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Rame

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Rating
★★★★★
5
from
4 reviews
This podcast has
195 episodes
Language
Italian
Publisher
Rame
Explicit
No
Date created
2022/05/17
Latest episode
2026/02/03
Average duration
19 min.
Release period
7 days

Description

Rame è la serie podcast di una community che vuole sfatare il tabù dei soldi. Nasce all'interno di una piattaforma (www.rameplatform.com) che attraverso i suoi contenuti si pone l’obiettivo di avviare una rivoluzione culturale nella società, che trasformi la finanza personale in un argomento di conversazioni audaci e liberatorie. Annalisa Monfreda, ogni settimana, dialoga con un ospite diverso seguendo il filo della sua storia economica. Parlare di soldi può essere intimo e coinvolgente, rivelatorio ed eccitante. E si finisce sempre per svelare chi siamo e ciò in cui crediamo.

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Rituali 20. Melissa Panarello: «Solo perdendo tutto ho capito cosa significa essere ricca»
2026/02/03
Melissa Panarello è una scrittrice, saggista e oggi anche agente letterario che a soli 17 anni diventa un caso editoriale mondiale con "100 colpi di spazzola prima di andare a dormire" e 3 milioni di copie vendute. Un successo travolgente - anche economico - che arriva prestissimo, prima ancora che abbia strumenti adulti per gestirlo. Era cresciuta a Catania in una famiglia di commercianti, dentro un’economia instabile fatta di boom improvvisi e cadute altrettanto rapide. Il denaro, in famiglia, era "contato a mano": il padre annotava tutto su un quaderno mentre la madre rivendicava con orgoglio “i suoi” primi guadagni. È lì che Melissa assorbe, senza saperlo, la sua prima educazione finanziaria e insieme una tensione profonda tra libertà e paura. Da bambina vive i continui traslochi come un’avventura, imparando presto che si può perdere tutto e ricominciare. «Ci spostavamo quasi ogni anno da una casa all’altra: con il commercio le entrate erano altalenanti, e c’erano periodi in cui i miei potevano permettersi una villetta in periferia di Catania, vicino all’Etna, e altri in cui i soldi non bastavano più. Ma l’idea di cambiare casa perché non c'erano più soldi mi dava moltissima energia». Quando il successo editoriale la investe, quella familiarità con l’instabilità si trasforma in fragilità: le arrivano cifre altissime, fino a 50mila euro al mese, che Melissa spende senza una reale protezione. «Non compravo mai cose davvero di valore. Sperperavo in cose piccole, andavo al mercato... In fondo non mi davo valore, e quei soldi sentivo di non meritarli». Compra una casa troppo grande, accende un mutuo oneroso, ignora le tasse e sperpera per compiacere gli altri. Il crollo arriva presto. A poco più di venticinque anni si ritrova senza nulla, ma paradossalmente prova una calma nuova: «Era il mio punto zero, qualcosa che conoscevo già». Oggi vive in una casa di proprietà senza mutuo, con una famiglia, guadagna infinitamente meno ma si sente più ricca. Il suo rapporto col denaro cambia quando cambia il rapporto con se stessa: «I soldi, per me, sono una storia sentimentale». La svolta definitiva arriva con l’imprenditoria: fonda un’agenzia letteraria e scopre il piacere dell’amministrare e del prendersi cura anche del valore economico del lavoro creativo. Il suo rituale di benessere finanziario è semplice e simbolico: un quaderno senza righe dove annota ogni entrata. «Do corpo a qualcosa che altrimenti sarebbe volatile». Oggi Melissa rivendica una ricchezza diversa da quella che ha conosciuto da adolescente: «So di meritarmi quello che guadagno. E questo fa tutta la differenza».
Episodio 122. Quattro figli non sono un lusso, ma una scelta (e un piano)
2026/01/28
Cresciuta in un contesto molto umile a Rovigo, Natalia impara presto che cosa significa mandare avanti una famiglia con un solo reddito: il padre lavorava come autotrasportatore in proprio mentre la madre era casalinga. «Quando avevo diciassette anni aiutavo mio padre a fare le fatture e compilavo quei documenti con il pagamento a centoventi giorni. Solo più tardi ho capito cosa volesse dire mandare avanti una famiglia con un solo reddito, aspettando mesi per essere pagati». Per Natalia, quelle difficoltà si trasformano in un desiderio di libertà e autonomia: «Per me il lavoro è sempre stato, da un lato, una forma di realizzazione personale e, dall’altro, la garanzia di poter scegliere». Così, dopo l’università in Lingue e Traduzione, decide di mettersi in proprio, affrontando senza paura la partita Iva e imparando presto a gestire tasse e contributi: «Dopo il primo anno da libera professionista ho cominciato a segnarmi tutte le domande, anche quelle che mi sembravano stupide. Ho capito che, quando si parla di tasse e calcoli, non c’è davvero nulla di ovvio».  Nel frattempo, Natalia si sposa. Suo marito lavora come ferroviere e ha un’entrata fissa ogni mese, un elemento di stabilità che entra nell’equilibrio della famiglia. L’idea di avere dei figli c’è, ed è un desiderio che prende forma poco alla volta. Il desiderio, però, da solo non basta: serve pianificazione, consapevolezza e, soprattutto, coerenza con i propri valori. Questo significa valutare molti fattori, e fare calcoli realistici su quello che è sostenibile senza rinunciare a ciò che si ritiene importante.  «Il dibattito sul fatto che non si facciano i figli perché tutto costa è giusto ed è sacrosanto, però io penso che la considerazione economica ci deve essere fino a un certo punto. Quello che non viene detto prima è che ci devono essere delle scelte che uno deve fare a monte: se tu hai almeno un'idea del tuo futuro riesci a fare delle scelte che poi ti aiutano economicamente anche dopo». Per Natalia, quindi, l’equazione figli = costi, per quanto innegabile, resta solo parziale. I soldi servono, certo, ma ancora più importanti sono le decisioni quotidiane e lo stile di vita che si vuole dare alla famiglia, anche quando esso comporta dei sacrifici.  Adesso i figli di Natalia hanno 11, 8, e 4 anni, mentre il più piccolo ha solo 8 mesi. In casa, Natalia e suo marito, riescono a portare una cifra mensile di circa 4.500 euro, molto variabile. E tutto quello che possono risparmiare, lo investono per il futuro dei figli, che intanto imparano il valore del denaro attraverso piccole lezioni di educazione finanziaria quotidiane. Ma la lezione più grande che Natalia vuole trasmettere è chiara: «Spero che i miei figli capiscano che le cose materiali contano fino a un certo punto. È importante avere degli obiettivi, e che questi si possano raggiungere anche in modo creativo… i soldi non sono un punto di partenza, ma uno strumento per arrivare a uno scopo». 
Episodio 121. Il tempo libero mi ha svelato cosa volevo davvero
2026/01/20
Stefano D’Alessandro ha 43 anni e vive a Spoltore, in provincia di Pescara. Le sue radici sono a Pesche, un piccolo borgo medievale del Molise, dove cresce in una famiglia in cui il lavoro non si misura solo con lo stipendio: il padre geometra e la madre, prima sarta e poi casalinga, gli insegnano che in una casa si lavora in tanti modi diversi, e non tutti hanno un prezzo. Dopo le superiori si trasferisce a L’Aquila per studiare Informatica. I genitori gli coprono retta e affitto, ma è soprattutto il loro sostegno emotivo a fare la differenza. Quando sta per laurearsi alla Magistrale, riceve un’offerta di lavoro in un settore digitale in forte crescita. Per otto anni lavora in azienda: un lavoro sicuro, con stipendio e prospettive. Ma nello stesso periodo, fa anche un altro lavoro, che sulla carta è “gratis”. Spesso, infatti, si ritrova a dedicare il suo tempo libero a progetti imprenditoriali e start-up: sere, weekend, energie che nessuno gli paga. Ed è proprio lì che qualcosa scatta: la gratuità dei progetti gli mostra ciò che ama davvero, ciò che lo cattura fino a fargli dimenticare l’orologio. E a quel punto arriva il dilemma. «Da una parte c'è la ragione che ti dice: “Ma chi te lo fa fare? Hai un contratto a tempo indeterminato, guadagni bene, puoi cambiare azienda, fare carriera”; dall'altra, invece, c'è il cuore che ti urla: “Ma Stefano, cosa ti piace davvero fare?”». Stefano segue la passione. Lascia l’azienda e in quella fase utilizza il denaro per ciò che realmente è: uno strumento che compra tempo, margine e possibilità. Nei primi mesi della nuova vita professionale fa un budget accurato, sa quanti mesi può permettersi di non guadagnare, investe in formazione, pianifica ogni spesa al dettaglio, finché nel 2017, assieme a tre soci, fonda Suredi, una software house specializzata nel fintech, che sviluppa prodotti digitali per aziende e start-up. A nove mesi dalla nascita dell’azienda arriva il primo stipendio: 600 euro. Una cifra modesta, ma sufficiente a rendere tangibile il loro impegno e a dare forma concreta a un progetto destinato a crescere progressivamente.  Per Stefano mettersi in proprio è stata l’occasione per imparare un linguaggio nuovo, quello della finanza. E quel linguaggio non resta confinato in ufficio, ma torna a casa, diventando uno strumento per prendere decisioni di vita e dare forma concreta ai desideri e ai progetti familiari. «Ho imparato a leggere un bilancio, a capire il flusso di cassa, a investire… tante cose che ora mi aiutano anche nella vita privata». Tutto questo converge in un punto molto preciso: la genitorialità. Diventare padre trasforma il budget e i numeri in gesti d’amore. Non per costruire un futuro perfetto, ma per lasciare aperta una possibilità: poter dire un giorno “sì” a un desiderio di suo figlio, senza che quel sì sia un salto nel buio.
Storie di credito 04. Valentina, che ha realizzato il suo sogno pagandolo a rate
2026/01/13
Valentina ha 48 anni ed è una giornalista che vive a Como. Cresciuta in Puglia all’interno di una famiglia numerosa, ha sempre avuto il sogno di avere un cavallo. Così, per spronarla a seguire il suo desiderio, fin da giovanissima i suoi genitori la iniziano alla pratica del risparmio per obiettivi. «Ho preso il mio salvadanaio e per tutto l'inverno l'ho riempito con i soldi che mi arrivavano. Poi, d'estate, sono riuscita a fare tre mesi di lezioni». Nonostante la felicità e l'eccitazione per quella disciplina, per molto tempo, quel desiderio viene accantonato. Valentina cresce, si trasferisce prima ad Urbino e poi a Milano, si sposa, e inizia la sua carriera da giornalista, prima come freelance e poi in un’azienda editoriale. Ma intorno ai quarant’anni, in un momento difficile del matrimonio, quel sogno d’infanzia torna a galla. Con suo marito, Valentina inizia a frequentare un maneggio e prendere lezioni di equitazione. La sua passione cresce sempre di più, fino a quando l’istruttrice e proprietaria della cavalla le propone di acquistarla. Valentina accetta e decide di acquistarla pagandola a rate. Questa scelta di rateizzare l'acquisto, la sprona anche a migliorare la sua relazione con il denaro: «ho rivisto il mio budget, ridotto tutte le spese superflue e tuttora per mantenere la cavalla acquisto molto poco. Questa voglia di raggiungere il mio desiderio di bambina mi ha aiutato anche a migliorare la mia condizione lavorativa, perché sono riuscita a chiedere un aumento». Comprare un cavallo a rate può sembrare una scelta fuori dal comune, ma rappresenta un esempio concreto di una tendenza sempre più diffusa tra gli italiani: il credito al consumo non è più riservato solo agli acquisti essenziali, ma viene spesso utilizzato per realizzare desideri, passioni e progetti personali. Ma ogni progetto andrebbe realizzato considerando le proprie possibilità e con responsabilità. Il credito al consumo è uno strumento potente, capace di moltiplicare le possibilità, ma va gestito con consapevolezza. Per capire come usare le rate in modo efficace, nella puntata c’è Martina Moraschi, esperta di educazione finanziaria di Sella Personal Credit.  Questo podcast è una co-produzione di Rame e Sella Personal Credit.
Rituali 19. Manuela Vitulli: «La ricerca di indipendenza mi ha spinta nell’autosfruttamento»
2026/01/06
Manuela Vitulli è una delle voci più riconoscibili del racconto di viaggio in Italia: da oltre 12 anni scrive di territori e comunità con uno sguardo personale ed etico. Cresce a Bari, in una famiglia monoreddito: il padre è l’unico percettore di reddito, la madre – creativa e intelligentissima – è la figura più presente, ma senza autonomia economica. È lì che nasce la sua spinta: il bisogno di “farcela da sola”, anche guardando i coetanei che potevano permettersi più cose. Anni dopo, quella che sembrava una virtù si rivela anche una trappola. «Sono sempre stata orgogliosa della mia indipendenza, ma in terapia mi sono resa conto che mi stava facendo scivolare nell’iperproduttività». Manuela lavora 10-12 ore al giorno non solo per i clienti, ma per “portarsi avanti”, perché sotto c’è la paura che il futuro cambi all’improvviso. E la stessa logica entra anche in coppia: l’idea di non dover chiedere mai niente al partner, di cavarsela sempre. Oggi sta capendo che chiedere aiuto non toglie libertà: la completa. La ricerca di autonomia guida anche le sue scelte di studio: sceglie fisioterapia per lavorare subito, anche se avrebbe preferito un percorso umanistico. Si laurea, manda curriculum “da soldatino”, ma nel 2012 scopre il travel blogging e apre un blog: un’ossessione felice e segreta, costruita da autodidatta, finché arrivano i primi riconoscimenti e poi la partita IVA. «Mio padre diceva: “Le tasse ti massacreranno”». Lei impara invece che la consapevolezza fiscale non è un mistero: è parte del lavoro. In questa puntata parliamo di denaro e valore del lavoro creativo, del “mattone” come simbolo di sicurezza, e del nodo etico dell’overtourism: cosa significa avere influenza e scegliere dove puntare il faro. La lezione più potente arriva da una perdita: il padre muore prematuramente, ma, grazie a delle polizze, protegge la famiglia. Oggi Manuela dice che il suo benessere finanziario passa da lì, dalla protezione assicurativa. Ma anche da un rituale inatteso: compilare le fatture. «Mi rilasso proprio nel farle: mi fa stare bene».
Percorsi 2ª Stagione 03. Ilaria, che porta il riso di famiglia nella terza generazione
2025/12/18
Nata e cresciuta a Novara, Ilaria Brustia ha 45 anni, vive a Milano, ma fin da bambina ha sempre avuto un legame profondo con la campagna, assorbendo il ritmo e i valori della vita contadina. Suo nonno, infatti, possedeva 60 ettari di terreno dove coltivava riso. Negli anni ’90, nella cascina dei nonni, comincia a muoversi la seconda generazione: è Giovanni, il padre di Ilaria, a dare nuova energia all’azienda di famiglia. Già dirigente in una multinazionale a Milano, comincia a occuparsi della gestione dei terreni. Per Ilaria, però, in quegli anni la strada sembra portare altrove. Dopo l’università si trasferisce a Londra, dove rimane per sei anni, costruendo una vita lontana dalla campagna e dall’impresa di famiglia. È solo alla soglia dei trent’anni che sceglie di rientrare in Italia e affiancare il padre. Un ritorno che non è semplice: le due generazioni parlano linguaggi diversi, e i confronti, spesso accesi, segnano ogni scelta. Con il tempo, però, tra tentativi, compromessi e intuizioni, l’azienda trova un suo nuovo equilibrio. Ma nel 2019, la traiettoria si spezza: il padre si ammala e muore nel maggio del 2020. Per Ilaria, si apre una nuova fase della vita e dell’impresa, ed è proprio in quel momento di dolore che avviene il vero passaggio generazionale: Ilaria chiude alcuni progetti avviati precedentemente dal padre, investe in macchinari 4.0 e amplia la superficie coltivabile. Nella terza puntata della seconda stagione di Percorsi, Domitilla Ferrari ci porta alla scoperta di Riso Intrepido, non solo una nuova identità aziendale, ma un progetto collettivo che porta avanti i valori di famiglia con uno sguardo contemporaneo.  Dalle risaie del nonno ai mercati internazionali, tra rotazioni colturali, nuovi terreni, volatilità dei prezzi e investimenti: dietro ogni scelta agronomica si nasconde un equilibrio economico da costruire. Per aiutarci a capire questa complessità c’è Eleonora Crestani, Hr Learning & Development Specialist di Banca Sella. 
Episodio 120. Guadagni meno, rinunci di più: la matematica ingiusta della coppia
2025/12/16
Come si costruisce l’indipendenza quando nasci nelle crepe della dipendenza economica? Anna Romanin è diventata adulta a Latisana, in Friuli Venezia Giulia, dentro una famiglia monoreddito, con una madre senza voce sulle scelte familiari e un padre capace di negare persino un sogno semplice, come rifare una cucina. La sua vita adulta è un lungo tentativo di non ripetere quella storia, anche se le circostanze la mettono continuamente alla prova. Nei primi anni di università - dopo la morte della madre - si trova a sostituirla nelle faccende domestiche, mentre il padre – pur presente – resta emotivamente e finanziariamente distante. Dopo la Magistrale, Anna inizia subito a lavorare nel settore della comunicazione e poco dopo, si sposa. Pur potendo, non cede mai alla lusinga di farsi mantenere dal marito, odontotecnico e proprietario di uno studio dentistico. Ma, come spesso accade a molte donne, Anna concentra la sua battaglia per l’autonomia fuori casa, nel lavoro, lasciando che le dinamiche domestiche seguano ruoli e aspettative interiorizzate: «All’interno della coppia, i sacrifici li ho sempre fatti io, perché lui era quello che guadagnava di più». Lo stesso accade quando nasce loro figlia: «Era quasi scontato che una mamma dovesse fare part time, lavorare poco e occuparsi del figlio. Certo che volevo stare con mia figlia, ma a livello di carriera è stato un intoppo». Quando sua figlia ha cinque anni, Anna e suo marito si separano e quattro mesi dopo, improvvisamente, lei viene licenziata e può contare solo sulla partita Iva. Impara a negoziare compensi, a chiedere il giusto valore del suo lavoro, a tenere insieme le entrate. Intanto, una nuova sfida si prospetta all'orizzonte. Come a sua madre 20 anni prima, le viene diagnosticato un tumore. E quella malattia le mostra, brutalmente, quanto poco siano tutelati i liberi professionisti. «Avrei dovuto avere come un dipendente la libertà di occuparmi di me stessa. Invece ricordo mail da mandare, richieste da gestire…». A questo punto, Anna si pone una domanda fondamentale: come può una donna separata, mamma e libera professionista, gestire da sola tutta la crescita pratica di una figlia? In una società dove il carico mentale e di cura resta fortemente sbilanciato sulle donne, il rischio è che, come dice Anna, potranno separarsi solo le donne economicamente solide o con famiglie solide alle spalle, mentre le altre non potranno permetterselo, perché i costi, in tutti i sensi, sono troppo elevati.
Percorsi 2ª Stagione 02. Beatrice, che ha trasformato le intuizioni di suo padre in un’impresa innovativa
2025/12/11
Per Beatrice Iaia fare impresa è sempre stato naturale. A 23 anni, dopo aver studiato giornalismo e danza urbana, apre una scuola di ballo innovativa, con ballerini provenienti da tutto il mondo. Chiede un prestito di 30 mila euro, ristruttura lo spazio e si lancia nell’avventura. Sei anni di energia, musica e passione, fino a quando due eventi segnano la fine della sua prima esperienza imprenditoriale: la scuola subisce ripetuti allagamenti e, soprattutto, sua madre si ammala gravemente, trascorrendo due anni in ospedale.  Ed è proprio in quei mesi di dolore che il laboratorio del padre diventa la sua nuova aula. Fin dagli anni Novanta, infatti, il padre di Beatrice sviluppava formulazioni a base acquosa capaci di rivoluzionare la pulizia e la manutenzione degli ambienti. In un’epoca dominata dall’usa e getta, i suoi prodotti, delicati sui materiali e rispettosi dell’ambiente, anticipavano già i principi della sostenibilità. Beatrice osserva formule, esperimenti e brevetti accumulati nel tempo: scopre non solo la scienza dietro le soluzioni, ma anche la visione di un uomo capace di guardare oltre il presente. È in quel momento che capisce che il progetto del padre può diventare qualcosa di molto più grande. Nella seconda puntata della nuova stagione di Percorsi, Domitilla Ferrari ci porta alla scoperta di Biotitan, l'azienda fondata da Beatrice Iaia nel 2018, all'età di 31 anni: lei detiene il 60%, il padre il 40%. Mentre lui brevetta le sue invenzioni, lei approfitta dello stop imposto dalla pandemia per studiare senza sosta: un master in nanotecnologie, uno in sostenibilità aziendale, poi una specializzazione come tecnica ambientale in biosicurezza. Decide di crescere con il bootstrapping: niente grandi investitori, solo il capitale che lei e suo padre possono mettere insieme, reinvestendo ogni euro guadagnato. Oggi Biotitan ha un modello di business solido nel B2B, ma continua a evolversi, tra margini alti, brevetti e strategie misurate. In questa puntata, a guidarci tra sfide e successi di un modello di business come Biotitan, c’è Monica Altea, Head of Product Management di Banca Sella.
Storie di credito 03. Cristina, che rateizzava ogni piccolo acquisto
2025/12/09
Cristina ha 54 anni, è ingegnera e vive a Roma con suo figlio. Cresciuta in una famiglia benestante, lei e sua sorella non hanno mai dovuto rinunciare a nulla di essenziale, ma a stabilire cosa fosse davvero necessario era il padre, un uomo molto attento al risparmio. Così, una volta adulta, Cristina punta dritta all’autonomia: a 26 anni si laurea e trova lavoro in un’azienda, e a 27 anni si sposa e compra casa. Dopo appena tre anni, però, arriva il divorzio, e quel mutuo, che doveva essere un investimento condiviso, resta tutto sulle sue spalle. Intanto passano gli anni, e a 39 Cristina diventa madre. Da sola. Senza un compagno con cui condividere la responsabilità, può contare solo su sé stessa. In questo nuovo equilibrio, Cristina può contare su una pianificazione finanziaria eccellente: «Io ho da sempre un file Excel in cui inserisco tutte le spese fisse, le entrate e le previsioni di uscite». Ma non solo: col tempo, Cristina inizia ad affidarsi sempre più spesso ai servizi di rateizzazione. Le usa per tutto, anche per spese piccole: un paio di scarpe, un pantalone, acquisti di pochi euro che, messi insieme, però, creano un puzzle difficile da tenere sotto controllo. «C’erano dei periodi che ero sempre su Zara, K-way… con tutte queste rate puoi comunque fare una previsione di spesa, però ti può sempre capitare la spesa straordinaria. Quindi, da monoreddito, mi ero iniziata a trovare in difficoltà». Così, col tempo, Cristina capisce che rateizzare tutto può anche diventare una trappola sottile: si perde il conto, si agisce d’impulso, si compra senza riflettere davvero. Oggi, ha trovato un nuovo equilibrio: le rate restano una risorsa preziosa, ma solo quando servono davvero.  Per capire come trasformare la dilazione in uno strumento davvero sostenibile, nella puntata c’è Martina Moraschi, esperta di educazione finanziaria di Sella Personal Credit.  Questo podcast è una co-produzione di Rame e Sella Personal Credit.
Percorsi 2ª Stagione 01. Paola, e le notti insonni che hanno fatto nascere la sua idea d'impresa
2025/12/04
Paola Bernardotto ha 31 anni ed è incinta del suo secondo figlio quando un piccolo espediente per affrontare le notti insonni di Giuliano, il primogenito, diventa la scintilla di un’impresa. È il 2018: a Vicenza nasce Ettomio, una piccola realtà specializzata in arredi evolutivi per l’infanzia. Nella prima puntata della nuova stagione di Percorsi, Domitilla Ferrari ci conduce nel cuore dell’imprenditoria al femminile con la storia di Paola Bernardotto, fondatrice di Ettomio. La sua è la storia di un progetto nato da un bisogno reale e cresciuto attraverso scelte coraggiose e consapevoli: dallo slow design alla produzione locale, fino alla decisione, tutt’altro che semplice, di rivedere i prezzi per restare sostenibili senza tradire i propri valori. Paola, nel mondo dell’impresa, c’è cresciuta. Suo padre guida tuttora un’azienda che produce componenti per aeronautica e automotive, lavorando con materiali innovativi. Un modello di lavoro totalizzante che, per molti anni, la convince a tenersi alla larga dall’idea di seguire le sue orme. Così, Paola studia sociologia a Trento e poi si trasferisce a Londra dove si innamora del digitale. Una volta rientrata in Italia inizia a lavorare nel settore e ne esplora ogni sfumatura, tranne una: l’e-commerce. È a questo punto, in attesa del secondo figlio, che arriva il cambio di passo. Le notti senza sonno diventano l’occasione per informarsi, studiare, immergersi in forum e blog. Paola scopre presto che quel problema che stava cercando di risolvere non riguardava solo lei. Così si muove subito: trova un falegname disposto a realizzare gratuitamente il primo prototipo di letto "montessoriano", lancia un e-commerce e sfrutta i mesi della seconda maternità per far crescere il progetto. L’azienda ingrana e Paola impara a muoversi con naturalezza proprio in quell’ambiente imprenditoriale dal quale aveva cercato di prendere le distanze. Ma i dubbi da affrontare sono tanti: brevettare o no? Cercare finanziamenti? Come gestire il cash flow? A guidarci attraverso questi snodi e a trasformarli in decisioni finanziarie consapevoli c’è Livia Trazza, Head of Acquiring Pos and E-commerce di Banca Sella.
La nuova veste 04. Perché investire in armi è una cattiva scelta — anche per l’economia
2025/12/02
Se ascoltiamo il dibattito pubblico, sembra che l’industria bellica sia un motore fondamentale dell’economia. Eppure, se guardiamo i numeri, il quadro cambia: in Italia il comparto della difesa pesa solo per lo 0,5% del Pil, molto meno di settori come l’automotive. E non è neppure un settore stabile: dipende da conflitti, decisioni politiche, costi energetici e materie prime, con andamenti in borsa che si impennano quando scoppia una guerra e crollano appena si parla di pace. In questa puntata de La nuova veste proviamo a mettere in discussione l’idea che “investire in armi faccia bene all’economia” e a capire come, invece, finisca soprattutto per alimentare una bolla finanziaria legata ai conflitti. Con la giornalista Futura d’Aprile entriamo nel cuore dell’industria bellica italiana: scopriamo dove vanno le nostre armi, quali sono le zone grigie della legge 185/90, che ruolo hanno banche e fondi pensione nel rendere possibile l’export e perché, senza adeguata trasparenza, rischiamo di finanziare guerre persino attraverso i nostri risparmi “di lungo periodo”. Guardiamo anche al nuovo fronte delle armi autonome e dei cosiddetti killer robots, dove l’intelligenza artificiale riduce sempre più il controllo umano sui conflitti. Nella seconda parte della puntata, con Aldo Bonati, Stewardship and ESG Networks Manager di Etica Sgr, proviamo a rispondere alle domande pratiche: i criteri ESG bastano a escludere davvero le aziende degli armamenti? Come si legge un prospetto per capire se un fondo è “non armato”? E quali strumenti abbiamo, come investitrici e investitori, per scegliere consapevolmente dove non vogliamo che arrivi il nostro denaro? Questo podcast è realizzato in collaborazione con Etica Sgr, società di gestione del Gruppo Banca Etica, specializzata in investimenti etici e responsabili.
Rituali 18. Alessandra Faiella: «Ho smesso di credere che i soldi sporchino l’arte»
2025/11/25
Alessandra Faiella è un’attrice, comica e regista che ha attraversato teatro, televisione e cabaret diventando una delle voci più lucide e ironiche sulla condizione femminile, sul corpo e sull’età. Cresciuta in una famiglia medio borghese - padre editore, madre insegnante - Alessandra assorbe tanta cultura, ma un rapporto ansioso e poco strutturato con il denaro. «Mia mamma diceva sempre: “siamo poveri”, anche se potevamo permetterci tante cose». Quando sceglie di fare l’attrice, entra in un mondo altrettanto ambiguo sul tema denaro. «Nel campo teatrale i soldi sono quasi un optional… parlare di soldi era un po’ volgare» . È la visione dell’art pour l’art, dove la qualità del lavoro dovrebbe prescindere dalla retribuzione. Ma questa mentalità, racconta, rende l’artista più fragile: «È una vita infame perché li finisci sempre troppo presto, sei sempre con l’affanno» . Anche nella vita privata la gestione economica non migliora. Sposa un collega artista — «uno messo peggio di me» — e insieme affrontano stagioni di lavoro molto variabili, senza pianificazione. Nel frattempo Alessandra accumula multe fino a un debito di dieci milioni di lire, che riesce a saldare solo chiedendo una rateizzazione: «Proprio ciò che non devi mai fare: le mettevo lì… si sono accumulate tantissimo» . Due incontri cambiano il suo rapporto con il denaro: l’arrivo di un figlio e la relazione, dopo il divorzio, con un’artista capace di gestire le proprie finanze con lucidità. «Ho cominciato a capire che hai tanti soldi anche perché li sai gestire» . Da lì inizia a risparmiare, controlla le sue app, si dà regole. E soprattutto supera il pregiudizio che i soldi “sporchino” l’arte: «Il mio lavoro è migliorato grazie a questa nuova attenzione al denaro: hai meno ansia» . Questa consapevolezza diventa anche una forma di autodifesa professionale: «Se tu per prima pensi: “sono un’artista, i soldi non mi interessano”, ti dai la zappa sui piedi» . Oggi Alessandra sceglie i progetti con più criterio, negozia il giusto riconoscimento e rivendica condizioni dignitose — anche semplicemente poter viaggiare comoda: «Fa parte del mio lavoro» . Il suo rituale di benessere finanziario, racconta, è aver iniziato finalmente a risparmiare: un gesto semplice, ma rivoluzionario per chi è cresciuta — e ha lavorato — in mondi dove di soldi non si parlava mai.
Episodio 119. Cosa significa crescere in una famiglia dove la stabilità manca da generazioni
2025/11/18
Michelle ha 44 anni ed è cresciuta a Salerno in un palazzo “bene”, abitato da avvocati, notai e professori universitari, in uno dei quartieri più facoltosi della città. La sua realtà quotidiana, però, è di tutt'altro genere. I soldi, in casa sua, non bastano mai. Il padre passa da un lavoro all’altro, la madre—francese, senza rete né lingua—resta a casa. Per Michelle bambina, la sensazione è quella di vivere sempre un passo indietro. «Le mie amiche andavano tutte a danza o in palestra, ma io non potevo. Mi bastava accompagnarle fino alla porta per sentirmi un po’ parte di quell’universo. Poi, quando mi chiudevano la porta della palestra in faccia — perché giustamente dovevano ballare o allenarsi — sentivo davvero quel senso di solitudine. I soldi hanno sempre rappresentato la linea di demarcazione tra me e loro». Quando la famiglia si trasferisce in provincia, a Bellizzi, la distanza sociale si attenua e Michelle ritrova un po’ di equilibrio. Finito il liceo, si iscrive a Scienze della Comunicazione con il sogno di diventare giornalista. Il suo obiettivo è semplice: riscattare quella sensazione di svantaggio che la accompagna dall’infanzia. Ma presto arriva la realtà del Sud post-universitario a spegnere le sue ambizioni: accantona il sogno giornalistico e inanella una serie di lavori precari, l'ultimo dei quali dura tre anni, in Feltrinelli. E termina con un licenziamento. Ogni volta che pensa di essersi stabilizzata, qualcosa cede. È il suo “copione finanziario”, come direbbe lo studioso Brad Klontz: un’eredità emotiva che ti dice che la stabilità è provvisoria. Intanto Michelle si sposa, diventa madre, e nel 2012 tenta la strada imprenditoriale. Apre un bistrot letterario assieme a due socie, con un finanziamento pubblico: un luogo vibrante, pieno di eventi, ma dove lei guadagna 600 euro al mese lavorando 13 ore al giorno. Dopo cinque anni lascia l’attività. A quel punto intraprende un dottorato triennale in moda e digital transformation. Ma di nuovo la strada si restringe: l’Italia abolisce gli assegni di ricerca ma non finanzia i nuovi contratti, lasciando centinaia di ricercatori in un limbo retribuito a malapena. Oggi Michelle attende l’esito di un progetto di ricerca finanziato dall’Europa e, nel frattempo, ha aperto la Partita Iva e si occupa di formazione aziendale. Sa di valere, lo vede nel lavoro, nello studio, nella costanza con cui si è reinventata, ma fatica ancora a conciliare questo valore con un’incertezza economica che continua a pesare sulla sua vita. «Vivere nella precarietà economica mi fa soffrire, perché è qualcosa che non merito, soprattutto per le capacità e le competenze che ho maturato».
Episodio 118. Finita l’università, sto pagando di nuovo per studiare: quanto costa trovare un lavoro?
2025/11/11
Margherita, 26 anni, cresce a Cutrofiano in una famiglia dove i soldi “non mancano” ma si nominano a bassa voce. Dal padre, ingegnere informatico salito per gradi dalle radici contadine, eredita una bussola severa: ogni spesa è una responsabilità. «Per molti spendere è libertà o espressione. Io invece—anche da bambina—ci pensavo mille volte prima di farlo». Studia Economia a Ferrara, si laurea con il massimo dei voti, poi la magistrale in Marketing a Torino: sempre in pari, mai un “colpo a vuoto”. In testa, un obiettivo chiaro: far sì che le spese sostenute dai genitori durino il meno possibile. Poi, finita l’università, la promessa del merito si sgonfia. «Avevo già dato tutto nello studio. Ero pronta a mostrare ciò che avevo imparato e a diventare indipendente. Ma non è stato così semplice». Torna in Puglia, torna in famiglia, torna l’ansia di “pesare”. I dati lo confermano: a due anni dal titolo, la disoccupazione tra i neolaureati resta intorno al 9–11%. «Non si parla abbastanza di quanto sia difficile il passaggio dall’università al lavoro», dice. Dopo centinaia di candidature, trova un posto nel marketing: prima stage da 700 euro al mese, poi apprendistato triennale da 1.200. I conti tornano perché vive a Gallipoli in una casa dei genitori, ma il lavoro non è quello che immaginava: «Mi sentivo regredita sotto ogni punto di vista… Non era la carriera da film che avevo pensato». L’overqualification logora fiducia e portafogli. Finché il padre le suggerisce ciò che lei non avrebbe osato: un master. Margherita fa i conti e capisce che con i risparmi dei primi due anni può coprire l’affitto a Roma, mentre per la retta ricorre a un prestito d’onore. È l’ennesima spesa “per studiare”, ma anche un tentativo di riallineare desideri e realtà, paura e ambizione. «Mi sento in colpa, ma sapere che i miei non stanno sacrificando nulla mi alleggerisce. Se dovesse andare male, ho tutta la vita per poter recuperare i soldi spesi». La sua storia parla di una generazione che paga—in tempo e denaro—il pedaggio tra laurea e lavoro. Dove l’educazione all’autonomia è anche imparare quando investire ancora su di sé.
Storie di credito 02. Ileana, che compra a rate non per necessità ma per strategia
2025/11/04
Ileana ha 65 anni e vive a Varese, la città dove è nata e cresciuta in una famiglia monoreddito. Nonostante le risorse fossero limitate, in casa non è mai mancata un’attenta gestione del denaro. Per il padre, poi, c’era una spesa che valeva più di tutte: quella per lo studio. E infatti entrambe le figlie hanno proseguito gli studi. Ileana sceglie Architettura e si trasferisce a Genova per frequentare l’università. Dopo la laurea, rientra a Varese, apre la Partita Iva e inizia subito a lavorare come libera professionista. Sono anni favorevoli per il mercato edilizio, e Ileana decide di comprare casa accendendo il suo primo mutuo. «Non avevo un capitale sufficiente per acquistare la casa senza rateizzare», racconta. Quell’esperienza le apre una prospettiva nuova: la possibilità di gestire grandi spese nel tempo. «Trovo assurdo, dal mio punto di vista, spendere 4.000 o 5.000 euro per un computer quando posso dilazionare la spesa. Lo stesso vale per l’auto: non ne ho mai comprata una senza rateizzarne l’acquisto». Oggi, comprare a rate non è più soltanto una necessità, ma può diventare una scelta consapevole e strategica. Significa gestire meglio la liquidità, mantenere flessibilità finanziaria, distribuire le spese nel tempo e, in certi casi, ottimizzare anche dal punto di vista fiscale. Nella puntata, l’esperta Martina Moraschi di Sella Personal Credit spiega quando dilazionare una spesa è una decisione saggia, quando invece può trasformarsi in un rischio e qual è il momento giusto per estinguere un prestito. Questo podcast è una co-produzione di Rame e Sella Personal Credit.

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