nessuno, beninteso, è così sprovveduto da non sapere che, per vendere dei prodotti alimentari, occorrono le necessarie autorizzazioni. Ma è possibile ritenere che un tredicenne che porge un bicchiere di limonata rappresenti una minaccia tale da sporgere formale denuncia? Per non inferire, vogliamo sperare che chi si è attivato per la chiusura del banchetto Ai tre amici sia stato un po' vittima del caldo. Di certo, davanti ad atteggiamenti simili una cosa è sicura: il buon senso dello zelantissimo guardiano della legge di Pradamano - e di quanti ne condividono l'inflessibile condotta - in questo periodo se n'è andato in vacanza. A naso, anche piuttosto lontano.
In vetta senza limiti, cosa perdiamo se lo sport diventa smart
2026/08/11
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8629 IN VETTA SENZA LIMITI, COSA PERDIAMO SE LO SPORT DIVENTA SMART di Roberto Marchesini   Nella storia dello sci non agonistico sono avvenuti due eventi che hanno cambiato in modo radicale e definitivo il volto di questa pratica: il primo è stato il fenomeno Tomba (Alberto). Con la sua incredibile serie di altrettanto incredibili vittorie ha reso lo sci - uno sport che fino ad allora era d'élite - uno sport di massa. Da un giorno all'altro, centinaia di migliaia se non milioni di italiani che non avevano mai toccato la neve si sono catapultati sulle piste da sci con materiali e abbigliamento «top di gamma», facendo dello sci un fenomeno di moda. Il secondo evento è stato l'avvento dello sci carving, ossia - come si diceva ai tempi - "sciancrato". Con questa innovazione tecnica, chiunque può curvare in modo "pulito", conducendo la curva; risultato che prima, con sci lunghi due metri e praticamente dritti era prerogativa di pochissimi esperti. Chiariamolo: quello che rendeva lo sci una pratica d'élite non era il costo, decisamente inferiore all'attuale. Era l'ascesi. Riuscire a condurre una curva lasciando sulla neve due binari perfettamente paralleli, in qualsiasi pendenza e condizione di neve, era una faccenda che richiedeva anni e anni di pratica, affinamento della sensibilità, la ricerca della "curva perfetta", e fame, freddo, sonno, fatica. UNA FACCENDA PER POCHI Così era l'arrampicata: una faccenda per pochi personaggi con caratteristiche - non fisiche, ma caratteriali - particolari. Anche in questo caso, arrampicare era più una filosofia, che uno sport. Se una volta le "palestre d'arrampicata" erano pareti di roccia in montagna, ora sono pareti di cemento armato con appigli di plastica, di diversi gradi di difficoltà. Il rischio è praticamente azzerato. Tant'è vero che c'è qualcuno che "schioda" le pareti, perché «l'arrampicata deve essere elitaria». Stessa cosa vale l'alpinismo. La pratica d'élite per eccellenza è diventata anch'essa turistica, "di massa". Si parla di rifugi trattati come alberghi o ristoranti, bivacchi pieni di rifiuti e devastati, di overtourism (in montagna!). La sicurezza (materiali, GPS...) e il confort (parcheggi, funivie...) ha permesso a chiunque di avere accesso all'alta montagna senza alcuna preparazione, né rispetto. Anche in questo caso, emerge timidamente il discorso del "limite": «Arrivare con la macchina il più in alto possibile e sdraiarsi con la copertina su un prato a fare un pic-nic non è vivere la montagna, ma passare del tempo in ambiente montano. La montagna è bella proprio perché pone ognuno di noi davanti a un limite, che è quello delle proprie capacità. Il grande alpinista ha un limite molto alto, la persona che va in montagna per la prima volta ha un limite molto basso, e in mezzo c'è tutto l'universo» (Lo Scarpone. Portale del Club Alpino Italiano). IL CICLISMO Vogliamo poi parlare del ciclismo? Anche il ciclismo ha avuto il suo "Tomba": si chiamava Marco Pantani. Grazie a lui l'Italia ha riscoperto il ciclismo e si è incollata al televisore per seguire Giro e Tour. Ma, nonostante Pantani, il ciclismo non è diventato "di massa", e per un motivo molto semplice: anche se seguitissimo, continuava a restare uno sport d'élite: fatica, sudore, polvere, la conquista di ogni pedalata. Poi è arrivata la tecnologia, la e-bike. E, a questo punto, i passi dolomitici, le vette rese celebri dal Giro d'Italia sono diventate accessibili a tutti. L'ascesa non era più una questione di ascesi; era diventata democratica, alla portata di tutti. In definitiva, la parabola che unisce lo sci carving, le e-bike e le pareti di plastica non è solo una questione di evoluzione tecnica o di flussi turistici: è il ritratto della nostra società contemporanea. Abbiamo barattato l'ascesi con l'accessibilità, convinti che eliminare la fatica, azzerare il rischio e democratizzare l'ascesa fosse una conquista di civiltà. Ma il prezzo di questo scambio si è rivelato altissimo: la perdita della nostra stessa umanità. Quando tutto diventa a portata di mano, quando il denaro e la tecnologia rimuovono l'ostacolo, rimuovono anche l'occasione per confrontarci con la nostra fragilità, con l'umiltà del fallimento, con il senso del limite. Curvare senza saper sciare, raggiungere una vetta senza averne conosciuto il silenzio e il timore: ci priva di quella pratica quotidiana che educherebbe l'anima alla pazienza, alla virtù, alla contemplazione. E così siamo diventati, da esploratori, consumatori: collezioniamo cime come fossero prodotti, esperienze a rischio zero, paesaggi che non riescono più a toccare la nostra sensibilità interiore. Siamo, ormai, solo turisti che si atteggiano ad asceti.
Seveso 50 anni dopo, un disastro tra ideologia e disinformazione
2026/08/04
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8620 SEVESO 50 ANNI DOPO, UN DISASTRO TRA IDEOLOGIA E DISINFORMAZIONE di Federico Robbe   Cinquant'anni fa, il 10 luglio 1976, una nube tossica si sprigiona nel cielo della Brianza, precisamente tra Seveso e Meda. L'incidente avviene a causa di una reazione incontrollata all'Icmesa (gruppo La Roche), specializzata in prodotti intermedi per l'industria cosmetica e farmaceutica. La popolazione più vicina alla fabbrica si trova subito in una situazione surreale: muoiono gli animali, le foglie delle piante ingialliscono e avvizziscono, i bambini cominciano ad avere strani segni sulla pelle, dovuti alla soda caustica presente nella nube. Si vedono le conseguenze ma non si sa nulla della causa, tant'è che l'Icmesa continua a essere aperta. Al massimo arrivano i vigili urbani, allertati dal sindaco Francesco Rocca, che sconsigliano di mangiare i prodotti dell'orto. Il primo articolo esce una settimana dopo l'incidente, il 17 luglio su Il Giorno, firmato dal cronista Mario Galimberti. Per sapere cosa contiene la nube bisogna attendere il 21 luglio, quando i laboratori svizzeri de La Roche comunicano la presenza di diossina. Una sostanza tossica di cui si sapeva pochissimo, considerata "parente" di un defoliante utilizzato nella guerra del Vietnam. Erano noti solo gli effetti devastanti sugli animali, e in alcune specie si conoscevano le alterazioni nello sviluppo del feto. Ma niente di più. Intanto, le autorità sono al lavoro giorno e notte per capire come affrontare al meglio la situazione. La zona A, la più contaminata, viene sfollata tra il 26 luglio e il 2 agosto: sono coinvolte circa 800 persone, costrette a lasciare le proprie case e ad andare in due hotel nel milanese, dove rimarranno per oltre un anno. La zona B ha una contaminazione intermedia e 5.000 abitanti devono attenersi a rigide prescrizioni. Infine, si individua la zona R (oltre 30.000 persone) con livelli più bassi ma comunque superiori alla norma. UNA CAMPAGNA MEDIATICA A SENSO UNICO La presenza di diossina scatena una campagna allarmistica e sensazionalistica. Il Corriere della Sera titola il 21 luglio a caratteri cubitali: La nube di veleno avanza su Milano. Nel sommario del pezzo si legge: «In pochi giorni il micidiale gas ha fatto 4 Km». Affermazione evidentemente assurda perché il gas si era depositato nel terreno. L'Europeo non va molto per il sottile: Può essere peggio di Hiroshima. Un altro settimanale, Epoca, scrive a tutta pagina: Peste chimica: i giorni del terrore. L'elenco potrebbe continuare a lungo: titoli altisonanti e ricostruzioni parziali da parte di giornalisti che a Seveso non ci avevano messo piede, se non per porre il tema dell'aborto in cima all'agenda politica. «Qui sono venuti finora più giornalisti che donne», leggiamo sull'Europeo del 24 agosto 1976, in un reportage che raccoglie testimonianze all'ingresso del consultorio allestito in paese. Ricordiamo che nel '76 non esisteva una legge sull'interruzione di gravidanza e i presunti effetti della diossina vennero ampiamente cavalcati. Gli articoli sul "mostro in pancia" sono innumerevoli, ma il più apodittico è quello di Nicola Adelfi, su La Stampa del 2 agosto: «Il problema delle donne incinte di Seveso deve essere visto come un problema sociale. In altre parole, spetta alla società con i suoi organi rappresentativi prendere una decisione. E questa non può essere che una sola: l'aborto. [...] Un provvedimento legislativo, per il suo carattere coattivo, cancellerebbe ogni resistenza affettiva, ogni scrupolo morale o di natura religiosa nelle persone interessate». LA VITA CONTINUA: IL REALISMO DELLA CHIESA Fin qui la realtà raccontata dai giornali. Ma poi ce n'è un'altra: una realtà che vede il mondo cattolico protagonista dopo l'omelia del cardinale Giovanni Colombo, il 1° agosto 1976: «Non lasciatevi prendere dalla paura. Diffondete la speranza. Non credete a tutte le voci allarmistiche, spesso incontrollate, spesso manipolate con intendimenti interessati e faziosi. L'Eucaristia che celebriamo e di cui ci nutriamo ci fa tutti fratelli e come tali dobbiamo comportarci, non solo a parole ma anche a fatti. Ciascuno si impegni a fare tutto quello che può per aiutare chi è nel bisogno. Le nostre comunità cristiane diano testimonianza operosa di fraternità». L'arcivescovo di Milano rilancia tre parole chiave: realismo, speranza e fraternità. E così, un popolo formato da Comunione e Liberazione, Azione Cattolica e parrocchie si mette all'opera: apre l'Ufficio decanale di assistenza e coordinamento (Udac), diretto dal medico Ambrogio Bertoglio, per aiutare i più bisognosi, sostenere moralmente ed economicamente gli sfollati, organizzare centri diurni per far giocare i bambini che andavano allontanati. L'Udac stampa il periodico Solidarietà in circa 50 mila co pie, facendo un po' di sana contro-informazione, e diffonde in Brianza e poi in tutta Italia il manifesto "La vita continua". E il 12 settembre 1976 la Diocesi indice presso il Seminario di San Pietro Martire una giornata di preghiera e offerte. Partecipano circa 5 mila persone, ma non uscirà una riga sulla stampa mainstream, sempre a proposito di informazione corretta. Quanto alla questione dell'aborto, la vicenda di Seveso è stata il grimaldello per approvare la legge 194 del 1978. Ma non viene quasi mai ricordato che la stragrande maggioranza delle donne incinte dell'area contaminata ha detto sì alla vita. E i loro figli sono nati sani. Non solo: le analisi sui feti abortiti (circa 30) non hanno mostrato segni di malformazioni. Come ricorda il prof. Paolo Mocarelli, tra i massimi esperti di diossina, l'effetto più evidente è la cloracne, una malattia della pelle. Gli studi epidemiologici hanno monitorato la popolazione esposta, rilevando un incremento percentuale di rari tumori del sangue, come leucemie e linfomi. Ma cosa c'è oggi al posto dell'Icmesa? Dopo un'accurata bonifica, a metà anni Ottanta è stato creato un grande parco di 43 ettari, il Bosco delle Querce. Una risposta all'insegna della bellezza che testimonia una nuova consapevolezza del rapporto tra uomo e ambiente. E c'è un altro frutto, a mio avviso ancora più importante, di questa storia: la rinascita di un popolo che, grazie alla fede, è riuscito a far fronte all'emergenza senza cedere alla disperazione. Nota di BastaBugie: Ermes Dovico nell'articolo seguente dal titolo "Così il disastro di Seveso è stato usato per sdoganare l'aborto" parla del disastro cavalcato dagli abortisti, terrorizzando le donne incinte con l'idea - peraltro infondata - di un "mostro" in pancia. Il ruolo della stampa vs la carità della Chiesa. La Bussola intervista il dottor Ambrogio Bertoglio, abitante di Seveso e all'epoca responsabile dell'Ufficio decanale. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 10 luglio 2026: Oggi sono esattamente cinquant'anni dall'inizio di quel che è passato alla storia come "disastro di Seveso" (10 luglio 1976), generato dalla fuoriuscita di una nube di diossina dallo stabilimento dell'Icmesa (a Meda), azienda svizzera che faceva capo alla multinazionale La Roche. Un disastro che ebbe ricadute a più livelli: ambientale, sanitario, politico, economico-sociale. In particolare vogliamo qui soffermarci sulle sue conseguenze nella battaglia sull'aborto, perché quell'incidente funse in qualche modo da acceleratore delle pretese abortiste che si concretizzarono meno di due anni dopo nella legge 194. Testimone privilegiato di quell'epoca è Ambrogio Bertoglio, psichiatra, allora trentenne e già padre di famiglia, che fu nominato dal cardinale Giovanni Colombo, arcivescovo di Milano, responsabile laico dell'Ufficio decanale di assistenza e coordinamento (Udac), un ufficio attivo da inizio agosto del '76 con cui la diocesi ambrosiana offriva la sua vicinanza alla popolazione. La Bussola lo ha intervistato. Dottor Bertoglio, fin dai primi giorni il disastro di Seveso è divenuto un pretesto per promuovere l'aborto e la sua legalizzazione. Da testimone e abitante di Seveso, che cosa ci può dire al riguardo? Eravamo nel bel mezzo del dibattito sull'aborto, la situazione di Seveso è stata utilizzata per rompere qualsiasi diga intorno al tema dell'aborto terapeutico. C'erano decine e decine di femministe, ginecologi che venivano da Milano e si presentavano qua con dei cartelli con raffigurazioni drammatiche, e si piazzavano fuori dai consultori e dalle strutture sanitarie. Il messaggio che si voleva far passare era che la donna incinta avesse un "mostro" nella pancia. Questo ha dato il via libera, con l'avallo delle autorità regionali e nazionali, all'aborto terapeutico. L'Osservatore Romano e Avvenire sottolineavano che non di aborto terapeutico si trattava ma di «aborto eugenetico» perché non c'erano rischi per le donne, ma si invocava l'aborto per malformazioni, peraltro solo ipotetiche. In quel momento non si avevano notizie intorno all'effetto della diossina. Era emerso che la sostanza fosse teratogena, cioè poteva in teoria fare danni ai feti: ma questo avveniva per gli animali, non si sapeva se fosse vero anche per gli uomini. Dicendo alle donne che avevano un mostro nella pancia, si voleva togliere loro ogni speranza. Ma già a inizio agosto del '76 il cardinale Colombo aveva pubblicamente incoraggiato le donne a proseguire la gravidanza e spiegato che se davvero fosse nato un bambino malformato ci sarebbe stata sicuramente qualche famiglia pronta a prendersene cura. Infatti delle famiglie diedero la loro disponibilità. Ma gli abortisti ricoprirono il cardinale di insulti, lo bollarono come disumano e contro le esi
Il concerto di Ultimo batte il record di Vasco Rossi
2026/07/28
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8613 IL CONCERTO DI ULTIMO BATTE IL RECORD DI VASCO ROSSI di Federica Di Vito   Quello di Ultimo, il concerto che ha riunito 250 mila persone a Tor Vergata e ha "rubato" il primato al Modena Park di Vasco del 2017 con 225mila spettatori, è destinato a fare la storia. E dall'annuncio del "Giubileo" per i cinquant'anni di carriera di Vasco è bastata appena mezz'ora per far esaurire 550 mila biglietti. Sono dati questi, che dicono qualcosa sul panorama musicale contemporaneo e non solo.  Ieri Il Foglio, in un'analisi del fenomeno, ha parlato di quanto la magnitudo della partecipazione a un concerto lo consacri a una sorta di «nuova religione dei record» dove l'unità di misura è «la dimensione di un evento sempre a caccia di eccezionalità». Per un artista giovane come Ultimo riempire uno stadio è la definizione stessa di successo, mentre per un veterano come Vasco, lo stadio è un modello di rito collettivo consolidato dagli anni Ottanta. L'industria del live ha trasformato il concerto nella «basilare voce di bilancio per un artista»: con lo streaming che «paga in pochi centesimi», la strategia delle residency (molteplici date nella stessa città, Vasco ha in programma dieci concerti all'Olimpico nel giugno 2027) permette di produrre notizie basate sui numeri. Il titolo che conta diventa così il numero di biglietti venduti nel minor lasso di tempo possibile, più di qualsiasi nuova uscita discografica. COMUNITÀ, TRASCENDENZA, TRASFORMAZIONE Accanto a questa tendenza è interessante rilevare un certo parallelismo tra il concerto e l'atto liturgico. A ragionare in questi termini è stato Tom Neal, professore di Teologia presso il Seminario di Notre Dame a New Orleans. Il mega evento moderno funziona come una liturgia laica basata su tre pilastri fondamentali: comunità, trascendenza e trasformazione.  Comunità, perché proprio come la liturgia unisce i fedeli in un'esperienza di relazione con il divino, il concerto unisce i fan attraverso la bellezza e l'energia della musica. I partecipanti sono uniti da una fede comune nel messaggio dell'artista, che agisce come una sorta di "celebrante": «I bravi artisti ti fanno sentire di comprendere il tuo mondo in modo personale e intimo e, con la loro autenticità, ti permettono di entrare nel loro. Il concerto diventa una forma di comunione e dona a coloro che si sentono soli al mondo un senso di appartenenza».  Trascendenza, perché il mega evento porta lo spettatore oltre se stesso, fuori dalla quotidianità mondana (quello che i greci chiamavano ek-stasis). Artisti come Vasco Rossi o i performer che dominano i grandi palchi - da Cremonini a Ligabue - appaiono come figure «larger-than-life», talmente straordinarie da creare un mondo di immaginazione e significato fuori dalla realtà.  Trasformazione, perché chi esce da un grande evento ne esce cambiato. La saturazione dei sensi, stimolati tra luci, suoni e vibrazioni, permette alla musica di penetrare in profondità, influenzando l'identità e la percezione della realtà dello spettatore. Il maxischermo al concerto di Ultimo riportava la citazione biblica: «Beati gli ultimi, perché saranno i primi». A fine concerto Niccolò Moriconi - in arte Ultimo - affidava un grido liberatorio al pubblico: «Ho fatto pace con tutti, con tutto». E chissà quanti fan desiderosi di fare pace con la vita, con se stessi e con gli altri cantavano a squarciagola, finalmente compresi. Il megaevento diventa un occasione catartica tanto per chi lo "celebra" quanto per chi vi partecipa. Un vero e proprio popolo che si riconosce nelle parole delle canzoni dell'artista trentenne: «La generazione Ultimo ha trovato nel cantautore una voce che fa eco al proprio mondo interiore, svela le sue paure senza giudicarle, accoglie le fragilità di cui non ha senso vergognarsi», spiega il giornalista Mattia Marzi che a Il popolo di Ultimo ci ha dedicato anche un libro. SOLO IL VANGELO PUÒ RISPONDERE L'anno scorso un milione di ragazzi ha pregato in silenzio insieme al Papa per il Giubileo dei Giovani. La stessa spianata quest'anno ha accolto 250 mila fan provenienti da tutta Italia e non solo in una sorte di "pellegrinaggio laico" alla sequela del cantautore romano. Che siano alla ricerca della stessa cosa? Più di un giornale mainstream ha accostato con tono canzonatorio i fan di Ultimo ai papa boys definendo il megaevento di Tor Vergata come «un rito di venerazione collettiva» alla sequela di un «santino pregiato della iconografia del riscatto» che concederebbe al proprio pubblico «un lasciapassare per la lagna». Al di là delle critiche sterili - a ben vedere da parte degli stessi che celebravano la vittoria di Mahmood al Sanremo 2019 sancita dalla giuria contro il televoto che scelse Ultimo - da parte nostra è quasi doveroso leggere questa partecipazione di massa come un segno dei tempi. «Essere giovani oggi è tremendo», confessava Ultimo in un'intervista al Corriere un paio di anni fa, «sei senza punti di riferimento. Non conosco nessun ragazzo della mia età che vada a votare e nessuno che vada in chiesa. In tv non c'è una buona notizia. Guerre. Bombe. I giovani sono anestetizzati. Fermi. Aspettano un domani che non arriva e non arriverà». Eppure, questi sono gli stessi giovani - e meno giovani - che si mettono in fila per chilometri, non solo per una canzone, ma alla disperata ricerca di un senso che possa "svoltare" una vita piatta. Che lo chiedano al Papa o a un idolo pop, noi sappiamo che la risposta è la stessa. Perché il bisogno odierno di comprensione e riscatto è lo stesso di chi cercava la salvezza sfiorando il mantello di Cristo. Quella "Buona Notizia" che tutti aspettano tra le luci dei riflettori è un annuncio che non può rimanere confinato all'ombra. L'implorazione di senso sta risuonando anche nelle adunate oceaniche dei concerti. Sta alla Chiesa e a ogni singolo credente riconoscere che in quel grido si nascondono le stesse domande a cui solo il Vangelo può rispondere.
Come Fauci e intelligence insabbiarono le origini del covid
2026/06/23
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8583 COME FAUCI E INTELLIGENCE INSABBIARONO LE ORIGINI DEL COVID di Stefano Magni   Tulsi Gabbard, direttrice uscente dell'Intelligence Nazionale (un ruolo di coordinamento delle agenzie di intelligence e figura di raccordo fra esse e il presidente) lascerà l'incarico il 30 giugno. Mentre volano stracci fra Trump e il Partito Repubblicano per la nomina del successore, la Gabbard, che ormai non ha più niente da perdere, sta togliendosi qualche soddisfazione personale e politica. La settimana scorsa, il 12 giugno, aveva reso pubblici i documenti che provavano l'esistenza del finanziamento pubblico di 120 biolaboratori all'estero, in 30 paesi partner fra cui l'Ucraina (e dunque «a rischio di compromissione a causa della guerra in corso tra Russia e Ucraina»). La denuncia è passata abbastanza in sordina. È una pratica che dura, da quel che dice la Gabbard, almeno da una decina d'anni. Dunque a finanziare quei laboratori all'estero sono state le amministrazioni di entrambi i partiti, compresa la prima di Trump dal 2017 al 2021. La nuova rivelazione, di ieri, 19 giugno, è invece una potenziale "bomba", anche se la grande stampa nazionale non l'ha diffusa molto, ad eccezione di New York Post e pochi altri quotidiani. Secondo i documenti appena declassificati, infatti, Anthony Fauci, il super consulente della politica pandemica, avrebbe mentito al Congresso, nelle audizioni, sul finanziamento di pericolosi esperimenti nel laboratorio di Wuhan, in Cina, probabile punto di partenza del Covid-19. PANDEMIA DI COVID-19 Nel comunicato stampa della Direzione Nazionale dell'Intelligence, si legge che «Prima della pandemia di Covid-19, Anthony Fauci, in qualità di direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (Niaid), ha stanziato milioni di dollari dei contribuenti statunitensi per finanziare pericolose ricerche di tipo "guadagno di funzione" sui coronavirus dei pipistrelli presso il Wuhan Institute of Virology (Wiv), un lavoro che ora è ampiamente considerato la fonte della fuga accidentale dal laboratorio che ha scatenato la pandemia». Ma di questo si parla da anni. La vera novità, invece, è la prova che l'insabbiamento c'è stato ed è avvenuto con la complicità di parte dei servizi segreti americani di allora. Si legge infatti che sono stati declassificati: «comunicazioni e documenti inediti che svelano come Fauci abbia collaborato con i vertici politicizzati della Comunità dell'Intelligence (Ic) per sopprimere la verità sulle sue azioni, sulle origini del virus, ovvero la fuga di laboratorio, e sul suo ruolo nell'assegnazione dei finanziamenti statunitensi a questa pericolosa ricerca che ha causato danni incommensurabili e innumerevoli perdite di vite umane. Questi documenti rivelano il ruolo diretto di Fauci nell'influenzare e manipolare le valutazioni dell'intelligence sul Covid-19 e come Fauci abbia mentito al Congresso nel 2024, quando sotto giuramento negò di essere a conoscenza o di aver partecipato a discussioni con funzionari dell'intelligence sulla ricerca». L'INTERESSE AD ALLONTANARCI DALLA VERITÀ E qualcuno sta iniziando a parlare, a quanto risulta, dopo aver subito intimidazioni: «Durante questo processo - di raccolta delle prove, si legge nel comunicato - i funzionari dell'Odni (Direzione Nazionale Intelligence, Dipartimento dell'Ohio, ndr) hanno raccolto testimonianze da numerosi informatori della comunità dell'intelligence che hanno denunciato ritorsioni per aver contestato la manipolazione delle informazioni sull'origine del virus da parte della stessa. Ciò ha rivelato un chiaro schema di soppressione del dissenso, di silenziamento dei critici e di occultamento di prove che hanno minato l'integrità della comunità dell'intelligence e danneggiato il popolo americano». La storia della pandemia andrebbe riscritta, secondo la Gabbard, perché tutta l'informazione di allora sarebbe stata viziata da questo rapporto illegittimo fra Fauci e parte dei servizi segreti: «Durante la pandemia, Fauci e i leader politicizzati all'interno della comunità dell'intelligence hanno creato un circolo vizioso di comunicazione autoreferenziale. Fauci ha fornito scienziati da lui selezionati e finanziati dal Niaid per consigliare la comunità dell'intelligence. Questo contributo ha influenzato le valutazioni ufficiali dell'intelligence, che sono state poi citate pubblicamente come consenso scientifico per confutare la teoria della fuga di notizie dal laboratorio. Secondo centinaia di e-mail esaminate, la comunità dell'intelligence ha quasi sempre recepito le sue raccomandazioni». E di qui anche l'accusa più grave, quella di aver mentito al Congresso: «a Fauci fu ripetutamente chiesto se avesse parlato con "Fbi, Cia, Dia o qualsiasi altra agenzia di intelligence statunitense in merito alla ricerca sui virus" prima, durante o dopo la pandemia. Fauci eluse ripetutamente le domande, prima di affermare falsamente: "a mia conoscenza, no, riguardo al Covid"». Una risposta definitiva sull'origine del Covid non c'è ancora, nemmeno dopo la pubblicazione di questi documenti dei servizi segreti. Ma si inizia, se non altro, a ricostruire la storia di chi ha avuto tutto l'interesse ad allontanarci dalla verità. E solo negli Usa se ne parla. In Cina no.
Mondiali di calcio: mangia, prega e segna, ma se sei islamico, non cristiano
2026/06/23
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8580 MONDIALI DI CALCIO: MANGIA, PREGA E SEGNA, MA SE SEI ISLAMICO, NON CRISTIANO di Andrea Zambrano   Il cristianesimo dà fastidio anche ai Mondiali, mentre all'Islam si fanno ponti d'oro. Non è passata inosservata nella sua patria, la Germania, la preghiera che il calciatore Felix Nmecha ha pronunciato al termine della partita che la nazionale teutonica ha giocato contro Curaçao vincendo 7 a 1. Proprio l'attaccante tedesco di origini nigeriane ha dato con un suo gol il via alla goleada tedesca. Ma non è per ragioni meramente sportive che ce ne occupiamo. Il motivo è legato alla sua fede cristiana. Una fede, è di professione evangelica, che il giovane attaccante vive in modo pubblico. Dopo aver segnato il gol, si è inginocchiato sul prato, ha formato con le mani una corona sulla testa e l'ha depositata sul campo. Poi ha teso le mani verso il cielo e successivamente ha pubblicato una foto di questo momento su Instagram con le parole "Thank you Jesus!". Dopo la partita, inoltre, ha formato un cerchio di preghiera insieme a Jonathan Tah e a un paio di giocatori di Curaçao. Il motivo di questo atteggiamento è legato alla sua fede cristiana. «Il calcio è la mia passione, Gesù è il mio fondamento» aveva detto in passato e «ogni volta che entro in campo, non si tratta di me, ma di glorificare Dio». Parole e atteggiamenti che stanno facendo storcere il naso a più di uno nel suo paese, alle prese con una drammatica secolarizzazione, come sulla Bussola scriviamo spesso a proposito della Germania. Le critiche che gli sono piovute addosso provengono tutte dalla stampa, che ha non solo criticato Nmecha, ma lo ha pure dileggiato. «Un calciatore professionista con la fissa per Cristo: cartellino rosso per Gesù!»; «Il giocatore della nazionale tedesca Felix Nmecha ostenta la sua fede come un ostensorio. Dietro di essa si nasconde una cupa visione dell'umanità». «La preghiera di Nmecha dopo la partita dei Mondiali è una pietra d'inciampo». Cose così, per far capire il tenore di articoli livorosi, che scavano nel suo passato per trovare una mela bacata da azzannare. LE "ACCUSE" E che infatti trovano. Il calciatore, infatti, in passato aveva criticato l'ideologia omosessualista portata avanti dalle brigate Lgbt che anche in Germania sono molto agguerrite. E così lo accusano di essere omofobo e transofobo: «Il giocatore aveva precedentemente condiviso o messo "mi piace" a diversi contenuti transfobici e omofobi sul suo account Instagram. In uno dei post, il movimento LGBTQ+ e il concetto di "Pride" venivano paragonati al diavolo. In un altro, un estremista di destra statunitense derideva una persona trans minorenne», si legge sulla stampa tedesca. Apriti cielo. Tanto è bastato per farlo diventare un bersaglio di critica e scherno che va ben oltre il rettangolo di gioco. Non è una novità che la cristianofobia in Europa si stia radicalizzando proprio prendendo come pretesto la critica alle ideologie antiumane, che si sono imposte nel Vecchio Continente. E così, anche una manifestazione di lode a Dio per un semplice gioco, diventa occasione per tappare la bocca.  Infatti, il caso si allarga perché Nmecha ha detto di appartenere ad una sorta di congrega internazionale di calciatori, che hanno in comune non la squadra d'appartenenza di club e nemmeno la nazionale e neppure il ruolo, ma semplicemente la loro fede in Gesù Cristo. "Ballers in God" (tradotto: giocatori in Dio) è una rete, parlare di movimento è esagerato, fondata nel 2015 dal calciatore inglese John Bostock e che si prefigge di utilizzare il calcio per diffondere il messaggio di Gesù Cristo, supportando e guidando i giocatori nella loro fede. Lodevole, soprattutto se pensiamo che il mondo del calcio, e dello sport in generale ad alti livelli, è quanto di più lontano da certi valori evangelici.  Ma non per certa stampa e, evidentemente certa opinione pubblica tedesca ed europea, che rimprovera a questi calciatori di non limitarsi a vivere nel privato la loro fede, pena appunto la scomunica. Perché, il problema sta tutto nel portare la fede nell'agone pubblico e misurarla con le ideologie invece che vanno per la maggiore. Ma che ci sia un doppiopesismo neanche tanto latente è provato da altri due episodi che hanno come teatro lo stadio di Atlanta, dove domenica la Spagna ha battuto 4 a 0 l'Arabia Saudita. Qui, la religione sotto osservazione è l'Islam, ma guardiamo bene che trattamento ha ricevuto. I TIFOSI SAUDITI CON TUTTI GLI ONORI Anzitutto lo stadio si è preparato ad accogliere i tifosi sauditi con tutti gli onori: spazi appositi dedicati alla preghiera islamica e offerta di cibi halal nei punti ristoro dell'impianto. Più che libertà religiosa, siamo nel campo di un gesto di sottomissione che difficilmente a parti rovesciate vedremmo negli stadi di Rabat. Celebre, infatti, è il segno di croce che Cristiano Ronaldo fece in diretta tv dopo aver segnato un gol quando giocava nell'Al Nasr. Scatenò un putiferio, venne redarguito anche se la passò liscia, probabilmente grazie all'ingaggio milionario che gli fece da scudo. Ma il motivo era semplice: in Arabia è vietata ogni forma di ostentazione pubblica della fede. I calciatori non possono entrare in campo facendosi il segno di croce, che per la verità anche da noi, ha acquisito un valore scaramantico più che di manifestazione pubblica di fede. In ogni caso, sarebbe impensabile in Arabia una norcineria in uno stadio per far felici i tifosi occidentali amanti di carne di maiale e costine alla brace.  Sottomissione americana a parte, sempre nella stessa partita, è interessante notare il destino rovesciato capitato a Lamine Yamal, stella nascente della nazionale spagnola e, come noto, di origini marocchine per parte di padre. Al suo debutto con la nazionale delle Furie rosse al mondiale, Yamal ha segnato e durante l'esultanza si è inginocchiato alla maniera islamica, puntando le braccia al cielo. Un chiaro segno di ossequio ad Allah. Del resto, il giovane fuoriclasse del Barcellona non è la prima volta che ostenta la sua fede islamica in pubblico. E lo ha fatto anche domenica, nella seconda partita dei campioni d'Europa al Mondiale americano. Proteste? Zero. Critiche in Spagna per questa ostentazione della fede? Neanche lontanamente l'ombra. Anzi, certi siti musulmani hanno esaltato il gesto del calciatore che non è certo il primo (anche Antonio Rüdiger e Mohamed Salah lo hanno fatto). Ovvio che il Mondiale è una vetrina capace di fissare anche nell'opinione pubblica certi gesti e cristallizzarli. L'opinione pubblica europea invece, scatenata contro Nmecha, zitta. Per il musulmano Yamal sono piovuti elogi, per il povero cristiano Nmecha solo critiche. Ed è anche da questi particolari, parafrasando De Gregori, che si giudica un giocatore e - aggiungiamo noi - il termometro della cristianofobia.
L'arca di Noè, nuove scoperte su dove potrebbe essere
2026/06/09
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8562 L'ARCA DI NOE', NUOVE SCOPERTE SU DOVE POTREBBE ESSERE di Giuliano Guzzo   L'arca di Noè, al centro di uno dei racconti più noti del Vecchio Testamento, forse è stata individuata. Lo pensa un gruppo di ricercatori statunitensi che non solo da tempo ispeziona con il georadar il sottosuolo del suggestivo sito di Durupınar - non lontano dal massiccio del monte Ararat, in Anatolia orientale (Turchia) - ma è ora convinto d'aver trovato degli indizi rilevanti e meritevoli di approfondimenti. Prima di vedere di che si tratta, però, è opportuno fare un passo indietro e dire qualcosa di più su tale sito. Tutta la vicenda ebbe inizio nel 1959 quando, durante una ricognizione aerea, il capitano dell'esercito turco İlhan Durupınar individuò una formazione irregolare nelle montagne della Turchia orientale che assomiglierebbe a una nave. Proprio questa somiglianza - piuttosto visibile anche a occhio nudo - ha per decenni spinto esperti, fedeli ma anche semplici curiosi ad ipotizzare che la formazione, chiamata appunto di Durupınar dal nome del suo poc'anzi menzionato scopritore, altro non sarebbe che il punto in cui si era fermata l'Arca di Noè. Ad alimentare la suggestiva ipotesi ci sono non solo delle somiglianze esteriori (effettivamente la formazione ricorda un'imbarcazione), ma anche delle similitudini nelle misurazioni. Il sito infatti misura circa 515 piedi di lunghezza (circa 157-160 metri), estensione che risulterebbe davvero prossima a quella dei 300 cubiti (circa 133,35 metri) indicati nel sesto capitolo della Genesi come, appunto, lunghezza dell'Arca. Solo una coincidenza? Secondo molti studiosi sì e c'è chi da tempo ritiene la questione del tutto risolta. Il riferimento è qui ad un articolo pubblicato nel 1996 sul Journal of Geoscience Education dal geologo Lorence Collins, in collaborazione con David Fasold - il quale, peraltro, all'inizio credeva alla tesi dell'Arca -, nel quale si sostiene l'ipotesi della struttura geologica naturale, facendo presente come i presunti componenti artificiali (residui di ferro e metallici) sarebbero null'altro che minerali vulcanici ossidati e sedimenti. Il dibattito sul sito di Durupınar non si è però mai chiuso del tutto. Prova ne sia quanto avvenuto nel 2017, quando il regista Cem Sertesen ha diffuso il documentario Noah's Ark, che ha riunito 22 anni di ricerche nella zona in cui molti credono si trovino i resti del grande vascello biblico. C'è poi il lavoro di Andrew Jones, fondatore di Noah's Ark Scans, il quale - insieme al suo team - da anni studia la formazione di Durupınar; e proprio Jones, per tornare agli ultimi sviluppi, utilizzando il georadar e la termografia a infrarossi avrebbe individuato quella che ritiene essere una struttura a forma di imbarcazione sepolta nel terreno. Le scansioni pare abbiano infatti rivelato una rete di tunnel sotterranei che attraversano il centro della struttura e ne percorrono i bordi interni; e tutti convergerebbero in una stanza interna. Da ultimo, va fatto presente come sarebbero stati rintracciati sul sito dei fossili marini, tra cui coralli e conchiglie che, a quell'altitudine, suggerirebbero che l'area in epoche remote possa essere stata sommersa. «Credo fermamente che questi siano i veri resti, sepolti e in decomposizione, dell'Arca di Noè, la famosa nave. E stiamo facendo del nostro meglio per convincere gli scettici e mostrare al mondo questo sito», ha dichiarato Jones a Fox News, sottolineando di aver trovato prove certe dell'«esistenza di tunnel a circa quattro metri di profondità e circa due metri di altezza, che percorrono il centro dell'imbarcazione e il bordo interno dello scafo. Crediamo fermamente che questa planimetria, che mostra tunnel e possibili travi e muri di sostegno, suggerisca che si tratti di un'opera artificiale e non di una formazione naturale». La stessa Fox ribadisce che molti geologi dissentono dalla tesi che vuole il sito di Durupınar formazione artificiale. Se però le nuove scoperte di Jones e del suo team dovessero rivelarsi entusiasmanti come annunciate, beh, una riapertura del dibattito sarebbe inevitabile. Da parte sua, Jones è sicuro: «Abbiamo la forma della nave, siamo nella posizione corretta e ora stiamo anche notando che il terreno all'interno è diverso da quello immediatamente esterno alla formazione». Se risultasse tutto confermato, non sarebbe affatto poco.
Bruno Mars inizia il concerto con segno della croce e preghiera
2026/06/02
VIDEO: Inizio del concerto di Bruno Mars ➜ https://www.youtube.com/shorts/hOqURtXeT-0 TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8548 BRUNO MARS INIZIA IL CONCERTO CON SEGNO DELLA CROCE E PREGHIERA di Manuela Antonacci   Bruno Mars ha lasciato ultimamente a bocca aperta i suoi fan mettendosi in ginocchio e non per fare una proposta di matrimonio, ma per pregare! Ebbene sì perché uno degli ultimi concerti del cantante che ha avuto luogo agli inizi di maggio a Las Vegas, durante il The Romantic Tour si è aperto in un modo totalmente inaspettato: con un video in cui lui prega davanti all'altare, per i suoi fan e la sua squadra, chiedendo a Dio protezione. Durante questo momento spirituale, il cantante ha recitato una preghiera che è già diventata virale sulle piattaforme digitali per il suo impatto così diretto. Bruno Mars, nel video, ha ringraziato Dio per l'opportunità di fare ciò che ama e ha chiesto, in particolare, la forza perché la sua band, quella sera, potesse, offrire uno spettacolo indimenticabile: «L'unica cosa che vi chiedo è di proteggere tutti i presenti» conclude l'artista nel clip, proprio prima di fare il segno della croce mentre le campane suonano a festa. C'è da dire che il video ha collezionato ben 2, 5 milioni di visualizzazioni, 322.000 like, oltre 13.400 repost e più di 27.000 condivisioni. Tanti i commenti che lodano l'iniziativa del cantante. In particolare, un fan ha scritto sotto il video di Bruno Mars: «Come Hooligan da 16 anni, questo momento ha toccato molto il mio cuore cattolico. (...) Il modo in cui Bruno ha posto Dio al primo posto è stato davvero bello. È stato un momento così intimo vederlo inginocchiarsi davanti a Dio, pregare per la protezione di tutti i presenti allo stadio e fare il segno della croce. Vederlo poi esibirsi sul palco mentre indossava il suo crocifisso e la medaglia di Nostra Signora di Guadalupe lo ha reso ancora più significativo. È un momento che davvero non dimenticherò mai come Hooligan. Grazie, Dio, per avermi dato l'opportunità di vedere Bruno in tour ancora una volta!» Comunque non è un caso che l'immagine della Vergine di Guadalupe chiuda la scena del video di Mars, perché il legame di Bruno Mars con questa sua devozione era già emerso in precedenza. Il cantante aveva già incluso riferimenti religiosi in opere precedenti come il video "Risk It All", come anche il nostro giornale aveva messo in evidenza. In particolare, nel video di questa sua ultima canzone il cui titolo, in italiano, si traduce con "Giocati tutto", veniva raccontata e rappresentata sulle note di una ballata romantica, una storia semplice e, ormai, controcorrente: una coppia che decide di sposarsi, in un contesto non semplicemente romantico, ma in cui emergono dettagli davvero inaspettati. La location è una chiesa disseminata di statue dei santi, con una Madonna in primo piano, inoltre nei primi istanti della clip si intravedono un rosario e la Medaglia Miracolosa. Infine, lo stesso Mars si mostra seduto sia fuori sia dentro la chiesa mentre suona la chitarra portando al collo quella stessa medaglia insieme a un crocifisso. Insomma, incredibile ma vero, nello star system, c'è ancora chi ha ancora il coraggio di non rinnegare se stesso, la propria cultura di appartenenza, persino se questa ha a che fare con una cosa considerata, nel mondo di oggi, così "scomoda", come la fede. Bruno Mars è sempre la star che conosciamo e la sua voce e il suo stile rimangono inconfondibili, ma di certo, un concerto in cui anche Dio è invitato è e sarà sempre tutta un'altra musica!
Bambini malati dopo il vaccino, sinistra in tilt
2026/05/19
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8551 BAMBINI MALATI DOPO IL VACCINO, SINISTRA IN TILT di Andrea Zambrano   Malattie autoimmuni, malattie neurologiche e malattie cardiache. Il dottor Eugenio Serravalle, pediatra e presidente dell'Associazione di studi e informazioni sulla salute lo ha detto rispondendo alla domanda della capogruppo FdI in Commissione Covid, Alice Buonguerrieri. La domanda era relativa alle malattie che hanno sviluppato i bambini e gli adolescenti vaccinati con i preparati anti Covid durante la campagna vaccinale. In particolare le miocarditi, per le quali sono emersi dei dati che non erano stati rilevati negli studi preregistrativi dei vaccini (per forza, non erano stati testati sui minori), ma che sono emersi dalle osservazioni sul campo fino ad essere riconosciute sulla scheda tecnica dei vaccini a mRNA. Basterebbe questa evidenza, dicevamo, ma no. Non basta. Non basta ad esempio alla pattuglia piddina e pentastellata presente in Commissione, la cui presenza è deliberatamente volta a minimizzare, contestare e sminuire le evidenze che vengono messe agli atti dei lavori. Con qualche scivolone che denota una mancanza di preparazione. Ylenia Zambito, ad esempio senatrice del Pd, la quale, forte della sua laurea in chimica farmaceutica e della sua attività accademica, ha pensato bene di replicare alle affermazioni di Serravalle rimproverandolo per una lettura specifica dei dati sui bambini non vaccinati. Poteva sembrare un battibecco tra concittadini, Zambito e Serravalle sono entrambi di Pisa, ma è parso chiaro che sia stato l'ennesimo tentativo degli esponenti dell'opposizione alla Commissione Covid per non far emergere agli atti verità che ormai sono acclarate. «Lei non ha capito i lavori che cita - ha accusato Zambito - non sa leggere i dati dandoci una interpretazione sbagliata, ci sta raccontando una serie di cose pericolose per fare una battaglia contro le vaccinazioni». Serravalle le ha risposto con fermezza: «Questa è un'affermazione che non può fare perché la colonna che mostra i precedenti infettati è a parte. Non sono quegli altri mi dispiace, ma se c'è qualcuno che non ha letto il lavoro scientifico non sono io». I 4 PILASTRI DELLA MEDICINA Un battibecco che mostra come i rappresentanti della minoranza a Palazzo San Macuto siano in realtà in opposizione alla Commissione stessa, mettendo in dubbio senza argomenti gli auditi, ostacolando con polemiche pretestuose il più delle volte, i lavori. Eppure, l'audizione è stata importante perché sono stati messi in fila in maniera analitica i 4 pilastri della medicina che sono stati traditi in pandemia, con un occhio al comparto pediatrico, essendo l'audizione riservata alle problematiche sofferte dai minori vaccinati: 1. Rapporto rischio beneficio 2. Principio di precauzione 3. Proporzionalità degli interventi 4. Medicina basata sulle prove «Tutti questi principi sono stati spessissimo disattesi nelle decisioni prese in pandemia», ha detto Serravalle, ricordando come non siano stati raggiunti i due obiettivi di una campagna vaccinale della vaccinazione: la protezione della salute individuale e quella della salute collettiva. Infatti - studi alla mano - «i benefici netti reali per i bambini sono stati minimi o nulli o addirittura a efficienza invertita» mentre riguardo alla salute collettiva «abbiamo visto una campagna improntata sull'idea che le vaccinazioni dei bambini potessero proteggere i cari con l'immunità di gregge che si è rivelata una colossale truffa». Molti principi sono stati ribaditi anche per le vaccinazioni pediatriche anti Covid: «Noi sapevamo sin dal primo foglietto illustrativo di Comirnaty che non era stato mai dichiarato efficace nella prevenzione della trasmissione semplicemente perché i trials clinici non l'avevano mai testato». E che «i bambini si infettavano con Omicron, ma il vaccino non proteggeva per l'immunità di gregge. Così il razionale della vaccinazione di massa sui bambini è decaduto». UN DISASTRO Insomma, un disastro. E di «disastro» ha parlato anche la Buenguerrieri in una nota, a seguito della sua audizione: «Serravalle ha dimostrato, dati alla mano come si conviene a un uomo di scienza, come la campagna vaccinale anti-Covid fu disastrosa. Ha spiegato che nelle persone in età pediatrica il rischio legato alla contrazione del virus fosse molto basso, ma nonostante ciò furono oggetto, dai 12 anni in su, della campagna vaccinale di massa impostata dall'allora Governo. Attraverso il Super Green Pass fu impedito a ragazzi molto giovani, 'colpevoli' di non essere vaccinati, di poter svolgere attività sportive. E ha spiegato di aver riscontrato numerosi casi di effetti avversi da vaccino anti-Covid in età pediatrica». Benefici nulli, ma eventi avversi di gran lunga più presenti dell'atteso. Come le miocarditi, che hanno falcidiato migliaia di giovani in età pre e post pubere: «Si può discutere a lungo, ma potrei citare uno studio che ha rilevato come la miocardite si è presentata solo nel gruppo dei vaccinati e non dopo l'infezione covid; oppure che non si sono verificati decessi correlati per Covid 19 e che il numero di accessi al pronto soccorso e ricoveri non programmati è risultato maggiore nei ragazzi dopo la prima vaccinazione». E ancora: «Noi abbiamo richiesto uno studio di vigilanza attiva in cui chiedere indagini o per lo meno solo l'esecuzione delle troponine e dell''elettrocardiogramma per valutare le entità delle miocarditi sub cliniche dato che una delle sue conseguenze è stata l'aumento della mortalità in fasce di età infantili e adolescenziali. Invece abbiamo assistito all'abbandono dei minori vaccinati». A questo si aggiungano «le restrizioni vissute e la strategia vaccinale pediatrica alla fine del 2021 quando già i dati della inutilità nella prevenzione del contagio erano noti e manifesti. Non tutti i paesi Europei adottarono questa scelta, anzi alcuni fecero autocritica come la Danimarca e scusandosi sospesero immediatamente l'inoculo ai bambini».
Superare la caccia al religioso come "pedofilo in pectore"
2026/04/21
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8515 SUPERARE LA CACCIA AL RELIGIOSO COME ''PEDOFILO IN PECTORE'' di Roberto Marchesini   Lo ricordo benissimo, si tratta di una decina di anni fa: un sacerdote che prestava servizio presso il santuario di Caravaggio si è suicidato gettandosi sotto un treno perché accusato di pedofilia. Le Iene gli avevano mandato un finto penitente, finto gay e finto minorenne, che ha filmato (di nascosto) le molestie del sacerdote. Allontanato dal suo ministero, è finita come sappiamo. Abbiamo già affrontato il tema di questo presunto «giornalismo» giustizialista che assomiglia molto ad una gogna mediatica che scavalca il sistema giudiziario (con le sue garanzie) e fa «giustizia» a suo modo. Non ci ritorniamo, quel che interessa ora è sollevare alcune domande sulla questione dei preti pedofili, molestatori o presunti tali. Iniziamo. Innanzitutto, io vorrei chiedere perché, ogni volta che si parla di preti con tendenze omosessuali, si parla di «pedofili». Anche nel caso di Caravaggio: perché quel giornalista (o attore) doveva fingersi minorenne? Non sarebbero bastate le molestie, per rovinare vita e reputazione di un sacerdote? E perché, se quel giornalista o attore si è finto minorenne, si parla di pedofilia e non di omosessualità? Il pubblico televisivo medio conosce la differenza? Sa, il suddetto pubblico, che la pedofilia consiste in una attrazione sessuale per bambini prepuberi, non per sedicenni? E che, se il minorenne ha compiuto sedici anni ed è consenziente - come nel caso di Caravaggio - non si è di fronte ad un reato ma è corretto parlare di omosessualità? Ossia di quell'orientamento sessuale che ci siamo sbracciati per considerare una «variante naturale della sessualità umana»? Insomma: perché ogni volta che un sacerdote ha un comportamento sessualmente inappropriato con un minorenne sessualmente adulto, di entrambi i sessi, si parla (impropriamente) di pedofilia? COSA SUCCEDE SE... Ma andiamo avanti. Generalmente - parlo per esperienza - quando un superiore viene a sapere di comportamenti sessuali inappropriati da parte di un sacerdote o religioso, questo viene allontanato (generalmente in un esilio montano o fuori diocesi o provincia); sempre generalmente parlando, il trasferimento viene fatto in silenzio e d'improvviso. Ora: perché non si procede a verificare i fatti, permettendo al religioso o sacerdote di difendersi e proporre ai superiori la propria versione? Tra parentesi: si può sapere perché, nei luoghi del potere ecclesiastico, le lettere anonime vengono aperte e lette, anziché bruciate? Sacerdoti o religiosi sono colpevoli a prescindere? Perché l'esilio? Quali misteriosi poteri taumaturgici avrebbe, per quale miracoloso processo psichico dovrebbe risolvere eventuali parafilie? C'è una ipotesi patogenetica o clinica dietro a questa pratica, pressoché universale? Da terapeuta, mi piacerebbe conoscerla, informarmi e studiarla. Oppure... il problema da risolvere è esclusivamente lo «scandalo», il «cosa dirà la gente»? Se questi sacerdoti avessero realmente un problema, a qualcuno interessa aiutarli a risolverlo? Oppure sono figli solo se non danno problemi e obbediscono? Infine: perché agire in modo affrettato e segreto? A nessuno viene in mente che questo modo di procedere alimenta chiacchiere, calunnie, ipotesi le più sballate e fantascientifiche? Non è meglio che qualcuno si prenda la responsabilità di gestire la faccenda anche dal punto di vista dell'impatto sui fedeli e, eventualmente, di quello mediatico? Il 18 marzo scorso il Segretario di Stato Pietro Parolin ha letto ai vescovi francesi riuniti a Lourdes, un messaggio di papa Leone. Leggiamo: «Un punto della vostra riflessione riguarderà la prosecuzione della lotta contro gli abusi sui minori e il processo di riparazione, che avete intrapreso con determinazione. È infatti necessario perseverare a lungo termine negli sforzi di prevenzione già in atto e continuare a dimostrare la sollecitudine della Chiesa per le vittime e la misericordia di Dio verso tutti. È positivo che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi da questa misericordia e siano oggetto delle vostre riflessioni pastorali. Inoltre, dopo diversi anni di dolorose crisi, è giunto il momento di guardare risolutamente al futuro e di offrire un messaggio di incoraggiamento e fiducia ai sacerdoti di Francia, che hanno sofferto molto». MISERICORDIA PER TUTTI Ebbene: la parte nella quale papa Leone invoca misericordia per tutti, anche per «i sacerdoti colpevoli di abusi» è finita sui giornali ed è stata data in pasto al discorso pubblico; ha suscitato indignazione e ira nei confronti del pontefice. Altre domande: non sarebbe il caso di prendere sul serio - almeno intra Ecclesia - questo invito e di dare inizio a questa «riflessione pastorale» che riguarda anche questi figli della Chiesa? Di nuovo: vanno aiutati oppure no? E se no, cosa ne facciamo, di loro? Perché la Chiesa che, contro la volontà di un papa e le stesse parole della Seconda Persona della Santissima Trinità, ha modificato le parole della Consacrazione perché il Santissimo Sangue di Cristo fosse salvezza «per tutti» (che lo vogliano o no) e non «per molti», dovrebbe escludere dalla misericordia questi suoi figli (sacerdoti)? Il sospetto - spero infondato - è che le campagne di odio suscitate contro il clero dapprima negli Stati Uniti, poi in Irlanda e infine in Polonia, abbiano prodotto i loro frutti: si è creata una inferenza per cui un prete o un religioso è - sempre e comunque - un pedofilo in pectore; e i superiori sono così terrorizzati dal clima di «caccia al pedofilo» da desiderare unicamente di sbarazzarsi del presunto colpevole, senza indagare sui fatti; completamente dimentichi dei loro doveri paterni e di giustizia nei confronti dei loro figli. Conosco anche il caso di un sacerdote vittima di abusi che è stato trattato da pedofilo (latente) per l'inferenza per cui chi è stato abusato diventerà certamente a sua volta abusatore. Una specie di isteria, insomma. Le domande non si fermerebbero qui: ci si potrebbe anche chiedere come mai, tra religiosi e sacerdoti, le parafilie sembrano abbondare; su come venga fatto il discernimento per i candidati (se viene fatto); e quale sia, in generale, lo stato di benessere psicologico dei sacerdoti e dei religiosi. Ma fermiamoci qui. Attendiamo con fiducia la riflessione pastorale sui sacerdoti colpevoli di abusi e sui sacerdoti in generale, come ha chiesto ai vescovi francesi papa Leone. Nota di BastaBugie: l'autore del precedente articolo, Roberto Marchesini, nell'articolo seguente dal titolo "Roma, dopo l'incidente la barbarie della gogna mediatica" parla del giacobinismo, cioè la voglia di processo sommario che è fenomeno anticristiano. È lo stile di programmi come Striscia la notizia o Le Iene, ma è ciò che è sempre accaduto nei periodi più bui della storia. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 19 giugno 2023: La Nuova Bussola si è già occupata dell'incidente di Casal Palocco; diversi lettori, tuttavia, sono rimasti colpiti dalle reazioni emerse dai social media. C'è chi banalizza l'accaduto, il solito «Sò rragazzi...»; ma c'è anche chi ha minacciato di morte il guidatore della Lamborghini e chi non ha risparmiato improperi di ogni tipo per suo padre, appassionato di Ferrari. Insomma: pare piaccia l'ergersi a giudice; ovviamente di chi è già caduto in disgrazia (un tempo, questa cosa si chiamava «Maramaldeggiare»). E che giudice: inflessibile, severissimo, giacobino. Ogni volta che qualcuno ne combina, sui social si scatena il tribunale del popolo. Fenomeno, questo, affatto nuovo e del tutto anticristiano. Il Vangelo, infatti, ammonisce: «Non giudicate, per non essere giudicati»; e aggiunge: «perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati». Inoltre: «Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell'occhio tuo c'è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello». Ma se proprio non vogliamo scomodare il Signore, basterebbe la vecchia buona educazione, che consiste semplicemente nel mettersi nei panni degli altri. Se avessi combinato tu un guaio del genere, come vorresti essere trattato? Ma tutto questo è passato, non si usa più. C'è un fenomeno sociale che, secondo me, ha incentivato questa tendenza al processo popolare sommario. Nel 1988 nasceva Striscia la Notizia di Antonio Ricci, striscia d'informazione dall'apparenza scanzonata, in realtà una vera e propria gogna mediatica; nel vero senso della parola. Stessa cosa per Le Iene, importato in Italia nel 1997 e anch'esso con un piccolo cimitero dietro l'angolo: questo il caso più clamoroso, ma non dimentichiamo che questa trasmissione ha colpito anche diversi sacerdoti cattolici. La derisione, l'imbarazzo, il montaggio tendenzioso, ma ancor di più le finte risate di sottofondo e la solita risposta: «Non c'è alcuna colpa da parte nostra, quindi non abbiamo nulla da dire». Vite rovinate per ottenere un servizio televisivo del quale, dopo tre giorni, nessuno si ricorda. A Milano si chiama «sputtanamento»; se politicamente scorretto, «macchina del fango». È questo il meccanismo che spinge la gente, seduta in poltrona mentre addenta un bignè o in mutande al computer a stabilire che questo o quello me
Meta e Google, condanne storiche sulla dipendenza da social
2026/04/14
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8508 META E GOOGLE, CONDANNE STORICHE SULLA DIPENDENZA DA SOCIAL di Daniele Ciacci   Mercoledì 25 marzo 2026 è stata probabilmente una delle date più importanti della storia del diritto digitale. Nello stesso giorno negli Stati Uniti due tribunali hanno emesso due verdetti separati ma collegati contro Meta - il colosso di Mark Zuckerberg proprietario di Facebook, Instagram e WhatsApp - e lo ha colpito da molte angolazioni diverse e convergenti. La tesi comprovata è chiara: le piattaforme social sapevano di danneggiare i minori e hanno scelto consapevolmente di non intervenire. Il primo verdetto arriva da una giuria popolare di Los Angeles. Al centro del caso c'è Kaley G.M., oggi ventenne, che ha iniziato a usare YouTube a sei anni e Instagram a undici, come discusso nel precedente articolo della Nuova Bussola Quotidiana su questo tema. L'accusa ha sostenuto che alcune caratteristiche specifiche dei social network fossero state appositamente create per generare dipendenza senza curarsi delle conseguenze, come la possibilità di scorrere all'infinito (infinite scroll), la riproduzione automatica dei video, i suggerimenti algoritmici e i filtri per modificare le foto (adeguando il volto a standard di bellezza artificiali, con conseguente incremento di problemi psicologici legati al rapporto con il proprio corpo). I risultati, documentati in tribunale, sono ansia, depressione e pensieri suicidi, specialmente nei minori.  La giuria ha ritenuto Meta responsabile per un danno di 4,2 milioni di dollari e Google per 1,8 milioni, per un totale di 6 milioni. Nonostante la mole gargantuesca, la cifra è poco più che simbolica rispetto ai bilanci dei due colossi del web. I giurati però hanno stabilito che Meta e Google dovranno pagare anche i cosiddetti "danni punitivi", il cui ammontare sarà definito in una seduta successiva, e questa voce potrebbe essere molto più pesante. DISATTIVATA LA SECTION 230 Il secondo verdetto, emesso il 24 marzo dal New Mexico, ha un profilo ancora più grave. Meta è stata condannata a pagare 375 milioni di dollari (circa 323 milioni di euro) per non aver avvertito correttamente gli utenti dei pericoli delle sue piattaforme e per non aver protetto i minorenni da predatori sessuali. Durante il processo è emerso che vari utenti usavano i social di Meta per adescare minori e scambiare materiale pedopornografico. Al banco dei testimoni sono saliti personalmente Mark Zuckerberg e Adam Mosseri, responsabile di Instagram. Il punto giuridico delle due sentenze è affine. Finora le piattaforme digitale erano state condannate molto raramente per i comportamenti degli utenti, perché la legge statunitense - la Section 230 - non le ritiene responsabili dei contenuti prodotti da terzi. In questo caso le accuse non riguardano però i comportamenti degli utenti, ma quelli dei dirigenti, che pur sapendo dei danni che il loro prodotto provocava nei minori, non ne hanno tenuto conto. Non si contesta ciò che gli utenti pubblicano, ma come le piattaforme sono state progettate. L'algoritmo non è neutro, e chi lo costruisce ne risponde. Meta ha ovviamente ribadito di non condividere il verdetto, sostenendo di aver sempre lavorato per la sicurezza degli adolescenti. Anche Google ha annunciato il ricorso, affermando che YouTube non può essere considerato un social network nel senso tradizionale. Eppure, Zuck stesso ha riconosciuto che i sistemi di controllo sull'età degli utenti non hanno funzionato come previsto, dichiarando di essere intervenuti troppo in ritardo. UN PRECEDENTE IMPORTANTE Ovviamente le cifre fanno notizia, ma non sono il dato più rilevante perché, essendo la prima volta che una giuria si esprime su un caso di questo tipo, la decisione creerà quasi certamente un precedente giuridico. La Silicon Valley non potrà più usare lo scudo della Section 230 per garantirsi l'immunità. La ragazza al centro del caso californiano ha iniziato a utilizzare i social nel 2012. Andreas Schleicher, l'ideatore del programma PISA dell'OCSE, segnala da tempo un crollo verticale delle competenze e del benessere degli adolescenti proprio a partire da quella data. Lo psicologo Jonathan Haidt ha documentato come dall'avvento dei social su smartphone i tassi di depressione, ansia e suicidio tra i giovani abbiano subito un'impennata senza precedenti. I dati sono convergenti e parlano chiaramente: le piattaforme sono state costruite per massimizzare il "tempo di permanenza" dell'utente, perché ogni secondo in più vale centesimi di pubblicità.  La sentenza conferma che la progettazione dei software non è stata prudente, favorendo meccanismi di fruizione compulsiva: le aziende non possono più ignorare la correlazione tra l'uso dei loro prodotti e il benessere degli utenti. Lo ripetiamo: l'algoritmo non è neutro, il modo in cui la tecnologia è progettata veicola una visione dell'uomo. Per Meta e Google l'uomo - e il bambino - è unità di consumo da scansionare e ottimizzare.

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