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Rame

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Rating
★★★★★
5
from
4 reviews
This podcast has
233 episodes
Language
Italian
Publisher
Rame
Explicit
No
Date created
2022/05/17
Latest episode
2026/10/20
Average duration
15 min.
Release period
8 days

Description

Rame è la serie podcast di una community che vuole sfatare il tabù dei soldi. Nasce all'interno di una piattaforma (www.rameplatform.com) che attraverso i suoi contenuti si pone l’obiettivo di avviare una rivoluzione culturale nella società, che trasformi la finanza personale in un argomento di conversazioni audaci e liberatorie. Annalisa Monfreda, ogni settimana, dialoga con un ospite diverso seguendo il filo della sua storia economica. Parlare di soldi può essere intimo e coinvolgente, rivelatorio ed eccitante. E si finisce sempre per svelare chi siamo e ciò in cui crediamo.

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La bussola del desiderio 03. Elisa Cuter: “Il desiderio ci fa scoprire chi siamo”
2026/10/20
Nella terza puntata de "La bussola del desiderio", Annalisa Monfreda incontra Elisa Cuter, giornalista, saggista e autrice di Ripartire dal desiderio, per esplorare una delle tensioni più profonde del nostro tempo: da una parte progettiamo identità, carriere e vite sempre più coerenti; dall’altra il desiderio autentico tende a fare esattamente il contrario. “Ci disorienta”, dice Cuter, perché non conferma chi pensavamo di essere: può portarci verso qualcosa di inatteso, persino in conflitto con l’immagine che avevamo costruito di noi. Cuter racconta questa frattura anche attraverso la propria esperienza della maternità, a lungo percepita come incompatibile con la sua identità e con il suo femminismo, fino a diventare invece un desiderio capace di rompere quella “impalcatura”. Il desiderio, allora, non coincide con la curatela della propria identità e nemmeno con l’obbligo di essere sempre coerenti, giusti, irreprensibili. Può aprire conflitti, costringerci a cambiare idea su noi stessi, e per questo richiede una certa dose di coraggio. Ma quanto spazio resta per questo movimento quando il futuro è precario? Cuter lega il desiderio anche alla sicurezza materiale e alla fiducia: se ci sentiamo soli davanti agli imprevisti, diventiamo più prudenti, accumuliamo, ci difendiamo. Una base economica e sociale più solida, invece, può rendere possibile proprio ciò che il desiderio ha di più interessante: “degli esiti inattesi”, la possibilità di cambiare strada, di scegliere una vita diversa da quella prevista. Nella seconda parte della puntata continua la Masterclass del desiderio, il percorso pratico che accompagna tutta la serie. Questa volta, con Martina Moraschi di Sella Personal Credit, inseriamo una piccola frizione tra il “lo voglio” e il “clicco”: facciamo la prova del tempo, sperimentiamo una versione piccola e a basso rischio del nostro desiderio e, se resiste, iniziamo a trasformarlo in un progetto vero, mettendo nero su bianco costi, risorse, tempi e rinunce necessarie per proteggerlo. Per seguire la masterclass passo dopo passo, scarica il PDF guida. È lo strumento di accompagnamento dell’intero percorso, con gli esercizi e le domande da applicare a un desiderio reale mentre ascoltate. La bussola del desiderio è un podcast realizzato da Rame in collaborazione con Sella Personal Credit.
Episodio 150. Sono ricca, ma mio fratello ha più diritto di me ai soldi
2026/10/13
Emma ha 30 anni, vive in un piccolo paese in Abruzzo ed è cresciuta in una famiglia molto benestante. I soldi, però, non sono mai stati soltanto abbondanza. Nella sua famiglia sono anche un’ombra: stanno dietro a vecchie eredità, aziende, litigi tra fratelli e rapporti che a un certo punto si interrompono. Quando Emma è ancora bambina, suo padre smette di frequentare i propri fratelli. Lei cresce così in un nucleo ristretto, dove il denaro dà sicurezza ma ha già mostrato di poter dividere una famiglia. Da adolescente Emma riceve una paghetta molto generosa, ne spende una parte e il resto lo mette da parte. Non sente l’urgenza di lavorare per mantenersi e sa di avere alle spalle una famiglia che può sostenerla. Finché quella stessa sicurezza, molti anni dopo, non diventa il terreno di un nuovo conflitto. Suo fratello decide di lasciare l’azienda di famiglia e chiede al padre una somma importante per avviare una nuova attività. Emma scopre che la richiesta è stata tenuta nascosta proprio a lei e che, almeno inizialmente, suo fratello dovrebbe ricevere quei soldi mentre lei no. Si oppone. «Non ci dovevo fare nulla con quel denaro, però volevo la mia parte». Alla fine il padre dà la stessa cifra a entrambi. Ma ciò che colpisce Emma è la reazione che la sua richiesta scatena. «Io ero diventata una pazza, una strega, mi hanno detto che ho il demonio dentro. Ma io stavo solo dicendo: com’è possibile? Non ho mai chiesto un euro in più rispetto a mio fratello». A poco a poco si accorge che quella reazione contiene qualcosa che all’inizio non aveva visto. Sua madre glielo dice quasi come se fosse una regola ovvia: «È risaputo che i maschi nelle famiglie pretendono di più, che si cerca di dare di più al maschio». È lì che Emma capisce che il conflitto non riguarda soltanto quanto denaro spetti a ciascuno. Riguarda chi, dentro una famiglia, è autorizzato a pretendere e chi invece dovrebbe essere disposto a rinunciare. Suo fratello può chiedere di più; è Emma, rifiutandosi di avere meno, a essere accusata di aver creato il problema. «Non si è mai parlato del fatto che lui chiedesse di più, ma si è parlato del fatto che io non ho accettato». Eppure Emma è cresciuta con un’idea molto precisa di cosa significhino i soldi per una donna. Gliel’ha trasmessa sua nonna, che non aveva studiato e aveva vissuto il matrimonio anche come una necessità economica. A lei ripeteva che la sua vita sarebbe stata diversa: avrebbe avuto un lavoro, un’azienda, la possibilità di andarsene se avesse voluto. «Per me i soldi sono, soprattutto per una donna, libertà».
La bussola del desiderio 02. Luigino Bruni: “Non sempre desideriamo ciò che ci rende felici”
2026/10/05
Prosegue il nostro viaggio dentro il desiderio, per capire da dove nasce, che cosa promette e dove ci porta. Nella seconda puntata del podcast La Bussola del desiderio Annalisa Monfreda incontra l’economista Luigino Bruni per capire come mai non sempre desideriamo ciò che poi ci rende felici. Quando il reddito cresce, spesso crescono anche le aspettative; ci abituiamo in fretta a molti beni e alziamo continuamente l’asticella di ciò che vorremmo. Il punto non è che comprare ci renda meno felici, ma che non tutti i desideri producono lo stesso tipo di benessere, né lo fanno con la stessa durata. Con Bruni esploriamo proprio il rapporto tra desiderio, felicità e beni relazionali. A seguire, la seconda tappa della Masterclass del desiderio. Con Martina Moraschi di Sella Personal Credit portiamo un desiderio nel futuro e proviamo a guardarlo come se fosse già parte della nostra vita. Ci chiediamo che cosa ci lascia davvero: più libertà, più tempo e più energia, oppure solo più stress e attenzione da gestire? Un piccolo viaggio in avanti per scoprire se ciò che oggi ci attrae saprà ancora farci stare bene domani, anche nelle relazioni con chi ci sta accanto. Per seguire la masterclass passo dopo passo, scarica il PDF guida: è pensato come strumento di accompagnamento, con gli esercizi da fare e uno spazio in cui annotare i propri desideri, le risposte e quello che emerge lungo il percorso. La bussola del desiderio è un podcast realizzato da Rame in collaborazione con Sella Personal Credit.
Episodio 149. Non cercavo solo un lavoro. Cercavo la prova che i soldi investiti su di me fossero serviti
2026/09/30
Andrea ha 28 anni, fa il product designer ed è cresciuto a Bergamo Alta, in una grande casa di famiglia che oggi si trova in una delle zone più ricercate della città. Eppure lui è figlio di impiegati e nipote di contadini. A scuola, circondato dai figli delle famiglie più in vista, desidera ciò che gli altri hanno; in casa, invece, la madre gli insegna a farsi bastare i soldi e a usarli solo per ciò che serve davvero. Di quell’educazione Andrea si porta dietro ancora oggi una certa apprensione: «Penso di avere una pessima relazione con i soldi, perché mi porto dietro questo senso di angoscia: la paura costante di fare la scelta sbagliata». La stessa prudenza entra presto anche nelle scelte sul futuro. Andrea si sente più portato per un liceo, ma i genitori gli consigliano l’Istituto Tecnico, la scuola frequentata prima da suo padre e da suo nonno: una scuola che, se un giorno avesse deciso di non continuare a studiare, gli avrebbe comunque permesso di trovare lavoro in fretta. Dopo il diploma, però, Andrea prende un’altra strada. Si iscrive al Politecnico di Torino, poi continua a Milano e infine a Parma, con un corso di specializzazione. I genitori lo sostengono economicamente per tutto il percorso. È un aiuto che nessuno gli chiede di restituire, ma che nella sua testa finisce per trasformarsi in un debito. Tanto più quando la vendita della casa di famiglia porta a lui e alla sorella una somma destinata, un giorno, all’acquisto di una casa. «Forse questo senso di colpa arriva da lì: dalla sensazione di avere sempre le spalle coperte». Quando finalmente arriva il momento di lavorare, Andrea si scontra con due idee molto diverse di che cosa un lavoro debba essere. Per i suoi genitori conta soprattutto che trovi un’occupazione e diventi autonomo. Per lui non basta. Dopo tanti anni di studio, e dopo tutti i sacrifici fatti anche dalla sua famiglia, il lavoro deve dimostrare che quel percorso è servito a qualcosa. «Ho studiato, ho fatto dei sacrifici e ne ho fatti fare, quindi adesso non posso accontentarmi e prendere quello che c’è». La ricerca dura mesi. I risparmi accumulati con il servizio civile finiscono. Nei colloqui c’è chi guarda il suo curriculum e si ferma sul diploma tecnico, quasi che gli anni di formazione successivi non contassero. Intanto i suoi ex compagni di scuola lavorano già da nove o dieci anni. «Ho fatto un percorso così diverso da sembrarmi quasi sbagliato». Dopo un periodo con la Partita Iva arriva finalmente un contratto in azienda, con uno stipendio fisso di 1900 euro. «Sono uscito dal colloquio e sono proprio scoppiato a piangere». Per Andrea quel lavoro non significa soltanto avere uno stipendio. Significa poter dire ai genitori che ce l’ha fatta, dare un senso agli anni investiti nella formazione e, forse, iniziare a sciogliere il legame tra denaro e senso di colpa. «Spero che mi aiuti ad avere con i soldi una relazione diversa da quella che ho avuto finora, senza sentirmi in colpa».
La bussola del desiderio 01. Maura Gancitano: “Il desiderio vero può essere imperfetto e può farci paura”
2026/09/22
Nella prima puntata de La bussola del desiderio, Annalisa Monfreda incontra Maura Gancitano, saggista, opinionista e cofondatrice di Tlon, per provare a capire come si ritrova una bussola quando siamo immersi in stimoli, immagini, modelli e possibilità che ci dicono continuamente che cosa dovremmo volere. Maura parte da una pratica della filosofia antica, la ricapitolazione serale, e da uno strumento semplicissimo: la scrittura. “La scrittura è una tecnologia”, dice, e può aiutarci a costruire una vera autobiografia dei nostri desideri e dei nostri acquisti, per riconoscere gli schemi che si ripetono e capire che cosa ci lascia davvero qualcosa e che cosa, invece, “perde la sua luccicanza un momento dopo”. Il punto non è sottrarsi ai desideri collettivi o smettere di comprare. È capire che cosa cambia davvero la qualità della nostra vita e per quanto tempo. Perché oggi molte mancanze ci arrivano attraverso immagini selezionate, vite viste da lontano, promesse di essere più belle, più organizzate, più “in ordine”. E dentro questa pressione continua rischiamo di dimenticare una dimensione fondamentale: la sostenibilità umana, cioè ciò che possiamo davvero reggere senza trasformare ogni desiderio in una nuova prova da superare. Nella seconda parte della puntata comincia la Masterclass del desiderio, il percorso pratico che accompagna tutta la serie e traduce la riflessione sul desiderio in esercizi, domande e piccoli test di realtà da applicare alla propria vita. In questa prima tappa, insieme a Martina Moraschi di Sella Personal Credit, lavoriamo su tre domande per capire da dove arriva ciò che desideriamo, quanto pesa lo sguardo degli altri e che bisogno stiamo davvero cercando di soddisfare quando vogliamo comprare qualcosa.  Per seguire la masterclass passo dopo passo, scarica il PDF guida: è pensato come strumento di accompagnamento, con gli esercizi da fare e uno spazio in cui annotare i propri desideri, le risposte e quello che emerge lungo il percorso. La bussola del desiderio è un podcast realizzato da Rame in collaborazione con Sella Personal Credit.
Episodio 148. Ho trasformato la paura della povertà nella spinta a chiedere di più
2026/09/15
Sara ha 43 anni, vive a Roma e lavora nelle relazioni internazionali di un'organizzazione. Cresce nel ceto medio italiano degli anni Ottanta: mamma a casa, papà che provvede a tutto, scuola cattolica privata, estati a Sperlonga. Poi muore il nonno, che ha un'impresa di costruzioni, e l'eredità da spartire tra i sei figli diventa una causa che dura più di dieci anni. In casa, quel contenzioso spezza le relazioni familiari e cancella la leggerezza del passato: «Abbiamo dovuto iniziare a stare attenti a ogni spesa», racconta. In quel momento, Sara introietta un pensiero di scarsità: «Il denaro è qualcosa che manca sempre. Di conseguenza, devo ridimensionare continuamente i miei bisogni e i miei desideri». Durante l’università, lavora come babysitter e come libraia. Tutto ciò che guadagna o lo reinveste in formazione o lo lascia sigillato su un conto. «C'è stato un periodo in cui non mi sono comprata neanche un vestito e non sono mai andata dal parrucchiere». Sara entra nel mondo del lavoro e continua a risparmiare. «Un freno a mano automatico mi impediva di distinguere tra le spese che potevano essere un investimento e le altre. Da una parte ero orgogliosa della mia capacità di controllo, dall'altra la vivevo come una limitazione e mi chiedevo: “Perché non posso essere serena con le questioni di denaro come lo sono i miei coetanei?”». Quando nasce sua figlia, a quindici giorni di vita ha il collo bloccato: serve fisioterapia subito e nel pubblico i tempi rischiano di compromettere la guarigione. I soldi accumulati per anni escono tutti insieme. «Per la prima volta non solo ho lasciato andare il denaro, ma ero felice di farlo». E questa sensazione Sara inizia a provarla anche per altri tipi di spesa. «Quelle legate al benessere, alla gioia di stare in famiglia, tutte cose che non hanno prezzo» Da quel momento l’idea di scarsezza interiorizzata da ragazza cambia polarità. E diventa una spinta propulsiva a cercare di guadagnare di più. Nel 2023, quando una vecchia azienda torna a cercarla, Sara si siede per la prima volta al tavolo delle trattative e non cede di una virgola. Oggi guadagna 33.000 euro lordi l'anno, ma quella cifra non rappresenta il suo punto d'arrivo, è stata solo il primo passo di una nuova postura verso la vita e la professione.
Episodio 147. Ci sono volute 300 visite mediche, e 12.000 euro, per diagnosticare la mia malattia
2026/09/09
Cristina ha 41 anni, vive a Pavia e si occupa di progettazione in ambito sportivo e sociale. La sua ricerca di indipendenza comincia presto. A diciassette anni lavora già nei fine settimana tra i tavoli di un ristorante e un negozio di abbigliamento. A ventidue anni si trasferisce a Milano, per un impiego in uno studio legale, affrontando per la prima volta i costi della quotidianità tra affitto e bollette. Guadagna prima 1.000 e poi 1.200. Dopo quattro anni sceglie di rinunciare alla stabilità del contratto a tempo indeterminato per aprire la partita Iva e tornare a ciò che aveva studiato, grafica pubblicitaria. «In quel momento, presa dall'adrenalina e dalla voglia di fare, non ho pensato minimamente ai rischi». Quando l'attività in proprio trova il suo ritmo e i conti iniziano a quadrare, qualcosa nel corpo di Cristina smette improvvisamente di funzionare. È il 2015. Nessun dolore eclatante all'inizio, solo una serie di segnali anomali e sconnessi tra loro, tra cui un arrossamento al palato, strane emicranie e un braccio che rimane intorpidito per un giorno intero. Le prime visite mediche non riscontrano alcuna patologia, dando inizio a un percorso di ricerca lungo quattro anni che conteggerà trecento prestazioni sanitarie, per un costo complessivo di circa 12.000 euro. In quel momento, il lavoro passa inevitabilmente in secondo piano e i pochi guadagni vengono assorbiti dalle spese mediche private, costringendola a chiudere la partita Iva e a tornare a vivere con i genitori. La diagnosi definitiva arriva nel 2019: si tratta di una malattia cronica autoimmune. Nel valutare come sia riuscita a superare quel periodo, Cristina attribuisce un ruolo fondamentale alla fortuna di aver avuto accanto una rete di persone in grado di sostenerla sul piano economico, fisico e morale. «Ma gran parte delle persone, o molte persone, non hanno questa rete, e quindi si ritrovano o a non avere supporto economico, o a non avere supporto sociale, o a non avere niente. E questo purtroppo incide tantissimo: sulla patologia, sullo stile di vita, sull'intera esistenza della persona». Oggi Cristina ha riorganizzato la propria vita partendo da un lavoro a tempo parziale e da una routine adatta alle sue condizioni fisiche; e ogni giorno compie piccole scelte quotidiane con l'unico obiettivo di preservare il proprio benessere.
Episodio 146. Il giorno in cui ho detto ai miei anziani genitori: parliamo di soldi
2026/09/02
Rossana ha 34 anni, lavora in uno studio di design e vive a Lomazzo, tra Como e Milano, dove è cresciuta in una famiglia piccola e silenziosa. «I soldi non erano un argomento di cui parlare, forse erano anche una volgarità». Al posto delle parole, però, ci sono i gesti: una spesa fatta con attenzione, un aiuto dato senza domande. E una rete tesa sotto i piedi che permette a Rossana scelte che ad altri sembrerebbero azzardate: lasciare un luogo di lavoro tossico senza un piano B, passare dalla correzione di bozze ai seicento euro di uno stage, arrivare a un lavoro stabile senza aver mai rincorso lo stipendio. «Il mio paracadute sono sempre i miei genitori. Una cosa che mi hanno garantito è la possibilità di essere serena e di poter scegliere, senza far decidere ai soldi che lavoro dovessi fare». A Rossana, quindi, non è mai mancato il denaro, né l'esempio di come gestirlo: la madre aveva lavorato in Borsa e, fin da giovanissima, le aveva fatto aprire un conto e accedere ai suoi primi investimenti. Ciò che le è mancato è stato il contesto, il perché delle scelte: si è ritrovata con gli strumenti, senza le istruzioni. Il conto lo gestisce Rossana con il consulente; i genitori non sono mai entrati nel merito, né hanno condiviso con Rossana il loro modo di gestire il denaro. «La cosa bella è che ho la mia privacy; quella meno bella è che sono un po' allo sbaraglio, per conto mio». Poi arriva un figlio, e il vuoto smette di essere una faccenda solo sua. Rossana fa quello che nessuno le aveva insegnato: prende l'iniziativa e apre con i genitori la conversazione sui soldi che non c'era mai stata. Chiede cosa sarà di loro quando invecchieranno, come funzioneranno le cose quando il figlio sarà grande. Si fa mostrare l'estratto conto, immagina una linea del tempo, decide come tenere fermo un cuscinetto e investire il resto. E per la prima volta i soldi smettono di servire solo a colmare vuoti o accumulare sicurezza, e iniziano a spalancare possibilità per chi viene dopo. «Adesso stiamo concordando il modo in cui potranno contribuire a creare un futuro per mio figlio».
Money Clinic 18. Come gestire i soldi quando si pianifica l'arrivo di un figlio
2026/07/31
Un figlio cambia sempre il bilancio di una famiglia. Cambiano le spese, le priorità, le paure, il modo in cui si immagina il futuro. Anche quando quel figlio non nasce dal tuo corpo, ma arriva attraverso un’adozione. Rossella ha 37 anni, vive a Piacenza, lavora nel sociale e insieme al marito ha scelto l’adozione nazionale. Una decisione pensata a lungo, rimandata anche per ragioni economiche, poi diventata urgente dopo il Covid e dopo la perdita di una persona cara. La procedura di adozione nazionale in Italia è gratuita: non si pagano agenzie, intermediari o percorsi privati. Ma questo non significa che il denaro resti fuori dalla storia. Ci sono i permessi presi al lavoro, gli spostamenti, i colloqui, i documenti, il tempo dell’attesa. E poi c’è tutto quello che arriva dopo: una casa da riorganizzare, nuove spese, assegno unico da gestire, un piccolo fondo da immaginare per il futuro. Nel caso di Rossella, la genitorialità porta con sé anche un bisogno ancora più forte di protezione. Durante l’iter di adozione ha scoperto di avere un linfoma non Hodgkin, superato dopo il primo ciclo di terapia. Una malattia che l’ha resa più consapevole di quanto sia importante tutelare la propria famiglia anche davanti all’ipotesi di una propria assenza, temporanea o definitiva. Oggi Rossella e suo marito vogliono capire come proteggere il futuro economico del loro bambino, come usare bene le risorse che arrivano per lui, come costruire un fondo nel tempo e come integrare una pensione che, per chi lavora nel sociale, rischia di poggiare su basi contributive fragili. Perché pianificare l’arrivo di un figlio non significa solo comprare quello che serve adesso. Significa costruire un margine per gli imprevisti, pensare alla protezione della famiglia, iniziare presto a mettere da parte risorse per il futuro e dare al proprio amore anche una forma economica. Ad aiutare Rossella a orientarsi tra fondo di emergenza, piano di accumulo, polizza vita, salute e previdenza integrativa c’è Silvia Seresi, consulente di Alleanza Assicurazioni dell’Agenzia di Teramo. Questa è Money Clinic, il podcast di Rame in collaborazione con Alleanza Assicurazioni: storie vere di grandi cambiamenti, e le domande economiche che possono renderli più sostenibili.
Episodio 145. Quei gettoni d'oro che non ho messo da parte
2026/07/29
Loredana Scaiano cresce a Tricarico, in provincia di Matera, in una casa in affitto, mandata avanti con due stipendi pubblici ma spoglia di orpelli: non ci sono nemmeno i lampadari, considerati del tutto inutili. Le risorse di famiglia prendono infatti un’altra direzione: i libri, lo studio e soprattutto i viaggi. Aveva tredici anni quando i genitori prosciugarono i risparmi per acquistare un camper. «Nella mia famiglia d'origine i viaggi non erano il superfluo, erano la base». Il matrimonio la catapulta però in una realtà speculare, fondata sull'accumulo: «Si conservano i soldi per comprare una casa, per comprare una terra...». In questa logica, viaggiare diventa un lusso ingiustificabile. Nonostante nessuno le ponga divieti espliciti, Loredana inizia ad autolimitarsi e a partire solo quando c'è un pretesto accettabile per farlo. Nella coppia, lui è medico, lei insegnante, e tra i loro redditi c’è una distanza enorme. I soldi vengono sempre considerati comuni, ma la disparità contribuisce a rendere più difficile per lei riconoscere come legittimi desideri che non coincidono con le priorità familiari. Questo equilibrio tiene per vent'anni, fino a quando i figli lasciano il nido. A quel punto, nel 2012, Loredana sceglie di separarsi per iniziare a vivere secondo ciò che conta per lei. Ma passare da un bilancio sostenuto da due redditi a uno solo fa emergere immediatamente la fragilità della sua posizione economica. Con uno stipendio annuo di circa 27 mila euro deve mantenersi da sola e affrontare i costi di una casa enorme: soltanto il riscaldamento arriva a costarle mille euro al mese. Per rialzarsi si affida all’unica arma che possiede: la cultura. Tenta la carta dei quiz televisivi, partecipa ad Avanti un altro! e vince 27 mila euro, esattamente l’equivalente di un anno di stipendio. Con quella cifra non solo paga le bollette, ma regala un viaggio in Giappone alla figlia e uno ai Caraibi al figlio. Poi compie il gesto decisivo: chiede un anno di aspettativa dal lavoro e parte per il giro del mondo con appena diecimila euro in tasca. Attraversa quattro continenti con venti voli, fermandosi pochi giorni nei Paesi ricchi e settimane in quelli poveri, arrivando a dormire nelle sale d’attesa degli aeroporti pur di risparmiare. Oggi Loredana continua a fare i conti con la sostenibilità delle proprie scelte. Sa che, se avesse conservato i gettoni d’oro della vincita e li avesse lasciati rivalutare, avrebbe in mano circa 150 mila euro. Ma a quel calcolo ne oppone un altro: «Stiamo parlando di dieci anni di vita che io ho vissuto esattamente come volevo».
Money Clinic 17. Come gestire i soldi quando perdi il lavoro e decidi di reinventarti
2026/07/24
Quando si perde il lavoro dopo i cinquant’anni, la prima reazione sembra quasi obbligata: rimettersi subito in corsa, aggiornare il CV, cercare un’altra posizione simile, tornare il prima possibile dentro una traiettoria conosciuta. Ma cosa succede se proprio quella rottura diventa l’occasione per chiedersi: voglio davvero un altro lavoro uguale? Fosca è un’ingegnera. Per venticinque anni ha lavorato nel campo delle infrastrutture e della mobilità, costruendo una carriera internazionale tra Italia, Germania e Danimarca. Ha avuto ruoli di responsabilità, stipendi importanti, una crescita lineare. Poi, a 50 anni, è arrivato un licenziamento improvviso, legato a una riorganizzazione aziendale. La parte più difficile non è stata solo economica. È stata identitaria. Perché quando per anni ti sei riconosciuta nel tuo lavoro, perderlo significa anche chiederti chi sei fuori da quel ruolo. Fosca avrebbe potuto cercare subito un’altra posizione simile. Invece ha scelto di fermarsi. È partita per l’India, ha completato una formazione come insegnante di yoga e ha iniziato a costruire un nuovo progetto: una piattaforma dedicata alle donne tra i 38 e i 50 anni, per accompagnarle nella perimenopausa attraverso yoga, consapevolezza del corpo e strumenti concreti. Non è un salto fatto allo sbaraglio. Alle spalle ci sono anni di risparmio, investimenti, fondi pensione, piccoli bilanci fatti ogni sei mesi. Ma la domanda resta: quanto tempo può permettersi di dare a questo nuovo progetto prima che inizi a produrre reddito? Perché reinventarsi a 50 anni non significa solo avere coraggio. Significa conoscere il proprio costo di vita reale, capire quanta autonomia garantiscono i risparmi, rivedere il portafoglio quando il reddito diventa variabile e iniziare a pensare anche alla protezione di lungo periodo. Ad aiutare Fosca a orientarsi tra rischio economico, investimenti, liquidità e tutela della propria autonomia futura c’è Immacolata Imperatrice, consulente di Alleanza Assicurazioni dell’Agenzia di Ceprano. Questa è Money Clinic, il podcast di Rame in collaborazione con Alleanza Assicurazioni: storie vere di grandi cambiamenti, e le domande economiche che possono renderli più sostenibili.
Episodio 144. 27mila euro di Ral per fare ciò in cui credo, 82mila per tradirlo
2026/07/21
Flavia ha 33 anni, viene da Chiaramonte Gulfi, in provincia di Ragusa, ed è cresciuta in una famiglia di imprenditori agricoli. In casa il lavoro occupava quasi tutto: i suoi genitori investivano continuamente nell’azienda, rinunciavano alle vacanze e consideravano molte spese legate al piacere come superflue. Da quel modello Flavia eredita due convinzioni: che più si lavora, più si guadagna, e che la rinuncia sia il modo normale di gestire il denaro. Il confronto con vite diverse le fa però intravedere un’altra possibilità. Attraverso lo studio cerca non soltanto un lavoro, ma una forma di emancipazione dalla fatica che aveva visto in casa. Dopo la laurea in Biotecnologie mediche si trasferisce a Barcellona per un dottorato, senza nemmeno chiedere quanto avrebbe guadagnato. A muoverla è un’idea romantica della ricerca e delle vite che avrebbe potuto contribuire a salvare. Con il tempo, però, quel sogno si ridimensiona. Il lavoro in laboratorio richiede moltissime ore e sacrifici, ma non le permette di costruire l’autonomia che cercava. Da postdoc guadagna 27 mila euro lordi l’anno, continua a vivere in una casa condivisa e non riesce a immaginare un futuro diverso. È allora che l’equazione con cui è cresciuta - più lavori, più guadagni - si rivela falsa. «Mi frustrava lavorare molto, sacrificare molto della mia vita privata, senza avere quel ritorno economico che invece vedevo nei miei». Dopo aver lasciato l’università e Barcellona, Flavia torna per un anno a casa dei genitori e, con l’aiuto di un career advisor, prova a tenere insieme soddisfazione e sicurezza economica. Durante la ricerca arriva un’offerta da 70 mila sterline, circa 82 mila euro, per lavorare in un’azienda di pesticidi. È quasi il triplo della sua Ral da ricercatrice, ma il settore entra in conflitto con ciò in cui crede. «Non mi faceva dormire la notte». Alla fine sceglie una startup scientifica, con una Ral di 34 mila euro: meno denaro, ma la possibilità di non separare del tutto il lavoro dalla persona che vuole essere.
Money Clinic 16. Come gestire i soldi quando rinunci allo stipendio sicuro per la libertà
2026/07/17
A volte il lavoro fisso non si lascia perché qualcosa va male. Si lascia perché, anche quando tutto sembra funzionare, dentro si fa strada una domanda: e se stessi dando meno di quello che potrei? Lucia ha 35 anni, è architetta e per otto anni ha lavorato come dipendente. Non scappa da un capo tossico, né da un burnout, né da un ambiente insostenibile. Aveva uno stipendio, una routine, una certa tranquillità. Ma proprio dentro quella stabilità ha iniziato a sentire che qualcosa non tornava: la sensazione di essere al sicuro, sì, ma anche ferma in una casella troppo stretta. Dopo anni di stage sottopagati, contratti precari e affitti milanesi che rendevano quasi impossibile risparmiare, Lucia era finalmente riuscita a costruirsi un cuscinetto. Circa 40.000 euro messi da parte in cinque anni, grazie a scelte attente, qualche fortuna e una vita non troppo sopra le proprie possibilità. Poi, a gennaio, ha deciso di lasciare il contratto a tempo indeterminato e provare a costruire una strada da libera professionista. Un salto che porta con sé libertà, tempo, possibilità di lavorare da altrove. Ma anche una parola con cui bisogna imparare a convivere: incertezza. Perché quando esci dal lavoro dipendente, non perdi solo uno stipendio fisso. Perdi anche una serie di protezioni che spesso dai per scontate: malattia, coperture, continuità di reddito, tutela in caso di stop. E allora i risparmi non bastano più a sentirsi al sicuro: serve capire come proteggersi se succede qualcosa proprio mentre si sta costruendo una nuova vita professionale. Ad aiutare Lucia a orientarsi tra fondo di emergenza, assicurazioni, salute e protezione del reddito c’è Alessia Rossettini, consulente di Alleanza Assicurazioni dell’Agenzia di Lonigo. Questa è Money Clinic, il podcast di Rame in collaborazione con Alleanza Assicurazioni: storie vere di grandi cambiamenti, e le domande economiche che possono renderli più sostenibili.
Episodio 143. Quando ho imparato a chiedere, il mio stipendio è cresciuto del 140%
2026/07/14
Elios ha 35 anni, è un software architect e vive a Milano, ma è nato in Albania, nell'anno in cui il Paese passava dalla dittatura comunista alla democrazia. La sua è una famiglia di ceto medio che manda avanti un ristorante, dove i soldi seguono un rituale preciso: all'inizio di ogni mese si accantona per le tasse, per la scuola, per le spese, e ciò che resta si risparmia il più possibile. Si accumula, non si investe, perché non si sa cosa succederà domani. Sulla cultura e sull'istruzione non si risparmia; sul divertimento e sulle vacanze sì. Da quella selezione Elios eredita qualcosa di più profondo del solo modo di spendere. «Questa modalità aveva creato in me una specie di freno a mano invisibile, che nella vita mi ha sempre guidato a non superare quel confine». Quel freno lo accompagna a lungo. In Albania cambia tre aziende, ma mai per migliorare la remunerazione: solo per cercare più sicurezza. Poi arriva in Italia, per motivi personali, e accetta una posizione molto al di sotto delle sue competenze, a 25.000 euro lordi. Un anno e mezzo dopo arriva la pandemia, che va a colpire il suo punto più fragile: la stabilità che aveva cercato per tutta la vita. È lì che il freno smette di funzionare come protezione e diventa un limite, che lo blocca nel riconoscere il proprio valore anche sul piano economico. In famiglia, del resto, non si negoziava mai, nemmeno il prezzo di un acquisto. «Pur riconoscendo il valore del lavoro degli altri, si faceva fatica a vendere il proprio lavoro al prezzo giusto». A smuovere qualcosa è il confronto con la compagna, con cui il denaro diventa oggetto di conversazione aperta. È lei a dargli la frase che gli mancava. «Questo rispetto che metti verso gli altri, a un certo punto, lo devi mettere anche verso te stesso». Alle conversazioni con la compagna si affiancano conversazioni con esperti di finanza personale. «Quello che mi ha cambiato un po' il modo di relazionarmi con il denaro è stato partecipare a eventi di educazione finanziaria e, soprattutto, cercare di comprendere il più possibile l'economia». Nel giro di otto anni Elios arriva a guadagnare il 140% in più rispetto a quando è arrivato a Milano, cambiando azienda e negoziando. E, a differenza della sua famiglia d'origine, non si limita ad accumulare: inizia a investire. Non ha mai abbandonato la cultura con cui è cresciuto, ma l'ha completata. «Tra cinque anni mi piacerebbe avere una gestione economica che mi permetta di vivere meglio il presente e di guardare al futuro con più realismo».
Money Clinic 15. Come gestire i soldi quando vuoi prenderti un anno sabbatico
2026/07/10
Ci sono sogni che non smettono di tornare. Anche quando li rimandiamo per anni, anche quando la vita chiede altro: un lavoro da tenere stretto, una famiglia da assistere, una casa da pagare, una città nuova in cui ricominciare. Viviana ha appena compiuto 40 anni e da sempre sogna di fare la fotoreporter. Per anni, però, quella passione è rimasta sullo sfondo. Ha studiato, lavorato come fotografa freelance, viaggiato quando poteva, poi ha messo tutto in pausa per restare accanto alla madre malata. Ha gestito un bed and breakfast a Palermo, si è trasferita a Torino, ha affrontato una separazione e imparato a non chiedere più soldi a nessuno. Oggi vive a Torino con Andrea, travel designer, e insieme hanno deciso di fare spazio a una domanda che non vogliono più rimandare: che cosa succederebbe se ci prendessimo un anno per vivere davvero come desideriamo? Il loro piano è lasciare la casa, partire per il Sud America e provare a costruire una vita più vicina a ciò che amano: viaggiare, raccontare storie, fotografare. Ma un anno sabbatico non è solo una partenza. È un progetto economico: bisogna capire quanto costa vivere in viaggio, quali spese restano anche mentre si è lontani, quanto serve tenere da parte per gli imprevisti e come affrontare i mesi in cui le entrate potrebbero non arrivare. Perché risparmiare per un sogno non significa soltanto rinunciare a qualche sfizio. Significa trasformare un desiderio in un piano: costruire un budget, definire un fondo di emergenza, capire quanto tempo manca alla partenza e scegliere come accantonare le risorse senza inseguire scorciatoie o rendimenti impossibili. Ad aiutarla a preparare questo salto c’è Elisa Severin, consulente di Alleanza Assicurazioni dell’Agenzia di Novafeltria. Questa è Money Clinic, il podcast di Rame in collaborazione con Alleanza Assicurazioni: storie vere di grandi cambiamenti, e le domande economiche che possono renderli più possibili.

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